Ancora Piperno sul Corriere: su Le Benevole di Littell

hitlercovermedia.jpgRiprendo qui lo splendido articolo di Alessandro Piperno su Littell, apparso quest’oggi nelle pagine culturali del Corriere. Non concordo in nulla su quanto Piperno scrive della questione che è per me il buco nero della rappresentazione ne Le Benevole: cioè l’invenzione di una mimesi per me oscena nel campo di concentramento. Sono certamente convinto, come Piperno, che Le Benevole siano un romanzo con cui e su cui confrontarsi. Non sono convinto della critica iperbolica che ne fa Alessandro: l’ambizione esplicita dell’autore amerigo-francese è proprio quello di fare un romanzo “assoluto” (per usare una delle tre scomode parole impiegate dal mio amico Piperno), ma proprio per questo il risultato va valutato in due sensi. Il primo dei quali (ed è il meno impegnativo) è se Littell sappia narrare fino in fondo, ponendosi tale ambizione: la mia risposta (ma è solamente mia) è negativa, il libro non regge nella seconda metà e crolla nel finale, e solo parzialmente è embricato nel mondo che Piperno convoca quale materia unica della letteratura. Il secondo punto riguarda l’assoluta confusione che Piperno (ma la fa Littell a monte) stende tra due aggettivi, “religioso” e “metafisico”. Poiché si è qui e ora perduta la percezione dell’elemento metafisico, si scade a quello religioso, che è estetizzabile. “Metafisico” non significa nemmeno “oscuro” o “mistico” (questa incredibile miscomprensione che dobbiamo a secoli di cattolicesimo…). Se non si parte dal dato metafisico, è assolutamente incomprensibile la posizione di Lanzmann. Il quale, proprio, non estetizza il dato reale – dice che la letteratura è penultima, che la realtà ha un punto impenetrabile per i linguaggi (e l’apicalità della realtà che sta alle radici di tutto il contemporaneo, come Atene e Gerusalemme stanno alle radici dell’occidente: mi riferisco all’apicalità dei campi di concentramento nazisti). Se l’immaginazione non entrasse in questo conflitto, che né la filosofia né la letteratura e nemmeno la mistica possono risolvere, non esisterebbe “forma”. E’ dunque, a mio parere contraddittoria la posizione di Littell, e di riflesso quella di Piperno: due assolutisti della letteratura che relativizzano a priori l’elemento unico di ogni assolutezza, cioè quello metafisico. Le Benevole, solo in questo senso, è un libro irresponsabile e dannoso. Ciò non toglie che sia un gran libro. Ma finché non ci si mette d’accordo sulla percezione di ciò che è metafisico (il che, preciso ulteriormente, non significa che non sia mondano e reale), le esplosioni di successo spettacolare evocate da Piperno e non realizzatesi in Italia saranno assai facilmente spiegabili così: Littell colpisce un punto sociologico, e non lo fa con la narrazione, che è essenzialmente condensata nei momenti allucinatori di Max Aue. Il modernismo di Littell, la titanica convocazione della tradizione letteraria per dire che siamo tutti fratelli (l’incipit è di Villon: Littell lo usa), porta all’inevitabile conclusione che la letteratura, se riguardata in questo modo, produce essa stessa il rogo dei propri libri, poiché, come la tecnica, si pretende assoluta. Non si percepisce la continuità tra la tradizione umanistica e il nazismo. Né si mette in discussione Hitler, che è per me l’aspetto meno grave del buco nero aperto con estetica raffinatezza da Littell. Si scontrano qui due concezioni di letteratura antitetiche. E’ bene che accada, anche se l’unica a passare sui mezzi spettacolari (stampa compresa) è quella che dice che Stavrogin è “metafisico” in quanto è “malvagio” mentre non si sa cosa sia l’emento metafisico; l’altra visione della letteratura (a cui aderisco con ogni fibra del mio essere) è, nonostante quanto lamenti Alessandro, minoritaria, incompresa e incomprensibile finché non si compie un atto di scavo di ordine metafisico – che non vuole significare diventare religiosi, ma andare a ciò che un materialista come Marx chiamava “radicalismo”.
Tesi – È uscito in Francia «Le sec et l’humide», un’analisi sul materiale utilizzato dallo scrittore. Un romanzo con il quale è necessario confrontarsi

