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“Colpire Bambi”: da “La legge di questa atmosfera” di Domanin

Image (1)E’ in tutte le librerie il nuovo romanzo di Igino Domanin, La legge di questa atmosfera, edito da il Saggiatore (€ 11,90). Ne riproduco un capitolo, che ha il titolo per me geniale “Colpire Bambi”. La scheda del libro è leggibile qui o qui.
Alcuni elementi di supporto sui personaggi e i fatti che vengono rappresentati: lo studio dell’archistar Arrigoni sta per essere incaricato di realizzare a Milano una delle monumentali demolizioni per cui è noto a livello planetario, una creazione di rovine viventi che producono choc, ancora più estrema di quella con cui è stata estetizzata Dubai; Lorna è fidanzata del consulente per eventi Marco Riva, un businessman del terziario avanzatissimo, il quale è stato convocato da Arrigoni e si trova davanti all’occasione della vita; il socio di Marco si chiama Renato; Gloria Zenobi è anch’ella una non tanto attempata consulente; dall’assessore Magnani dipendono i permessi e i megafinanziamenti dell’opera. Il resto, da Celentano ai Righeira a Kylie Minogue li si conosce per default. La lingua è un miracolo di spostamenti tellurici. Il libro è semplicemente bellissimo. Buona lettura.

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COLPIRE BAMBI

La decisione dei nostri antenati di spostarsi su due gambe anziché quattro non fu un buon momento per la schiena umana. Quando usavamo ancora le braccia come zampe anteriori, il peso era distribuito equamente sulla colonna vertebrale, e la compressione della parte inferiore della schiena era molto molto meno intensa.
Non è affatto una cattiva idea, perciò, mettersi a gattonare.
Lorna lo fa spesso, sente come è naturale spostarsi in questo modo, con la forza di gravità che si spande in ogni punto del suo corpo, che si scioglie e si alleggerisce; lei non ha più inibizioni, poggia mani e ginocchia sul tappeto o su una coperta, e si allunga e avanza lentamente, riavvolge il nastro dell’evoluzione, entra in contatto con il terreno. Le sue paure e speranze, i sogni e i pensieri, sono spesso troppo lontani dalla terra. Vagola per la stanza immersa in una luce bagnata, fresca, temperata, quasi miagolando come un gattino, Lorna si ristora così e ricresce come un’erba appena rasata.
Si rialza, poi, per un altro esercizio, e si inginocchia, la caviglia delicata, affusolata, ornata di un minuscolo tatuaggio, soffre un poco la tensione, allora Lorna afferra un asciugamano e gliel’arrotola sotto, per lenire il bruciore del muscolo.
I muscoli vivono sotto la pelle come quando vedi che sotto la scorza della bistecca che credi arsa e carbonizzata c’è invece il fiotto invitante del sangue.
Lorna allarga ora più che può le gambe, continuando però a tenere i piedi giunti, e si siede per qualche istante sui talloni, avvertendo che l’intero corpo è adesso bilanciato ed eretto, come una Kore è interamente raccolta, ravvolta, compattata, sta provando un’improvvisa, meravigliosa, indistruttibile stabilità. Lorna può poggiare le mani sulle cosce e rimanere fissa per prolungati, ipnotici, istanti dove tutto quello che fa è puramente respirare. La concentrazione cade come un’ombra sulla sua sagoma totalmente immobilizzata; ora solleva lentissimamente le braccia, le allunga, le stende, diventano liquide come una macchia d’olio, così inizia a piegarsi tutta come un foglio di carta, morbidamente, a cominciare dalla vita; mantenendo i glutei a contatto con i piedi, immagina, può soltanto immaginare e non farlo realmente, di portare l’addome contro il pavimento. Le mani trainano le braccia quasi fuori dal corpo, mentre l’addome cala giù a terra, così la spina dorsale di Lorna si svuota, non sente più peso, ma stirandosi è un sacco, una cavità dolente che si tratta di riempire con forti, profondi, cavernosi, acutissimi respiri. L’osso non è più rigido come prima. Lorna non è più un gattino, ma una rana che gracida e ha il petto gonfio d’ossigeno.

