La nudità

Ha detto un Maestro:

E’ così difficile riconciliarci con, tornare ad aderire a, rammemorarsi della natura? E della propria natura? E’ difficile, a quanto pare, per gli umani.

Provo a meditare con una metafora. Una forma di essenzialità umana è la nudità: noi non compiamo alcuna fatica a essere nudi. Così, a essere la natura che siamo, non compiamo alcuna fatica. Nel mondo capita che ci vestiamo. Ci sono ragioni climatiche e cliniche che hanno imposto alla specie, una volta trasmutata e giunta a una sua nudità, di adottare vesti. In seguito è accaduto che le vesti venissero fortemente culturalizzate. Infine, che lo spettacolo delle vesti annullasse l’idea stessa di nudità. Soltanto nei momenti di massima intimità, compresa quella dolorosa degli attimi terminali o di intensissima sofferenza organica, ritroviamo la nudità lì dov’era sempre stata. [Un poeta italiano contemporaneo, Giovanni Giudici, scrive in una sua poesia, nel libro Il male dei creditori: “Per ché come se fossero vivi | vestiamo i morti?”. E’ una domanda sintomatica, non anamnestica. gg].
Il rapporto con la nudità è un rapporto sorgivo che, a causa delle pressioni dell’inconscio e del conscio collettivo, diviene via via liberatorio, frustrante, umiliante. Essere messi a nudo o denudarsi appare fondamentalmente rivelatorio, un atto ultimo: ciò che ci resta, il nostro corpo nudo e semplice.
Tutto ciò storna l’attenzione dal fatto che la nudità c’è da quando esistiamo, cioè da quando siamo, e quindi è una metafora accettabile di quanto siamo naturalmente. La nudità è sempre stata lì e, come la nostra natura, ha sviluppato coperture che hanno attratto l’attenzione stessa.
Ora, la domanda su come riconciliarsi o come ricordarsi della natura quintessenziale dell’essere umani suona all’incirca al pari di questa seguente: come si può riconquistare la nostra nudità?
La risposta alla domanda è che non si può: già siamo nudi. Si possono compiere alcune operazioni: togliersi le vesti e tornare a vedersi nudi. Si può pensare che, sotto le vesti, siamo nudi, essenzialmente nudi.
Le vesti sono le sovrapposizioni: i pensieri, le tendenze latenti, tutto ciò che inibisce l’attenzione, l’accorgersi che esiste una nudità naturale che non fa fatica. E’ inutile riflettere sullo stato adamitico, che è proprio la nudità: questo riflettere è già una veste.
La nudità è la sensazione di essere, che tutti noi sperimentiamo internamente, a prescindere da nome, sesso, posizione sociale, azioni compiute o che compiamo nel mondo, che sono tutti vestiti, belli o brutti che siano, ci piacciano o meno, essi non hanno nulla a che fare con la nudità e la ricoprono, la velano.
E’ da porre attenzione alla nudità, cioè alla semplicissima e sempre presente sensazione “Io sono”.

Funzionamento di un simbolo

Un Maestro disse:

“Tutte le esperienze di piacere e dolore hanno origine nei pensieri dell’uomo. Un pensiero è come il seme di un albero che, a tempo debito, produce rami, foglie, fiori e frutti. Tutto ciò che vedete in un albero è scaturito da un piccolo seme; similmente, il pensiero dell’uomo, sebbene sia immateriale, contiene potenzialmente l’universo intero. L’atomo è il microcosmo dell’Universo. Forse avete notato l’enorme dimensione dell’albero banyan; eppure il suo seme è molto piccolo. Intrinsecamente, il seme e l’albero sono uno”.

Cristo disse (Marco 4,30-32; Luca 13,18-19; Matteo 13,31-32; e il qui riportato Vangelo di Tommaso, 20):

“I discepoli dissero a Gesù, “Raccontaci com’è il Regno dei Cieli”. Egli disse loro ‘È come un granello di senape, il più piccolo dei semi, ma quando cade su terreno preparato, genera una pianta grande e diventa riparo per gli uccelli del cielo'”.