Littell, il male è nel Dna dell’uomo

All’origine delle «Benevole»: la psicologia nazista e la lingua dei carnefici
di ALESSANDRO PIPERNO
benevole.jpgIn questi giorni dietro alle vetrine delle librerie parigine scintilla uno smilzo saggio di Jonathan Littell dal titolo enigmatico: Le sec et l’humide (Il secco e l’umido). Nella postfazione, lo storico tedesco Klaus Theweleit riporta alcune frasi di Claude Lanzmann: «Littell», afferma Lanzmann, «ha inventato la lingua dei carnefici. Ora, per me i carnefici non parlano come li fa parlare Littell. In realtà i carnefici non parlano affatto ». Al che Theweleit insorge: «Su questo punto, Lanzmann si sbaglia. È vero, i carnefici si sono rifiutati di parlare di fronte alla sua telecamera. Ma tra loro hanno sempre parlato».
Theweleit prende capziosamente alla lettera Lanzmann solo per riaffermare che, finché la questione- Shoah verrà affrontata con gli strumenti offerti dalla metafora, essa continuerà a essere quell’anti-Olimpo tenebroso e siderale cui un certo misticismo celebrativo l’ha ridotta. La cosa strana, en passant, è che sia proprio Lanzmann (autore di un film-capolavoro sulla Shoah composto di luoghi, di facce, di corpi, di voci) a rifugiarsi ora dietro detti corrivi e oracolari come «i carnefici non parlano affatto» che fanno il verso alla famosa sentenza di Bataille: «I boia non hanno parole ».
Occorre ricordare che Klaus Theweleit è autore di Virili fantasie,
uno studio teso a dimostrare come il risentimento del nazista scaturisca dal terrore in lui suscitato dalla vischiosità dell’esistenza.

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Mauro Trotta su “il manifesto”: il romanzo Hitler

hitlercovermedia.jpgVorrei ringraziare di tutto cuore la redazione de il manifesto e Mauro Trotta, per la pubblicazione dell’ampia recensione che riporto qui sotto. In queste ore di sconfitta civile del Paese, il pezzo di Trotta sul romanzo Hitler mette in evidenza qualcosa che, evidentemente, io intendevo significare con la pubblicazione del libro. Non riuscendo a ritrovare l’indirizzo mail di Mauro Trotta, gli faccio un appello: scrivermi, se può e ha voglia a questo indirizzo, affinché possa personalmente ringraziarlo, per la generosità e la totale intercettazione dell’autore che emerge dal suo bellissimo articolo. gg

