Tutte le poesie di Mario Benedetti in uscita da Garzanti

Garzanti compie un’opera necessaria quanto potente: la pubblicazione delle poesie di Mario Benedetti in unico volume. È fondamentale il corpus di questo poeta italiano, di origine friulana, la cui capacità di unire ricerca esistenziale e slancio metafisico trova un corrispettivo nell’abilità di tradurre un intero canone poetico in un codice sorprendente, che installa questi versi nel cuore della tradizione contemporanea. Per me, insieme a Milo De Angelis e ad Antonio Riccardi (quest’ultimo è autore di una densa quanto folgorante intuizione), Mario Benedetti è l’interprete principale della letteratura italiana degli ultimi trent’anni. La sua lallazione si distende quasi a cercare il prosastico, facendo proliferare un universalismo integralista nelle cose stesse e tra sillaba e sillaba. Si tratta di una scrittura imprescindibile e continuamente rivelativa, una tappa non eludibile della poesia di questi anni, della poesia italiana sempre. Il libro, che colma una mancanza clamorosa dell’editoria nostrana, sarà disponibile dal 12 settembre. Immensa gratitudine a Garzanti!

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Una foto insieme a Milo De Angelis

Questa è una delle fotografie per me più commoventi che mi siano state scattate negli ultimi anni. Sono alla Triennale, il 23 giugno 2016, e sto parlando con Milo De Angelis, per me il massimo poeta vivente insieme a Yves Bonnefoy. L’immagine è cliccabile, per una versione più ampia.
Sotto la foto, scattata a un evento organizzato da il Saggiatore, alcune poesie dello stesso Milo De Angelis.

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Alcune poesie di Milo De Angelis: Continua a leggere “Una foto insieme a Milo De Angelis”

Milo De Angelis con György Kurtág – Radio3 Suite del 25/12/2015

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Milo De Angelis con György Kurtág… “… Un cerchio di puro niente lo assalì. La morte iniettava nell’alba il suo buio primitivo. Era il respiro nell’artiglio del respiro. In lui si raccoglieva ciò che a poco a poco viene radiato. Il pietrame triturato che diventa la tua vita. Una giovinezza di frutteti. E trovi materia: materia che non trema…”

“Altra idea centrale”: una poesia per tre poeti viventi

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Pensando a certi tre poeti dell’Italia mia, che ho vissuto, stranamente trapassando di tempo in tempo (è incredibile), tre ominazioni così distanti, per le parole e la vita di ciascuno di loro, dal mio 1981 in seguito entrandomi nella vita fino a questo giorno, quando sono esausto e in una felicità che dice: “Non entrare ora più in alcuna immagine, storia, stai soltanto dentro il meridiano, dentro la grande nube tossica senza corpo alcuno”, scrivevo una poesia pensando a loro, strane carni, strane radiazioni, eccola, scusandomi:

E poi l’idea centrale era uccidere
le mirabelle, o Milo,
e i reggimenti della ruggine
nelle screziature della mente e amarle,
quelle screziature, simili a una figlia
ad agosto sulle mattonelle in cotto siculo
a due anni, nemmeno, a fare un’arancia
a farla rotolare come il pianeta
senza asse, non più… “Non più di un secondo
arrivato quando è accaduto tutto,
quando è giunto il primo giusto e è accaduto tutto già,
la strage, la palinodia dei testimoni
e chi si è finto presente e non sa
quanto triste è l’ematocrito sulle mattonelle
dove la hanno strascinata
e lasciata lì, sui gradini, verso la tavernetta”
e fuori la vegetazione è polvere padana
qualsiasi la concentrazione dei poeti
qualsiasi lapide hanno fatto estetica
si sono dimostrati inverecondi e strani.
Meditano una traccia
di sé sulle gricce del pianeta
ovvero i rictus del pianeta.
O vero e tondo e grinzito spazio
dove avanziamo in uno stato di perennità che è poca
senza i biasimevoli, con poco padre,
con una infinitudine della madre materna,
o dubbio scaltro o dubbio vero
di immagine in immagini in immagine
e sotto la lingua pone la città
sotto una lingua muschiva e padre
io chiedo a te di fuoriuscire da uovo e stare male
da quel reparto protetto ti chiedo di uscire
dacci ancora i tuoi versi sottili e strani Mario
noi li condurremo al mondo.

