David Peace: “Fantasma”

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Stasera alle 18.30 sono a presentare David Peace a Milano, alla libreria Feltrinelli di piazza Duomo. Parliamo del suo “Fantasma”, un libro che esce in Italia per il Saggiatore in anteprima mondiale, per la splendida traduzione di Matteo Battarra, con la copertina abbastanza emblematica dell’artista Matthew Barney. Composto di quattro racconti e un piccolo saggio, “Fantasma” è un romanzo condensato, che funziona per ellissi e attraverso l’impazzimento e la riduzione a zero della forma romanzo medesima. E’, in pratica, la quintessenzializzazione dell’opera di questo straordinario autore, nato in Inghilterra e vivente in Giappone, che io reputo da anni il migliore scrittore della mia generazione. La prima volta che lo presentai fu nel 2002: ne rimasi sconvolto. Continua a leggere “David Peace: “Fantasma””

Presentazione con David Peace a Milano mercoledì 9

Mercoledì 9 alle 18.30, presso la libreria Feltrinelli Duomo di Milano, c’è David Peace. Arriva a presentare il suo “Fantasma”, che il Saggiatore pubblica in anteprima mondiale. A presentarlo c’è Giuseppe Genna. Venite, se potete: è colui che io considero il massimo autore della mia generazione. E’ l’autore del “Red Rinding Quartet”, di “Tokyo città occupata” e di “Red or dead”, che sono tra i risultati più alti della letteratura del nostro tempo.

Mercoledì alle 18.30, presso la libreria Feltrinelli Duomo di Milano, c'è David Peace. Arriva a presentare il suo "…

Pubblicato da Giuseppe Genna su Lunedì 7 marzo 2016

Il romanzo oltre la Storia

di GIUSEPPE GENNA | da La Lettura, inserto culturale del Corriere della Sera (22.1.2012)

In un tomo consistente alle pagine iniziali leggo l’avvertenza: “La mia inchiesta si basa su voci degne di fede e informazioni riservate. Un’enorme mole di documenti ne fornisce le prove. Per scrivere questo libro sono stati saccheggiati archivi pubblici e diari privati”. Potrebbe essere un testo di di Carlo Ginzburg – grandi storici sottoscriverebbero così i propri metodi. Questo “libro” dunque non pare un romanzo. Eppure, continuando a leggere: “Verità sacrosanta e contenuto scandaloso: è questa combinazione a rendere tutto elettrizzante. Vi racconterò tutto”. La certezza che sia una scrittura storica crolla. Quell’elettricità che si promette, quel giuramento di raccontare tutto: sono trucchi da baraccone che chiunque conosce e ama. E’ l’essenza del romanzo. Certamente un romanzo storico: si tratta di uno degli incipit de Il sangue è randagio di James Ellroy (Mondadori, 2009), terza e conclusiva parte di una trilogia dedicata alla controstoria americana dall’omicidio Kennedy al Watergate.
Ellroy è il maestro del “genere nero” (noir, giallo, crime fiction, thriller che sia). In Italia ha fatto breccia. Debiti stilistici nei confronti di Ellroy si ritrovano ovunque nel romanzo di genere, da Romanzo criminale di De Cataldo a Q di Luther Blissett, da Testimone involontario di Gianrico Carofiglio a Carlo Lucarelli. Non si può prescindere da Ellroy quando si entra nel dominio del genere nero italiano. Ora sembra che tutti gli autori di noir si siano fatti autori storici (così denuncia, sulle pagine di questo inserto, il critico Daniele Giglioli).
Il thriller seriale non incanta più, le classifiche languono per autori come Grisham o Cornwell, maestri riconosciuti della suspence di massa. Perfino quelli che Aldo Grasso indica come i continuatori extraletterari dei romanzi seriali, cioè i serial tv, stanno mutando temi e stili, espellendo l’elemento nero a favore di saghe fantasy, storie fitte di zombie e vampiri. Tra poco passeranno alla fiaba direttamente: Biancaneve sarà un seriale televisivo.
E’ proprio finito il genere nero oppure è stato sbagliato giudicarlo tale? Siamo forse di fronte a una trasformazione ben più profonda, quella dell’intero genere romanzesco?
Uno dei romanzi più belli che ho recentemente letto è 22/11/63 di Stephen King (non a caso nella traduzione di Wu Ming 1), un’ucronia in cui il protagonista torna indietro nel tempo e ha la possibilità di mutare la storia, forse di evitare l’omicidio di JFK. Precisamente da dove parte Ellroy per “elettrizzare” e “raccontare tutto”. Si stabilisce una linea di continuità tra il fantasy horror di King e il crime novel di Ellroy, almeno quanto si stabilisce una continuità tra i romanzi storici di Camilleri e la sua serie con Montalbano protagonista. Tra genere storico e nero c’è una tale indissolubilità, che se ne occupò perfino Adorno:

