“Colpire Bambi”: da “La legge di questa atmosfera” di Domanin

Image (1)E’ in tutte le librerie il nuovo romanzo di Igino Domanin, La legge di questa atmosfera, edito da il Saggiatore (€ 11,90). Ne riproduco un capitolo, che ha il titolo per me geniale “Colpire Bambi”. La scheda del libro è leggibile qui o qui.
Alcuni elementi di supporto sui personaggi e i fatti che vengono rappresentati: lo studio dell’archistar Arrigoni sta per essere incaricato di realizzare a Milano una delle monumentali demolizioni per cui è noto a livello planetario, una creazione di rovine viventi che producono choc, ancora più estrema di quella con cui è stata estetizzata Dubai; Lorna è fidanzata del consulente per eventi Marco Riva, un businessman del terziario avanzatissimo, il quale è stato convocato da Arrigoni e si trova davanti all’occasione della vita; il socio di Marco si chiama Renato; Gloria Zenobi è anch’ella una non tanto attempata consulente; dall’assessore Magnani dipendono i permessi e i megafinanziamenti dell’opera. Il resto, da Celentano ai Righeira a Kylie Minogue li si conosce per default. La lingua è un miracolo di spostamenti tellurici. Il libro è semplicemente bellissimo. Buona lettura.

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COLPIRE BAMBI

La decisione dei nostri antenati di spostarsi su due gambe anziché quattro non fu un buon momento per la schiena umana. Quando usavamo ancora le braccia come zampe anteriori, il peso era distribuito equamente sulla colonna vertebrale, e la compressione della parte inferiore della schiena era molto molto meno intensa.
Non è affatto una cattiva idea, perciò, mettersi a gattonare.
Lorna lo fa spesso, sente come è naturale spostarsi in questo modo, con la forza di gravità che si spande in ogni punto del suo corpo, che si scioglie e si alleggerisce; lei non ha più inibizioni, poggia mani e ginocchia sul tappeto o su una coperta, e si allunga e avanza lentamente, riavvolge il nastro dell’evoluzione, entra in contatto con il terreno. Le sue paure e speranze, i sogni e i pensieri, sono spesso troppo lontani dalla terra. Vagola per la stanza immersa in una luce bagnata, fresca, temperata, quasi miagolando come un gattino, Lorna si ristora così e ricresce come un’erba appena rasata.
Si rialza, poi, per un altro esercizio, e si inginocchia, la caviglia delicata, affusolata, ornata di un minuscolo tatuaggio, soffre un poco la tensione, allora Lorna afferra un asciugamano e gliel’arrotola sotto, per lenire il bruciore del muscolo.
I muscoli vivono sotto la pelle come quando vedi che sotto la scorza della bistecca che credi arsa e carbonizzata c’è invece il fiotto invitante del sangue.
Lorna allarga ora più che può le gambe, continuando però a tenere i piedi giunti, e si siede per qualche istante sui talloni, avvertendo che l’intero corpo è adesso bilanciato ed eretto, come una Kore è interamente raccolta, ravvolta, compattata, sta provando un’improvvisa, meravigliosa, indistruttibile stabilità. Lorna può poggiare le mani sulle cosce e rimanere fissa per prolungati, ipnotici, istanti dove tutto quello che fa è puramente respirare. La concentrazione cade come un’ombra sulla sua sagoma totalmente immobilizzata; ora solleva lentissimamente le braccia, le allunga, le stende, diventano liquide come una macchia d’olio, così inizia a piegarsi tutta come un foglio di carta, morbidamente, a cominciare dalla vita; mantenendo i glutei a contatto con i piedi, immagina, può soltanto immaginare e non farlo realmente, di portare l’addome contro il pavimento. Le mani trainano le braccia quasi fuori dal corpo, mentre l’addome cala giù a terra, così la spina dorsale di Lorna si svuota, non sente più peso, ma stirandosi è un sacco, una cavità dolente che si tratta di riempire con forti, profondi, cavernosi, acutissimi respiri. L’osso non è più rigido come prima. Lorna non è più un gattino, ma una rana che gracida e ha il petto gonfio d’ossigeno.