L’orrore di una non persona

il_manifesto.jpg«Hitler», il romanzo dello scrittore Giuseppe Genna per Mondadori. Una biografia asciutta che non cerca spiegazioni, ma che invita a mobilitarsi affinché quella storia non si possa mai più ripetere
di MAURO TROTTA
Scrivere un romanzo su Hitler? Un’impresa da far tremare le vene dei polsi a chiunque. Tanti, troppi, i rischi. Scadere nel sociologismo, ad esempio, o in uno storicismo d’accatto annullando la responsabilità del protagonista, riducendolo a pura espressione di forze presenti nella società e nella storia. Oppure, dall’altro versante, mitizzare la figura del dittatore nazista, rivestendola di un’aura fascinosa per quanto perversa. E, soprattutto, il rischio più grande, arrivare a una forma narrativa epica che, pur all’interno di un’epos del male, ammanti comunque la vicenda e il protagonista di una grandezza a-storica, per quanto negativa.
Nonostante questi e molti altri pericoli, trappole e trabocchetti, un autore, Giuseppe Genna, ha voluto misurarsi con tale impresa ed ha scritto un romanzo biografico su Adolf Hitler. Nasce così Hitler, di recente uscito per Mondadori (pp. 632, euro 20).
Narrazione algida
Genna confessa di averci messo dieci anni per arrivare a scrivere questo libro e, dall’officina sul romanzo che ha pubblicato sul suo sito (www.giugenna.com) risulta che è sempre stato ben consapevole dei tanti rischi cui andava incontro.
Innanzi tutto c’è da sottolineare che non si tratta di un romanzo storico. C’è, semmai, la semplice esposizioni dei fatti e delle vicende relative alla vita del protagonista. Con poche eccezioni. Innanzi tutto la sezione intitolata «Apocalisse con figure» in cui irrompe la Shoah in tutta la sua forza e drammaticità, accentuata dalla netta separazione che la distingue radicalmente dal resto del testo. E, poi, l’inizio e la fine. Quest’ultima soprattutto, dove c’è l’incontro tra il dittatore e le sue vittime. Queste due sezioni escono fuori, esorbitano dal resto del romanzo, e sembrano rappresentare il nucleo metafisico dell’intero testo, dato che tutto il resto – la storia di Hitler – si svolge rigorosamente solo in superficie. Il romanzo, infatti, consiste nella semplice esposizione dei fatti senza che da parte dell’autore ci sia alcun tentativo di ricercarne motivazioni di qualsivoglia genere. Certo, emerge la temperie di quegli anni, l’atmosfera che regnava in Germania, ma la narrazione rimane sempre, per così dire, in superficie.
L’apparenza che stermina
I personaggi stessi non sembrano avere alcuno spessore, nessuna psicologia. E, più di tutti, il protagonista che è una non-persona, come viene definito continuamente dall’autore. E la non-persona è pura apparenza, senza movimento, semza cambiamento, senza spessore. Affrontando la non-persona non ha senso porsi domande sulle cause, bisogna, infatti, evitare il rischio di concedergli una qualche vittoria postuma: «Tu non sei creato dal trauma. Tuo padre e tua madre non furono diversi dai padri e dalle madri. Tu non sei determinato da pratiche sessuali: anche altri le compiono. Di te non va pronunciata la domanda: perché? Nessuna vittoria postuma va concessa a te, l’apparenza che simula di essere. L’apparenza, sganciata dall’essere, stermina».
