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Il Questoquaismo di Matteo Renzi

Ciò che profondamente non mi colpisce affatto, nel contemplare la deriva poetica di Matteo Renzi, è l’insistenza sul suo periodo d’oro, che lo è stato soltanto per lui e per qualche aggregato alla sua esplosiva personalità, l’aggettivo riguardando un flatus vocis, cioè il soprannome “il Bomba”, ché di deflagrante in Renzi non c’era nulla, a partire dalla “rottamazione”, per continuare con la retorica del “sogno”, purissima eredità berlusconiana, che di onirico non aveva nulla, se non il fatto di essere un incubo liberista, in cui selvaticamente le masse avrebbero dovuto mutuare entusiasmo da una realtà erosa e da un contesto di sfruttamento generalizzato. La persistenza di Renzi nella recriminazione e nella memoria di statistiche che concernono il 2014, davvero, stipulerebbe un patto con la poetica del fanciullino che è più in lui che in noi. E’ tenero e umano nel tremolio e nella sempiterna riproposizione dei ruderi narrativi, che costituivano secondo lui uno storytelling e per tutti noi una riprova costante di come l’uomo di paglia non abbia grandi vantaggi nell’appiccare il fuoco. Fa molta impressione riflettere su cosa sia il passato politico italiano, le sue modalità e le sue ritologie estenuanti, le sue linguificazioni ai limiti del tollerabile e la varianza bizantina sul vuoto che veniva spacciato per un pieno, ma aereo, astratto, numinoso, un attendismo sfinito, un tempo dilatato, che Renzi e non Berlusconi ha inteso abolire, proponendo un modello alternativo del tutto fuori squadra e capace di sortire qualche effetto soltanto come premessa a ciò che sarebbe giunto dopo, ovvero la carica alinguistica attuale, la piattaforma valoriale della faccia come il culo, l’esasperazione dei visceri: tutte proposte antinarrative, come del resto quelle di Renzi. L’ultimo politico ad avere in mano le chiavi di una narrazione e la capacità di usarle, in effetti, è stato Berlusconi, ovvero la generazione del medesimo, ancora sensibile al racconto, per quanto falso, impudico, anticivile. Sto consigliando senza posa, in questi giorni, quel “mostro” antropologico che è la grande opera di Filippo Ceccarelli, “Invano. Il potere in Italia da De Gasperi a questi qua” (Feltrinelli), invcentore dunque della memorabile categoria del Questiquaismo: e Renzi ci sta, tra “questi qua”, oppure avviene prima che essi giungano alla transitorietà dei poteri? Renzi appare del tutto omologo a costoro, è forse la prima apparizione in vita del Questiquaismo. Messa accanto alle personalità che fanno la storia parlamentare e politica in Italia, la sua statura appare quantificabile a quella di un soldatino in mano a Guido Crosetto: non sta sulle spalle dei giganti, gli sta tra le mani, è un giochino del futuro che i colossi del passato avevano previsto nonostante tutto, poiché il potere italiano e l’Italia stessa sono questa reiterata svuotata constatazione: “Nonostante tutto”. Tra le venerabili, esilaranti pagine che Ceccarelli dedica ai democristiani, questi figli di un partito donnone e gigantescamente materno, fa impressione mettere in relazione Renzi e la sua comunicazione con quella, che so?, di Arnaldo Forlani, un uomo capace di parlare per ore senza dire nulla e, proprio per questo, eternamente candidabile e impallinabile al Quirinale (definì “spinte dispersive” il voto di franchi tiratori che lo abbattevano a un passo dalla presidenza della Repubblica). Arrivava Fanfani, arrivava sempre, lo abbattevano a fucilate e lui rispuntava dopo qualche mese e lo soprannominavano non “il Bomba”, ma molto più genialmente “il Rieccolo”. Concetto Marchesi, uno dei massimi latinisti del Novecento, per Andreotti arrivò a coniare il detto “Chi non muore si risiede”, il che sarebbe impossibile rispetto a Renzi. Non mi ricorso quale politico o notista disse di Prodi che “gronda bonomia da ogni artiglio”: Renzi manco arriva a una simile segnatura di grande cinismo, poiché è cascato ingenuamente lui nelle trappole che pensava di allestire a danno degli altri. Renzi non ha compreso minimamente la storia del potere in Italia e ciò è fatale. Matteo Salvini da quella cultura arriva, tiene nascosto tutto, esclude proprio il discorso tradizionale del potere italiano dalla propria comunicazione, ma lo sa a memoria e, per questo, è uno sfidante formidabile e al contempo sfigatissimo, per chi ha la pazienza di attendere che la vicenda progressista trasformi per l’ennesima volta la marcia delle magnifiche sorti in questo Paese declinato al gerundio (“Stiamo lavorando per voi…”). Tutto il contrario, Renzi, ed è il motivo per cui uno come Enrico Letta ha milioni di chance più di lui di eternamente tornare. Alla luce di tutto ciò fa tenerezza, di Renzi, la difesa postuma delle vicende in cui è stato coinvolto il padre, alla luce e al buio del caso che costituirebbe di per sé il genitore di Luigi Di Maio, che secondo il senatore di Rignano dovrebbe chiedere scusa – come se, da Pajetta, il dc Donat-Cattin avesse pensato di chiedere scusa, perché il senatore pci aveva detto: “Pensavano di trovare i terroristi tra i nipotini di Marx, li trovano tra i figli di Donat.Cattin”. Abbiamo davvero rottamato Forlani, Fanfani, Andreotti, Pajetta, Donat-Cattin? No e non lo faremo mai. Chi non lo comprende, purtroppo, ha la vita politica misurata e breve, come sta capitando e probabilmente capiterà a Matteo Renzi, anche se si costruirà attorno un “nuovo partito”, un’altra eternità tutta italiana, che il Bomba non sa interpretare, sbagliando perennemente, declinandosi a un gerundio del tutto sbagliato.

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Presentazione con David Peace a Milano mercoledì 9

Mercoledì 9 alle 18.30, presso la libreria Feltrinelli Duomo di Milano, c’è David Peace. Arriva a presentare il suo “Fantasma”, che il Saggiatore pubblica in anteprima mondiale. A presentarlo c’è Giuseppe Genna. Venite, se potete: è colui che io considero il massimo autore della mia generazione. E’ l’autore del “Red Rinding Quartet”, di “Tokyo città occupata” e di “Red or dead”, che sono tra i risultati più alti della letteratura del nostro tempo.