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“Cazzo, ma non è mica tanto comodo…”
Renato, il socio di Marco Riva, seduto su quella cosa non riesce proprio a tranquillizzarsi, si gira e si stira come un fachiro, anzi allunga il proprio tentacolo per afferrare una confezione di frutti esotici da un cesto natalizio. Gli deve piacere molto questo tipo di pesca fortunosa in mezzo a tutto quel variopinto bengodi. Una volta aveva tirato su una scatoletta di caviale di astrakan, anche se quando l’aveva aperta i grani grigi gli parevano semi di senape.
Marco: “No, devi provarlo con dei cuscinoni, altrimenti certo la seduta è scomodissima, ma l’idea è geniale…” E’ entusiasta dei nuovi mobili che trionfano nella luce aurorale del suo studio, a grandi vetrate rombiformi, all’ultimo piano di un mastodontico palazzo del centro. Poltrone e divani interamente realizzati con piantumazioni contorte e svettanti.
“Ma la figata sai qual è, Renato? Il divano su cui poggi le tue natiche è vivo, vedi che c’è un vaso sotto? In realtà è una piantagione, è l’intreccio delle sue ramificazioni che forma il tessuto, l’ornamento, la tappezzeria del divano, c’è solo un sostegno in legno per reggere il peso, ma tutto è praticamente mimetizzato dall’intrico… Non è un concetto formidabile, avanzatissimo? Anzi ti devo dire che questi arredi vegetali me li ha suggeriti Gloria Zenobi, mentre chiacchieravamo stravaccati sul baldacchino del suo gazebo e mi aveva fatto notare quegli strani mobili che sembravano sbucare direttamente dal terreno. In realtà, i vasi in cui i rampicanti erano piantati li avevano semplicemente interrati… ”
Renato è un po’ perplesso, ma non contraddice il socio, non comprende questa ossessione infantile, un po’ maniacale, di Marco per il design e per l’architettura. Sta giocherellando con due tamarillos acerbi, colorati di rosso pallido, e sta pensando di farli bollire stasera: la loro polpa rammollita finirà nel frullatore insieme alla tequila.
“Mi dovrò abituare, certo che è divertente pensare di stare seduti su una pianta… Mi dovrò soprattutto ricordare di tenere un innaffiatoio in ufficio… Ahahahah! Che cazzo ci facevi sdraiato sul baldacchino con la Gloria? Mica ti sei scopato quella troia della Zenobi?”
“Ehi!, ti stai fottendo i tamarillos! Che cazzo te ne fai? Una spremuta di quella roba nauseante?”
Renato è completamente coibentato, nessuna sensazione di vergogna lo trapassa. Nasconde i frutti esotici sotto il braccio, poi si alza meccanicamente e si allontana per una telefonata. Non ha l’espressione coinvolgente di chi deve chiamare un cliente…
Marco si rilassa, gli occhi appiccicosi, quasi cieco, è un tricheco che si strofina svogliatamente sulla sua poltrona. Più si sente accolto dai suoi nuovi arredi, più rimpicciolisce, diventa una miniatura umana, contenta delle sue dimensioni infime, e adesso sente caldo come se fosse contenuto nel chiuso di una mano femminile. La serenità placida di una gigantessa che lo imprigiona delicatamente nel cavo della propria impugnatura. La Zenobi è una vecchia matrona emiliana, una biondona cremosa, ancora piacente, divorziata da due mariti molto ricchi. Svolge bene il suo mestiere di commercialista, visto che fa risparmiare allo studio di Marco e Renato parecchi euro di tasse ogni anno. Ha un grande influenza sui gusti di Riva, perché lui la ritiene in grado di fiutare alcuni trend, anche se la chiama “la mia Idrovora”. Eros e mostruosità cortocircuitano nelle tipiche, ossessive, maniacali fantasie erotiche da succube di Riva. La Zenobi ha un grosso neo, un poco nascosto, un’esplosione di robinia purulenta, tra la spalla e il collo, che Marco vorrebbe schiacciare come un bottone.
Renato si sarà ricordato di far eseguire alle ragazze il recalling per la premiazione al Westin Palace? Renato è troppo pirla, troppo smagato, un cascamorto che va sempre in giro in moto a inebetirsi…
Marco afferra il telefono fisso, il lobo del suo orecchio è surriscaldato. Disegna una smorfia di dolore prima di attaccare a parlare. Forse biascica appena un “Ah!”, un’esclamazione forse, che però non si avverte nemmeno, e infine inghiotte la saliva, una pallina vaporosa, che gli si è formata in punta di lingua.
“Franci, per favore, datemi conferma entro stamattina per il recalling! Devono esserci almeno centocinquanta persone stasera, lo sapete? Abbiamo tarato il catering su questo afflusso e non ci voglio smenare!”. Franci gli coordina tutto. Senza prendere fiato, Riva compila a voce una lista del problem solving della giornata per le sue junior assistant e per la stagista. Alla fine dispone di preparare una check list per vedere se tutte le operazioni sono state eseguite. E’ meticoloso come una formica.
“D’accordo, Grande Capo! Sarà fatto!” La risata della Franci è argentina, canzonatoria, affettuosa, vibra nella cornetta. Troppa tensione, troppe cose da ricordare in questo mestiere per non scherzarci sopra…
“Scusami, ma lo sapete che io sono un tipo asburgico…”. La parola asburgico piace molto a Marco, non c’è solo ironia, perché gli ricorda le gite in montagna, durante l’infanzia, sulle Prealpi, il burro molto denso e grasso, il latte crudo, freddo, alimentare.
Avverte il respiro della pianta su cui siede: il suo metabolismo, il fluire ritmico della clorofilla. Il gesto silenzioso, umido, avvincente della pianta che ospita e abbraccia il suo corpo. Tutto qui vive e si nutre. Si può udire il rintocco di campane cosmiche attraverso le vibrazioni delle foglie.
Marco capisce che adesso non è più solitario, dentro un mondo di puri e semplici oggetti. La presenza così vasta di un organismo vivente nel suo ufficio lo obbliga a una relazione, a una cura. Immagina che ogni mattina, per esempio, dovrà rendere visita alla sua poltrona, alla sua sedia, al suo tavolo, alla sua scrivania e preoccuparsi del loro stato di salute, impedire il loro deperimento, avere a che fare con la loro delicata e potente linfa, avvertirne le variazioni di odore. Dovrà avere un legame con ciò che fino a ieri è esistito per lui soltanto in modo indifferente.
Sulla nuova scrivania c’è pressoché il vuoto. L’assenza è sempre più ordinata, più calcolata di qualsiasi ingombro. E’ stesa sul piano superiore una pellicola rigida, lucida e spessa, che ricopre e isola il fitto e saturo intreccio dei rami, una specie di piallatura trasparente e sottile che permette di scrivere, di lavorarci sopra, di poggiare le cose. Nella pagina aperta della sua agenda riordina il biglietto da visita dell’assessore Magnani, che è messo lì per ricordargli che alle 15 deve bere un caffè con lui dalle parti del Duomo. Adesso può finalmente accendere il computer, perché deve assolutamente rileggersi un articolo apparso qualche settimana fa su un settimanale.

