Il nuovo romanzo: contro l’immaginazione, contro il morboso

Tra poco, per necessità polemiche, sarò costretto a svelare definitivamente il soggetto del nuovo romanzo, in uscita presso Mondadori nel gennaio 2008. L’argomento affrontato è talmente estremale che, a fronte di un prestigioso bestseller che sta per essere pubblicato in Italia, sarò costretto, per imperativo categorico e politico ed estetico, a prendere posizione contro l’impianto inventivo, molto celebrato, di tale lavoro, che costituisce esattamente l’opposto polare, e per me immorale, della posizione poetica che ho assunto nell’ingaggiare un’opera di riflessione esorbitante il poetico stesso, come nell’officina riguardante il nuovo libro ho ripetutamente spiegato.
Il nucleo della questione sta proprio nell’estremalità della rappresentazione. Per il momento mi sposto in altro àmbito, cioè quello cinematografico, riproducendo un bell’articolo di Attilio Scarpellini da Lettera 22, che riguarda un confronto/scontro tra Godard e Lanzmann. Io sto dalla parte di Lanzmann, che è il magistrale Virgilio a cui non mi è possibile rinunciare, colui che traccia il discrimine tra la moralità dell’arte e il suo degrado sottile e di successo – un degrado che getta nell’incomprensione la tragedia e la trasforma in una mitologia grazie a una spirale di ascendente morbosità dovuta alla finzione…

Le immagini contro le immagini

di Attilio Scarpellini
[da Lettera 22]
[…] Sugli schermi del Filmstudio ci sarà anche il Godard più ambizioso, in qualche modo più solenne, lo “storiografo” del fluviale Histoire(s) du cinéma, a suo tempo chiamato in causa in una delle polemiche più roventi che hanno diviso la cultura d’oltralpe: quella sulla rappresentabilità dell’Olocausto, seguita a Shoah, il film documentario di Claude Lanzmann. Il confronto-scontro tra i due cineasti ha addirittura scatenato una nuova controversia sulle immagini – e sulla loro etica – dove ai sostenitori di un’iconoclastia necessaria, schierati dietro Lanzmann, autore di un film fatto di pure testimonianze verbali, si sono opposti i fautori di un’iconofilia inevitabile, schierati con l’idea godardiana che le immagini possono essere comunque chiamate a testimoniare, purché si abbia il coraggio di farle parlare attraverso il montaggio. La cosa strana è che la constatazione di una sconfitta del cinema ad Auschwitz accomuna, in realtà, entrambi i registi: anche per Godard il cinema, che nel Novecento è stato ovunque, non è riuscito a restare sulla scena dell’Olocausto, se non con qualche generoso ma deludente tentativo di ricostruirla attraverso il materiale d’archivio (ed è il caso, secondo lui, di Nuit et brouillard di Alain Resnais) o peggio, sfruttando il tema per l’ennesima narrazione spettacolare (ed è il caso di Schindler’s List). Ma per Lanzmann, semplicemente, la Shoah occlude ogni capacità di immaginare, rendendo ogni immagine parziale, menzognera. Mentre per Godard ogni immagine del Novecento è segnata, in qualche modo deformata dallo sterminio, e dalla sua rimozione: ogni immagine parla della reticenza ( non solo cinematografica) a “pensare l’impensabile”. E se un vero film sui campi di concentramento non è stato mai fatto, è forse, come già scriveva nella sua Introduzione a una vera storia del cinema, “perché in esso vedremmo il nostro stesso mondo in una forma chiara e netta.”

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