“La società si è preparata da secoli all’avvento di Victor Mature, la cui opera di dissoluzione è, insieme, opera di compimento”.

Evidentemente Victor Mature incarna l’onnipotenza mitica del protagonista di leggendari noir e di film storici e addirittura biblici. Gli autori di genere in Italia sono sempre stati essenzialmente scrittori di romanzi storici. Non solo. C’è chi, come Alessandro Bertante sulle pagine de L’Unità (6/1/12), occupandosi della saga fantasy di George Martin (per settimane in testa alle classifiche e ispiratrice dello strepitoso serial tv Games of thrones), legava con buon diritto il genere fantastico a quello storico:

“La saga fantasy inventata dallo scrittore americano ci ricorda il nostro presente, la devastazione del suo mondo immaginifico delle ‘Terre Occidentali’ riflette lo smarrimento della contemporaneità, la crisi identitaria dell’Occidente che da molti anni non ha più una tradizione mitica e fondante, e che allo stesso tempo è incapace d’immaginare un futuro di progresso. L’empatia con le proprie miserie, ridiventa il naturale palliativo di ogni epoca di decadenza”.

E’ attraverso l’empatia che Bertante coglie, in Martin, il tentativo di rappresentare la crisi di un tempo. C’è soltanto da stabilire se questo tempo sia decadenza o meno. Certo è un’era di trasformazione, e non soltanto perché si può leggere una cattiva traduzione di Kafka su iPad (si vuole qui sottolineare il mancato impegno del comparto editoriale ad aggiornare e migliorare le attuali edizioni in commercio dell’opera kafkiana, in base a ragioni che Victor Mature giustificherebbe benissimo di fronte alla società che si è preparata ad accoglierlo).
La trasformazione in corso, per quanto concerne la letteratura, può incarnarsi in un certo tipo di romanzo, nuovo e strano, che rappresenta e supera quella che sociologicamente è detta “realtà” (“crisi” compresa). E’ un romanzo difficile, in cui si dice:

“La vita è una cosa troppo contemporanea. Pensò a quando fare pronostici era puro potere, quando aveva promosso un titolo tecnologico o benedetto un intero settore causando automaticamente il raddoppio dei corsi azionari e un mutamento nelle visioni del mondo, quando stava realmente facendo la storia, prima che la storia diventasse monotona, lasciando il posto alla ricerca di qualcosa di più puro, di tecniche per creare diagrammi che predicessero il movimento del denaro stesso. Lì trovava bellezza e precisione, ritmi nascosti nella fluttuazione di una certa moneta”.

Il colpevole di queste parole, che non si sa più se siano di genere storico o profetico, è Don DeLillo, che le scrive in un romanzo scarno e tremendo, Cosmopolis (Einaudi, 2003). La storia, che dovrebbe “rappresentare” la Storia, è questa: un miliardario che investe in future e divise monetarie, in una limousine iperattrezzata, attraversa New York per andare dal suo parrucchiere. Parrebbe poco interessante, eppure Cronenberg ne sta facendo un film. Certo, rispetto a Michelangelo, ciò che fa DeLillo sembra Rothko o un’installazione di Kiefer. Peraltro si può dire che DeLillo è uno di quegli autori che, passato dal genere storico criminale (Libra), ha poi esaurito il suo debito con la storia contemporanea Usa, pubblicando Underworld. Insieme a lui, certo Philip Roth, certo Michel Houellebecq, certo David Peace, certo Bret Ellis stanno sforzandosi di camminare in una terra di nessuno, compiendo quanto sconfortava Pasolini:

“Non riesco a mescolare la prosa con la poesia e non riesco a dimenticarmi mai che ho dei doveri linguistici”.