Marco cerca nell’archivio del sito della rivista, una lunga intervista a Sandro Arrigoni, l’archistar, uno di quelli a cui stanno affidando il rimodellamento delle grandi città. Un genio neorinascimentale. Riva ama la parola neorinascimentale, gli ricorda la sontuosa speziatura di una chianina divorata al Mangia in piazza del Campo a Siena: l’aggettivo trionfava iscritto nel memorabile menù, in caratteri gotici.
Il caricamento della pagina web è lento. Passano insignificanti istanti. Poi appaiono le parole di Arrigoni:

“Il modello della megalopoli è saltato, nessuno vuole vivere in città inquinate, innaturali, sature di comunicazione, di virtualità, che espropriano l’esperienza, che assaltano i nostri più delicati equilibri psichici, affettivi, cognitivi…”

Lo interrompe la Franci. Il caffè americano sta sbollendo, intiepidisce, Marco ci aggiunge ancora un cucchiaino di fruttosio, lo manderà giù come una bibita. Non gli dispiace mica, poi il fruttosio non lascia residui sul fondo, si mimetizza perfettamente nel liquido.
“Mi fai per favore le correzioni che ti ho evidenziato, poi mandi pure il comunicato entro le 11…”
“Ok, Grande Capo, sarà fatto…”
Per fortuna la Franci è sempre di buon umore, quando si lavora a certi ritmi è molto importante, dovrebbe migliorarle il contratto, visto che scade tra due mesi. In cambio le chiederà di farsi ricrescere i capelli, li porta troppo corti, non è ancora il momento di essere così seriose, in fondo due anni fa era ancora una studentessa.
A Renato, il socio, non deve chiedere quasi nulla, è bravo a vendere fumo in Powerpoint, a chiudere contratti di fornitura perfino con le fondazioni bancarie, ma che nell’organizzazione del lavoro è praticamente un latitante.
Sul sito di Arrigoni c’è una dettagliatissima gallery, un catalogo per immagini ad alta definizione, delle procedure di devastazione controllata messe in atto dal suo studio di archistar. Sono embedded anche dei video che documentano l’azione improvvisa di un’autobomba nel pieno centro di Mosca sotto lo sguardo divertito di un magnate del petrolio, proprietario del vecchio albergo anni settanta in stile sovietico che è il target dell’operazione restyling: un SUV che viaggia a quasi 180 km all’ora e va a cozzare contro il fianco destro dell’albergo, creando un varco, una nuova area su cui sorgerà un giardino pensile babilonese.
Nelle foto successive spuntano piante di origine transgenica, perfino alcune simulazioni di sabbie mobili, liane, vegetazioni carnivore, una jungla fantastica, di sogno, vibrante. In mezzo a tutto questo, tavolini, sofà, lettighe, bagni minerali o vulcanici, piste di ghiaia. Una somma di comfort in seno alla catastrofe.
Marco ritiene che gli scenari architettonici proposti da gente come Arrigoni siano location eccezionali per promuovere un evento, poiché innanzitutto sono un evento in sé, sono interamente costruiti secondo una logica della performance. Quello che conta è il dramma, l’azione che scuote, coinvolge, purifica, trasforma chi vi partecipa. Ciò che secondo gli ideali metodologici di Marco è al centro di un grande, perfetto, lavoro di comunicazione è il fatto che chi vi partecipa, in quanto implicato e risucchiato in quella realtà, non potrà più essere la stessa persona che era prima dell’impatto, non potrà fare riferimento a ciò che era prima. L’evento lo cambia, c’è una totale rottura del livello di coscienza.