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“Cazzo, ma non è mica tanto comodo…”
Renato, il socio di Marco Riva, seduto su quella cosa non riesce proprio a tranquillizzarsi, si gira e si stira come un fachiro, anzi allunga il proprio tentacolo per afferrare una confezione di frutti esotici da un cesto natalizio. Gli deve piacere molto questo tipo di pesca fortunosa in mezzo a tutto quel variopinto bengodi. Una volta aveva tirato su una scatoletta di caviale di astrakan, anche se quando l’aveva aperta i grani grigi gli parevano semi di senape.
Marco: “No, devi provarlo con dei cuscinoni, altrimenti certo la seduta è scomodissima, ma l’idea è geniale…” E’ entusiasta dei nuovi mobili che trionfano nella luce aurorale del suo studio, a grandi vetrate rombiformi, all’ultimo piano di un mastodontico palazzo del centro. Poltrone e divani interamente realizzati con piantumazioni contorte e svettanti.
“Ma la figata sai qual è, Renato? Il divano su cui poggi le tue natiche è vivo, vedi che c’è un vaso sotto? In realtà è una piantagione, è l’intreccio delle sue ramificazioni che forma il tessuto, l’ornamento, la tappezzeria del divano, c’è solo un sostegno in legno per reggere il peso, ma tutto è praticamente mimetizzato dall’intrico… Non è un concetto formidabile, avanzatissimo? Anzi ti devo dire che questi arredi vegetali me li ha suggeriti Gloria Zenobi, mentre chiacchieravamo stravaccati sul baldacchino del suo gazebo e mi aveva fatto notare quegli strani mobili che sembravano sbucare direttamente dal terreno. In realtà, i vasi in cui i rampicanti erano piantati li avevano semplicemente interrati… ”
Renato è un po’ perplesso, ma non contraddice il socio, non comprende questa ossessione infantile, un po’ maniacale, di Marco per il design e per l’architettura. Sta giocherellando con due tamarillos acerbi, colorati di rosso pallido, e sta pensando di farli bollire stasera: la loro polpa rammollita finirà nel frullatore insieme alla tequila.
“Mi dovrò abituare, certo che è divertente pensare di stare seduti su una pianta… Mi dovrò soprattutto ricordare di tenere un innaffiatoio in ufficio… Ahahahah! Che cazzo ci facevi sdraiato sul baldacchino con la Gloria? Mica ti sei scopato quella troia della Zenobi?”
“Ehi!, ti stai fottendo i tamarillos! Che cazzo te ne fai? Una spremuta di quella roba nauseante?”
Renato è completamente coibentato, nessuna sensazione di vergogna lo trapassa. Nasconde i frutti esotici sotto il braccio, poi si alza meccanicamente e si allontana per una telefonata. Non ha l’espressione coinvolgente di chi deve chiamare un cliente…
Marco si rilassa, gli occhi appiccicosi, quasi cieco, è un tricheco che si strofina svogliatamente sulla sua poltrona. Più si sente accolto dai suoi nuovi arredi, più rimpicciolisce, diventa una miniatura umana, contenta delle sue dimensioni infime, e adesso sente caldo come se fosse contenuto nel chiuso di una mano femminile. La serenità placida di una gigantessa che lo imprigiona delicatamente nel cavo della propria impugnatura. La Zenobi è una vecchia matrona emiliana, una biondona cremosa, ancora piacente, divorziata da due mariti molto ricchi. Svolge bene il suo mestiere di commercialista, visto che fa risparmiare allo studio di Marco e Renato parecchi euro di tasse ogni anno. Ha un grande influenza sui gusti di Riva, perché lui la ritiene in grado di fiutare alcuni trend, anche se la chiama “la mia Idrovora”. Eros e mostruosità cortocircuitano nelle tipiche, ossessive, maniacali fantasie erotiche da succube di Riva. La Zenobi ha un grosso neo, un poco nascosto, un’esplosione di robinia purulenta, tra la spalla e il collo, che Marco vorrebbe schiacciare come un bottone.
