I Balordi sul romanzo Hitler

hitlercovermedia.jpgIl blog 2B, ovvero Due Balordi (ma in realtà sono tre), è una delle realtà più acute, irriverenti, esilaranti della blogosfera nostrana. Uno dei Balordi, con lo pseudo marish, mi ha fatto l’onore di recensire e criticare Hitler. Ringraziando per le considerazioni positive intorno al libro, vorrei discutere ciò che secondo l’autore dell’intervento è sbagliato nel romanzo: cioè l’idea che Hitler andrebbe riguardato da un’altra angolatura, che è quella storicistica. Ne approfitto perché, leggendo giudizi negativi su cui non discuto ma che a me paiono ottusi, questo argomento è reiterato all’infinito. Provo a essere sintetico. Avendo lavorato anni su Hitler e su come rappresentarlo, io ho adottato una prospettiva, che è una prospettiva metafisica. La domanda non permette retroazioni stupidamente temporali avanzate da qualcuno (tipo: se si potesse tornare indietro nel tempo e si fosse davanti al neonato Hitler, lo si ucciderebbe o lo si porterebbe via, per farlo crescere in altro contesto – questo è stupido, poiché ciò che storicamente accaduto è accaduto e noi ci troviamo davanti comunque a Hitler). La domanda che io pongo non è definitiva: è la mia domanda e va letta sul piano in cui viene posta, altrimenti sarebbe come se uno aprisse un saggio e si incazzasse perché non è un libro di poesia. La prospettiva è dunque metafisica. Va specificata. Essa si chiede cosa sia Hitler e non perché sia Hitler. La risposta non può essere fornita letterariamente, se non in un modo: attraverso la ripetizione di moduli che, effettivamente e storicamente l’individuo Hitler praticò dall’inizio alla fine della sua scellerata esistenza. Sul piano di una metafisica della storia, la mia risposta è: Hitler accade come punto terminale dell’Occidente, usa l’armamentario umanista degradato e deviato per costruire una macchina che annichila, che porta il nulla. Il fatto che io lo definisca (e non giustifichi la definizione, ma la ripeta per la noia del lettore) “non-persona” mira al mistero dell’accadimento che, ovviamente, si concreta in problemi storici assai vasti: da quello del “consenso” a quello dei contatti con club ed élite che permettono a Hitler l’ascesa. Qualunque mitologia è svuotata, se non ridicolizzata (il lupo Fenrir, per esempio, è lo svuotamento dello stilema della fabula mitologica che dovrebbe invasare Hitler: Hitler demonico, Hitler occupato dallo Spirito del Male – tesi che desidero evitare). Ora, la prospettiva metafisica può essere retta, oggi, dalla forma romanzo? A mio parere sì, ma solo a certe condizioni. Queste condizioni sono stilistiche per quanto riguarda l’autore (che può cannarle alla grande) e di comprensione metafisica per quanto concerne il lettore. Se avessi desiderato scrivere un romanzo storico o a-metafisico, non avrei isolato Hitler, non avrei puntato l’obbiettivo solo su di lui. Avrei scritto un romanzo che non avrebbe avuto come protagonista Hitler, ma la congerie nazista. A me interessava una tesi: che è quella del rovesciamento dell’elenkos aristotelico, ovvero il fondamento dell’umanismo occidentale. Volevo cioè manifestare un non-essere che è: cioè, un portatore di annichilimento. Se non avessi fatto in questo modo (prendendomi rischi e responsabilità dell’errore che potrei avere commesso), l’unicità della Shoah sarebbe stata legata alla storia e a Hitler, prescindendo dall’elemento metafisico che essa esprime. Questa tesi è chiaramente contestabilissima. Ma non vedo perché avrei dovuto tradurre l’ottima e dilagante storiografia hitleriana in forma di letteratura: le ragioni storiche che spiegherebbero Hitler sono già tutte in questa abnorme saggistica. La letteratura, nella mia prospettiva (continuo a ripeterlo: una prospettiva che non è apodittica), ha altro ruolo da svolgere. Io cerco di entrare in un frame individuale che sta temporalmente prima del realizzarsi della formazione storica, dell’esposizione ambientale – per chiedermi cosa fosse Hitler e non cosa fosse un altro che, in quella situazione storica, avrebbe potuto fare ciò che Hitler ha compiuto.
Questo abborracciato tentativo di risposta non è diretto al Balordo che ha scritto del libro in una maniera che davvero mi onora. La questione meriterebbe un dibattito – ma ho verificato che spazi per un dibattito del genere, attualmente, non ci sono. Se si vuole affrontare la logica storicistica, il romanzo Le benevole di Jonathan Littell è il capolavoro a cui rivolgersi. Se si vuole tentare di penetrare cosa sia la prassi (non la teoria) metafisica, forse (forse) Hitler può fornire qualche aggancio – o forse no, perché il testo “esorbita” le intenzioni dell’autore (a ciò si riferisce l’ossessiva reiterazione del verbo “esorbitare”: Hitler diventa equivalente al testo occidentale, che “esorbita” sempre attraverso una finzionalità che spiega da sé l’antiumanismo di Hitler e della letteratura occidentale medesima).