“Il centro del mio lavoro iniziale sono state le rovine. Lo choc feroce di un bombardamento intelligente, di un’esplosione programmata, che riattiva i centri emotivi… è come se dalla materia cominciassero a provenire delle radiazioni, antichi messaggi, senz’altro più profondi della parola, da cui può cominciare un nuovo modo di abitare, nel senso più radicale del termine, cioè un nuovo modo di stare sulla terra…”

Sotto la finestra della pagina web, giace l’ennesimo testo da guardare. Supervisionare, correggere, vidimare i comunicati stampa è uno dei compiti più noiosi del lavoro di Marco, anche perché lui predilige l’intelligenza visiva, non gli piacciono le parole, preferisce le immagini. Da ragazzino aveva cominciato coi lavori di grafica, smanettando su Dreamweaver, preparando e-flyer per una web agency, era ancora studente, ma scalpitava per ogni novità nel campo dei media. Studiava De Kerchkove, Lévy, Baudrillard, si sentiva partecipe di un grande cambiamento, nell’azienda in cui lo presero in qualità di stagista i manager avevano solo 5-6 anni più di lui….

“… La rovina, il senso vivente della rovina è prepotente, liberatorio, proiettivo. Intendo praticare una sorta di archeologia attuale che è l’esatto contrario del totalitarismo. Il monumentalismo di Piacentini, i fori imperiali à la Mussolini, per non parlare della Berlino capitale del Terzo Reich secondo i modellini giocattolo e le coreografie impazzite di Albert Speer: sono l’estetizzazione del monumento, l’enfasi ossessiva sulla presenza, la negazione della temporalità costitutiva dell’esistenza che è la cifra ontologica dell’abitare, come ha spiegato il filosofo Heidegger già mezzo secolo fa…”

Le rovine dei templi Angkor, o le piramidi maya, sono la traccia evidente di come le grandi civiltà periscano in modo biologico, inghiottite dalla natura. Anche Atlantide pare sia finita in questo modo.
Le analisi di Arrigoni risultano estremamente eccitanti per Marco Riva, che continua a masticare quanto legge. Lo colpisce il fatto che, in una prospettiva rovesciata rispetto a quella occidentalista, nulla va restaurato perché la realtà del monumento è il tempo, la sua variazione ciclica, il declino metabolico, l’impermanenza assoluta. Forse dovrebbe mettersi a studiare di più. Interessarsi, in breve, di filosofia, antropologia, storia delle religioni, per capirne di più: sono tutte cose che a Scienza della Comunicazione non si fanno. Finora ha lavorato, è vero, sempre per la telefonia, il luxury, e, ultimamente – ma più per opportunismo che per profitto – anche per la politica, curando la campagna di questo giovane politico, un emergente dell’ala conservatrice qual è Magnani.
Marco è però uno che sogna, che vorrebbe creare, gli piace il lato demiurgico del suo mestiere di professionista della produzione di eventi. Come quella volta che organizzò la festa a Barcellona, per lanciare la collezione di intimo, una linea di capi prodotta sotto il brand di una vecchia pornostar latina, un macho messicano del secolo scorso: lì si scatenò con obelischi, siluri, stalagmiti, scisti, una colonna sonora di orgasmi campionata da vecchi film hard e mixata con disco music tipo Isaac Hayes o Lou Rawls, la gente che ballava e poi scandiva il nome, invocava la presenza (sotto un rullìo incessante di tamburi) supplicava la comparsa della divinità psichedelica Acid Queen (una citazione dal musical degli Who, Tommy) e veniva fuori un clone di Kylie Minogue in slip e reggiseno, in mezzo a un nugolo di gay palestrati danzanti con la mascherina nera o da maialino: un’apoteosi…
Oppure quando al Marriott Hotel aveva crocifisso una modella seminuda, posta su una piattaforma mobile, olezzante tutta la fragranza dell’esclusivo profumo da promuovere, e aveva incitato gli invitati a dileggiarla, oltraggiarla con lancio di sassi di gomma, come una sorta di burlesca lapidazione…

“Immaginate uno spazio ancestrale, vi chiedo di pescare a strascico nelle zone più infime della vostra attività cerebrale, di infilarvi in mezzo a quei perenni cortocircuiti tipici della nostra memoria rettile…Un effetto del genere me lo fece alcuni anni l’inaugurazione di un parco a tema, dove era possibile partecipare a una caccia chiamata Shooting for Bambi. Pagando un ticket, ti fornivano di fucili in grado di colpire femmine di ogni razza, messe a scorazzare svestite e con code posticce tra rovi, bassi cespugli, spuntoni di roccia. Era una gara, se ne centravi una ti davano un punteggio, una roba disgustosa, triviale, misogina, una simulazione, una falsità, certo! Però solo a guardare superficialmente la cosa: invece era un’esperienza, pura realtà, pura potenza che affonda nell’energia delirante e psicotica, invaginata come una sacca vitale dentro ciascuno di noi che abbiamo paura di vivere, mortificati nella quotidianità imbecille, televisiva, mediatica…”

“C’è la segretaria dell’assessore Magnani in linea: te la passo?”
“Un minuto, Franci, dammi solo un minuto e poi girami la chiamata!”