Comprenderemo la forma della nuova veste del genere romanzesco (un genere che ha cambiato continuamente forme dal Seicento a oggi) quando capiremo se in Italia esistono ancora o meno “doveri linguistici” e se ci saranno scrittori che avvertiranno l’esigenza di adempiere a questi compiti, cher oggi non sono certo di massa e peraltro vengono ignorati da seriali tv tanto quanto dal “pubblico” delle classifiche o dagli adepti delle nuove piattaforme.

[AVVERTENZA: le tematiche trattate nell’articolo sono rastremate giocoforza, in considerazione dellla sede di pubblicazione, che implica un’estensione precisa. La materia, a mio stretto avviso, meriterebbe l’espansione di certi nessi e la giustificazione teoretice e fenomenologica di alcuni passaggi e del finale stesso. Bisognerebbe, cioè, passare da un consistente articolo a un piccolo saggio, il che non è detto che non avverrà. gg]

David Peace: Tokyo città totale

Una videointervista, una recensione a “Tokyo citta occupata” e una a “Tokyo anno zero”: come era prevedibile, è David Peace il cantore epico della nostra contemporaneità. La sua trilogia giapponese diviene oggi scrittura profetica.

Amo incondizionatamente David Peace. Lo conosco da anni, da anni sono certo che sia lui l’autentico cantore epico del mondo globalizzato. Il suo Red Riding Quartet (che comprende 1974, 1977, 1980, 1983), portato ora su piccolo schermo in tre film straordinari, è al di là dell’idea stessa di romanzo – è un ciclo, è un poema enorme, suggestivo, mitologico. A questo ciclo va aggiunto il nostos costituito da GB84, imperiosa impennata epica sul braccio di ferro tra minatori e signora Thatcher. La trilogia giapponese di Peace, di cui abbiamo in Italia due titoli pubblicati dal Saggiatore, Tokyo anno zero e Tokyo città occupata, sta acquisendo in queste ore, con i tragici fatti di cui è vittima ma anche colpevole il Sol Levante, si erge a colosso letterario che completa un tao: dopo l’Occidente, l’Estremo Oriente occidentalizzato. Il pianeta tutto è stato cantato da David Peace, il genio dal cognome ossimoro.
Qui di seguito: una videointervista a David Peace di LibriBlog sul secondo romanzo della trilogia giapponese; le recensioni ai due romanzi “giapponesi” usciti in Italia.