Hitler di Giuseppe Genna

di MARISH
Questo libro, pieno di inevitabili cadute ed imperfezioni, va letto.
Va letto perchè, in un paese paludato come il nostro, trovare uno scrittore che decida di “fare romanzo” della vita dell'”innominabile” va ammirato solo per il coraggio che dimostra.
Pensateci. Vi svegliate e decidete di romanzare Adolf Hitler. Il Male incarnato. Il buco nero delle coscienze del mondo occidentale. Il Nulla fatto uomo come chiosa efficacemente lo scrittore. Non proprio facile come impresa. Anzi, come minimo, da ricovero in ambiente protetto.
Comunque il risultato è efficace. Non si dimentica facilmente come il 99% della produzione artistica italiota e questo è, già di suo, molto importante.
L’argomento è così lontano dalle comodità balneari della nostra scena artistica da far dimenticare alcune cose che non vanno. Su tutte il reperimento delle fonti, in alcuni passi, di non elevato livello e la non brillante analisi della fase da combattente nella prima guerra mondiale. Brillano di contro alcuni passi che raramente ho letto così efficaci in scrittori italiani (la fase viennese ed il dopo guerra nei sanatori sono semplicemente perfette).
Il problema, o forse la grande intuizione dello scrittore non lo so davvero, è l’arrendersi troppo velocemente nel cercare di dare una sua spiegazione alla unicità del personaggio Hitler. Troppo estremo. Troppo inumano. No. Non ci siamo. La valutazione del “pericoloso autocrate” come lo chiamava Liddel Hart non può essere limitata al considerarlo una figura unica e quindi non ripetibile. E’ un figlio, ricordiamocelo, di tempi sanguinari, di ideologie contrapposte che spazzavano cadaveri come vento, di una guerra che aveva costretto una generazione di giovani in due metri di fango per anni. Non si deve dimenticare e da lì bisogna partire o si rimane sempre al punto di partenza. Adolf Hitler e i suoi amiconi. Un gruppo di non umani che nessuno sa perchè e come siano riusciti a portare il mondo sull’orlo dell’annientamento.
Comunque si esce dalla lettura del romanzo non sconvolti ma ammirati si. Ripeto, ci vuole coraggio a prendere in mano del materiale del genere.
Quindi massimo rispetto a Giuseppe Genna.
E daje. Daje tutti.

Il romanzo Hitler già in seconda edizione!