Mercoledì alle 18.30, presso la libreria Feltrinelli Duomo di Milano, c'è David Peace. Arriva a presentare il suo "…

Pubblicato da Giuseppe Genna su Lunedì 7 marzo 2016

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‘Il nuotatore’ di Cheever

Questo sito si ferma nella sua settimanale produzione e riproposta di contenuti dimenticati o nascosti nelle pieghe del Web: è una vacanza, si spera non parziale.
Consigli di lettura: Tutti i racconti di John Cheever, opera benemerita che Feltrinelli ha pubblicato con una prefazione di Andrea Bajani, a 40 euro – la qual cosa, come si dice nelle stanze del Saggiatore presso cui lavoro, è editoria ancora seria, chissà fino a quando. Uno dei capolavori di Cheever è sicuramente Il nuotatore, racconto metafisico che, nonostante quest’ultimo aggettivo, impulsò perfino Hollywood a trarne un film, protagonista essendone Burt Lancaster. Eccone la versione Fandango, che coraggiosamente da anni ha trainato la (ri)lettura di Cheever in Italia. A seguire il testo integrale del racconto, la microrecensione che nel 2001 ne feci per Clarence.

* * *

IL NUOTATORE

di JOHN CHEEVER

Era una di quelle domeniche di mezza estate in cui tutti se ne stanno seduti e continuano a ripetere: “Ho bevuto troppo ieri sera” Si poteva udire i parrocchiani che lo bisbigliavano all’uscita della chiesa, si poteva udirlo anche dalle labbra del parroco, mentre si infilava faticosamente la tonaca nel vestibolo, si poteva udirlo nei campi di golf e di tennis, e anche nella riserva per la protezione della fauna, dove il presidente della locale associazione ornitologica era in preda a una feroce emicrania. “Ho bevuto troppo” gemeva Donald Westerhazy. “Tutti abbiamo bevuto troppo” gli faceva eco Lucinda Merrill. “Dev’essere stato il vino” osservava Helen Westerhazy. “Ne ho bevuto troppo di quel vino rosso.”
Ciò avveniva ai bordi della piscina di casa Westerhazy. La piscina, alimentata da un pozzo artesiano con un’alta percentuale di ferro, aveva l’acqua d’un pallido colore verdastro. Era una bella giornata. A occidente si vedeva una massiccia formazione di nuvole cumuliformi, ed era così simile a una città vista in lontananza dalla prua di una nave che s’avvicina, che si sarebbe potuto darle un nome, Lisbona o Hackensack. Il sole era caldo. Neddy Merrill era disteso vicino all’acqua verdognola, una mano immersa nell’acqua e l’altra stretta intorno a un bicchiere di gin. Era un uomo snello, con quella particolare snellezza della gioventù, e pur essendo tutt’altro che giovane, quel mattino era scivolato giù dalla ringhiera di casa sua, dando poi una pacca sul sedere della statua in bronzo di Afrodite sul tavolino nell’atrio mentre trotterellava verso l’odore del caffè in sala da pranzo. Merrill poteva essere paragonato a una giornata d’estate, in particolare alle sue ultime ore, e anche se non aveva una racchetta da tennis né una borsa da vela, evocava un’immagine di gioventù sportiva e di tempo clemente. Aveva appena finito di nuotare e ora respirava profondamente, come se volesse mandar giù nei polmoni tutte le componenti di quel momento, il calore del sole e l’intensità del suo piacere; sembrava che tutte venissero aspirate dentro il suo petto. Abitava a Bullet Park, una quindicina di chilometri a sud, dove le sue quattro splendide figlie dovevano aver terminato di pranzare e stavano forse giocando a tennis. In quel momento gli venne l’idea che, seguendo un percorso ad angolo in direzione sud ovest, sarebbe potuto arrivare a casa sua a nuoto.
La sua vita non era condizionata, e il piacere che gli dava questa constatazione non poteva essere spiegato con un complesso di fuga. Gli sembrava di vedere, con un occhio da cartografo, quella catena di piscine, quel corso d’acqua quasi sotterraneo che si snodava attraverso la contea. Aveva fatto una scoperta, aveva dato un contributo alla geografia moderna, e quel corso d’acqua l’avrebbe chiamato Lucinda, col nome di sua moglie. Non era uno che amava particolarmente gli scherzi, né era un buffone, ma era volutamente originale, e si considerava in generale, e modestamente, un personaggio leggendario. Era una bella giornata, e gli sembrava che una lunga nuotata ne avrebbe esaltato la bellezza.
Si tolse il golf che teneva sulle spalle e si tuffò in acqua. Nutriva un inesplicabile disprezzo per quegli uomini che non si tuffavano in acqua. Nuotava una specie di crawl irregolare, respirando a ogni bracciata oppure ogni quattro bracciate, e contando mentalmente l’uno-due uno-due del battito dei piedi. Non era uno stile adatto alle lunghe distanze, ma la pratica domestica del nuoto aveva imposto a questo sport alcune consuetudini, e in quella parte del mondo era convenzionale quel tipo di crawl. Il sentirsi avvolto e sostenuto da quell’acqua verdognola gli sembrava non tanto un piacere quanto un ritorno a una condizione naturale, e gli sarebbe piaciuto nuotare senza calzoncini da bagno, ma questo non era possibile, in considerazione del suo progetto. Si issò sul bordo opposto della piscina, lui che non usava mai la scaletta, e s’incamminò attraverso il prato. Quando Lucinda gli domandò dove stava andando, le rispose che ritornava a casa a nuoto.
Le uniche mappe e cartine a cui fare riferimento erano nella memoria o nell’immaginazione, ma erano abbastanza chiare. Per primi venivano i Graham, gli Hammer, i Lear, gli Howland e i Crosscup. Poi avrebbe attraversato Ditmar Street fino alla casa dei Bunker, e da lì, dopo un breve trasbordo, sarebbe arrivato alle piscine dei Levy e dei Welcher, e alla piscina pubblica dei Lancaster. Seguivano poi le piscine degli Halloran, dei Sachs, dei Biswanger, e quelle di Shirley Adams, dei Gilmertin e dei Clyde. Era una stupenda giornata, e il fatto di vivere in un mondo così generosamente fornito di acqua gli sembrava un dono del cielo, una benedizione. Si sentiva il cuore leggero, e cominciò a correre sull’erba. L’impresa di avventurarsi verso casa seguendo questa insolita rotta gli dava la sensazione di essere un pellegrino, un esploratore, un uomo del destino, e sapeva che sul percorso avrebbe incontrato molti amici, tutti amici assiepati lungo le rive del fiume Lucinda.
Scavalcò una siepe che divideva il terreno dei Westerhazy da quello dei Graham, camminò sotto alcuni alberi di melo, oltrepassò il capanno della pompa e del filtro dell’acqua, e arrivò così alla piscina dei Graham. “Ehilà, Neddy!” esclamò la signora Graham. “Che magnifica sorpresa! È tutta la mattina che ti cerco al telefono. Su, vieni a bere qualcosa”. Al pari di un vero esploratore, si rendeva conto che doveva diplomaticamente rispettare i costumi e le tradizioni di ospitalità degli indigeni locali, se voleva raggiungere la sua destinazione. Non voleva sconcertare i Graham, né sembrar loro sgarbato, ma nemmeno aveva il tempo per trattenersi a lungo a casa loro. Attraversò a nuoto la loro piscina in tutta la sua lunghezza, poi li raggiunse sotto il sole, e pochi minuti dopo fu salvato dall’arrivo di due auto cariche di loro amici del Connecticut. Durante i chiassosi saluti che seguirono, riuscì così a squagliarsela inosservato. Scese il prato davanti alla casa dei Graham, scavalcò una siepe spinosa e attraverso un terreno incolto arrivò alla casa degli Hammer Alzando lo sguardo dal suo roseto, la signora Hammer lo vide nuotare nella sua piscina, anche se non era sicura che fosse proprio lui. I Lear lo udirono tuffarsi in acqua attraverso le finestre aperte del soggiorno. Gli Howland e i Crosscup non erano in casa. Uscito dalla piscina degli Howland, Neddy attraversò Ditmar Street e si diresse verso la casa dei Bunker da dove gli giungevano, pur da lontano, gli echi rumorosi di una festa.
