Montefoschi e Affinati: Malcolm Lowry

Quel vulcano di Lowry, anticamera dell’inferno
L’autodistruzione dello scrittore nel più famoso dei suoi romanzi
di GIORGIO MONTEFOSCHI
[dal “Corriere della Sera” – 23 ottobre 2007]

88-07-83011-6Mezzo secolo fa, nel giugno del 1957 – era nato in Inghilterra nel 1909 – dopo una breve vita distrutta dall’alcol, trascorsa in Messico, Europa e America, moriva, per un attacco dovuto all’etilismo, lo scrittore inglese Malcolm Lowry. È l’autore di uno dei più importanti romanzi del ‘900, Sotto il vulcano, nel quale si narra l’ultima giornata di un ex console britannico, Geoffrey Firmin – pure lui alcolizzato, abbandonato dalla moglie Yvonne – vera e propria controfigura dello scrittore. Al pari di altri romanzi che hanno per confine un arco limitato di tempo, anche Sotto il vulcano ha l’ambizione di proporsi come romanzo iniziatico, e di comprendere ogni aspetto dell’ esistenza umana: felicità e disperazione, oscurità dell’abisso e ordine luminoso delle costellazioni, amore e tradimento, abiezione e salvezza, distacco e ritorno, pietà e indifferenza, odio e perdono.
È un libro arduo: una sconvolgente discesa agli inferi; un cammino nelle tenebre, in fondo al quale non sappiamo se ci sarà redenzione. Ma è anche un libro meraviglioso, solenne, in cui è solenne tutto: sono solenni i due vulcani dal nome impronunciabile che dominano il villaggio messicano; è solenne la natura; sono solenni gli uragani; è solenne il gesto tremante, paragonabile soltanto a quello di alcuni personaggi particolarmente derelitti di Dickens, col quale il console si porta il bicchiere del mescal alle labbra; è solenne il suo procedere incespicando; sono solenni gli animali; le maschere ottuse degli indios nelle taverne; è solenne la distanza dal cielo: tutto è solenne. È il mattino del Giorno dei Morti del 1939. Reduce da una colossale sbronza, Firmin, col suo abito stropicciato, continua a bere nell’ombra alcolica, «odorosa di cuoio» della fresca cantina che di solito lo accoglie. Poc’anzi, il lettore ha fatto conoscenza di una lettera straziante che lui stesso ha scritto a sua moglie e non ha mai spedito. La lettera si concludeva con una invocazione: «Per l’amor di Dio, Yvonne, ritorna a me, ascoltami, è un grido di pianto, torna a me Yvonne, non fosse altro che per un giorno soltanto…». Ora il console alza gli occhi: Yvonne è sulla soglia della cantina; è lì. «Non vuoi bere?» non sapendo cos’altro dire, le chiede. Lei risponde: «Dove sei stato tutto questo tempo? Ti ho scritto e scritto…». I due vanno a casa. Il console trema, traballa. Yvonne si sforza di non piangere. Lungo il percorso, non si sfiorano. Lui – in silenzio – le dice che in questo anno di separazione ha testardamente lottato contro il suo amore, e non c’ è riuscito. Lei – in silenzio, guardando il suo procedere traballante con pietà, rimprovero, e infinito amore – risponde: «Oh Geoffrey, perché non puoi tornare indietro? Dovrai continuare così, sempre così, a camminare in questa stupida tenebra, anche ora, là dove non posso raggiungerti?». A un tratto, in una vetrina, vedono la fotografia di una roccia millenaria della Sierra Madre spaccata a metà. In mezzo, c’ è l’abisso. Loro – pensa Yvonne, desiderando spasmodicamente di ricongiungere le due rocce – sono sugli orli di questo