Sul simbolo: il medesimo significa due verità apparentemente opposte – il banjano è il mondo a partire dalla sua genesi in forma di seminale; il grano di senape è il sorgivo del Regno dei Cieli, cioè ciò da cui scaturisce il mondo successivamente. Lo stesso albero ha radici in terra e radici in cielo. Il simbolo irradia: mondo e Regno dei Cieli hanno la medesima struttura dinamica di sviluppo. Salire o scendere (parole che sono simboliche) predispongono a un medesimo itinerario. A un livello di comprensione inferiore: macrocosmo e microcosmo sono strutturati analogicamente allo stesso modo.
Qui il simbolo raggiunge la sua massima espressione in quanto entità pensativa e linguistica: è un’allusione. A cosa? A ciò che è e che non si può descrivere.
Limitazione del pensiero, del nome e della forma – l’allusione, come più alta forma di retorica, allude a questa fine che è l’inizio di una comprensione più profonda, che viene prima e durante e dopo il linguaggio ma non gli appartiene, piuttosto è il linguaggio che le appartiene.
Ultimativo importo delle due parabole: l’essere non è lo stato definitivo. Bisogna leggere con sguardo acuto per comprendere ciò. Avviene che, essendo qualificato, l’essere è uno stato metafisicamente transitorio, anche se fuori dal tempo. Ci sono fasi anche fuori dal tempo: fasi non temporali. Di qui fu elaborata la nozione occidentale metafisica di “eone”, che è un’altra allusione.

Bonaventura da Bagnoregio: passi scelti da Itinerarium mentis in Deum

di Bonaventura da Bagnoregio
[La traduzione vìola la lettera in alcuni punti, sperando di mantenerne vivo lo spirito. gg]
Scongiuro il lettore di dare maggior peso all’intenzione che io ho avuto nello scrivere questo trattato che non alla realizzazione che ne ho fatto, più al suo contenuto che non alla forma con la quale l’ho espresso, più alla verità che all’eleganza dello stile, più al calore del sentire che non alla profondità della scienza.
Per questa ragione prego il lettore di non scorrere alla svelte queste pagine, ma di farne oggetto di attenta meditazione.
Bisogna che tu rientri in te stesso. Il tuo spirito, infatti, ama di amore potente se stesso. Ma non potrebbe amare se stesso, se non si conoscesse.
Come il niente assoluto non ha nulla dell’essere e delle sue proprietà, così, inversamente, l’essere puro e semplice non ha nulla del non-essere, né in atto né in potenza, né nella realtà né nella nostra riflessione. Il non-essere, infatti, essendo privazione dell’essere, non può venir pensato se non in relazione al concetto di essere; l’essere, invece, non può mai essere concepito in relazione ad alcun altro concetto, perché tutto ciò che conosciamo o lo conosciamo come negazione di essere o come essere possibile o come essere reale.
Il puro e semplice essere è la prima nozione che si presenta alla mente ripulita e calma, e si identifica con l’atto puro di essere – semplicemente essere che si è.
Ma l’atto puro non può identificarsi con un essere in particolare, che è qualcosa di limitato, perché commistione di atto o di potenza di stare per; né con un essere analogo, che non trovando affatto riscontro nella realtà, non è assolutamente possibile che sia in atto, presente a tutti gli effetti.
Non resta dunque, che identificare quest’essere con l’essere che è, semplicemente, e non può non essere, con la nuda presenza di essere cioè.
E’ davvero strana, perciò, la cecità della mente umana, che si lascia sfuggire ciò che le si presenta per primo, e che condiziona ogni altra sua conoscenza.
Ma come l’occhio del corpo, distratto dalla verità dei colori, non vede la luce, che pure è l’elemento che glieli rende visibili o, se anche la vede, non vi pone attenzione; così l’occhio del nostro spirito, attratto dagli esseri particolari e dai concetti, perde di vista proprio quell’essere semplice e puro, che è al di là di ogni specificazione e descrizione [poiché semplicemente è e basta]. Eppure quest’essere semplice e puro è la prima nozione che gli si presenti all’umano, e tutte le altre cose non si possono comprendere se non partendo da questa sensazione di presenza, di puramente e concretamente essere.
Accade “all’occhio del nostro spirito, davanti alla realtà abbagliante delle cose sensibili, quello che accade al pipistrello davanti alla luce” (Aristotele). Assuefatto alle tenebre degli esseri e dei fantasmi del sensibile, gli sembra di non veder niente quando è colpito dalla “luce” dell’essere puro e semplice. E non comprende che proprio quella “caligine” è, invece, la luce più chiara per il nostro spirito, anche se, come l’occhio accecato da luce vivissima, gli sembra di non veder proprio niente.
Tale essere purissimo ti si presenterà come essere primo, eterno, semplicissimo, attualissimo, perfettissimo e assolutamente uno senza secondo.
Ma c’è ancora dell’altro che può aumentare il tuo stupore. Se continuerai la tua riflessione con la mente pulita e calma, si farà ancor più “luce” in te, e “vedrai” che questo puro e semplice essere è anche ultimo, proprio perché è primo; è continuamente presente, perché eterno; è il più grande, perché il più semplice; è il più immutabile, perché il più attuale; è immenso, perché perfettissimo; è inesauribile verità, perché somma unità.
E poiché è così uno e diverso, questo semplice essere è tutto e sempre lo stesso in tutte le cose, sebbene le cose siano tante ed esso uno solo. Questa sua unità assoluta, unita alla verità completa e alla bontà purissima fanno di lui il modello di ogni virtù, il sostrato sensibile di tutte le forme e ciò da cui scaturisce ogni linguaggio.
Perciò da Lui, per Lui, e in Lui sono tutte le cose.
Nessuno può contemplare la sua faccia, e rimanere in vita.
Morire per vivere la vita piena.
Ed allora, “moriamo”. Entriamo nella luminosa caligine dell’essere puro e semplice, imponendo silenzio a cure, concupiscenze e apparenze. Dopo la scoperta della nostra identità con l’essere puro e semplice, noi potremo dire con Filippo: Questo ci basta.