hitlercovermedia.jpgA nemmeno una settimana dalla sua uscita in libreria, il romanzo Hitler è già in seconda edizione: Mondadori ha deciso oggi di farne una nuova tiratura. E’ per me un dato importante, non tanto dal punto di vista autoriale o dal punto di vista dell’eventuale vendita del libro – è per me importante che ci sia diffusione della “cosa” che Hitler affronta. Francamente sarei felice se altri scrittori affrontassero la materia, magari criticando la mia personale prospettiva, ma comunque contribuendo al tentativo letterario (finora rimosso) di disgregare la mitologia e l’immaginario (non la memoria) che si sono eretti sul fondamento del carnefice del Terzo Reich. In un periodo di devastante dilagare di revisionismo e di pubblica incoscienza e dimenticanza di quanto è stato e quanto continua a essere, ritengo che l’opera letteraria debba esprimere una valenza politica, che sta proprio nel lavoro sull’immaginario: da un lato si tratta di costruire un immaginario, dall’altro – ed è il caso di Hitler – di decostruirlo. Poiché il mio Hitler affronta la prospettiva storica e la prospettiva metafisica secondo i dettami della teologia della Shoah, sarebbe importante (e il successo estero di Littell lo ha confermato) che oggi venisse praticata la disgregazione, la deviazione e la dissoluzione di un periodo storico la cui lezione stenta a essere recepita a tutt’oggi e che questo venisse letterariamente fatto affrontando la traiettoria sociologica, quella storica pura, quella documentale e, al di fuori di Hitler ma non del nazismo, quella finzionale. Del resto, ho informazioni che proprio intorno a queste tematiche stanno lavorando alcuni dei migliori scrittori italiani. Se il contagio letterario si allarga, sono felice in quanto intellettuale. Per questo la seconda edizione di Hitler è per me un onore. E per questo voglio ringraziare tutti coloro che finora hanno letto e dedicato attenzione al libro.

Avvicinamenti al romanzo HITLER: Paolin su Littell

hitlercovermedia.jpg1. Avvicinamenti al romanzo: Wu Ming 1 e Piperno su Littell
2. Avvicinamenti al romanzo: Claude Lanzmann
3. Avvicinamenti al romanzo: Paolin sulla recensione a Littell di Piperno
4. Avvicinamenti al romanzo: Solinas e la conferma dell’errore di Littell
5. Avvicinamenti al romanzo: io, Littell e Leopardi
6. Avvicinamenti al romanzo: le bozze
7. Avvicinamenti al romanzo: audio – Levi Della Torre e Mengaldo
8. Avvicinamenti al romanzo: da Autet su Littell
9. Avvicinamenti al romanzo: la rappresentazione del Male
10. Avvicinamenti al romanzo: rappresentare le vittime del Male, rappresentare chi fa il Male
11. Avvicinamenti al romanzo: Giglioli su Littell
12. Avvicinamenti al romanzo: Sebald e Austerlitz


Demetrio Paolin era già intervenuto, a proposito della nozione di “Zona Grigia”, nel dibattito su Littell e il suo Le Benevole. Sulla splendida biblioteca di Babele recensoria che è Bottega di lettura, ha adesso pubblicato un articolo, che condivido in ogni sua sillaba, circa la struttura poetica e immediatamente morale del romanzo di Littell, soffermandosi tuttavia anche sulle implicazioni strutturali e stilistiche, e proponendo un paragone che, ai critici letterari, può apparire scabroso, ma che di fatto non lo è, in quanto è emblematico della leggerezza etica che implica l’atteggiamento poetico di Littell. Ripresento qui di seguito l’articolo di Paolin, che rimane una panoramica penetrante, poiché fa riflettere su temi centrali, che sono poi ancora più centrali per uno scrittore che ha tentato di affrontare la rappresentabilità non del nazismo, bensì di Hitler stesso.

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Avvicinamenti al romanzo: la rappresentezione del Male