“… Vi sembrerà strano, ma il primo nucleo della mia idea è nato ascoltando le parole di K.H. Stockhausen, il supremo compositore, che di fronte allo spettacolo pauroso, tenebroso e letale dell’attacco terroristico alle Torri Gemelle, dichiarò che si trattava di un’opera d’arte che raggiungeva il sublime. Un’affermazione solo apparentemente delirante… Dobbiamo ripensare una prospettiva di rinascita e di liberazione, un’idea di speranza che prescinda dal nichilismo, poiché è vitale per la nostra sopravvivenza e per la nostra destinazione (per noi in quanto esseri umani, puri elementari rappresentanti della specie, nuda vita) abituarci a vedere nella distruzione una grande chance biologica. Questa per me è politica, questa è assoluta, necessarissima, metafisica…”

Chi è Stockhausen? Riva non ha mai ascoltato nulla di Stockhausen. Dovrebbe? Nel suo hard disk l’unica cosa che forse può somigliare a Stockhausen sono tre minuti del Pierrot lùnaire di Schonberg, che ha scaricato pirata. Musica dodecafonica: non regge più di 100 secondi.
Imparare Stockhausen, assorbire tutto: il futuro è musica intuitiva…

Apoteosi lounge. La via lounge alla letteratura.

di GIUSEPPE GENNA

[Appendice a Forget Domani, di Igino Domanin e Giuseppe Genna, peQuod edizioni]

Forget domani (una canzone che ebbe, tra i molti illustri interpreti, anche Perry Como) è un adagio che attraversa un ampio arco del nostro presente appena passato. Dagli anni Cinquanta alla fine dei Novanta, a detta delle due menti che sono in questo libro in reciproca metastasi, l’occidente ha vissuto una propria storia ufficiale, che non coincide affatto, bensì si interseca in continuazione, con una miriade di controstorie segrete o, quando evidenti e palesi, relegate all’incoscienza collettiva. Una massa di questa infinità di controstorie è ciò che denominiamo Lounge.