L’acqua rifrangeva il rumore delle voci e delle risate, e sembrava tenerle sospese a mezz’aria. La piscina dei Bunker era su un rialzo di terreno, e Neddy salì alcuni gradini che portavano a una terrazza, dove una trentina di persone stavano bevendo. L’unica persona in acqua era Rusty Towers, che galleggiava su un materassino di gomma. Oh, com’erano incantevoli e lussureggianti le rive del fiume Lucinda! Uomini e donne prosperi erano riuniti intorno alle sue acque color zaffiro, mentre i camerieri in giacca bianca servivano loro bicchieri di gin gelato. Sopra alla testa vedeva volteggiare nel cielo un aereo rosso da addestramento che sembrava gioioso come un bambino sull’altalena. Ned provò un momentaneo sentimento d’affetto per quella scena, un senso di tenerezza per quella gente lì riunita, un sentimento che gli sembrava di poter toccare con mano. In lontananza, udiva il brontolio del tuono. Non appena lo vide, Enid Bunker cominciò a strillare: “Oh, guardate chi c’è! Che magnifica sorpresa! Quando Lucinda mi ha detto che non potevate venire, mi sono sentita quasi morire.” Si fece strada attraverso la folla verso di lui, e quando ebbe finito di baciarlo lo condusse verso il bar, una marcia che fu rallentata dal fatto che Ned dovette fermarsi a baciare altre nove o dieci donne e a stringere la mano di altrettanti uomini. Un barista sorridente, che Ned aveva già visto a un centinaio di feste, gli servì un gin tonic, poi si trattenne per un attimo al bar, cercando di non farsi coinvolgere in nessuna conversazione che potesse attardare il suo viaggio. Quando gli sembrò di essere quasi circondato dagli invitati, Ned si tuffò nella piscina e nuotò lungo il bordo per evitare di entrare in collisione con il materassino di Rusty. Giunto all’altra estremità della piscina, passò accanto ai Tomlinson con uno sfolgorante sorriso e si avviò trotterellando lungo il sentiero del giardino. La ghiaia gli faceva male ai piedi, ma questo era l’unico inconveniente. Gli invitati erano tutti raccolti intorno alla piscina, e avviandosi verso la casa, Ned udiva affievolirsi il rumore vivace delle voci riflesse dall’acqua, mentre si faceva più forte quello di una radio nella cucina dei Bunker, dove qualcuno stava ascoltando la cronaca di una partita di pallone. Già, era domenica pomeriggio. Si fece strada attraverso le auto parcheggiate e percorse il bordo erboso del vialetto d’accesso fino in Alewives Lane. Gli seccava farsi vedere per strada in calzoncini da bagno, ma non c’era traffico a quell’ora, e percorse il breve tragitto fino all’ingresso della casa dei Levy, segnato col cartello PROPRIETÀ PRIVATA e con la cassetta verde del New York Times. Tutte le porte e le finestre della grande casa erano aperte, ma non c’erano segni di vita, nemmeno un cane che abbaiasse. Girando intorno alla casa arrivò alla piscina, e lì vide che i Levy se n’erano andati da poco. Bicchieri, bottiglie e piatti di noccioline erano posati su un tavolo all’estremità della piscina, dove c’era un gazebo o spogliatoio in cui erano appesi lampioncini giapponesi. Dopo aver percorso a nuoto la vasca, prese un bicchiere e si versò da bere. Era il quarto o il quinto bicchiere che beveva, e aveva già percorso a nuoto quasi la metà del fiume Lucinda. Si sentiva stanco, pulito, e contento di esser solo in quel momento, contento di tutto quanto.
Stava per arrivare un temporale. La formazione di nuvole cumuliformi si era alzata ed era divenuta più scura, e mentre era lì seduto udì di nuovo il rombo sordo del tuono. L’aereo da addestramento volteggiava ancora sopra la sua testa, e a Ned sembrava quasi di poter udire il pilota che rideva di piacere nella luce del pomeriggio, ma quando si udì un altro boato di tuoni, il pilota virò per far ritorno alla base. Si udì poi il fischio di una locomotiva, e Ned si domandò che ore erano. Le quattro? O le cinque? Pensò alla stazione a quell’ora, dove un cameriere con lo smoking coperto dall’impermeabile, una nana con un mazzo di fiori avvolti in carta di giornale, una donna con gli occhi rossi di pianto erano in attesa del treno locale. Improvvisamente si fece buio, era quello il momento in cui gli uccellini sembrano intonare tutti insieme un canto che è un acuto e riconoscibile annuncio del temporale che s’avvicina. Poi udì il piacevole rumore dell’acqua che scrosciava dalle fronde di una quercia dietro di lui, come se fosse stato aperto un rubinetto. Quel rumore d’acqua scrosciante gli arrivò poi dalle fronde di tutti gli alberi lì intorno. Ma perché amava tanto i temporali, perché lo eccitava il rumore delle porte spalancate dal vento e delle folate di pioggia che spazzavano violentemente le scale di casa, perché il semplice compito di chiudere le imposte di una vecchia casa gli sembrava così necessario e urgente, perché le prime note cristalline di un vento di tempesta avevano per lui il suono inconfondibile delle buone notizie, dell’allegria, della lieta novella? Poi si sentì un forte boato seguito dall’odore della cordite, e la pioggia investì i lampioncini giapponesi che la signora Levy aveva acquistato a Kyoto due anni prima, o era stato forse l’anno scorso?
Rimase nello spogliatoio dei Levy finché non fu passato il temporale. La pioggia aveva raffreddato l’aria, e Ned si senti percorrere da un brivido. La forza del vento aveva spogliato un acero di foglie rosse e gialle, che giacevano ora sparse sull’erba e nell’acqua. Essendo mezza estate, l’albero doveva essere malato, ma quel primo segnale dell’autunno gli diede una peculiare malinconia. Poi si riprese dal suo torpore, vuotò il bicchiere e si avviò verso la piscina dei Welcher. Per arrivarvi dovette attraversare la pista d’equitazione dei Lindley, e fu sorpreso di trovarla infestata da erbacce e senza gli ostacoli, che erano stati smontati. Si domandò se i Lindley avevano venduto i loro cavalli o se invece, dovendo partire per le vacanze estive, li avevano affidati a qualche scuderia. Gli sembrava di aver sentito dire qualcosa, a proposito dei Lindley e dei loro cavalli, ma non ricordava bene. Proseguì a piedi nudi sull’erba bagnata, fino alla casa dei Welcher, dove trovò che la loro piscina era stata prosciugata.
Questa interruzione nel flusso del suo corso d’acqua gli diede un assurdo senso di delusione, e si senti come un esploratore che si spinge alla ricerca delle sorgenti di un fiume e si trova invece davanti a un ramo morto. Era deluso e sconcertato. Era un fatto abbastanza normale che la gente se ne andasse via in estate, ma nessuno aveva mai prosciugato la piscina. I Welcher dovevano essere andati via definitivamente. I mobili del giardino erano stati piegati, ammucchiati e coperti con tela cerata. Anche la cabina era chiusa a chiave, così come tutte le finestre della casa, e quando arrivò al vialetto d’accesso davanti alla casa vide un cartello con la scritta IN VENDITA inchiodato a un albero. Quando aveva sentito l’ultima volta i Welcher, quand’era stato, cioè, che lui e Lucinda avevano ricevuto uno sgradito invito a cena in casa loro? Sembrava soltanto una settimana o due prima. Era la sua memoria che vacillava, o era il fatto che avendola esercitata a rimuovere i ricordi sgradevoli, il suo senso della realtà era ora offuscato? Poi udì in lontananza il rumore di una partita di tennis. Quel rumore lo rallegrò, spazzò via le sue apprensioni e gli consentì di considerare con indifferenza il cielo coperto e l’aria più fredda. Quello era il giorno in cui Neddy Merrill aveva attraversato a nuoto tutta la contea, che giornata! E così si avvio a compiere il suo trasbordo più difficile.