Renato si sarà ricordato di far eseguire alle ragazze il recalling per la premiazione al Westin Palace? Renato è troppo pirla, troppo smagato, un cascamorto che va sempre in giro in moto a inebetirsi…
Marco afferra il telefono fisso, il lobo del suo orecchio è surriscaldato. Disegna una smorfia di dolore prima di attaccare a parlare. Forse biascica appena un “Ah!”, un’esclamazione forse, che però non si avverte nemmeno, e infine inghiotte la saliva, una pallina vaporosa, che gli si è formata in punta di lingua.
“Franci, per favore, datemi conferma entro stamattina per il recalling! Devono esserci almeno centocinquanta persone stasera, lo sapete? Abbiamo tarato il catering su questo afflusso e non ci voglio smenare!”. Franci gli coordina tutto. Senza prendere fiato, Riva compila a voce una lista del problem solving della giornata per le sue junior assistant e per la stagista. Alla fine dispone di preparare una check list per vedere se tutte le operazioni sono state eseguite. E’ meticoloso come una formica.
“D’accordo, Grande Capo! Sarà fatto!” La risata della Franci è argentina, canzonatoria, affettuosa, vibra nella cornetta. Troppa tensione, troppe cose da ricordare in questo mestiere per non scherzarci sopra…
“Scusami, ma lo sapete che io sono un tipo asburgico…”. La parola asburgico piace molto a Marco, non c’è solo ironia, perché gli ricorda le gite in montagna, durante l’infanzia, sulle Prealpi, il burro molto denso e grasso, il latte crudo, freddo, alimentare.
Avverte il respiro della pianta su cui siede: il suo metabolismo, il fluire ritmico della clorofilla. Il gesto silenzioso, umido, avvincente della pianta che ospita e abbraccia il suo corpo. Tutto qui vive e si nutre. Si può udire il rintocco di campane cosmiche attraverso le vibrazioni delle foglie.
Marco capisce che adesso non è più solitario, dentro un mondo di puri e semplici oggetti. La presenza così vasta di un organismo vivente nel suo ufficio lo obbliga a una relazione, a una cura. Immagina che ogni mattina, per esempio, dovrà rendere visita alla sua poltrona, alla sua sedia, al suo tavolo, alla sua scrivania e preoccuparsi del loro stato di salute, impedire il loro deperimento, avere a che fare con la loro delicata e potente linfa, avvertirne le variazioni di odore. Dovrà avere un legame con ciò che fino a ieri è esistito per lui soltanto in modo indifferente.
Sulla nuova scrivania c’è pressoché il vuoto. L’assenza è sempre più ordinata, più calcolata di qualsiasi ingombro. E’ stesa sul piano superiore una pellicola rigida, lucida e spessa, che ricopre e isola il fitto e saturo intreccio dei rami, una specie di piallatura trasparente e sottile che permette di scrivere, di lavorarci sopra, di poggiare le cose. Nella pagina aperta della sua agenda riordina il biglietto da visita dell’assessore Magnani, che è messo lì per ricordargli che alle 15 deve bere un caffè con lui dalle parti del Duomo. Adesso può finalmente accendere il computer, perché deve assolutamente rileggersi un articolo apparso qualche settimana fa su un settimanale.