Ma come si fa a narrare di una non-persona? Quale linguaggio utilizzare? Lo stesso Genna confessa di essersi ispirato alle metope del frontone dell’Altare di Pergamo, quelle figure che si stagliano appunto sul lungo frontone raccontando una storia – la battaglia tra gli dei e i titani – dando al contempo una sensazione di linearità orizzontale, tramite le scene isolate contrapposte, e di staticità, di blocco. In una splendida recensione del romanzo, rintracciabile sempre nel sito dell’autore, Demetrio Paolin sostiene che la lingua e la scelta retorica operata da Genna sia riconducibile al linguaggio utilizzato nelle iscrizioni, soprattutto in quelle funerarie o dedicate alla commemorazione di una battaglia o di una vittoria sportiva. La linearità orizzontale, la scrittura di superficie di tutto il romanzo – abbandonata solo rare volte – consiste dunque in quello stile marmoreo e lapidario caratterizzato da anafore, asindeti reiterati, frasi brevi, aggettivazione magniloquente e periodi ellittici. Eppure, i frontoni dei templi greci non possono essere considerati un po’ gli antenati dei fumetti? E quel linguaggio lapidario non si ritrova proprio nelle didascalie che caratterizzano le strip? Da questo punto di vista, nella scelta del linguaggio, l’Hitler di Genna può richiamare alla mente proprio un fumetto, che è alllo stesso tempo uno dei libri più belli sull’Olocausto, ovvero Maus di Art Spiegelman.
L’ottica, naturalmente, è completamente differente ma anche qui, tra l’altro, ci sono interventi dell’autore, che è anche personaggio della storia, sul protagonista, ossia suo padre. Certo gli interventi di Genna nei confronti del protagonista del suo libro o di altri personaggi non sviluppano alcun dialogo, come nel caso di Maus, ma si configurano come vere e prorpie maledizioni. Come quando, ad esempio, nel momento in cui Hitler sta per suicidarsi lo scrittore interviene incitandolo a premere il grilletto.
Sull’orlo della catastrofe
L’unico personaggio che non sia esistito storicamente, nel libro di Genna, è quello che, oltretutto, appare per primo nel romanzo. Si tratta di Fenrir, il lupo della mitologia norrena il quale, liberatosi dalla magica catena che lo imprigiona, darà il via al Ragnarok, la caduta di Asgard e degli dei, la fine del mondo. Eppure questa incarnazione di Fenrir ha ben poco da spartire con il terribile lupo che alla fine del tempo divorerà Odino, il padre degli dei. Sembra più una sua grottesca parodia, un bastardo pulcioso. Basti pensare a quello che fa. Finalmente libero, non va alla ricerca degli dei, suoi nemici, ma si precipita sulla terra per unirsi alla non-persona. Non solo, non riesce neanche a mordere, a contaminare Hitler, ma ne viene morso, contaminato. Così anche la mitologia viene svuotata divenendo vuota apparenza, ciarpame retorico senza grandezza né vitalità.
Libro che si legge tutto d’un fiato, l’Hitler di Genna rimane nella mente a lungo perché stimola tante domande, riflessioni. Spinge, insomma, a pensare, a interrogarsi a fondo. Anche sulla politica. Se, infatti, la non-persona, in quanto pura apparenza, «dice al lavoratore quanto il lavoratore vuole sentirsi dire, al capitalista quanto il capitalista sogna, al commerciante quanto spera», se, insomma, è in grado di dire a tutti quello che tutti vogliono sentirsi dire e se questo è proprio quanto avviene nella politica attuale, non stiamo correndo il rischio che giunga di nuovo una non-persona che ancora una volta porti il mondo sull’orlo della catastrofe?