Se quel pomeriggio qualcuno avesse fatto una gita domenicale, avrebbe potuto vederlo, seminudo, ai margini della strada statale 424, in attesa che si presentasse l’occasione di attraversarla. E si sarebbe domandato allora se quell’uomo era vittima di qualche scherzo di cattivo gusto, se la sua auto si era rotta, o se era semplicemente un pazzo. Lì, a piedi scalzi tra le immondizie dell’autostrada, tra lattine di birra, stracci e pezzi di pneumatici scoppiati, esposto a ogni sorta di ridicolo, Ned era una figura patetica. Già al momento della partenza sapeva che quel tratto di strada, segnato sulla sua cartina, faceva parte del percorso, ma una volta giunto davanti a quelle file di auto che si snodavano nella luce d’estate, si era trovato impreparato. Si era visto deriso, beffeggiato, bersagliato perfino da una lattina di birra, e non aveva né la dignità, né il senso dell’umorismo sufficienti per far fronte alla situazione. Sarebbe potuto tornare indietro, a casa dei Westerhazy, dove Lucinda doveva essere ancora distesa al sole. Non aveva firmato niente, non aveva giurato niente, non aveva sottoscritto impegni con nessuno, nemmeno con se stesso. E perché, allora, pur convinto com’era che tutto l’orgoglio umano doveva essere subordinato al buonsenso, non era capace di voltarsi e di tornare indietro? Perché era così deciso a portare a termine il suo viaggio, anche se ciò poteva mettere a repentaglio la sua stessa vita? Quand’era successo che quel gioco, quello scherzo, quell’esibizione erano divenuti una cosa seria? Non poteva tornare indietro, e non riusciva nemmeno a ricordare chiaramente l’acqua verde della piscina dei Westerhazy, la sensazione che aveva provato di respirare le componenti di quella giornata, le voci rilassate degli amici che dicevano di aver bevuto troppo. Nello spazio di un’ora, più o meno, aveva percorso una distanza che rendeva impossibile il suo ritorno.
Un vecchio che arrancava sull’autostrada a venti all’ora lo lasciò passare e poté arrivare così allo spartitraffico erboso in mezzo alla strada. Lì si trovò esposto al ridicolo degli automobilisti diretti verso nord, ma dopo una quindicina di minuti riuscì ad attraversare anche quella carreggiata. Da lì il tragitto era breve fino al centro di ricreazione alla periferia del villaggio di Lancaster, dove c’erano alcuni campi per la pallamano e una piscina pubblica.
L’effetto delle voci sull’acqua, l’illusoria impressione di allegria e di attesa, erano gli stessi che aveva avvertito in casa dei Bunker ma qui i suoni delle voci erano più forti, aspri e acuti, e non appena entrò nel recinto affollato della piscina si trovò davanti ai suoi regolamenti da caserma: TUTTI I BAGNANTI DEVONO FARE LA DOCCIA PRIMA DI ENTRARE IN ACQUA. TUTTI I BAGNANTI DEVONO LAVARSI I PIEDI. TUTTI I BAGNANTI DEVONO PORTARE APPESA LA MEDAGLIETTA DI RICONOSCIMENTO. Fece la doccia, si lavò i piedi con una soluzione lattiginosa dall’odore amarognolo, poi si fece strada verso il bordo della vasca, che puzzava di cloro e gli sembrava una fogna. Due bagnini in cima a una torretta soffiavano nei loro fischietti da poliziotti a intervalli che sembravano regolari e insultavano i bagnanti attraverso gli altoparlanti. Neddy pensò con nostalgia all’acqua color zaffiro della piscina dei Bunker e si disse che in quest’acqua poteva anche contaminarsi, compromettere il suo aspetto florido e seducente, ma poi si ricordò di essere un esploratore, un pellegrino, e pensò che quella era soltanto un’ansa stagnante del grande fiume Lucinda. Allora si tuffò, storcendo il naso con disgusto, in quell’acqua che puzzava di cloro, nuotando con la testa fuori per evitare collisioni, ma nonostante ciò fu continuamente urtato, investito e spruzzato dagli altri bagnanti. Quando arrivò dove l’acqua era più bassa, udì che i due bagnini stavano gridando al suo indirizzo: “Ehi tu, tu che non hai la medaglietta, esci subito dall’acqua!” Ned usci, ma i bagnini non avevano la possibilità di inseguirlo, e allora se ne andò, in mezzo a quella puzza di olio abbronzante e di cloro, scavalcò una palizzata e usci passando attraverso i campi di pallamano. Attraversata la strada, entrò nel bosco della proprietà degli Halloran. Il bosco non era stato pulito, ed era difficile e insidioso camminare lì a piedi nudi, ma alla fine arrivò al prato e alla siepe ben potata che circondava la piscina.
Gli Halloran erano due anziani coniugi immensamente ricchi, che sembravano compiacersi al sospetto che li circondava di essere comunisti. Erano ardenti riformatori, questo sì, ma non comunisti, tuttavia quando erano accusati di essere sovversivi, come talvolta succedeva, ne sembravano compiaciuti ed elettrizzati. La siepe di faggi era ingiallita, e Ned pensò che anch’essi fossero malati come l’acero di Levy. Chiamò gli Halloran ad alta voce, per avvertirli del suo arrivo e per farsi perdonare in qualche modo quell’intrusione nella loro intimità. Per qualche motivo che non gli avevano mai spiegato, gli Halloran non indossavano costumi da bagno, un vezzo che era davvero inspiegabile, anche se il loro nudismo era forse un aspetto del loro irriducibile ardore riformatore. Ned si spogliò educatamente dei suoi calzoncini da bagno prima di varcare un passaggio della siepe.
La signora Halloran, una donna robusta con i capelli bianchi e un volto sereno, stava leggendo il Times, mentre suo marito era intento a togliere dall’acqua le foglie di faggio con un grande retino. Non sembrarono né sorpresi né dispiaciuti di vederlo arrivare. La loro piscina, forse la più vecchia della zona, era un rettangolo di pietra alimentato da un ruscello. Non aveva filtro né pompa, e la sua acqua aveva l’opaco colore dorato del corso d’acqua.