da Facebook http://on.fb.me/1TRPnd9

Promesse poetiche già mantenute: Damiano Scaramella

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“Il mondo della poesia”, inteso come scena, quindi anche attoriale, in cui si incrociano quei visionari linguistici che sono i poeti, almeno in Italia, non esiste e forse è un bene. Esiste un paesaggio estremamente frastagliato, sociologicamente secondario, terziario forse, dove un presente che dura da una ventina d’anni si dà quale canone di riferimento: nomi transeunti, via via evaporati senza lasciare deposito salino, lingue inesistenti, tradizioni non assimilate e dunque mai trascescese, combriccole cattoliche o laiciste, con la loro spuma di metafisica mal compresa, i versi che non lo sono, sicche uno a quarantacinque anni verifica che forse davvero ha sbagliato tutto, ha sbagliato a non amare Auden che osservava: “Fare versi liberi è come giocare a tennis senza rete”. Queste genti, che non sanno, sono intente ad ammirare il proprio ombelico, molto stretto e per nulla bellissimo. A latere, nessun critico, nessun teorico. I grandi vecchi hanno al massimo sessant’anni e fanno volontariato, delusi e drammaticamente intristiti da questa involuzione che si paventava, e però non la si paventava così meno che radicale, priva appunto di una radicalità, di un segno, di un gesto, di un urlo.
L’osservatore che si trovasse, per caso o per diletto o per necessità, a solcare questa arena periferica, in terra battuta e poliesteri, osserva i gonfiori di una razza momentaneamente estinta eppure che è lì, cammina, discetta, un po’ come i filosofi tedeschi secondo i Monty Python, che lasciano il pallone a metà campo e pensano come si debba e possa giocare a calcio, visto che si trovano ad affrontare i filosofi greci in un incontro di football: dovrebbero dedurre le regole, ma non ci riescono per parecchio, ci si acconteterebbe anche di un Kant che muovesse il pallone e segnasse un autogol: già sarebbe qualcosa… Ho più volte enunciato la personale sensazione di avvilimento che questa “scena” mi commina ogni volta che ci penso, ogni volta che scruto tra i versi. Traggo predilezioni per via di competenze altrui incalcolabili e altissime. Non è che sta messa male, la poesia italiana, dagli ottantenni ai quarantenni – ma dopo già diluvia. Disporre di Milo De Angelis, Patrizia Valduga, Franco Loi, Nanni Balestrini, Mario Benedetti, Maurizio Cucchi, Antonio Riccardi, Aldo Nove, Umberto Fiori, Andrea Ponso, Marco Giovenale e altri, essendo da pochissimo deceduti Zanzotto e Sanguineti e Giudici – è un privilegio: ecco una falange che assicura un farsi della lingua poetica, un’immagineria potente, un metabolismo della tradizione e un’avanguardia di sguardi e balbuzie che esprimono una giustezza, una misura aurea spesso violata secondo ulteriori oltranze. E dopo? Si piomba in una sorta di caos calmo, di fantasticheria da strano metalivello, un metalivello che fa della minuta vita vissuta male l’unico criterio epistemologico e morale e, quindi, linguistico. Continua a leggere “Promesse poetiche già mantenute: Damiano Scaramella”

Ricordando Giovanni Raboni


Mancano due mesi al decennale della morte di Giovanni Raboni, uno dei massimi artisti e intellettuali nella Milano del secondo Novecento. Mi sono formato al fuoco lento delle sue poesie, del suo antimontalismo, del suo coraggio ben più coraggioso dell’avanguardismo d’antan con cui questa mia città dall’alto dialettizzava, se non altro. Per me, cresciuto nelle lettere, sono Antonio Porta e Giovanni Raboni i poli costitutivi di una formazione vivente, qui dove sono cresciuto. Penso che, se a questi due meravigliosi poeti e uomini di cultura profonda la vita avesse concesso più anni, qui dove vivo avrei vissuto e starei vivendo meglio. Penso anche all’altro polo di formazione, Milo De Angelis: senza Raboni io ci sarei arrivato? La quarta di copertina di “Somiglianze” è a tutt’oggi forse l’atto critico più nitido sulla poesia di De Angelis e la scrisse Raboni, un’immensità in poche righe, compresse ed essudate da un’intelligenza così vibratile e organica… Per non dire dell’incredibile gesto di ritrasformare in un poema unico, a lacerti, come una Stonehange in versi, l’intera propria opera in “A tanto caro sangue”… E dunque, sorridendo alla gentilezza e alla generosità con cui sempre certi maestri segnano l’aria del tempo, ringraziando, ecco una poesia di Raboni da “Le case della Vetra”, per chi desideri affacciarsi alla sua cifra di bellezza, anche qui, ché, come nei “Coniugi Arnolfini”, avvenga in questo luogo che “in una stanza mai tanti Giovanni”….

Città dall’alto

Queste strade che salgono alle mura
non hanno orizzonte, vedi: urtano un cielo
bianco e netto, senz’alberi, come un fiume che volta.
dei signori e dei cani.
Da qui alle processioni che recano guinzagli, stendardi
reggendosi la coda
ci saranno novanta passi, cento, non di più: però più giù, nel fondo della città
divisa in quadrati (puoi contarli) e dolce
come un catino… e poco più avanti
la cattedrale, di cinque ordini sovrapposti: e proseguendo
a destra, in diagonale, per altri
trenta o quaranta passi – una spanna: continua a leggere
come in una mappa – imbocchi in pieno l’asse della piazza
costruita sulle rocciose fondamenta del circo
romano
grigia ellisse quieta dove
dormono o si trascinano enormi, obesi, ingrassati
come capponi, rimpinzati a volontà
di carni e borgogna purché non escano dalla piazza! i poveri
della città. A metà tra i due fuochi
lì, tra quattrocento anni
impiantano la ghigliottina.