William Blake: ‘Memorabile Deriva Immaginativa’

life_blakedi WILLIAM BLAKE
[traduzione distorsiva di Giuseppe Genna]

Mentre camminavo fra i fuochi dell’Inferno, deliziato da quei godimenti del genio che agli Angeli appaiono come tormento e insania, raccolsi alcuni dei loro Proverbi; pensando che, così come i detti che s’usano in una nazione ne designano il carattere, allo stesso modo i Proverbi dell’Inferno renderanno palese la natura della sapienza Infernale meglio di una qualsiasi descrizione di edifici o abbigliamenti.
Quando me ne tornai a casa, sull’abisso dei cinque sensi, dove uno scosceso pendio minaccia il mondo presente, vidi un Diavolo possente ravvolto in nuvole nere che si librava sui fianchi della roccia: con fuochi corrosivi scriveva la frase seguente, che ora le menti degli uomini percepiscono, e sulla terra la leggono:

Che ne sapete se un qualunque uccello che taglia le strade dell’aria non è un immenso mondo di delizia chiuso dai vostri cinque sensi?

* * *

A Memorable Fancy

As I was walking among the fires of hell, delighted with the enjoyments of Genius; which to Angels look like torment and insanity. I collected some of their Proverbs: thinking that as the sayings used in a nation, mark its character, so the Proverbs of Hell, shew the nature of Infernal wisdom better than any description of buildings or garments. When I came home; on the abyss of the five senses, where a flat sided steep frowns over the present world. I saw a mighty Devil folded in black clouds, hovering on the sides of the rock, with corroding fires he wrote the following sentence now percieved by the minds of men, & read by them on earth.

How do you know but ev’ry Bird that cuts the airy way, Is an immense world of delight, clos’d by your senses five?