“Sto attraversando a nuoto la contea” annunciò Ned.
“Non sapevo che fosse possibile” osservò la signora Halloran.
” Io ce l’ho fatta fin dalla casa dei Westerhazy” dichiarò Ned. “Devono essere cinque o sei chilometri”.
Lasciò i suoi calzoncini sul bordo dell’acqua più alta, andò a piedi dov’era più bassa, poi fece a nuoto la vasca. Mentre si stava issando fuori dall’acqua udì la signora Halloran che diceva: “Ci è dispiaciuto immensamente sapere di tutte le tue disgrazie, Neddy”
“Le mie disgrazie?”; domandò Ned. “Non capisco di che cosa parli”.
“Be’ abbiamo saputo che hai venduto la casa e che le tue povere bambine…”
“Non ricordo proprio di aver venduto la casa” replicò Ned. “E in quanto alle ragazze, sono a casa”.
“Già” sospirò la signora Halloran. “Già…” La sua voce riempiva l’aria di una malinconia fuori stagione, e Ned le disse allora in tono brusco: “Bene; grazie della nuotata.”
“Buon viaggio”; lo salutò la signora Halloran.
Oltrepassata la siepe, si infilò i calzoncini e li legò, ma gli erano larghi, e si domandò allora se, nell’arco di un solo pomeriggio, potesse aver perso peso. Aveva freddo e si sentiva stanco, e oltre a ciò la nudità degli Halloran e l’acqua opaca della loro piscina lo avevano depresso. Era una nuotata troppo lunga per le sue forze, ma come avrebbe potuto prevederlo quel mattino, mentre scivolava giù per la ringhiera e quando stava disteso al sole in casa dei Westerhazy? Sentiva le braccia fiacche, le gambe molli, le giunture che dolevano. Peggio ancora era il freddo che sentiva nelle ossa, insieme con la sensazione che non sarebbe mai più riuscito a riscaldarsi. Le foglie cadevano intorno a lui, e a un tratto sentì nel vento l’odore di legna bruciata. Chi poteva bruciare legna in quella stagione dell’anno?
Sentiva il bisogno di bere qualcosa. Un bicchiere di whiskey l’avrebbe riscaldato, l’avrebbe tirato su di morale, gli avrebbe dato le forze per compiere l’ultimo tratto del suo viaggio, avrebbe rinvigorito la sua idea che quella di attraversare a nuoto tutta la contea era un’impresa valorosa e originale. Anche quelli che attraversavano a nuoto la Manica bevevano bicchierini di brandy. Aveva proprio bisogno di uno stimolante. Attraversò il prato davanti alla casa degli Halloran e percorse poi il vialetto che portava alla casa che essi avevano fatto costruire per la loro unica figlia Helen, e suo marito Bric Sachs. I Sachs avevano una piscina piccola, e Ned li trovò lì accanto.
“Oh, Neddy!”; esclamò Helen. “Sei stato a pranzo da mia madre?”
“Non proprio” rispose lui. “Mi sono fermato a salutare i tuoi genitori” Sembrava una spiegazione più che sufficiente. “Mi dispiace terribilmente di arrivare in questo modo, ma sono gelato e mi chiedevo se mi avreste dato qualcosa da bere”
“Molto volentieri, rispose Helen,” ma non c’è più niente da bere in questa casa da quando Eric è stato operato, tre anni fa”.
Ned si domandò se stava perdendo la memoria, se quella sua capacità di rimuovere i fatti spiacevoli gli aveva fatto dimenticare che aveva venduto la casa, che le sue figlie erano in difficoltà, che quel suo amico era stato malato. Il suo sguardo si spostò dal volto di Eric al suo addome, dove vide tre pallide cicatrici suturate, due delle quali lunghe almeno una trentina di centimetri. L’ombelico era scomparso, e Neddy si domandò che sensazione avrebbe provato una mano nel toccare i propri attributi nel letto, alle tre del mattino, e nel sentire una pancia senza ombelico, senza legami con la nascita, un’interruzione nella successione della specie?
“Sono sicura però che troverai da bere in casa dei Biswanger” soggiunse Helen. “Stanno facendo un gran baccano, si può sentirlo anche da qui, ascolta!”
Helen sollevò una mano, e al di là della strada, dei prati, dei giardini, dei boschi, dei campi, Ned udì di nuovo il suono squillante delle voci sull’acqua. “Be’ farò un bagno” disse, sentendosi ancora vincolato alla scelta del suo percorso. Si tuffò nell’acqua fredda della piscina dei Sachs, e annaspando, correndo il rischio di annegare, riuscì ad attraversarla da un capo all’altro. “Lucinda e io abbiamo un’enorme voglia di vedervi” disse poi accomiatandosi, e voltando appena la testa, che era già rivolta verso la casa dei Biswangen “Ci dispiace che sia passato tanto tempo, e sicuramente ci faremo sentire molto, molto presto.”
Attraversò alcuni campi, verso la casa dei Biswanger e i rumori della festa che venivano da là. Sarebbero stati onorati di offrirgli qualcosa da bere, ne sarebbero stati davvero felici. I Biswanger invitavano a cena lui e Lucinda quattro volte all’anno, con sei settimane d’anticipo, e ogni volta venivano snobbati, eppure continuavano a invitarli, incapaci di comprendere le rigide e antidemocratiche regole della loro società. Erano quel tipo di persone che durante i cocktail discutono di prezzi, che a cena si scambiano informazioni sul mercato, che raccontano barzellette sporche dopo cena all’insieme degli invitati d’ambo i sessi. Non appartenevano all’ambiente di Neddy, e non erano nemmeno compresi nell’elenco degli auguri di Natale di Lucinda. Ned si avviò verso la loro piscina con una sensazione d’indifferenza, di degnazione e anche un po’ d’imbarazzo, perché sembrava farsi buio, e quelle erano le giornate più lunghe dell’anno. La festa era molto rumorosa e affollata. Grace Biswanger era quel tipo di padrona di casa che invitava gente di tutti i tipi, l’optometrista, il veterinario, l’agente immobiliare o il dentista. Nessuno era nella piscina, e il crepuscolo che si rifletteva nell’acqua aveva un bagliore invernale. Poi Ned vide il bar e si avviò in quella direzione. Quando Grace Biswanger lo vide, si diresse verso di lui, ma non aveva l’espressione cordiale che lui aveva diritto di aspettarsi, bensì un’aria bellicosa.