Il romanzo Hitler su Mangialibri: intervista e recensione

hitlercovermedia.jpgDavid Frati, direttore del ricchissimo sito letterario Mangialibri, si è occupato di quasi tutti i libri che ho pubblicato – già solo per questo motivo vorrei ringraziarlo. Circa Hitler ha fatto di più: non solo a scritto una scatenata recensione che coglie molto di quanto intendevo fare al di là dell’esito testuale e della sua eccedenza, ma mi ha anche intervistato a trecentosessanta gradi. Ne è uscito uno degli speciali più gratificanti per me mai apparsi in Rete, anche perché l’intervista di David Frati è in assoluto una serie di domande per me fondamentali, che meriterebbero una riflessione comune – riflessione che, garantisco, una congrega di scrittori sta compiendo e i cui risultati si vedranno presto, in forme differenti e tutte sorprendenti.
Ringrazio sinceramente David Frati e Mangialibri per lo spazio e l’attenzione immani dedicati a me e a ciò che scrivo.

Genna: Hitler

di DAVID FRATI
“Egli, di fatto, non è. Appare, ma non è. L’amore non è. Il mondo non è. Nemmeno la Germania è. Niente è e lui naviga, bolla oscura nel non essere”.
1887. Klara è la terza moglie di un oscuro funzionario doganale austriaco, Alois Hitler, che ha 23 anni più di lei, e probabilmente è pure sua nipote, non è del tutto chiaro. Nella casa di ‘zio Alois’ c’è entrata per fare la servetta: lui aveva appena divorziato dalla prima moglie per portarsi a casa una procace cameriera di 23 anni, Fanni, che però poco dopo era morta di malattia. Veniva il turno di Klara, sposata dopo una dispensa papale richiesta al vescovo di Linz per la sospetta parentela, che dopo aver perso tre bambini piccoli per colpa della difterite nell’aprile del 1889 dà alla luce Adolf. Lo seguiranno il piccolo Alois, Angela, Paula. Che danno al padre molte più soddisfazioni di lui, a dire il vero. Perché Adolf è un ragazzo sempre con la testa tra le nuvole, un visionario chiuso e cupo. Vuole fare l’artista, figuriamoci. Finché il padre – rigido benpensante asburgico – è vivo, se lo può scordare: piuttosto nerbate sulla schiena e silenzi. Ma quando Alois Hitler muore e Adolf rimane solo con la madre, che lo adora, il ragazzo può dare libero sfogo alle sue velleitarie ambizioni – incurante della disastrosa situazione economica familiare – e recarsi a Vienna, per iscriversi all’Accademia delle Arti Figurative. Non sarà ammesso, e dopo la prematura morte della madre per un tumore precipiterà nell’abisso della povertà, mentre un altro abisso – quello della guerra – è in agguato dietro l’angolo per l’Europa intera. Il futuro più lontano, quello in cui il nome Adolf Hitler risuonerà sinistro in tutto il mondo, è ancora inatteso, impensabile. Eppure così ovvio, così inevitabile…
Previsioni del tempo? Pessime. Un anticiclone di malvagità insiste sull’Europa già dilaniata dalla Grande Guerra, la pelle ancora percorsa dai segni di sutura delle trincee: “l’occhio immobile di questo ciclone, il punto vuoto, lo zero” è un giovane complessato e inconcludente, un debole pieno di rabbia repressa, di dolore e di frustrazioni, tale Adolf Hitler. La sua ascesa e la sua caduta coincidono con uno dei periodi più neri e luttuosi della storia, una storia che Giuseppe Genna, dopo aver piegato alle sue esigenze narrative e al suo stile generi come il noir, la science-fiction, l’horror, decide di raccontare passo passo ‘mettendo in prosa’ una biografia storica, un po’ l’operazione che al cinema si fa con i cosiddetti ‘biopic’. Ma siamo di fronte a un biopic del tutto sui generis (malgrado la evidente influenza – del resto dichiarata apertamente dall’autore – del lavoro di Joachim Fest), perché Genna usa la storia come un liquido di contrasto, per illuminare tessuti tumorali, metastasi, cancrene in wagneriana progressione patologica. Col suo passo enfatico, col suo procedere a sentenze ad effetto, immagine suggestiva dopo immagine suggestiva, licenza poetica dopo licenza poetica, Hitler ricorda il libretto di un’opera rock: una malsana, potente, rumorosa, emozionante, tonante opera rock. Il romanzo (che romanzo non è) ha suscitato le più vive polemiche nell’ambiente letterario italiano, è schizzato nella top ten delle vendite e si è beccato più di una illustre stroncatura. Nemmeno tanto nascoste tra circonlocuzioni complesse e paroloni arditi, le accuse di apologia ‘estetica’ del nazismo, di cattivo gusto, di opportunismo. La chiave dell’interpretazione del libro (e anche del suo eventuale misunderstanding) è senz’altro nel riferimento frequente alla metafora-simbolo del lupo Fenrir, il divoratore degli dei durante Ragnarok, preso di peso dal pantheon norreno, che qui incrocia il cammino di Hitler, lo ispira, lo protegge, lo affianca, lo possiede, lo divora. Ma lo giustifica? Lo glorifica? Lo legittima con un una sorta di imprimatur divino? Fossimo vichinghi di un millennio fa, forse potremmo pensarla così. Ma né noi né Genna andiamo in giro con elmi con le corna e boccali ripieni di idromele, almeno non in orario d’ufficio. E questa storia del tabù, dei tabù letterari, dei temi intoccabili e intangibili con la quale ce l’hanno menata anche quando è uscito Le benevole di Jonathan Littell ha francamente rotto gli zebedei, ci pare armamentario da intellighenzia culturale fintomarxistaperbenista. Decostruendo il culto della personalità del fuhrer nazista, ridotto a involucro di forze politiche e culturali che operano a un livello oltreumano, a fantoccio, a pretesto, ad avatar, Genna celebra la mitologia di Hitler o la demolisce? La seconda che hai detto.