Marco cerca nell’archivio del sito della rivista, una lunga intervista a Sandro Arrigoni, l’archistar, uno di quelli a cui stanno affidando il rimodellamento delle grandi città. Un genio neorinascimentale. Riva ama la parola neorinascimentale, gli ricorda la sontuosa speziatura di una chianina divorata al Mangia in piazza del Campo a Siena: l’aggettivo trionfava iscritto nel memorabile menù, in caratteri gotici.
Il caricamento della pagina web è lento. Passano insignificanti istanti. Poi appaiono le parole di Arrigoni:

“Il modello della megalopoli è saltato, nessuno vuole vivere in città inquinate, innaturali, sature di comunicazione, di virtualità, che espropriano l’esperienza, che assaltano i nostri più delicati equilibri psichici, affettivi, cognitivi…”

Lo interrompe la Franci. Il caffè americano sta sbollendo, intiepidisce, Marco ci aggiunge ancora un cucchiaino di fruttosio, lo manderà giù come una bibita. Non gli dispiace mica, poi il fruttosio non lascia residui sul fondo, si mimetizza perfettamente nel liquido.
“Mi fai per favore le correzioni che ti ho evidenziato, poi mandi pure il comunicato entro le 11…”
“Ok, Grande Capo, sarà fatto…”
Per fortuna la Franci è sempre di buon umore, quando si lavora a certi ritmi è molto importante, dovrebbe migliorarle il contratto, visto che scade tra due mesi. In cambio le chiederà di farsi ricrescere i capelli, li porta troppo corti, non è ancora il momento di essere così seriose, in fondo due anni fa era ancora una studentessa.
A Renato, il socio, non deve chiedere quasi nulla, è bravo a vendere fumo in Powerpoint, a chiudere contratti di fornitura perfino con le fondazioni bancarie, ma che nell’organizzazione del lavoro è praticamente un latitante.
Sul sito di Arrigoni c’è una dettagliatissima gallery, un catalogo per immagini ad alta definizione, delle procedure di devastazione controllata messe in atto dal suo studio di archistar. Sono embedded anche dei video che documentano l’azione improvvisa di un’autobomba nel pieno centro di Mosca sotto lo sguardo divertito di un magnate del petrolio, proprietario del vecchio albergo anni settanta in stile sovietico che è il target dell’operazione restyling: un SUV che viaggia a quasi 180 km all’ora e va a cozzare contro il fianco destro dell’albergo, creando un varco, una nuova area su cui sorgerà un giardino pensile babilonese.
Nelle foto successive spuntano piante di origine transgenica, perfino alcune simulazioni di sabbie mobili, liane, vegetazioni carnivore, una jungla fantastica, di sogno, vibrante. In mezzo a tutto questo, tavolini, sofà, lettighe, bagni minerali o vulcanici, piste di ghiaia. Una somma di comfort in seno alla catastrofe.
Marco ritiene che gli scenari architettonici proposti da gente come Arrigoni siano location eccezionali per promuovere un evento, poiché innanzitutto sono un evento in sé, sono interamente costruiti secondo una logica della performance. Quello che conta è il dramma, l’azione che scuote, coinvolge, purifica, trasforma chi vi partecipa. Ciò che secondo gli ideali metodologici di Marco è al centro di un grande, perfetto, lavoro di comunicazione è il fatto che chi vi partecipa, in quanto implicato e risucchiato in quella realtà, non potrà più essere la stessa persona che era prima dell’impatto, non potrà fare riferimento a ciò che era prima. L’evento lo cambia, c’è una totale rottura del livello di coscienza.

“Il centro del mio lavoro iniziale sono state le rovine. Lo choc feroce di un bombardamento intelligente, di un’esplosione programmata, che riattiva i centri emotivi… è come se dalla materia cominciassero a provenire delle radiazioni, antichi messaggi, senz’altro più profondi della parola, da cui può cominciare un nuovo modo di abitare, nel senso più radicale del termine, cioè un nuovo modo di stare sulla terra…”

Sotto la finestra della pagina web, giace l’ennesimo testo da guardare. Supervisionare, correggere, vidimare i comunicati stampa è uno dei compiti più noiosi del lavoro di Marco, anche perché lui predilige l’intelligenza visiva, non gli piacciono le parole, preferisce le immagini. Da ragazzino aveva cominciato coi lavori di grafica, smanettando su Dreamweaver, preparando e-flyer per una web agency, era ancora studente, ma scalpitava per ogni novità nel campo dei media. Studiava De Kerchkove, Lévy, Baudrillard, si sentiva partecipe di un grande cambiamento, nell’azienda in cui lo presero in qualità di stagista i manager avevano solo 5-6 anni più di lui….

“… La rovina, il senso vivente della rovina è prepotente, liberatorio, proiettivo. Intendo praticare una sorta di archeologia attuale che è l’esatto contrario del totalitarismo. Il monumentalismo di Piacentini, i fori imperiali à la Mussolini, per non parlare della Berlino capitale del Terzo Reich secondo i modellini giocattolo e le coreografie impazzite di Albert Speer: sono l’estetizzazione del monumento, l’enfasi ossessiva sulla presenza, la negazione della temporalità costitutiva dell’esistenza che è la cifra ontologica dell’abitare, come ha spiegato il filosofo Heidegger già mezzo secolo fa…”