“Ehi, in questa festa c’è proprio di tutto” esclamò ad alta voce, “compresi quelli che violano i domicili privati”
Non sarebbe mai riuscita, però, a mortificarlo pubblicamente su questo non c’era dubbio, e Ned non batté ciglio. “Uno che viola i domicili privati” domandò garbatamente, “si merita almeno qualcosa da bere?”
“Accomodati” rispose lei. “Non sembra che fai molto caso agli inviti”
Poi gli voltò le spalle per andare a raggiungere alcuni invitati, mentre Ned andava al bar a ordinare un whiskey. Il barista glielo servì, ma con fare sgarbato. Era un mondo, il suo, in cui i camerieri tenevano un aggiornato registro sociale, e quell’umiliazione da parte di un barista affittato significava uno scadimento del suo rango sociale. Ma forse quell’uomo era nuovo dell’ambiente e non era beninformato. Poi Ned udì Grace che diceva alle sue spalle: “Sono andati in bancarotta da un giorno all’altro, ora non hanno altro che il reddito, e lui è arrivato qui una domenica, ubriaco, e ci ha chiesto di prestargli cinquemila dollari…” Era una donna che parlava sempre di soldi, peggio di uno che mangia i piselli col coltello. Ned si tuffò nella piscina, l’attraversò a nuoto e poi se ne andò.
La successiva piscina del suo elenco, la terz’ultima, era quella di una sua ex amante, Shirley Adams. Se era stato maltrattato a casa dei Biswanger, lì Ned avrebbe trovato consolazione. L’amore, anzi l’esaltazione dei sensi, sarebbe stato il miglior elisir, l’analgesico, la pillola colorata che avrebbe restituito elasticità ai suoi movimenti e gioia al suo cuore. Avevano avuto una relazione la settimana prima, o forse un anno prima, lui non ricordava bene. Era stato lui a troncarla, il coltello dalla parte del manico l’aveva lui, e mentre varcava il cancello del muro di recinzione della piscina sentiva dentro di sé soltanto una grande sicurezza. Sembrava, in un certo senso, che quella piscina gli appartenesse, perché gli amanti, in particolare gli amanti clandestini, posseggono le cose dei loro spasimanti con un’autorità che è sconosciuta nel sacro vincolo del matrimonio. Shirley era lì, con i suoi capelli color rame, ma la sua figura, ai bordi della lucente acqua cerulea, non suscitava in lui profondi ricordi. Era stata una faccenda superficiale, ricordava Ned, anche se lei aveva pianto quando lui l’aveva troncata. Sembrò sconcertata, nel vederlo, e lui si domandò se era ancora offesa. Dio non voglia, si sarebbe messa a piangere di nuovo?
“Che cosa vuoi?” gli domandò.
“Sto attraversando a nuoto la contea” le spiegò lui.
“Oh, Cristo. Ma tu non crescerai mai?”
“Be’ che cosa ti prende?”
“Se sei venuto per soldi” rispose lei, “non ti darò nemmeno un altro centesimo”
“Potresti darmi qualcosa da bere.”
“Potrei, ma non voglio. Non sono sola.”
“Be’ passavo solo di qui.”
Si tuffò nella piscina e l’attraversò a nuoto, ma quando tentò di issarsi sul bordo, si accorse che non aveva più forza nelle braccia e nelle spalle, e pian piano raggiunse la scaletta e la salì. Voltandosi a guardare dietro di sé, vide un giovanotto nello spogliatoio illuminato. E mentre attraversava il prato già buio senti nell’aria l’odore di crisantemi o delle calendule, qualche persistente odore autunnale, penetrante come quello del gas. Alzando lo sguardo, vide che le stelle erano già spuntate, ma perché gli sembrava di vedere Andromeda, Cefeo e Cassiopea? Dov’erano finite le costellazioni di mezza estate? E allora gli venne da piangere.
Era forse la prima volta che piangeva, nella sua vita di adulto, e sicuramente era la prima che si sentiva così infelice, infreddolito, stanco e sgomento. Non riusciva a comprendere la maleducazione del barista, né i modi sgarbati di un’amante che era andata da lui in ginocchio, bagnandogli i pantaloni delle sue lacrime. Ecco di che cosa aveva bisogno, di qualcosa da bere di compagnia e di vestiti puliti e asciutti, ma anche se sarebbe potuto arrivare direttamente a casa sua tagliando la strada, si diresse invece verso la piscina dei Gilmartin. E qui, per la prima volta in vita sua, non si tuffò in acqua, ma scese la scaletta nell’acqua gelida e con le lente bracciate laterali che aveva imparato da principiante, nuotò attraverso la piscina. Poi si trascinò barcollando fino alla casa dei Clyde, e percorse anche la loro piscina, fermandosi continuamente a riposare con la mano sul bordo. Quando salì la scaletta, si domandò se ce l’avrebbe fatta a ritornare a casa. Aveva fatto quello che si era proposto, aveva attraversato a nuoto la contea, ma ora era così inebetito dallo sforzo che il suo trionfo gli appariva senza senso. Curvo, aggrappandosi ai paletti del cancello per sostenersi, imboccò finalmente il vialetto che conduceva a casa sua.
Trovò la casa immersa nel buio. Era così tardi che erano andati tutti a letto? Forse Lucinda si era fermata a cena a casa dei Westerhazy? E le ragazze l’avevano raggiunta lì o erano andate in qualche altro posto? Non erano d’accordo di rifiutare la domenica tutti gli inviti per rimanere a casa? Provò ad aprire le porte del garage per vedere quali auto erano dentro, ma le porte erano chiuse a chiave, e sulle mani gli rimase la ruggine delle maniglie. Mentre andava verso la porta di casa, vide che la violenza del temporale aveva strappato un tratto di grondaia che ora pendeva sopra la porta come la bacchetta di un ombrello. L’avrebbe fatta aggiustare il mattino dopo. La casa era chiusa a chiave, e pensò che doveva averla chiusa qualche stupida cuoca o cameriera, finché non ricordò che già da un po’ di tempo non avevano più cuoche e cameriere. Gridò, batté con i pugni sulla porta, tentò di abbatterla a spallate, e poi, guardando attraverso le finestre, vide che la casa era disabitata.