Intervista a Giuseppe Genna

di DAVID FRATI
Genna Giuseppe è una strana bestia, uno di quegli animali mitici da trattato medievale che avevano come minimo ali d’uccello, corpo di rettile e testa di cane. Perché sei senza dubbio uno scrittore colto (nei temi e nel linguaggio), eppure utilizzi il romanzo di genere per comunicare e comunicarti: noir, fantascienza, esoterismo, storia: generi da sempre considerati ‘da B-movie’. Perché non hai scelto la via consueta del ‘romanzo esistenziale’ italiano?
In realtà, la questione che poni è per me centrale. Non si tratta, a mio avviso, di spostare l’attenzione da un genere all’altro, quanto, per poetica personale e per lunga meditazione sulla tradizione letteraria che mi costituisce in ogni fibra, di distruggere qualunque genere, di approdare alla narrazione che implica uno sforzo di invenzione formale. Non solo questo riguarda i generi (noir, thriller, storico), che in realtà sono sottogeneri del genere “romanzo”. Per me è essenziale (ma la prospettiva non intende essere universale: è idiosincratica) di spaccare anche il genere romanzo, che non è capace di reggere una nuova retorica, più intensa dal punto di vista psichico e in diretta connessione con la retorica arcaica. Per esempio, per quanto possa esistere del tragico nel romanzo, il romanzo non può essere tragico, poiché la sua struttura regge solo il tragico moderno. Io cerco il tragico e mi allineo totalmente a chi cerca una nuova epica italiana attraverso la nozione di oggetto narrativo. Guardo allo “Zibaldone” di Leopardi e a “Petrolio” di Pasolini o, più centralmente, a Kafka e Burroughs: narrazione allo stato puro, seppure non lineare, ma per questo non necessariamente postmoderna. Quanto al genere esistenziale, non l’ho praticato finora, ma sto iniziando a lavorare (e credo che se ne intercettino i segnali in “Medium”) proprio a un oggetto narrativo che sia una sorta di mémoire esistenziale spostato.
Da decenni non si fa altro che parlare e scrivere della fascinazione dei nazisti per l’esoterismo, ma tu sei tra i pochi (o forse l’unico) che ha ipotizzato ed esplorato la vicinanza dei regimi comunisti al paranormale…
In “Hitler” ho abolito di proposito l’inconsistente, deviante e per me eticamente oscena ipotesi del “nazismo magico”: nel 1938 gli esoteristi dei circoli, a cui Hitler era stato occasionalmente vicino, finiscono nei campi di concentramento. L’ipotesi regge solo in forza delle follie di Himmler e di Hess – follie che Hitler mal sopportava e derideva. Il paranormale nei regimi comunisti è una questione storicamente accertata e poco esplorata, a partire dai rapporti tra Lenin e il compagno Parvus, decisivo finanziatore della Rivoluzione, di stanza al Monte Verità in Svizzera, tra comunità teurgiche di varia natura. Ma a me, qui, come in passato per i complotti, non interessa il dato in sé: esso mi serve come occasione” narrativa per tentare un’allegoria. Nel caso in cui ho esplorato questo aspetto particolare, io volevo realizzare letterariamente l’invito alla “radicalità” di Marx: che mi porta a sostenere che il comunismo è in fondo non un messianesimo, ma una metafisica. Tutto il contesto mi serviva a chiarire questa parolina scomoda e continuamente male interpretata, che è “metafisica”.

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Alain Elkann intervista il Miserabile sul romanzo Hitler

Mi si è avverato un sogno: da questo momento, posso morire felice. Sono stato infatti convocato da Alain Elkann, per la sua trasmissione “Due minuti, un libro” in onda su La7, e ho incontrato una mitologia vivente. Ecco l’intervista video, che purtroppo non testimonia della preparazione, che meriterebbe un Foster Wallace per un’attenta fenomenologia.
Ringrazio La7 e Alain Elkann per l’attenzione e lo spazio concessomi.