Le rovine dei templi Angkor, o le piramidi maya, sono la traccia evidente di come le grandi civiltà periscano in modo biologico, inghiottite dalla natura. Anche Atlantide pare sia finita in questo modo.
Le analisi di Arrigoni risultano estremamente eccitanti per Marco Riva, che continua a masticare quanto legge. Lo colpisce il fatto che, in una prospettiva rovesciata rispetto a quella occidentalista, nulla va restaurato perché la realtà del monumento è il tempo, la sua variazione ciclica, il declino metabolico, l’impermanenza assoluta. Forse dovrebbe mettersi a studiare di più. Interessarsi, in breve, di filosofia, antropologia, storia delle religioni, per capirne di più: sono tutte cose che a Scienza della Comunicazione non si fanno. Finora ha lavorato, è vero, sempre per la telefonia, il luxury, e, ultimamente – ma più per opportunismo che per profitto – anche per la politica, curando la campagna di questo giovane politico, un emergente dell’ala conservatrice qual è Magnani.
Marco è però uno che sogna, che vorrebbe creare, gli piace il lato demiurgico del suo mestiere di professionista della produzione di eventi. Come quella volta che organizzò la festa a Barcellona, per lanciare la collezione di intimo, una linea di capi prodotta sotto il brand di una vecchia pornostar latina, un macho messicano del secolo scorso: lì si scatenò con obelischi, siluri, stalagmiti, scisti, una colonna sonora di orgasmi campionata da vecchi film hard e mixata con disco music tipo Isaac Hayes o Lou Rawls, la gente che ballava e poi scandiva il nome, invocava la presenza (sotto un rullìo incessante di tamburi) supplicava la comparsa della divinità psichedelica Acid Queen (una citazione dal musical degli Who, Tommy) e veniva fuori un clone di Kylie Minogue in slip e reggiseno, in mezzo a un nugolo di gay palestrati danzanti con la mascherina nera o da maialino: un’apoteosi…
Oppure quando al Marriott Hotel aveva crocifisso una modella seminuda, posta su una piattaforma mobile, olezzante tutta la fragranza dell’esclusivo profumo da promuovere, e aveva incitato gli invitati a dileggiarla, oltraggiarla con lancio di sassi di gomma, come una sorta di burlesca lapidazione…

“Immaginate uno spazio ancestrale, vi chiedo di pescare a strascico nelle zone più infime della vostra attività cerebrale, di infilarvi in mezzo a quei perenni cortocircuiti tipici della nostra memoria rettile…Un effetto del genere me lo fece alcuni anni l’inaugurazione di un parco a tema, dove era possibile partecipare a una caccia chiamata Shooting for Bambi. Pagando un ticket, ti fornivano di fucili in grado di colpire femmine di ogni razza, messe a scorazzare svestite e con code posticce tra rovi, bassi cespugli, spuntoni di roccia. Era una gara, se ne centravi una ti davano un punteggio, una roba disgustosa, triviale, misogina, una simulazione, una falsità, certo! Però solo a guardare superficialmente la cosa: invece era un’esperienza, pura realtà, pura potenza che affonda nell’energia delirante e psicotica, invaginata come una sacca vitale dentro ciascuno di noi che abbiamo paura di vivere, mortificati nella quotidianità imbecille, televisiva, mediatica…”

“C’è la segretaria dell’assessore Magnani in linea: te la passo?”
“Un minuto, Franci, dammi solo un minuto e poi girami la chiamata!”

“… Vi sembrerà strano, ma il primo nucleo della mia idea è nato ascoltando le parole di K.H. Stockhausen, il supremo compositore, che di fronte allo spettacolo pauroso, tenebroso e letale dell’attacco terroristico alle Torri Gemelle, dichiarò che si trattava di un’opera d’arte che raggiungeva il sublime. Un’affermazione solo apparentemente delirante… Dobbiamo ripensare una prospettiva di rinascita e di liberazione, un’idea di speranza che prescinda dal nichilismo, poiché è vitale per la nostra sopravvivenza e per la nostra destinazione (per noi in quanto esseri umani, puri elementari rappresentanti della specie, nuda vita) abituarci a vedere nella distruzione una grande chance biologica. Questa per me è politica, questa è assoluta, necessarissima, metafisica…”

Chi è Stockhausen? Riva non ha mai ascoltato nulla di Stockhausen. Dovrebbe? Nel suo hard disk l’unica cosa che forse può somigliare a Stockhausen sono tre minuti del Pierrot lùnaire di Schonberg, che ha scaricato pirata. Musica dodecafonica: non regge più di 100 secondi.
Imparare Stockhausen, assorbire tutto: il futuro è musica intuitiva…

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