Sarvasaropanisad: Il Quarto Stato

Si ha lo stato di veglia quando il Sé percepisce gli oggetti sensibili grossolani quali il suono e simili tramite i suoi quattordici organi a partire dalla mente, che hanno il sole come divinità di sostegno. Quando poi il Sé, insieme ai quattro organi che costituiscono l’apparato mentale, accompagnati dalle impressioni subconsce ad essi relative, percepisce oggetti sensibili quali il suono anche in assenza della loro presenza fisica, si ha lo stato di sogno. Quando, in grazia dell’assenza di funzionamento dei quattordici organi (ossia i quattro mentali più i cinque sensi percettivi e i cinque sensi d’azione) e del conseguente venir meno di una coscienza specifica, non si percepiscono più in alcun modo oggetti sensoriali quali il suono, e simili, allora si ha lo stato di sonno profondo. Ma quella unica ed ininterrotta consapevolezza che funge da testimone tanto alla presenza quanto all’assenza dei tre stati precedenti, di per sé scevra di tale presenza o assenza, è ciò che vien detto il Quarto Stato.

[dalla Sarvasaropanisad]

Walser: Lo scrittore e la ragazza

«Uno scrittore avanti con gli anni sedeva una sera in società. Intorno a lui c’erano persone di vario genere che parlavano animatamente. Lui non sentiva e non vedeva nulla, era come assente. Gli si avvicinò una ragazza. Lui non la guardò, ma lei non si fece intimorire. Se avesse voluto ricevere gentilezze, le avrebbe cercate altrove. Fu toccata dal fatto che lui se ne stesse seduto lì, quasi irraggiungibile, senza dire una parola. Si sentì quasi tanto più spinta a parlare, e disse: “Io ti conosco, e a vederti seduto così, senza il benché minimo entusiasmo, mi verrebbe da considerarti una persona indurita e indifferente. Felicità e infelicità ti interessano ormai ben poco. Cosa volevo dirti? Ah sì, pensa un po’: io ho letto tutti i tuoi libri, che sono così magnifici, così quieti, così autentici e sinceri e piacevoli, che risuonano come bei canti, e nel cui linguaggio scorre come una corrente che incarna la forza e la leggiadria. Mi osservi in maniera perfino un po’ troppo sorpresa. Ti sorprende la mia serietà? Sono capace anche di ridere e raccontar stupidaggini, se la situazione lo richiede e se ne ho voglia.
Se ci fosse un altro seduto al tuo posto, non vi vedrei nulla di particolare, vedrei in te un barbuto brontolone e non ti prenderei affatto in considerazione, perché di giovani divertenti ce n’è a sufficienza. Ma nessuno di loro ha scritto racconti così belli. È questo che mi commuove e quasi mi colpisce come un fulmine. È il pensiero che tu non sei giovane, e che certo tra breve dovrai morire, e tuttavia hai creato qualcosa di sempreverde che esisterà anche quando tu non ci sarai più, che non invecchia, anche se tu sei vecchio, che rimane giovane anche se tu non sei più giovane.
Vedi, io appartengo alla vita e amo la spensieratezza del presente. Ma non sono anche i tuoi libri un presente? Le persone e i paesaggi, i dialoghi e gli avvenimenti, i sentimenti e la quiete della natura, le azioni vivaci e vigorose: tutto ciò che hai descritto è strettamente compatto, non può separarsi, costituisce un mondo a sé, con una propria vita. Si profila impercettibilmente e poi si sviluppa, ha forma e colore, occhi e labbra, ed è vasto e quieto e grande. Quando ho cominciato a leggere non sono più riuscita a smettere, ho continuato a leggere fino a quando non ho vissuto io stessa tutte le significative vicende che racconti. Come mi ha rinvigorito la conoscenza dei personaggi creati dalla tua fantasia. La vita è diversa da come tu la racconti, ed è giusto che sia così. Talvolta mi sembravi quasi fin troppo gradevole, e mi veniva quasi da essere impaziente. Ma se mi sforzavo di seguirti e di accettare il tuo modo di essere quieto con i quieti e prudente con i prudenti, allora mi piacevi davvero, e io stessa mi piacevo più che mai. Forse queste mie parole ti annoiano. Ma io mi sono augurata che tu potessi continuare a vivere e sentire, e che venissi immediatamente baciato dalla fama”.
Lo scrittore non rispose nulla. Teneva lo sguardo fisso a terra e nel mondo della propria vecchiaia, mentre la ragazza guardava per così dire al di là di lui nella rosea vivacità della giovinezza. Lei pensò: “Che tristezza. Questo celebre scrittore ha un aspetto che non entusiasma, così che si guarda solo alla sua opera, alla quale lui ha sacrificato la propria vita”.
Si allontanò in fretta. Nei suoi begli occhi chiari c’erano quasi delle lacrime.
Non ci volle molto perché venisse presa nel divertimento e abbandonasse la tristezza».
[1919]
Robert Walser – da Aus dem Bliestiftgebiet – Traduzione di Mattia Mantovani
[dallo speciale “Per Walser” su Zibaldoni]