Il romanzo Hitler ancora su “Bottega di Lettura”: la critica di Giorgio Fontana

hitlercovermedia.jpgGiorgio Fontana ha pubblicato il terzo intervento su Hitler che appare su Bottega di Lettura. Nel suo blog si lamenta perché non l’avrei ripreso volutamente su queste pagine, rispondendogli però in maniera trasversale qui. E’ un misunderstanding. Semplicemente mi era sfuggita la critica di Fontana e ciò che genericamente scrivevo nell’articolo segnalato era in risposta ad alcuni commenti, altrettanto generici, letti su altri blog e su IBS. Perciò mi scuso con Giorgio Fontana e vengo a rispondergli qui direttamente, prima di riportare integralmente il suo pezzo. Circa il punto 1, ovviamente senza intendere in alcun modo che le impressioni di Fontana non siano giustificate, confermo che, nella mia percezione, in Hitler non c’è la mia lingua. Esistono tre piani stilistici, nel romanzo: il più evidente è un’enfasi che mutua una finta paratassi (che è però complicata nella reiterazione, giungendo allo statuto di ipotassi) tesa a costruire una maschera linguistica dietro cui sia il niente. Questa enfasi non è epica, a mio parere, semplicemente perché non è vero che Hitler affascina: a conti fatti esiste forse una progressione mitologica per cui Hitler esce dal libro accresciuto o costruito? Semmai il problema da discutere è come rappresentare il vuoto umano – e solo in termini di lingua di superficie, perché la lingua è qualcosa di più profondo della superficie. Il secondo piano linguistico, che non è comunque mio, risiede nell’intervento esorcistico e diretto dell’autore, che non sono io, ma è qualunque autore. Il terzo piano linguistico concerne la sezione Apocalisse con figure, dove altri parlano: e si tratta del perno del libro. L’enfasi che irrita è tesa a irritare e, spesso, ad annoiare, a opporre resistenza emotiva contro il testo da parte del lettore. Circa il punto 2, l’esempio delle metope mi sembra riprendere una pratica che, in Benjamin, è detta “mosaico” e tenta di allargare gli spazi tra le tessere. Spesso, tra una scena e l’altra, trascorre un anno. Il salto tra scena e scena non viene visto come silenzio o vuoto o congelamento, perché gestalticamente l’occhio si fa prendere o dalle figure o dallo sfondo o dai rapporti tra i due – ma qui lo sfondo è un salto, un vuoto. Inoltre, la vicenda di Hitler è conosciuta, esattamente come la storia che le metope raccontavano nei tempi antichi. Il fumetto sfrutta questa sospensione di incredulità da decenni. Poiché la storia di Hitler è la storia di Hitler e nulla è inventato, ma comunque lo sguardo del narratore allarga certi particolari, non posso definire romanzo un libro in cui mi limito a inventare ironicamente solo Fenrir, cioè la postura del cosiddetto invasamento del Male in Hitler, per capovolgerla. Potrei chiamare Hitler un “oggetto narrativo”. E’ certo che non è un romanzo e non ha l’estetica di un romanzo per come il genere del romanzo storico è stato interpretato negli ultimi trent’anni. Sul punto 3: la nozione di “non-persona” è tutt’altro che inindagata, tanto che fuoriesce dalle più che 1.000 pagine della biografia di Fest e ha il suo fondamento filosofico nella Teologia della Shoah. Il non-essere per come è esplicitato nel libro non è un demone: è proprio il non-essere, la corrosione dell’essere e l’annichilimento totale: anzitutto del popolo ebraico. Cosa che a Stalin non venne nemmeno in mente. L’essere è e continua a essere: per questo motivo coloro che subirono lo sterminio raggiungono la massima intensità di essere – il che va ben oltre le categorie etiche di bene e male, e pone la questione su un piano metafisico. Tutto ciò concerne fondamenti filosofici, teologici e storiografici che, se sostanziano Hitler, tuttavia non ne sono elementi poetici. Elemento poetico è invece l’apparentemente sterile nozione di “non-persona” che viene ossessivamente ripetuta nel testo – il che è uno stilema che ha il suo pari nell’insistenza con cui si ripete il verbo “esorbitare”, cioè eccedere l’orbita umana, esserne fuori. Quanto all’indagine sul personaggio, non mi pare incompiuta: mi pare ci sia investigazione, solo non c’è giustificazione, cioè dazione di intensità esplicativa a un momento particolare della vita di Hitler che dia senso al passaggio da un Hitler suppostamente edenico e Hitler sterminatore. Sul punto 4, valgano le risposte date in precedenza: la reiterazione meccanica è mimetica eppure evita l’identificazione con Hitler (può non piacere, ma è la mia proposta letteraria); Fenrir non è Fenrir, è la parodia dell’atteggiamento di chi misticamente tenta di spiegare Hitler, è proprio il suo simmetrico capovolgimento, così come il Ragnarok è invertito nella scena del post-mortem; così dicasi circa l’estetizzazione, che è critica accettabile se l’estetica si pone come criterio valutativo, mentre qui non lo è, qui si tratta di un’immagine e di un’etimologia di ordine metafisico (come già detto, “santo” proviene dalla radice ebraica “separato”). Sul punto 5, non posso rispondere: è l’opinione di Giorgio Fontana sul libro. Per quanto concerne la mia autopercezione, non mi pare di non disporre di un apparato filosofico sufficiente a prendermi una responsabilità costatami parecchio, in termini emotivi e di ricerca interiore. Però ognuno può trarre le conclusioni che avverte come veridiche. Che io “spacci una pastoia come base concettuale” è da vedere: qui mi riservo il diritto autoriale di pretendere che il lettore non sia giudice assoluto e abbia delle responsabilità percettive che possono risultare fallaci – e comunque ciò concerne l’officina teorica, non il libro. Tutto il resto è legittimissima impressione di chi legge e, soltanto per lo sforzo compiuto nell’affrontare il libro e nello scrivere l’intervento che segue, mi sento di ringraziare Giorgio Fontana per l’attenzione e la pazienza spesi.