Il Lounge è una stronzata e può sembrare bizzarro che due individui, peraltro impegnatissimi e non del tutto idioti, spendano tempo ed energie a elaborare la mappa di una categoria dell’idiozia. Però è anche vero che, a questi due individui, l’idiozia interessa. Una pellicola di iridescenza, una superficie in cui fiorisce la luminosità dell’effimero, un buco nero che attrae verso il proprio nulla l’intera pesantezza del mondo: questo è il Lounge di cui scriviamo e di cui, con tutta probabilità, ognuno a modo suo, continueremo a scrivere. 25_forgt.jpgE’ come se avessimo da tempo immemore covato una segreta ambizione, la massima e più prometeica tra quelle a disposizione della fantasia umana: rappresentare una psiche larghissima, in perenne deflagrazione, l’universo mentale in continua contrazione ed espansione secondo traiettorie anarchiche, in un assolutismo che cancella la distinzione tra caos e ordine. A questa ambizione abbiamo cercato di dare corpo esponendo i lettori alla girandola cosmica di una storia conosciuta da molti e sconosciuta ai più: quella dell’occidente degli ultimi cinquant’anni, nelle sue epitomi per noi più significative e interessanti – l’Italia e l’America.
La psiche è un assoluto. Non abbiamo bisogno di giustificazioni o di moralismi che sorreggano le nostre incursioni in territori pericolosi (pericolosi anche politicamente, in quanto lo sono psichicamente). L’assolutismo psichico, a cui desideriamo esporre noi e i lettori, non tollera figurazioni di vizi o di virtù. C’è un abbandono alle correnti psichiche che va praticato, prima di essere ridotto a esercizio letterario o storiografico o critico. Non intendiamo concedere alcun appiglio a chi voglia esercitare una indagine analitica o culturale su questa esperienza che, a differenza da certi scherzi del passato, ci pare non priva di senso e perfettamente leggibile.
Tutto il nostro Lounge è molto concreto e immediatamente storico, appartenendo alla coscienza collettiva di questo cinquantennio occidentale. Che tra le righe di queste narrazioni elusive ed epidermiche appaia, sfolgorante e aurea, la sagoma di Frank Sinatra, l’implicita profferta sessuale del corpo di Mina, la colpa senza senso della carcassa di Aldo Moro, la folla dei crooners e dei microfoni che hanno parlato al mondo per decenni, la rivoluzione antropologica imposta dall’epifania di Garrincha, la semivita catatonica di Henry Kissinger o l’esoterismo del beau vivre versiliano – tutto ciò conferma e supera l’impressione che il Lounge di cui parliamo sia in effetti un orizzonte distante dalle vite comuni degli abitanti dell’occidente contemporaneo. Non possiamo non dirci lounge: In questo assioma, verificabile in ogni momento dell’esistenza di chiunque, sta la nostra proposta di superamento dell’ossessione dello Spettacolo e della Finzione, di cui il pianeta intero sembra attualmente ostaggio, a partire dalle sue avanguardie più illuminate e intellettuali.
Il 15 maggio 2002, alle 20.33 ora italiana, il tempo si è fermato. Raccogliendo un cross idiota del terzino sinistro Roberto Carlos, l’asso del calcio mondiale Zinedine Zidane ha sospeso la storia del mondo. Zinedine Zidane, biancovestito, ha osservato con stolido sguardo il pallone piovere dal cielo di Glasgow, si è coordinato ruotando sul perno della gamba destra, facendo compiere un largo giro alla gamba sinistra che andava tendendosi, e ha colpito con il collo del piede in miracolosa sincronia con la sfera, un tiro a effetto teso e velocissimo (ma che tutti hanno visto), siglando uno dei gol più leggendari dell’intera storia del calcio mondiale. Nell’attimo preciso della perfezione, quando il tiro stava per essere scagliato, mentre le traiettorie del pallone e del corpo del calciatore stavano avvicinandosi attraverso un complesso armillare di iperboli in movimento, il pianeta-spettatore ha sospeso il fiato, il tempo si è arrestato di colpo, nessun ordine è entrato in vigore – soltanto una calma senza storia, fatta di stupore e di infinita attesa, una libidine pronta al soddisfacimento sempre postposto e uno stupore che rasentava l’infanzia universale hanno percorso come un brivido quest’angolo di galassia. La star, mediatica e sportiva, bianchissima, un tempo povera e ora stratosfericamente ricca, ha mosso inebetita il proprio corpo, senza ragione né dialettica, pura immagine e puro strumento, fuori dal pensiero, compresente ovunque, incantevole, sinuosa, un cigno mitologico che non aveva nulla del mito per come lo pensano certuni – era concreto, era lì, era vero, era sempre, ci traghettava fuori del corso del tempo, aboliva la sofferenza, ci sospendeva in un sonno della psiche che permetteva alla vuota coscienza di riappropriarsi di noi, ci sballottava lungo il piano inclinato dell’assenza di dolore, faceva di noi dei buddha che hanno raggiunto l’illuminazione catodica, in preda a un’estasi senza furore, perfettissimi. Questo è il Lounge che intendiamo spalancare sulle sabbie calcaree del mondo.
Leggendo del mitologico trio crooner detto Rat Pack (il mafioso Frank Sinatra, l’etilista Dean Martin e il satanista Sammy Davis Jr.) oppure scrutando le movenze di un generale dei Servizi che ricorda da vicino Gian Adelio Maletti, si ha forse l’impressione di trovarsi di fronte a un’ennesima operazione di recupero del passato. Il che è esattamente ciò che non intendiamo fare. Ci hanno rotto i coglioni i sorrisini televisivi che si diffondono all’immagine della piramide di tetrapack in cui la Centrale del latte di Milano riversava il prezioso alimento negli anni Settanta. Il ricordo ironico del formaggio Dover, ormai scomparso, accresce soltanto la nostra ira e la nostra fantasmagoria, che sono implicitamente civili. La memorialistica trash ci sembra esercitare una potenza alienante di secondo grado su un’intera generazione di imbecilli, che tra l’altro è la medesima a cui appartengono i due autori di questa raccolta. Il Lounge non presume alcun tipo di emulazione e non si circoscrive nel movimento circolare del recupero del recente passato – una sorta di autofagocitazione che ci ricorda da vicino l’idiozia del servo che plaude al padrone. Il Lounge è più vicino alla lirica marinista o al furore bruniano, e ha una valenza politica profondamente contestataria. Il Lounge vuole abolire il tempo e tende all’abolizione dell’uomo. Quale uomo? Questo: l’uomo occidentale contemporaneo. Il nostro Lounge pretende di essere una forma di rinnovato umanesimo, che non espelle dal proprio cerchio vitale la chance metafisica che, in ogni momento e in ogni