 

* * *

 

Da Clarence: la recensione dell’8.3.2001

John Cheever – Il nuotatore – Fandango Libri
di GIUSEPPE GENNA

Fandango, sotto la guida di Sandro Veronesi, edita un piccolo capolavoro di John Cheever, dimenticatissimo autore statunitense che poteva ragionevolmente aspirare ad avere la notorietà mondiale che ebbe – postuma ma debordante – Raymond Carver. I racconti di Cheever ebbero una popolarità vastissima negli States e rilanciarono il genere breve, che l’editoria aveva snobbato con un cieco e ingiustificato pregiudizio di mercato, peraltro andato miseramente a vuoto. Cheever pubblicò i suoi racconti, per anni, su testate importanti della stampa americana, dal New Yorker a Esquire, fino alla leggendaria raccolta in libro del 1978, che intitolò The Stories of John Cheever e che, venduto in ottocentomila copie, gli valse il Pulitzer. Fu un caso editoriale ma non solo. L’intera tradizione letteraria americana fu riassettata da Cheever nel solco di Hemingway e di Fitzgerald, e incominciò a figliare senza posa, negli Ottanta, talenti su talenti, dallo stesso Carver a Bret Easton Ellis, da Leavitt all’insospettabile Foster Wallace. Cheever è a tutti gli effetti la strozzatura di una clessidra, attraverso cui scorre il flusso di una tradizione per allargarsi in un nuovo e diverso spazio, che comporterà esiti sorprendenti e assai diversi tra loro per natura e specificità.
Fandango inizia la selezione dei racconti di Cheever con Il nuotatore, noto qui in Italia (dove l’autore americano non ha mai attecchito) per la versione cinematografica che ha per protagonista uno statuario e postmoderno Burt Lancaster. Neddy Merril individua nel suo quartiere altoborghese un fiume occulto: è un corso d’acqua composto da piscine private, che si scaldano al sole nei giardini delle ville monofamiliari degli abbienti vicini di Ned. Il quale decide di farsi a nuoto l’intero percorso di acqua al cloro, trapassando in interni sempre più inquietantemente soffocanti, tra tuffi che lo estenuano moralmente più che fisicamente, fino all’agnizione finale del ritorno a casa sua, una dimora eticamente devastata dall’esperienza del trapasso che, a Neddy, è costata l’integrità della sua visione del mondo.
Sorprendentemente la prefazione di Fernanda Pivano è bellissima e non rovina in nulla la lettura dei racconti di Cheever (esiziale, in altre occasioni, la voce della Nanda: per esempio nella prefazione a Fight Club di Palahniuk). E’ la Pivano a riesumare una citazione su Cheever dal New Yorker: “Cheever ha in comune con Checov l’eleganza, il calore, lo humor, un occhio infallibile per le assurdità del mondo e i difetti e le debolezze del genere umano”. Sembra di leggere il ritratto di Carver. E’ una verità che consegniamo a chi di Cheever poco o nulla sapeva.

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Richiesta a sondaggio ai Miserabili Lettori: quale editore eventualmente per il Miserabile Scrittore?

Detto che non è affatto detto che i libri del sottoscritto interessino ad alcuno degli editori qui sotto elencati, avendo terminato il medesimo sottoscritto il suo contratto con Mondadori, si chiede ai Miserabili Lettori quale sarebbe l’editore ideale per i libri del Miserabile Scrittore. E’ un gioco, null’altro. Va tenuto presente che, dall’anno prossimo, torno in possesso di tutti i libri attualmente in Mondadori, tra cui Nel nome di Ishmael e gli altri thriller, che bisogna valutare se pubblicare presso collane economiche oppure sul Web.

Secondo te, quale sarebbe l’editore ideale per i libri del Miserabile Scrittore?
Einaudi
Einaudi Stile Libero
Guanda
Longanesi
Feltrinelli
Bompiani
Rizzoli
Marsilio
Baldini Castoldi Dalai
minimum fax
Un editore grosso per certi romanzi, un editore piccolo per altri
          
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Montefoschi e Affinati: Malcolm Lowry

Quel vulcano di Lowry, anticamera dell’inferno
L’autodistruzione dello scrittore nel più famoso dei suoi romanzi
di GIORGIO MONTEFOSCHI
[dal “Corriere della Sera” – 23 ottobre 2007]

88-07-83011-6Mezzo secolo fa, nel giugno del 1957 – era nato in Inghilterra nel 1909 – dopo una breve vita distrutta dall’alcol, trascorsa in Messico, Europa e America, moriva, per un attacco dovuto all’etilismo, lo scrittore inglese Malcolm Lowry. È l’autore di uno dei più importanti romanzi del ‘900, Sotto il vulcano, nel quale si narra l’ultima giornata di un ex console britannico, Geoffrey Firmin – pure lui alcolizzato, abbandonato dalla moglie Yvonne – vera e propria controfigura dello scrittore. Al pari di altri romanzi che hanno per confine un arco limitato di tempo, anche Sotto il vulcano ha l’ambizione di proporsi come romanzo iniziatico, e di comprendere ogni aspetto dell’ esistenza umana: felicità e disperazione, oscurità dell’abisso e ordine luminoso delle costellazioni, amore e tradimento, abiezione e salvezza, distacco e ritorno, pietà e indifferenza, odio e perdono.
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Michele Ranchetti: su Uwe Johnson

Dalla prefazione che Michele Ranchetti ha scritto per l’edizione Feltrinelli di I giorni e gli anni:

johnsonuwe5Alla pubblicazione dei primi tre volumi di Jahrestage (il quarto uscirà dopo alcuni anni) Hans Mayer, che aveva già riconosciuto nel giovanissimo allievo Uwe Johnson il carattere del genio, scriveva che pensare di citare o di alludere a parti del libro o di riassumerne i tratti sarebbe insensato: occorreva “darsi” a Johnson, così come avviene per Proust, oppure lasciar perdere. Questo giudizio di uno dei maggiori critici letterari del secolo deve essere tenuto presente da chi affronta il primo volume, ora ripubblicato in una traduzione diversa e appassionata (una traduzione d’autore, e per questo per nulla neutrale), di uno dei testi maggiori della letteratura tedesca del Novecento.

