Michele Ranchetti: su Uwe Johnson

Dalla prefazione che Michele Ranchetti ha scritto per l’edizione Feltrinelli di I giorni e gli anni:

johnsonuwe5Alla pubblicazione dei primi tre volumi di Jahrestage (il quarto uscirà dopo alcuni anni) Hans Mayer, che aveva già riconosciuto nel giovanissimo allievo Uwe Johnson il carattere del genio, scriveva che pensare di citare o di alludere a parti del libro o di riassumerne i tratti sarebbe insensato: occorreva “darsi” a Johnson, così come avviene per Proust, oppure lasciar perdere. Questo giudizio di uno dei maggiori critici letterari del secolo deve essere tenuto presente da chi affronta il primo volume, ora ripubblicato in una traduzione diversa e appassionata (una traduzione d’autore, e per questo per nulla neutrale), di uno dei testi maggiori della letteratura tedesca del Novecento.

Occorre lasciarsi prendere e non opporre una distanza prudente, dettata da diverse ragioni e favorita, forse, dal tempo lento della scrittura, dall’apparente sopravvalere di particolari sul filo della narrazione, da tracce di percorsi che appaiono non necessari o fuorvianti. Ma la bravura dello scrittore ha presto il sopravvento, per la sua capacità di catturare l’attenzione e soprattutto di imprimere al racconto il segno di una strategia a cui, appunto, ci si deve e ci si vuole affidare. Johnson parte da un paesaggio, e da alcune figure: un inizio che corrisponde a una sorta di ingrandimento di un particolare. Si avverte subito, dalla descrizione minuta dei luoghi e delle figure, che l’ambizione dello scrittore non ha limiti, che il suo proposito di condurci per mano entro una storia in cui confluisce e si riconosce la storia del nostro tempo è dettato da una necessità non solo “letteraria”. Si percepisce, dalle prime pagine, che la storia che ci viene offerta è una storia che riguarda il lettore, che finirà per seguire il racconto per volerne sapere di più, tramite le vicende di Gesine e di Marie e dei Cresspahl, di se stesso e dei tempi in cui è vissuto. La sua partecipazione non sarà solo emotiva, avrà il carattere di un’esperienza privata che si aggiunge a quella dei personaggi sino a fargli dubitare del carattere immaginario delle vicende e a cercare di trovare conferme della loro esistenza reale nelle esperienze della propria vita.

Johnson è un uomo del suo tempo, che ha voluto prendere atto di quanto avveniva attorno a lui, senza scegliere ciò che sembrava rilevante. In un certo senso non è un narratore che sostituisce caratteri immaginari a caratteri e personaggi reali: è piuttosto un testimone. Di parte, perché è persuaso, sin dall’origine della sua attività di scrittore, che i nessi delle esistenze individuali non sono dettati dal caso, ma da circostanze precise, mentre le motivazioni dei comportamenti dipendono da esigenze vitali in gran parte ricostruibili e da forze economiche e politiche non oscure e misteriose, almeno fino a un certo limite. È persuaso, in particolre, più che della dipendenza del singolo dalle circostanze e più ancora dalle ragioni di esse, di una interferenza fra i singoli e le loro esistenze, in una circolarità di motivazioni e di cause. In un certo senso, le storie che si intrecciano in Jahrestage non seguono un disegno superiore, non obbediscono a una volontà primaria, sono occorrenze individuali connesse tra di loro: la storia che esse compongono, però, è anche la storia del nostro tempo. Johnson ha introdotto nella sua storia, immaginaria e reale (non realistica) insieme, alcune figure sin dal suo primo romanzo, quelle Congetture su Jakob che l’hanno fatto conoscere già dalla prima prova come uno dei più singolari scrittori della giovane letteratura tedesca. Gesine, Jakob e altri hanno così iniziato il loro itinerario.