abisso. Sono arrivati a casa, intanto. Il giardino, che una volta era rigoglioso come il Giardino dell’ Eden, è nel caos. «Dove sono le mie camelie?» si lamenta Yvonne. Poi, sulla veranda – perlomeno così sembra, scrive Lowry – marito e moglie si abbracciano appassionatamente. Scrive ancora una cosa stupenda, Lowry, a segnalare il momento divino – wagneriano, possiamo dirlo – di questo abbraccio: «Chissà dove, dall’ alto del cielo, un cigno, trafitto, piombò sulla terra». Quindi, marito e moglie vanno in camera da letto. Lei è sotto le lenzuola, ha fatto il bagno. Lui siede sul bordo del letto. Prova a fare l’amore. È inutile. Vede la bottiglia del whisky. Si aggrappa alla bottiglia. Fugge, mentre le nuvole, sopra i vulcani immobili, gli dicono: «Bevi, bevi», e nel cielo ruotano gli avvoltoi che si insozzano della carne umana. «Bevi» ripetono, mentre l’ombra d’una stanchezza immensa, benefica, lo fa crollare nel sonno. Quando si ridesterà, con la letizia colpevole degli ubriachi negli occhi, e il pennello della barba in mano, il sole è al culmine. Sono entrati in scena i due uomini con i quali Yvonne, la donna «sempre in procinto di essere bellissima», lo ha tradito: un cineasta fallito, Jacques Laruelle; suo fratello, Hugh Firmin. Si forma una specie di compagnia di giro, con i personaggi che entrano ed escono, in attesa della liberazione finale da un incubo. L’orrore alcolico, incarnato in insetti orribili, nella luce schiantata del sole così lontana dal fardello cupo della coscienza, dà tregua al Console, ogni tanto. Ma, in queste pause, è il peso del passato che si insinua: la gelosia non sopita, l’incapacità del perdono. Yvonne sembra allegra, cammina con grazia: nessuno potrebbe immaginare il suo dolore. In silenzio, supplica: «Geoffrey, caro, non tremare, di che cosa hai paura?». Lei pure, adesso lo sappiamo, ha inviato delle lettere. In una è scritto: «La sera scivolo sotto le coltri e tu sei là che mi aspetti. Che altro c’ è nella vita oltre alla persona che si adora? Tu credi di essere perduto, ma non è così, perché gli spiriti della luce ti aiuteranno e ti porteranno verso l’alto, a dispetto di te stesso». Però, il console queste lettere non le ha lette. Le leggerà in ritardo. Perché nel cuore ha il buio, vuole tornare in inferno, e l’alcol lo perseguita, «come cupi immensi cavalloni sospinti ad avventarsi definitivamente sopra un piroscafo che affonda». È cominciato a piovere, nel frattempo. Il console si è perduto. È entrato in una chiesa, si è inginocchiato davanti alla Madonna dei diseredati che lo guardava a capo chino, e le ha chiesto più dolore, più purezza, senza ricevere conforto. Allora se n’è tornato alla taverna. Yvonne e Hugh lo cercano. Nella taverna ci sono dei mascalzoni. Uno di loro spara. Il console è morto. Fuori, invece, è scoppiato l’uragano. Una specie di Diluvio Universale: sradica gli alberi, copre i vulcani, copre tutto. Infatti, chi può guardare, adesso, le costellazioni eterne che «contemplano i diseredati e gli smarriti cercando di ritrovare la fede, navigando sopra le nubi o perduti in alto mare o ritti tra gli spruzzi sul castello di prua?». Chi, adesso, potrà leggere nel cielo, per chiedersi, ancora una volta, se in tutto questo c’è uno scopo, se esiste una forza che spinge quella «sublime macchina celeste?»