Occorre lasciarsi prendere e non opporre una distanza prudente, dettata da diverse ragioni e favorita, forse, dal tempo lento della scrittura, dall’apparente sopravvalere di particolari sul filo della narrazione, da tracce di percorsi che appaiono non necessari o fuorvianti. Ma la bravura dello scrittore ha presto il sopravvento, per la sua capacità di catturare l’attenzione e soprattutto di imprimere al racconto il segno di una strategia a cui, appunto, ci si deve e ci si vuole affidare. Johnson parte da un paesaggio, e da alcune figure: un inizio che corrisponde a una sorta di ingrandimento di un particolare. Si avverte subito, dalla descrizione minuta dei luoghi e delle figure, che l’ambizione dello scrittore non ha limiti, che il suo proposito di condurci per mano entro una storia in cui confluisce e si riconosce la storia del nostro tempo è dettato da una necessità non solo “letteraria”. Si percepisce, dalle prime pagine, che la storia che ci viene offerta è una storia che riguarda il lettore, che finirà per seguire il racconto per volerne sapere di più, tramite le vicende di Gesine e di Marie e dei Cresspahl, di se stesso e dei tempi in cui è vissuto. La sua partecipazione non sarà solo emotiva, avrà il carattere di un’esperienza privata che si aggiunge a quella dei personaggi sino a fargli dubitare del carattere immaginario delle vicende e a cercare di trovare conferme della loro esistenza reale nelle esperienze della propria vita.

Johnson è un uomo del suo tempo, che ha voluto prendere atto di quanto avveniva attorno a lui, senza scegliere ciò che sembrava rilevante. In un certo senso non è un narratore che sostituisce caratteri immaginari a caratteri e personaggi reali: è piuttosto un testimone. Di parte, perché è persuaso, sin dall’origine della sua attività di scrittore, che i nessi delle esistenze individuali non sono dettati dal caso, ma da circostanze precise, mentre le motivazioni dei comportamenti dipendono da esigenze vitali in gran parte ricostruibili e da forze economiche e politiche non oscure e misteriose, almeno fino a un certo limite. È persuaso, in particolre, più che della dipendenza del singolo dalle circostanze e più ancora dalle ragioni di esse, di una interferenza fra i singoli e le loro esistenze, in una circolarità di motivazioni e di cause. In un certo senso, le storie che si intrecciano in Jahrestage non seguono un disegno superiore, non obbediscono a una volontà primaria, sono occorrenze individuali connesse tra di loro: la storia che esse compongono, però, è anche la storia del nostro tempo. Johnson ha introdotto nella sua storia, immaginaria e reale (non realistica) insieme, alcune figure sin dal suo primo romanzo, quelle Congetture su Jakob che l’hanno fatto conoscere già dalla prima prova come uno dei più singolari scrittori della giovane letteratura tedesca. Gesine, Jakob e altri hanno così iniziato il loro itinerario.

Ma prima, nel romanzo pubblicato postumo rifiutato da Peter Suhrkamp, Ingrid Babendererde, erano in qualche modo già presenti e lo saranno sino all’ultima pagina pubblicata in vita e pure negli scritti postumi. È una forma di leggenda e di saga, una narrazione nella quale autore e personaggi conducono vite parallele in un equilibrio difficile che finirà per spezzarsi. Johnson infatti, nel 1975, nel corso della stesura di Jahrestage verrà a sapere di una relazione di sua moglie Elisabeth precedente al matrimonio. Sarà la stessa Elisabeth a confessarlo. ma da questa rivelazione di un tradimento in un tempo diverso da quello della sua vita affettiva, Johnson autore e scrittore elaborerà una sorta di dubbio che si riverbererà nelle sue conseguenze tragiche: l’abbandono della famiglia e la crisi della scrittura. In un certo senso, Johnson identificherà senza più distinguerle la sua vita e la sua narrazione. E ne riferirà in alcune conferenze tenute a Francoforte e poi edite in un volume con il titolo Begleitumstände. Johnson è scrittore colto e scrupoloso: la sua informazione sui luoghi e le storie della sua narrazione dipende e si affida a una conoscenza meticolosa delle fonti: nella sua biblioteca, ora trasferita in una fondazione a Francoforte, figuravano carte geografiche, atlanti, orari ferroviari, un’enorme quantità di ritagli di giornali locali, raccolte complete di periodici. Per la composizione dei soggiorni americani dei suoi personaggi (ma lo stesso Johnson trascorrerà lunghi periodi a New York) si avvarrà del “New York Times” che diviene quasi una figura di accompagnamento, in una scansione quotidiana delle vicende: tutto serve e tutto appartiene alla narrazione. Per questo, confrontare l’opera di Johnson con i romanzi di altri autori contemporanei (e anche con quelli dell’amico Grass) è riduttivo, perché significa iscriverla in un genere, la narrativa, a cui intende sottrarsi; a conferma, i contrasti fra Johnson e Max Frisch, che si tradurranno nell’inquietante Skizze eines Verunglückten (“L’infortunato”), derivano da un’etica diversa da quella letteraria. Johnson rimproverava a Frisch di essersi valso di una propria vicenda privata per fare di essa un’opera d’arte e quindi sfuggendo a una responsabilità diretta, umana, nei confronti della persona reale. Ma quest’accusa testimonia della volontà di Johnson di imprimere alla sua attività letteraria il carattere seppur “fittizio” di verità storica.

I quattro volumi di Jahrestage non hanno confronti nella letteratura non solo tedesca. Anche i riferimenti ai Buddenbrook e all’opera di Faulkner (autore ben noto e venerato dal giovane Johnson) per l’invenzione del luogo immaginaria a cui ricondurre la storia del mondo in parallelo con l’immaginario Jerichow, possono offrire solo una traccia labile. Johnson vuole fornire un esempio di ricerca storica in una narrazione nella persuasione che solo una forma mista di invenzione e ricordo e di interferenza reciproca fra reale e immaginario corrisponda ai modi della esperienza reale del tempo e in particolare del presente nella vita del singolo. Concorrono alla formazione di questo suo “genere” storico-letterario i modelli della filosofia di Adorno e degli scritti di Benjamin, ossia esempi al di fuori della letteratura d’invenzione. Concorrono anche problemi e fatti della storia della Germania, della sua adolescenza e della sua prima maturità di scrittore: la distinzione fra le due Germanie (Johnson passerà dall’Est all’Ovest ma conserverà sempre la necessità di un’intelligenza storica delle ragioni della differenza e del giudizio su di essa), i moti studenteschi, la tragedia della guerra del Vietnam e soprattutto del suo segno indelebile sulle coscienze, il sospetto e poi la crescente certezza di una rete di spionaggio che opera in tutte le direzioni senza un’apparente motivazione quasi per invalidare ogni percorso individuale (“Ma Jakob ha sempre attraversato i binari” è l’indimenticabile incipit del primo libro di Johnson) e ogni destino. L’invalidazione della testimonianza nella vita reale dell’autore, la crisi del rapporto affettivo provocata dalla rottura della fedeltà si trasferiscono nella narrazione: rimane la straordinaria testimonianza di una congettura che si fa storia in uno dei più grandi libri del secolo.