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INTERVISTA A DAVID PEACE

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TOKYO ANNO ZERO

di GIUSEPPE GENNA | da Carmilla, 22 gennaio 2008

E’ un successo internazionale il primo romanzo della “trilogia giapponese” di David Peace, uno degli autori di genere storico-nero più celebrati al mondo (Granta ha scommesso su di lui, l’editoria Usa lo ha acquisito). Già autore del mitologico Red Riding Quartet (in Italia: 1974 e 1977 da Meridiano Zero; Millenovecento80 e Millenovecento83 per Tropea, ora passati al Saggiatore), Peace da tredici anni vive a Tokyo, sposato e con tre figli, ed è da quel privilegiato osservatorio che ha deciso di costruire un immenso e penetrante affresco sul Giappone, osservato attraverso casi reali di cronaca nera. Un’impresa da titano, che ha la sua conferma sorprendente in questa prima tappa della trilogia:  Tokyo anno zero (il Saggiatore, € 17) è un romanzo mozzafiato, lineare e corale al tempo stesso, ambientato tra il ’45 e l’anno successivo, quando il Sol Levante muta storia e ancora dilaga la devastazione della guerra mondiale e dell’occupazione americana.
E’ un libro di svolta nella produzione di Peace. Nulla di ciò che ha creato autentici club di accaniti fan dell’autore nativo dello Yorkshire viene perduto in questo spostamento decisivo nella carriera letteraria di Peace. Le ossessioni, lo stile, le percussioni psicotiche, le descrizioni della desolazione e della caduta, gli abominii di un serial killer – tutto è non soltanto intatto, ma addirittura potenziato, grazie allo straniamento che è l’esito naturale dell’ambientazione e della ricerca storica prodigiosa messe in campo da Peace. Ciò che muta è piuttosto la struttura, che si fa lineare, semplice, nella più classica tradizione noir. Un elemento freddo, un filo trasparente e resistentissimo, teso tra il tremendo incipit e lo sconcertante finale. In questa ricerca monocola, si muovono folle immani di diseredati, in una Tokyo che potrebbe sembrare Kinshasa e invece è il corpo storico che è ridotto al suo grado zero al termine della guerra e in seguito all’abdicazione impensabile dell’imperatore.
L’occhio che cerca e che fugge da memorie ignote ma terribili è quello dell’ispettore Minami, capo di una squadra della polizia civile che è sottostaffata, vessata dalle imposizioni degli occupanti statunitensi, priva di mezzi e di autorità. La squadra di Minami è sulle tracce di un serial killer – o, almeno, così si suppone – che ha lasciato dietro di sé vittime sempreuguali: ragazze che, in preda alla fame e alla cerca disperante di un lavoro, vengono stuprate e massacrate, nascoste o abbandonate all’aperto, in un parco, nell’impressionante sfascio sociale e urbanistico della capitale giapponese messa in ginocchio. Minami emblematizza le ossessioni dei protagonisti memorabili di Peace: non dorme, gli servono calmanti che costano informazioni e che può procurarsi soltanto dal nuovo capomafia che governa il mercato generale, ha una famiglia che ignora e verso la quale si sente in colpa, si intrattiene tra deliri presso un’amante che eleva a deità della purezza e dell’idealizzazione, è sempre in moto macinando chilometri a piedi tra abitanti che cercano qualunque cosa (alimenti, oggetti da rivendere, pietre grezze addirittura) tra rovine di casamenti e carcasse di cani, è assediato da sospetti interni e cospirazioni che fioccano ovunque, in una confusione assordante che sovrappone le urla di disperazione di gente comune, assassini e corrotti, giornalisti e puttane infette che intrattengono i militari USA, funzionari e testimoni occasionali, cadaveri e scheletri non metaforici.
Le compulsive ripetizioni à la Peace (soprattutto le parole giapponesi: il tichettio dell’orologio, i colpi di martello…) mettono soprattutto in luce una realtà autentica e allucinatoria al contempo, cioè che “oggi nessuno è quello che dice di essere. Nessuno è quello che sembra…” (a partire dal cambio di identità di massa degli appartenenti alla polizia militare, che cercano in questo modo di salvarsi dalle epurazioni dei vincitori) – una situazione febbrile, psicotica se osservata attraverso lo sguardo dai capillari rotti per l’insonnia dell’ispettore Minami.
Questo ritmo che non dà fiato, che liricizza al parossismo la prosa eppure conquista il lettore prendendolo alla gola, è percorso da un altro classico stilema utilizzato da Peace: tra le parti del libro, un fiume di fango e sangue scorre inarrestabile, ed è una descrizione, continuamente interrotta, della guerra con la Cina, realizzata in una prosa clamorosamente poetica – un elemento chiave, poiché il fiume va a raggiungere nel delta il finale oceanico del libro ed è una verità anticipata ma irriconoscibile, posta davanti ai nostri occhi mentre ancora non è comprensibile. Una scelta linguistica, strutturale e immaginativa che dimostra quale coraggio contraddistingua questo autore. Coraggio che, si noti, assume dimensioni enormi quando si constata che questa storia non fa perno sull’orrore, decisivo, consumato a Hiroshima e Nagasaki, nominate soltanto una volta nell’intero corpo del libro. Riuscire a comporre una storia appassionante, storicamente accertata e descrittivamente prodigiosa di Tokyo nel ’46 e farlo senza ricorrere all’appoggio naturale della bomba atomica – è tutt’altro che manierismo: mostra quanto David Peace sia capace di penetrare nella devianza della mente e del reale, utilizzando alla perfezione il canone noir per farlo internamente esplodere con visioni infernali, connesse al male che è il contagio più naturale della sconfitta e della caduta, dell’errore e dell’azzeramento dell’umano ad animale da preda.
Tokyo anno zero (il cui titolo è un evidente omaggio a Germania anno zero di Rossellini) è un inabissamento in una realtà che sembra parallela e che invece fu storica e a noi giunge, grazie a Peace, con un vento tempestuoso, un ciclone per nulla esotico, privo di radioattività ma colmo di immagini spettrali, facendo sbattere violentemente le persiane delle sicure casette monofamigliari della nostra narrativa.