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L’ORO DI LOWRY
di ERALDO AFFINATI

792540775_8c35a90c17Seduti sul molo, bisognerebbe osservare i gabbiani mentre volano in tondo nell’aria marcia del tramonto. Spazzini del cielo. Cacciatori di stelle. Mi vennero in mente queste metafore, e tante altre ancora trovate come pepite d’oro fra le pagine di Malcolm Lowry, quando, qualche anno fa, giunsi sulla spiaggia di Dollarton dove il grande scrittore visse insieme a Margerie forse la sua stagione più bella. Fu lì che, staccandosi dal mondo con un taglio netto, simile a un’amputazione spirituale, scoprì qualcosa di se stesso capace di farlo sentire come un dio.
“Per quattordici anni – leggo in Salmi e canti (Feltrinelli, collana Le Comete, traduzione di Bruno Amato, 25 euro), una raccolta di scritti specie giovanili, ma soprattutto una straordinaria galleria di testimonianze umane – i due sposi abitarono in un capanno occupato abusivamente dalle parti di Vancouver, senza isolamento alle pareti ne una stufa per riscaldarsi”. Firmato Clarissa Lorenz, moglie di Conrad Aiken, il cui Blu Voyage tanto colpì la fantasia del giovane Malcolm da spingerlo a mettersi sulle tracce dell’ autore diventandone amico.
Lowry morì alcolizzato, quarantottenne, a Ripe (Sussex) nel 1957, come il protagonista di Caustico lunare, suo indimenticabile cartone romanzesco, ispirato a un ricovero volontario nel reparto psichiatrico dell’ospedale Bellevue di NewYork.
“Di buon mattino un uomo lascia una taverna del porto, con l’odore del mare nelle narici, e una bottiglia di whisky in saccoccia, scivolando sui ciottoli con la leggerezza di una nave che lascia il porto”. Inizia così, l’irresistibile racconto rimasto incompiuto.Dodici anni prima della morte di Lowry, Billy Wilder, in quello stupendo film che è I giorni perduti, parve preconizzarne la fine raccontando le vicende di uno scrittore in crisi il quale, inutilmente consolato da una donna, non trova di meglio che attaccarsi al bicchiere.
Fra i drammi etilici del nostro tempo (Dylan Thomas, 1953, New York; Brendan Behan, 1964, Dublino; Jack Kerouac, 1969, St. Petesburg, Florida; Luciano Bianciardi, 1971, Milano), quello di Lowry, in particolare, sembra richiamare la dissoluzione di Edgar Allan Poe che nel 1849 fu raccolto privo di sensi in una locanda di Baltimora e spirò al Washington Hospital pochi giorni dopo. Come l’autore dello Scarabeo d’oro, anche Malcolm Lowry parte da una base lirica. Non potrebbe neppure iniziare a scrivere se non fosse spinto da un’esplosiva carica d’energia vitale – un surplus di cui certi individui sono dotati e che il mondo antico probabilmente sapeva utilizzare meglio di quello moderno.
“Ventinove nuvole. Un uomo ventinovenne era già sui trent’anni. E lui aveva ventinove anni”: come dimenticare lo strepitoso grido cripto-dantesco di Hugh, nello sfolgorante capitolo sei di Sotto il vulcano (1947), una delle opere letterarie che ci consentono di interpretare il Ventesimo secolo con spirito meno triste del dovuto? “Twenty-nine clouds. At twenty-nine a man was in his thirtieth year. And he was twenty-nine”. Questa è una voce originale. Unica come può esserlo il verso della cicala. Il nitrito del cavallo. Il ruggito del leone. Ci senti dentro l’anima dell’uomo cui appartiene. Con quel romanzo, scampato alle fiamme di un incendio grazie al fortunoso recupero di chi lo compose, sembra che la macchina narrativa di James Joyce, talmente sofisticata e complessa da rischiare l’immobilità, riprenda a marciare. Il monologo di Molly segna il capolinea. Quello di Hugh la stazione di partenza.