1. Avvicinamenti al romanzo: Wu Ming 1 e Piperno su Littell
2. Avvicinamenti al romanzo: Claude Lanzmann
3. Avvicinamenti al romanzo: Paolin sulla recensione a Littell di Piperno
4. Avvicinamenti al romanzo: Solinas e la conferma dell’errore di Littell
5. Avvicinamenti al romanzo: io, Littell e Leopardi
6. Avvicinamenti al romanzo: le bozze
7. Avvicinamenti al romanzo: audio – Levi Della Torre e Mengaldo
8. Avvicinamenti al romanzo: da Autet su Littell
bataille.jpgEsattamente come Alessandro Piperno, che si riappropria di una supposta assolutezza dissacratoria della letteratura, Felice Piemontese, autore di una recensione de Le Benevole di Littell sul Mattino, la fa facile: “Fino a che punto il Male può essere mostrato, senza schermi e senza infingimenti? Sono le stesse obiezioni che furono, e sono, mosse a Sade o al Pasolini del «Salò» e a cui si può rispondere – con Bataille (caro a Littell) – che lo scrittore autentico è colui che trasgredisce o mette in discussione convenzioni e interdetti, principi di uniformità e di prudenza essenziali”. Così è facile: non si assume a fondo lo sguardo dello scrittore che, non a caso, con l’Olocausto non intrattiene da cinquant’anni un facile rapporto.
Se è vero che “il bene non fa romanzo” (e quanto mi piacerebbe sfatare questa specie di credenza superficiale…), è anche vero che non lo fa il Male. Poiché né Sade né Pasolini toccano l’estremalità della Storia, che fu l’Olocausto – essi distrussero tabù, rovesciarono uno stato di fatto morale: rappresentarono il male (il relativo all’umano) e non il Male (il relativo all’inumano). Sebbene, e questo va chiarito, Pasolini, nella sua denuncia contro la mutazione antropologica occidentale, ravvisava perfettamente le radici di quella deriva: era essa stessa un sintomo di un Male che era ed è in dilagante contagio. Aperta, la crepa non è stata chiusa: almeno, non dagli scrittori.
E nemmeno da Bataille, così amato da Littell, il quale non fa occultamento della perversione attiva che il male relativo può esercitare, mentre il Male assoluto no. Già La letteratura e il male di Bataille è l’esito che la crepa ontologica, questa faglia imposta dallo sterminio ebraico per mano di Hitler, è ormai attiva, non compresa, evidenziata nel suo pernicioso nascondimento: che è quello di perpetuare carsicamente la fine dell’umanesimo.

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Avvicinamenti al romanzo: un dialogo illuminante

1. Avvicinamenti al romanzo: Wu Ming 1 e Piperno su Littell
2. Avvicinamenti al romanzo: Claude Lanzmann
3. Avvicinamenti al romanzo: Paolin sulla recensione a Littell di Piperno
4. Avvicinamenti al romanzo: Solinas e la conferma dell’errore di Littell
5. Avvicinamenti al romanzo: io, Littell e Leopardi
6. Avvicinamenti al romanzo: le bozze
Sul tema della memoria, la trasmissione Uomini e profeti di Radio 3 ha recentemente intavolato un dibattito illuminante, anche e soprattutto alla luce di quanto si è tentato di dire a proposito della questione-Littell e del suo romanzo-mondo Le Benevole. Il tema del colloquio è in che modo la cultura ebraica ha elaborato le atrocità della Shoah e in che rapporto si pone nei confronti della sofferenza di altri popoli. Intervengono lo studioso di ebraismo Stefano Levi Della Torre, il palestinese Mahmoud Al Safari e lo scrittore Pier Vincenzo Mengaldo (autore dello studio di esemplare acribia La vendetta è il racconto. Testimonianze e riflessioni sulla Shoah, edito per i tipi Bollati Boringhieri. Dalla cui impostazione iniziale non discordo, ma dai cui esiti teorici sì).
La mia personale prospettiva coincide totalmente con le meditazioni di Levi Della Torre.
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Avvicinamenti al romanzo: Wu Ming 1 e Piperno su Littell