Tolstoj, da La confessione

Allora soltanto mi chiedo quel che prima non mi veniva neppure in testa: io mi chiedo: dove e su che cosa sono sdraiato? Comincio a guardarmi intorno e innanzitutto guardo in basso là dove penzola il mio corpo e dove sento che sto per cadere. Guardo in basso e non credo ai miei occhi. Mi trovo ad un’altezza che non è neppure paragonabile a quella di una torre altissima o di una montagna, mi trovo ad una altezza tale, che mai avrei saputo immaginare.
Non riesco a capire se vedo o no qualcosa là in fondo, in quel precipizio senza fondo sul quale sono sospeso e che mi attrae. Il cuore mi si stringe e sono atterrito. Guardare là è terribile. Sento che se guarderò là, scivolerò dalle ultime cinghie e perirò. Io non guardo, ma non guardare è ancora peggio, perché allora penso a quel che mi accadrà quando sarò scivolato via dall’ultima cinghia. E penso che per il terrore sto perdendo l’ultimo sostegno e lentamente scivolo sul dorso sempre più in basso. Ancora un istante e mi staccherò. E allora mi viene da pensare: non è possibile che questo sia vero. È un sogno. Svègliati. Tento di svegliarmi, ma non ci riesco. Che fare? che fare? mi domando, e guardo verso l’alto. Anche là in alto c’è un altro abisso. Io guardo in quell’abisso del cielo e mi sforzo di dimenticare l’abisso che è in basso ed effettivamente ci riesco. L’infinito in basso mi respinge e mi atterrisce. L’infinito in alto mi attrae e mi dà forza. Io sto sospeso sopra l’abisso, sulle ultime cinghie che non mi sono ancora scivolate via. So di stare sospeso, ma guardo soltanto in alto e il mio terrore sparisce. Come accade in sogno una voce dice: “Stai attento, è questo!” e io guardo sempre più lontano in alto nell’infinito e sento che mi sto calmando, ricordo tutto ciò che è accaduto, e ripenso a come è accaduto: come ho messo i piedi, come sono rimasto penzoloni, come mi sono atterrito e come mi sono salvato dal terrore guardando in alto. E mi vado chiedendo: be’, e ora? non sono forse ugualmente penzoloni? E io non tanto mi guardo attorno, quanto, con tutto il mio corpo, sento il punto di appoggio sul quale mi reggo e vedo che non penzolo più e che non cado, ma mi reggo saldamente. Mi chiedo come mi reggo, mi palpo, mi guardo intorno e vedo che sotto di me, proprio a metà del mio corpo, c’è una sola cinghia e che quando guardo in alto poggio su di essa nell’equilibrio più stabile e mi accorgo che anche prima essa sola mi reggeva. Ed ecco che, come accade in sogno, questo meccanismo, per mezzo del quale mi reggo, mi appare molto naturale, comprensibile e sicuro, nonostante che in realtà tale meccanismo non abbia nessun senso. In sogno io persino mi meraviglio di non averlo capito prima. Vien fuori che vicino alla mia testa c’è un palo e la solidità di questo palo non dà adito ad alcun dubbio, nonostante che questo palo sottile non abbia nulla su cui poggiare. E poi dal palo in modo molto ingegnoso e insieme semplice si diparte una corda e se te ne stai su questa corda con il centro del corpo e guardi in alto, non c’è nessun pericolo di cadere. Tutto questo mi era chiaro ed io ero contento e tranquillo. Ed era come se qualcuno mi dicesse: Attento, non dimenticare. E mi svegliai.
Lev Nikolaevič Tolstoj, La confessione, SE