Ma prima, nel romanzo pubblicato postumo rifiutato da Peter Suhrkamp, Ingrid Babendererde, erano in qualche modo già presenti e lo saranno sino all’ultima pagina pubblicata in vita e pure negli scritti postumi. È una forma di leggenda e di saga, una narrazione nella quale autore e personaggi conducono vite parallele in un equilibrio difficile che finirà per spezzarsi. Johnson infatti, nel 1975, nel corso della stesura di Jahrestage verrà a sapere di una relazione di sua moglie Elisabeth precedente al matrimonio. Sarà la stessa Elisabeth a confessarlo. ma da questa rivelazione di un tradimento in un tempo diverso da quello della sua vita affettiva, Johnson autore e scrittore elaborerà una sorta di dubbio che si riverbererà nelle sue conseguenze tragiche: l’abbandono della famiglia e la crisi della scrittura. In un certo senso, Johnson identificherà senza più distinguerle la sua vita e la sua narrazione. E ne riferirà in alcune conferenze tenute a Francoforte e poi edite in un volume con il titolo Begleitumstände. Johnson è scrittore colto e scrupoloso: la sua informazione sui luoghi e le storie della sua narrazione dipende e si affida a una conoscenza meticolosa delle fonti: nella sua biblioteca, ora trasferita in una fondazione a Francoforte, figuravano carte geografiche, atlanti, orari ferroviari, un’enorme quantità di ritagli di giornali locali, raccolte complete di periodici. Per la composizione dei soggiorni americani dei suoi personaggi (ma lo stesso Johnson trascorrerà lunghi periodi a New York) si avvarrà del “New York Times” che diviene quasi una figura di accompagnamento, in una scansione quotidiana delle vicende: tutto serve e tutto appartiene alla narrazione. Per questo, confrontare l’opera di Johnson con i romanzi di altri autori contemporanei (e anche con quelli dell’amico Grass) è riduttivo, perché significa iscriverla in un genere, la narrativa, a cui intende sottrarsi; a conferma, i contrasti fra Johnson e Max Frisch, che si tradurranno nell’inquietante Skizze eines Verunglückten (“L’infortunato”), derivano da un’etica diversa da quella letteraria. Johnson rimproverava a Frisch di essersi valso di una propria vicenda privata per fare di essa un’opera d’arte e quindi sfuggendo a una responsabilità diretta, umana, nei confronti della persona reale. Ma quest’accusa testimonia della volontà di Johnson di imprimere alla sua attività letteraria il carattere seppur “fittizio” di verità storica.

I quattro volumi di Jahrestage non hanno confronti nella letteratura non solo tedesca. Anche i riferimenti ai Buddenbrook e all’opera di Faulkner (autore ben noto e venerato dal giovane Johnson) per l’invenzione del luogo immaginaria a cui ricondurre la storia del mondo in parallelo con l’immaginario Jerichow, possono offrire solo una traccia labile. Johnson vuole fornire un esempio di ricerca storica in una narrazione nella persuasione che solo una forma mista di invenzione e ricordo e di interferenza reciproca fra reale e immaginario corrisponda ai modi della esperienza reale del tempo e in particolare del presente nella vita del singolo. Concorrono alla formazione di questo suo “genere” storico-letterario i modelli della filosofia di Adorno e degli scritti di Benjamin, ossia esempi al di fuori della letteratura d’invenzione. Concorrono anche problemi e fatti della storia della Germania, della sua adolescenza e della sua prima maturità di scrittore: la distinzione fra le due Germanie (Johnson passerà dall’Est all’Ovest ma conserverà sempre la necessità di un’intelligenza storica delle ragioni della differenza e del giudizio su di essa), i moti studenteschi, la tragedia della guerra del Vietnam e soprattutto del suo segno indelebile sulle coscienze, il sospetto e poi la crescente certezza di una rete di spionaggio che opera in tutte le direzioni senza un’apparente motivazione quasi per invalidare ogni percorso individuale (“Ma Jakob ha sempre attraversato i binari” è l’indimenticabile incipit del primo libro di Johnson) e ogni destino. L’invalidazione della testimonianza nella vita reale dell’autore, la crisi del rapporto affettivo provocata dalla rottura della fedeltà si trasferiscono nella narrazione: rimane la straordinaria testimonianza di una congettura che si fa storia in uno dei più grandi libri del secolo.

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