luogo e in ogni universo, si prospetta a qualunque fenomeno di coscienza. C’è da ridere a crepapelle davanti a certune folgorazioni Lounge (lo scrivente è convinto che la battuta del racconto di Domanin, “Pensi al tipitipitipso?”, raggiunge un vertice della letteratura odierna), ma si tratta di una risata sovrumana, esplosa da una smorfia impressa forza nella viva carne, un po’ come quella con cui il Gwynplain de L’uomo che ride di Hugo seppellisce se stesso prima che il mondo tutto. Il nostro Lounge non prefigura un paradiso in terra: ne addita l’esistenza in loco e lo realizza. L’ologrammatica figura eterea e luminosa di Elvis Presley (autore, tra l’altro, del titolo più lounge della storia umana: Un milione di persone non possono sbagliarsi: Elvis è il re) attualizza un’angelologia laicissima, ma non per questo meno necessaria. Emblematica del contemporaneo, il Lounge parla a questo uomo della forma di un altro uomo – e lo fa senza nostalgismi, poiché l’uomo di cui il Lounge parla non è l’uomo del passato; ma lo fa anche senza attese messianiche, poiché l’uomo del Lounge non è un uomo a venire. Il Lounge è come un divaricatore vaginale: ha a che fare con qualcosa che attiene alla libido sessuale e alla sfera del piacere, ma non nel senso in cui ci si aspetterebbe, bensì in un senso più fisiologico di quanto si immagini. Il punto di partenza del lavoro narrativo di Forget domani, a conti fatti, è un passo di Vineland, capolavoro di Thomas Pynchon: in uno stato di presonno e di osmosi narcotica, bambini in ipnosi ascoltano la scansione dell’etere alla radio, stazioni e onde sonore che si accavallano, fluiscono, ritornano, inebetiscono. Come quella scansione in stato di necrosi fluida delle capacità cognitive, il Lounge penetra la percezione, la rarefà, la annichila, spalanca un territorio totalmente eterogeneo rispetto alla nostra attuale capacità di sensazione del mondo. Il tempo del Lounge è l’eterno presente, ma non nel senso degli scolastici o dei romantici, bensì nel senso banale dell’espressione: un presente in cui si sente soltanto il momento presente, protratto fabulisticamente, come capita quando si ascolta un’esecuzione folgorante di Frank Sinatra o leggendo un passo di Goffredo Parise.
Pare incredibile, ma la faccia che vedete in copertina appartiene a un uomo reale – e nemmeno uno che è stato vivo: è la faccia di uno che è tuttora vivente. Si chiama Wayne Newton ed è un divo di Las Vegas. Ha ereditato la tradizione crooner e continua a praticarla nelle hall di grand hotel infittiti di divani leopardati e circoscritti da lucidi banconi bar, dove girano libere enormi tigri albine. In questo contesto urbano e in qualche modo raffinatamente elegante, Wayne Newton si muove a suo agio: il suo amnio è lo spettacolo, reiteramente improvvisato, che conserva ancora luminose tracce delle movenze della “fronte positiva” di JFK, il leggendario presidente chiamato sul palco di un locale di Las Vegas dai tre del Rat Pack. I capelli finti da implantologia talmente neri da riflettere lucori bluastri, il rimmel, le ciglia posticce, le lenti coloranti, il cerone spalmato sui pori della pelle, la chiostra dentaria falsa, il leggero tratto di rossetto che esalta le labbra sottili, il raso di seta di cui sono fatte cravatta e camicia – insomma, tutta l’artificialità incarnata dal busto di Wayne Newton – non cancellano il fatto che questa forma è vivente e canta. Non soltanto: essa è un prolungamento biologico e un rappresentante fisico del Paradiso Lounge a cui alludono continuamente i racconti di questo libro.
La glaciazione del desiderio contro il suo superamento: una lotta manichea che stringe l’eternità dell’uomo – un’eternità che copre l’arco dell’intera esistenza della specie. Questo è il Lounge.
Il parto, l’esperienza erotica, la prassi spettacolare, il divertimento fulmineo e improgrammabile, la fine improrogabile satura di attesa, la spiritualità ascetica e compressa nel cerchio individuale, la pubblicità, l’esposizione alla gioia, lo spleen che immelmisce la permanenza in una colla noiosa, lo sconcerto per l’apparizione, l’eone che sta per spalancarsi sempre, l’apocalisse laico e quindi assoluto, il suono senza suono che permea la voce umana quand’essa è condotta a fenomeni di rilevanza suprema, il ricordo che resiste all’erosione della mente – tutto questo baillamme ultrafisico fa da sfondo al Paradiso Lounge in cui inscriviamo ossessioni e mitologie, sonorità e depressioni, colpe evanescenti e misure auree. Il senso che se ne deduce non è l’assenza di senso, quanto, piuttosto, un’allegoria aperta della forma umana, che finisce per collassare su se stessa. Quando si narra dello scontro tra due diverse specie umane compresenti nella stessa era arcaica (Neanderthal e Cro-Magnon), desumendolo da un documentario conculcato in prima serata dalla voce farinacea di Piero Angela, diviene indistinguibile il processo di cortocircuito tra routine, eccezionalità, fisiologia e metafisica. Se nelle Torri Petronas di Kuala Lampur si manifesta, in forma di schianto aereo e igneo, lo spettro devastante di Sandokan, allora sfuma la grettezza di una letteratura calcolata, che emenda l’errore, esattamente come sfuma il contorno di un occidente che, oltre che l’errore, emenda l’orrore stesso (o, al limite, lo metabolizza via cavo o su server oltreoceanici). La devastazione del processo economico unico, l’applicazione dei più inquietanti protocolli di controllo psichico e l’inclinazione dell’umano alla palingenesi sono soltanto alcuni lembi dell’epitelio carcinomatoso contro cui, del tutto naturalmente, viene percorsa la via lounge alla letteratura (il che è lo stesso della vita).
Alcune precisazioni su morti presunte, il cui non funesto annuncio abbiamo voluto dare con questi racconti (se ancora possiamo definirli racconti). La prima e più importante morte: quella delle barriere cognitive ed emotive in cui si barrica l’individuo. Tentiamo di fare spreco di noi, tentiamo di abolirci. Le nostre passioni esercitano una pressione magnetica talmente pazzesca su di noi, che noi non esistiamo più. La seconda morte: la seriosità di certa letteratura, patina offuscante e isolante che interdice un godimento epidermico della leggenda o della narrazione. Terza morte: quella del rifiuto – per cui, sia detto francamente, se questi scorci narrativi vi fanno schifo, va benissimo così.
Noi non vogliamo tutto. Però è certo che continuiamo a volere parecchio. Il Lounge è l’eternità praticata in questa vita, in questa forma sovrumana che la nostra specie incarna.