Houellebecq, da La ricerca della felicità

“Sforzati di presentarti davanti a Dio come un uomo degno
di approvazione, un lavoratore che non ha di che vergognarsi,
uno scrupoloso dispensatore della parola di verità”

Seconda lettera a Timoteo, 2, 15

Non potete amare la verità e il mondo. Ma avete già scelto. Il problema consiste adesso nel mantenere tale scelta. Vi invito a non scoraggiarvi. Non che abbiate qualcosa in cui sperare. Anzi, sappiate che sarete molto soli. La maggior parte delle persone scende a patti con la vita oppure muore. Siete dei suicidi vivi.
A mano a mano che vi avvicinate alla verità, la vostra solitudine aumenta. L’edificio è splendido, ma deserto. Camminate in sale vuote, che vi rimandano l’eco dei vostri passi. L’atmosfera è limpida e invariabile; gli oggetti sembrano pietrificati. Talvolta vi mettete a piangere, tanto la nitidezza della visione è crudele. Vi piacerebbe ritornare indietro, nelle nebbie dell’ignoranza; ma in fondo sapete già che è troppo tardi.
Continuate. Non abbiate paura. Il peggio è già passato. Certo la vita vi strazierà ancora; ma, dal canto vostro, non avete più tanto a che fare con essa. Ricordatevene: fondamentalmente, siete già morti. Adesso siete faccia a faccia con l’eternità.
Michel Houellebecq, da Bussare dove conta, in La ricerca della felicità, Bompiani