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TOKYO CITTA’ OCCUPATA

di RUGGERO BIANCHI | da tuttoLibri, 11 settembre 2010

Soltanto nella pura materialità dell’intreccio Tokyo è la protagonista di Tokyo città occupata, seconda parte (dopo Tokyo anno zero) di una trilogia dedicata alla capitale nipponica da David Peace, estroso e caleidoscopico scrittore britannico poco più che quarantenne. Il romanzo, volendo, è leggibile come un vorticoso e frastornante thriller aggrumato attorno a un misterioso episodio di cronaca nera, il micidiale ma apparentemente gratuito avvelenamento di una dozzina di impiegati della Banca Teikoku, una delle più importanti del Giappone, nel gennaio del 1948, ai tempi dell’occupazione americana; ma nella struttura e nella scrittura, nelle prospettive e nei significati, travalica impetuosamente tutte le coordinate spaziotemporali, il luogo e il tempo di un inquietante caso criminale e giudiziario ancor oggi sostanzialmente irrisolto.
Il vero epicentro narrativo è infatti l’idea e l’immagine, reale e metaforica, della Città in sé, della Metropoli come ipertesto infinito: una «città maledetta di rapina e di stupro, di omicidi e di pestilenze, di malattia e di fame», una «città/bara» che è «città occupata e città morta», «città perplessa e città postuma», «città sepolta e città futura», «città occulta e città cult», sedimentata e agglutinata, indefinibile, inenarrabile e irraccontabile. Una città che scrive il suo futuro nel passato, una città/taccuino e una città/libro di cui ognuno, a cominciare dal narratore, può essere ed è di fatto l’autore.
Una città dunque che esiste e non esiste, giacché di essa resta solo quanto su di essa viene scritto: tracce di volta in volta soppresse, ceneri di significato che sono ceneri di luoghi e di tempi ma anche ceneri di parole che vorrebbero dire del passato e in realtà vagolano nel futuro, se è vero che le parole sono «somme di assenze» che descrivono il fuori e il sopra e quindi il dopo, mai il dentro e il sotto e quindi il prima.
In ultima analisi, la città è una «seduta spiritica» cui lo scrittore presenzia come medium, nel ruolo di puro e neutro «trasmettitore» di verità indimostrabili e quindi virtualmente false. Più che un romanzo, Tokyo città occupata è insomma, anche formalmente e addirittura graficamente, un vertiginoso poema visionario ermetico e affascinante, fisiologicamente costretto a cancellarsi e riscriversi di momento in momento. Proprio come Tokyo e come ogni Metropoli: «città irreali» simili a quelle evocate da T. S. Eliot nella Terra desolata, ma precipitate nel baratro della postmodernità.

Crime: un bilancio

di Giuseppe Genna
[da “il manifesto”, 17.2.2009]

crime.gifMUTAZIONI DI RETORICA NELLO SPETTRO DEL NOIR
Oscenamente più splatter e abissalmente più nera di ogni genere narrativo, la morbosità derivata dalla esibizione della morte, che ci viene compulsivamente propinata dai media, sta modificando il genoma di correnti letterarie che vanno dall’hard boiled al romanzo epico. Contribuiscono alla mutazione le fiction, spesso apologetiche nei confronti delle forze dell’ordine, e le strategie dei nuovi serial tv

Più o meno da sempre i critici letterari italiani hanno inveito contro il successo di massa di alcuni libri: thriller o noir che fossero, i loro autori provenivano da zone troppo lumpen della narrativa. Ma l’onda lunga dei «libri neri» non sembra essersi perciò arrestata: la trilogia “Millennium” di Stieg Larsson, e tutto lo tsunami svedese, sono una conferma, almeno apparente, di questa vitalità.
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