Ricordo che i bambini cinesi giocavano vicino alla lapide commemorativa di Dollarton. Ero arrivato laggiù con un Sea-bus, catamarano d’altura che dal centro di Vancouver mi condusse a Nord, dall’altra parte della terraferma. Poi avevo preso due autobus verso Deep Cove prima di scendere sulla strada seguendo l’istinto. Mi ero buttato giù verso il mare illudendomi di ripercorrere lo stesso sentiero utilizzato da Malcolm per andare a prendere l’acqua. Ce lo dice lui stesso nell’ultimo racconto di Ascoltaci signore (uscito postumo nel 1961). Secondo la dottoressa Nyland, alias suor Agnes Cecilia, questo lungo diario “è la cosa più bella che Lowry abbia scritto”.
Ho riletto il testo e devo ammettere che, a mio parere, si tratta di un’affermazione tanto perentoria quanto giustificata. L’uomo dei boschi batte dieci a zero Katherine Mansfield giocando sul suo stesso terreno: il mare e gli uccelli, la sabbia e gli orizzonti perduti. In altre parole: tutto ciò che restava del romanticismo sul quale i padri inglesi, con le loro visioni di laghi e foreste, edificarono il sistema di valori da consegnare ai figli. Malcolm Lowry non ha più la fiducia rappresentativa di Rudyard Kipling: respinge la buona educazione britannica. Descrivere le piante non gli basta più. Questo scrittore con gli alberi ci parla. Il viaggio intorno al mondo che intraprende a vent’anni si rivela subito, come voleva essere, un passo falso nelle meraviglie esotiche. Ultramarina (1933), il libro che ne deriva, la sua tesi di laurea a Cambridge, commemora un’epoca ormai trascorsa per sempre. Quella dei coraggiosi capitani e degli intrepidi nostromi. Celebra la fine di ogni possibile linea d’ombra. È l’epitaffio di Joseph Conrad.
“Interiormente – sostiene Gerald Noxon – Malcolm era un uomo in fiamme”. Statura bassa, spalle larghe, forza eccezionale. Al tempo in cui divideva con Margerie il capanno sulla spiaggia, ogni mattina, cascasse il mondo, si tuffava nell’ oceano Pacifico a nuotare. Volendo, avrebbe potuto saltare in acqua direttamente dal pontile: pare lo facesse, quando veniva l’alta marea. I suoi occhi erano di un azzurro estremo, scandinavo. La madre infatti era figlia di norvegesi. Il padre un ricco commerciante che, con ogni probabilità, lo sostenne finanziariamente per tutta la vita. Lo scrittore ne aveva bisogno. Così come non avrebbe mai saputo rinunciare alla seconda moglie (la prima si chiamava Jan Gabrial: conosciuta in Spagna, non resse molto). Da solo non riusciva ad allacciarsi neppure le scarpe: lo testimoniò con affetto il dottor McNeill che lo ebbe in cura.
Oggi il capanno alla confluenza dell’Indian Arm non esiste più. Le famiglie, durante i fine settimana, portano i barbecue sulla spiaggia. Ma per fortuna le autorità non hanno consentito di costruire molto sulla costa. L’oceano entra dentro l’insenatura come un diavolo scatenato e si rabbonisce subito. Lowry si era ritirato su questo braccio di mare: a chi lo vide in quei giorni lontani fece l’effetto di un monaco alcolizzato. David Markson ne rammenta l’eleganza vagabonda: “Al posto della cintura si legava alla vita un pezzo di corda o una cravatta smessa”. Chi avrebbe potuto dire che Vancouver sarebbe diventata così importante per lui? La città degli Indiani, sentinella della Prateria, mitico capolinea della Canadian Pacifico In Buio come la tomba dove giace il mio amico, un altro manoscritto postumo dato alle stampe nel 1968, Malcolm recupera alcuni suoi vecchi versi nei quali ricorda il grigio Vancouver Bus Terminal, pieno di nomi da sogno: “Portland, New Orleans, Spokane, Chicago – e Los Angeles! Città degli angeli e della mia fortuna”.
Da Vancouver Malcolm Lowry conquistò il suo Messico.

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