Plotino, dalle Enneadi

Suvvia, entri dentro chi ha cuore e segua le sue orme nei penetrali; non senza però, aver lasciato fuori le visioni dei suoi occhi mortali e guardarsi bene dal volgersi indietro a quei corpi un tempo splendenti.
Plotino, Enneadi I,6,VIII, Mondadori
COME NON INTERPRETARE PLOTINO: L’ERRORE DI GADAMER
Riporto un passo ermeneutico del filosofo Hans Georg Gadamer. Risiedono qui tutti gli errori di cui la filosofia moderna occidentale è preda nell’affrontare la metafisica pratica del Non-Dualismo:
«Di fatto, le trattazioni di Plotino non erano lezioni in senso stretto, ma “esposizioni”. Vorrei aggiungere che anche le nostre lezioni dovrebbero essere “esposizioni”, nel senso letterale del termine: dovrebbero “esporre” qualcosa davanti all’ascoltatore, ed “esporre” lui stesso allo sforzo di vedere. È tutt’altra cosa rispetto alla lectio.
In quello scritto, Plotino ha anche parlato dei tre “stadi”: la natura, l’anima e lo spirito. Non si tratta però di un sistema filosofico. Lo è diventato soltanto in seguito, in parte già con Proclo, e poi, seguendo il destino della filosofia, nell’età moderna. Si tratta, in realtà, di un cammino ascensionale di apertura, che si risolve nell’Uno. Quando la natura si apre, vediamo effettivamente realizzarsi qualcosa che è stato lungamente atteso. Chi conosce il Meridione e ha presente i primi temporali autunnali, quando all’improvviso tutto rinverdisce; chi ha fatto analoghe esperienze di ciò che la natura può offrire, ben comprende che cosa sia quella natura creatrice, che, aprendosi, si specchia in se stessa. In questi casi parliamo di “contemplazione”, ma bisogna intendere bene l’uso di questo termine: non è un semplice contemplare, nel senso di “stare a guardare”, o “dirigere lo sguardo verso qualcosa”. No! Non è così che si specchia la natura; è piuttosto come se i fiori o i frutti fossero interamente assorbiti proprio nella cornice di ciò che sono.… Ovviamente la natura possiede, in questo senso, una incredibile presenza; e ciò mi induce a ricorrere, ancora una volta, a un termine tedesco. Plotino fa uso infatti di immagini, spesso anche molto eloquenti, e una delle sue similitudini più belle è quella della sorgente. Che cos’è, in realtà, una sorgente, una fonte? È acqua che sgorga in continuazione e che alla fine riempie tutti i fiumi e i mari, senza mai venir meno. Questo è il grande mistero: è “dappertutto”. Ho prestato particolare attenzione, meditando su Plotino, al significato della parola tedesca “überall”, “dappertutto”. “Über” (sopra), “all” (tutto); che vuol dire? Più di tutto? Meno di tutto? Al di sopra di tutto? Ciò che è sommo? Oppure ciò che, essendo “sopra tutto”, è anche dappertutto? Ecco il senso della metafora della sorgente: l’acqua – che è dovunque – è l’acqua della fonte. L’espressione tecnica, creata nella traduzione latina per rendere questa idea, è “emanazione”; Plotino viene chiamato “il filosofo dell’emanazione”, poiché l’intero teatro del mondo, che egli “espone” – appunto – davanti agli occhi dello spettatore, questo scaturire di tutte le cose da un’unica sorgente, si spiega proprio così; e infine, dalla molteplicità di tutto ciò che accade, esso ci riunifica, ci assorbe interamente in ciò che “è”. Così si realizza il secondo stadio, dalla natura all’anima.
L’anima non dev’essere intesa come la nostra chiusa interiorità, a suggerire già un concetto cristiano di anima: è pur sempre la nozione greca di anima, cioè la fonte della vita, presente in ogni essere vivente. Anche questa è una sorgente.
[…] Rivolgendo lo sguardo al pensiero di Plotino, vi si scorge comunque qualcosa di quella nascente concezione dell’aldilà di cui il cristianesimo ha fatto dono, con la sua promessa e il suo messaggio, al mondo antico ormai avviato verso il tramonto. Qualcosa di questa atmosfera escatologica appare qui in veste davvero peculiare, non già nella forma del culto, bensì come concentrazione dell’anima e forza spirituale del pensiero. È assente, però, la pretesa che queste realtà umane riescano, da sole, a risolvere il mistero della nostra esistenza, della morte e dell’aldilà. Una tale tendenza era invece diffusa in molti esponenti della filosofia di quel tempo: a proposito di questi fenomeni del mondo tardo-antico si parla della cosiddetta “gnosi”. C’era uno gnosticismo ebraico, come oggi sappiamo, c’era una gnosi greca e una gnosi cristiana. Si tratta di correnti e dottrine che pretendevano di rendere accessibili i misteri religiosi grazie alla forza del pensiero e del concetto. Questo è il grande pericolo in cui si muove sempre la filosofia. Nemmeno Hegel si è salvato da questo genere di critica: è stato detto, infatti, che il suo superamento del mondo della rappresentazione (quello cioè della sfera religiosa) per raggiungere il concetto e il sapere assoluto, altro non è che una gnosi. Ritengo che, nel caso di Hegel, questo giudizio non sia del tutto corretto: egli non ha affermato che la forma del concetto sia separabile dall’altra forma, quella della rappresentazione, affidata al cristianesimo dalla Rivelazione divina. Lo stesso rimprovero potrebbe essere rivolto a Plotino, ravvisando in lui una via della ricerca, che ci condurrebbe infine alla contemplazione dell’Uno. Ma non è affatto così: noi non potremo mai disporre di quest’Uno a nostro piacimento; lo stesso Plotino è riuscito solo due volte, nella sua vita, come racconta, a raggiungere in quest’attimo di pienezza la dimenticanza di sé. Poi, però, comincia una nuova separazione da se stessi: la conoscenza. Io sono qui, distinto dagli altri; la natura è altro da me, e l’intero cammino riprende così da capo. Pertanto, l’ascesa dell’anima non è l’iniziazione a un mistero, bensì un’esperienza che ciascuno può fare, con la forza del proprio pensiero, ma anche aprendosi a quel mistero che domina la nostra vita».