benevolelittell.jpgGrandissimo libro-mondo, Le benevole di Jonathan Littell è un caso estremale, per due motivi: affronta l’estremalità del secolo – cioè la mobilitazione totale bellica nazista che ha la sua apicalità obbrobriosa nello sterminio ebraico; e il punto preciso in cui la letteratura e la realtà si distaccano, perché la letteratura si fa morbosa. Riproduco qui di seguito due recensioni al romanzo a-storico di Littell, che mi paiono contrapposte nelle prospettive assunte: quella di Alessandro Piperno uscita sul Corriere della Sera e quella di Wu Ming 1 uscita su L’Unità. La questione che fa da perno è, per Piperno, letteraria; per Wu Ming 1, politica e letteraria nello stesso tempo. Il relativista blasé Piperno arriva a enunciare, proprio laddove non sarebbe il caso, un assolutismo della letteratura di invenzione che, come osserva all’inizio del suo articolo, sulla questione dell’Olocausto avrebbe indotto Primo Levi a trovare “rivoltante” il libro di Littell. Essendo lontano da una concezione assoluta della letteratura, Piperno cade a mio avviso nella posizione opposta, secondo un movimento che fu proprio delle avanguardie storiche italiane: l’invenzione iuxta propria principia, l’abbassamento che può tutto, la comunicabilità del tutto. Letterale da Piperno: la letteratura “da sempre, si è sobbarcata l’onere di cercare la verità attraverso la desacralizzazione”. Si tratta di un’affermazione censurabile nel momento in cui, a pronunciarla, non tanto è un intellettuale (peraltro un amico) che sa di letteratura, ma una persona che non ha la benché minima idea di che cosa sia il sacro (censurabile e scandaloso, dal mio punto di vista, un suo intervento, ancora sulle pagine del Corriere, circa la rivolta dei monaci buddhisti in Birmania, dove Piperno si mette a dare una definizione di pratiche buddhiste a partire da ciò che vede in tv, senza minimamente sapere che tipo di riflessi “karmici” ha l’ahimsa su chi la compie in quel modo, cosa voglia davvero “rovesciare la ciotola delle offerte”, su piani di cui Piperno non è disposto ad ammettere nemmeno lontanamente l’esistenza). In questo caso, come già meditato e reiteratamente espresso da Claude Lanzmann (anche violentemente, su Le Monde, a proposito di Littell) si viene a ricoprire una posizione oscenamente morbosa. Se ci si vuole divertire delle varianze inventive della letteratura su un fatto storico che è costato la vita, tra indicibili (e l’aggettivo non è casuale) orrori a 6 milioni di persone, si è liberi di farlo. Non contesto né la grande operazione stilistica né la qualità del romanzo-universo di Littell, sia chiaro: mi oppongo allo sguardo finzionale che ad Alessandro piace molto, fino a essere elevato come assoluto della narrazione. Avrei volentieri risposto a Piperno – ma si sa: non dispongo di sedi pubbliche per ingaggiare un dibattito tanto alto, e il Corriere è una di queste sedi.
D’altro canto, la precisissima analisi e le molteplici prospettive richiamate da Wu Ming 1 mi sembrano ricoprire la mia posizione in merito. E’ proprio per l’adozione inventiva dello sguardo in prima persona che il libro di Littell è un atto che tracima dalle buone intenzioni di un fan del Novecento, che pretende di scrivere il romanzo definitivo sul nazismo (ambizione, questa, non francese: americana, semmai). Littell si fa sfuggire di mano, anche grazie all’immensa competenza filologica e storica, il racconto di una realtà che, in quanto estremale, non può cadere nelle gabbie del romanzo storico e tuttavia non vuole essere un saggio: il problema è irrisolto, ma la conclusione è che si esce dalla lettura di questo libro avendo adottato un protocollo mitologico sbagliato, morboso e osceno.
Littell, a proposito del titolo che ha dato al suo libro, richiama l’Orestea, e fa male: qui non c’è nessuna mimesi (appare come mimesi, ma, essendo filtrata dallo sguardo finzionale, non è mimesi) e nessuna catarsi (sulla quale non c’è meditazione: si assume che la catarsi sia l’effetto dell’identificazione, il che significa non avere compreso Platone, Aristotele e la tradizione umanistica che ne discende). C’è semmai l’adozione di una mitologia che va negata – non c’è mitologia nell’Olocausto ed è immorale sostenere il piacere di averla esperita, seduti in poltrona a sfogliare un libro. Con felice intuizione filologica, Wu Ming 1 individua in Melville e in Moby Dick il modello letterario che Littell cerca vanamente di fare deflagrare: e, siccome ci riesce solo in parte (ed è la parte sbagliata), la questione si fa politicamente grave, e letterariamente consona a una vittoria postuma concessa a Hitler proprio sul piano in cui Fackenheim chiede che sia negata. Mentre la Balena Bianca (si veda il 42 capitolo di Moby Dick) è il mito vuoto e potenziale, la Balena Bruna e Novecentesca di Littell rischia di essere il mito pieno – una posizione che non letterariamente, ma umanamente eticamente e in assoluto giudico come l’avrebbe giudicata Primo Levi: “rivoltante”.
Tutto ciò meriterebbe un dibattito in sede adeguata. Lancio qui un appello a chi voglia riprenderlo o, eventualmente, organizzarlo.
Di seguito, gli articoli di Alessandro Piperno e di Wu Ming 1.

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