[Pubblicato su Web la prima volta il 30 novembre 2002]

Critica e Web: la performance narrativa di Domanin sul “Sole24ORE”

blog-notes-(1-nov)small[Marco Filoni, sul Domenicale del Sole 24 Ore, effettua alcune centrali considerazioni circa i rapporti tra critica e Web. L’occasione è la performance narrativa di Igino Domanin su Facebook, che è stata qui segnalata. Ringrazio Claudia Boscolo per la segnalazione. Per leggere la versione originale della rubrica di Marco Filoni, è sufficiente cliccare sull’immagine qua a fianco. Restando in argomento, su Facebook si è sviluppato un dibattito ampio, a proposito dell’intervento di Gilda Policastro sul Manifesto, che è possibile leggere qui. Ritengo l’articolo di Policastro, secondo una prospettiva espositiva e pedagogica, il più completo e ordinato finora scritto sui rapporti tra Web ed extra-Web, in ordine a questioni di critica letteraria e società culturale. I problemi enucleati sono fondamentali e dovrebbero dare la stura a un’autentica discussione. Su questa analisi di Policastro mi riservo di intervenire nei prossimi giorni. gg]

GIUDIZI SUL WEB
di MARCO FILONI
[da Il Sole 24 ore, 1.11.09]

Dov’è la critica in rete? I blog non sembrano curarsene più di tanto (anche perché sarebbe ora del contrario: e cioè che la critica iniziasse a guardare ai blog senza pregiudizi). Eppure non si può dire che non esiste critica letteraria in rete. Esiste eccome. Soltanto che, anziché dire di farla, la si fa e basta. Basterà visitare “Nazione indiana” o “Carmilla”. Ai blog non interessa l’annosa querelle della critica: ogni anno muore, ogni anno risorge. E ormai vive irretita, senza scampo, in questa dialettica perversa. Invece la rete sembra mettere in atto quello che pensava e faceva Luigi Russo: ogni buona critica è critica militante.
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Gigantesco Domanin su Facebook: un racconto in 21 status – DO YOU REMEMBER MAGNUM P.I.?

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Igino Domanin è probabilmente il mio migliore amico e quindi ciò che scrivo di lui (in sintesi: per me è uno dei più importanti autori italiani contemporanei) può apparire viziato a priori. Lascio a lui descrivere cosa ha fatto ieri su Facebook e, in seguito, copio e incollo l’incredibile operazione di performance narrativa web eseguita in tempo reale sul celebre social network, attraverso la pubblicazione di “status” in due giorni e mezzo, a tambur battente.

Questo era un pezzo apparso su Nuovi Argomenti un po’ di anni fa, solo che l’avevo perso, allora l’ho copiato ed editato appositamente per vedere come rendere fruibile un contenuto di questo genere su FB, utilizzando una specie di microserialità frammentata in moduli che non superino i 420 caratteri!

Senza un’evidente poetica, risulterebbe inesplicabile perché Domanin abbia fatto questo (così come è inesplicabile il motivo per cui termina con un punto esclamativo la spiegazione dell’operazione). Tuttavia, è la prima volta che vedo sul Web 2.0 qualcosa che è retorica configurante un movimento riconoscibile come arte. Inoltre questa falsa serialità con cui vengono pubblicate singole unità sintattiche e semantiche, forse, risulterà utile a comprendere che la logica di composizione narrativa è fondata su segmenti psichici che equivalgono (se non ritmicamente, di certo psichicamente; ma io credo anche ritmicamente) al verso poetico.
Ecco i 21 passi con cui jazzisticamente Domanin ha ricomposto ex novo un intero racconto.

DO YOU REMEBER MAGNUM P.I.? #∞
di IGINO DOMANIN
[pubblicato su Facebook, da lunedì 26.10.09 ore 14.27 a marted’ 28.10.09 ore 9.32]

DO YOU REMEMBER MAGNUM P.I.? #1 “Negli anni 80 cominciava il riflusso. Un’onda spontanea e devastante. La storia siamo noi che torniamo indietro. Ci siamo improvvisamente messi in marcia, levati in piedi e risvegliati dall’incubo della storia. Torniamo da un sogno per entrare in un altro sogno.”
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Nel genetliaco di Igino Domanin: da “Spiaggia libera Marcello” e altro ancora

igino_domaninOggi è il compleanno di uno dei miei più cari amici, lo scrittore Igino Domanin (qui le sue pubblicazioni). Desidero festeggiarlo pubblicamente, riprendendo un brano dal suo romanzo Spiaggia libera Marcello (Rizzoli, 2008) e una recensione che scrissi per il quotidiano “Liberazione” ai tempi dell’uscita del suo libro di racconti Gli ultimi giorni di Lucio Battisti (peQuod, 2005).
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Il Miserabile e Domanin al Milano Film Festival il 18: su Herzog, Kubrick, Von Trier

antichrist_von_trierOggi, alle 18, all’aperto presso il Teatro Strehler di Milano, nell’àmbito del Milano Film Festival (di cui qui il programma) e grazie a minimum fax, il sottoscritto parlerà di cinema insieme allo scrittore Igino Domanin e al moderatore Alessandro Beretta. L’intenzione mia e di Domanin è di affrontare Antichrist di Lars Von Trier, ma per quanto mi concerne sarà inevitabile parlare di altri due film. La mia scaletta, dunque, è riassumibile così (doppio clic sulla finestra video per ingrandire):