Agamben, da Che cos’è il contemporaneo?

[…] Tutti i tempi sono, per chi ne esperisce la contemporaneità, oscuri.
[…] Che significa “vedere una tenebra”, “percepire il buio”?
[…] Che cos’è il buio che allora vediamo? I neurofisiologi ci dicono che l’assenza di luce disinibisce una serie di cellule periferiche della rétina, dette, appunto, off-cells, che entrano in attività e producono quella specie particolare di visione che chiamiamo il buio.
[…] Percepire questo buio non è una forma di inerzia o passività, ma implica un’attività e un’abilità particolare.
[…] Può dirsi contemporaneo soltanto chi non si lascia accecare dalle luci del secolo e riesce a scorgere in esse la parte dell’ombra, la loro intima oscurità.
[…] Contemporaneo è colui che riceve in pieno viso il fascio di tenebra che proviene dal suo tempo.
Giorgio Agamben, Che cos’è il contemporaneo?, edito da Nottetempo, € 3,00

Disse un Maestro:

“La contentezza mediocre che scaturisce dall’egocentrismo deve essere abbandonata”.
E poi disse: “La vera cultura consiste nel riuscire a vedere l’unità esistente fra piacere e dolore”.

Avvicinamenti al romanzo: la rappresentezione del Male

1. Avvicinamenti al romanzo: Wu Ming 1 e Piperno su Littell
2. Avvicinamenti al romanzo: Claude Lanzmann
3. Avvicinamenti al romanzo: Paolin sulla recensione a Littell di Piperno
4. Avvicinamenti al romanzo: Solinas e la conferma dell’errore di Littell
5. Avvicinamenti al romanzo: io, Littell e Leopardi
6. Avvicinamenti al romanzo: le bozze
7. Avvicinamenti al romanzo: audio – Levi Della Torre e Mengaldo
8. Avvicinamenti al romanzo: da Autet su Littell
bataille.jpgEsattamente come Alessandro Piperno, che si riappropria di una supposta assolutezza dissacratoria della letteratura, Felice Piemontese, autore di una recensione de Le Benevole di Littell sul Mattino, la fa facile: “Fino a che punto il Male può essere mostrato, senza schermi e senza infingimenti? Sono le stesse obiezioni che furono, e sono, mosse a Sade o al Pasolini del «Salò» e a cui si può rispondere – con Bataille (caro a Littell) – che lo scrittore autentico è colui che trasgredisce o mette in discussione convenzioni e interdetti, principi di uniformità e di prudenza essenziali”. Così è facile: non si assume a fondo lo sguardo dello scrittore che, non a caso, con l’Olocausto non intrattiene da cinquant’anni un facile rapporto.
Se è vero che “il bene non fa romanzo” (e quanto mi piacerebbe sfatare questa specie di credenza superficiale…), è anche vero che non lo fa il Male. Poiché né Sade né Pasolini toccano l’estremalità della Storia, che fu l’Olocausto – essi distrussero tabù, rovesciarono uno stato di fatto morale: rappresentarono il male (il relativo all’umano) e non il Male (il relativo all’inumano). Sebbene, e questo va chiarito, Pasolini, nella sua denuncia contro la mutazione antropologica occidentale, ravvisava perfettamente le radici di quella deriva: era essa stessa un sintomo di un Male che era ed è in dilagante contagio. Aperta, la crepa non è stata chiusa: almeno, non dagli scrittori.
E nemmeno da Bataille, così amato da Littell, il quale non fa occultamento della perversione attiva che il male relativo può esercitare, mentre il Male assoluto no. Già La letteratura e il male di Bataille è l’esito che la crepa ontologica, questa faglia imposta dallo sterminio ebraico per mano di Hitler, è ormai attiva, non compresa, evidenziata nel suo pernicioso nascondimento: che è quello di perpetuare carsicamente la fine dell’umanesimo.

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