Giuseppe Genna, Hitler

di GIORGIO FONTANA

0. Dopo le precedenti letture di Paolo e di Demetrio, un punto di vista diverso. Dove si pongono alcune domande e dove si presentano parecchie perplessità.

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I Balordi sul romanzo Hitler

hitlercovermedia.jpgIl blog 2B, ovvero Due Balordi (ma in realtà sono tre), è una delle realtà più acute, irriverenti, esilaranti della blogosfera nostrana. Uno dei Balordi, con lo pseudo marish, mi ha fatto l’onore di recensire e criticare Hitler. Ringraziando per le considerazioni positive intorno al libro, vorrei discutere ciò che secondo l’autore dell’intervento è sbagliato nel romanzo: cioè l’idea che Hitler andrebbe riguardato da un’altra angolatura, che è quella storicistica. Ne approfitto perché, leggendo giudizi negativi su cui non discuto ma che a me paiono ottusi, questo argomento è reiterato all’infinito. Provo a essere sintetico. Avendo lavorato anni su Hitler e su come rappresentarlo, io ho adottato una prospettiva, che è una prospettiva metafisica. La domanda non permette retroazioni stupidamente temporali avanzate da qualcuno (tipo: se si potesse tornare indietro nel tempo e si fosse davanti al neonato Hitler, lo si ucciderebbe o lo si porterebbe via, per farlo crescere in altro contesto – questo è stupido, poiché ciò che storicamente accaduto è accaduto e noi ci troviamo davanti comunque a Hitler). La domanda che io pongo non è definitiva: è la mia domanda e va letta sul piano in cui viene posta, altrimenti sarebbe come se uno aprisse un saggio e si incazzasse perché non è un libro di poesia. La prospettiva è dunque metafisica. Va specificata. Essa si chiede cosa sia Hitler e non perché sia Hitler. La risposta non può essere fornita letterariamente, se non in un modo: attraverso la ripetizione di moduli che, effettivamente e storicamente l’individuo Hitler praticò dall’inizio alla fine della sua scellerata esistenza. Sul piano di una metafisica della storia, la mia risposta è: Hitler accade come punto terminale dell’Occidente, usa l’armamentario umanista degradato e deviato per costruire una macchina che annichila, che porta il nulla. Il fatto che io lo definisca (e non giustifichi la definizione, ma la ripeta per la noia del lettore) “non-persona” mira al mistero dell’accadimento che, ovviamente, si concreta in problemi storici assai vasti: da quello del “consenso” a quello dei contatti con club ed élite che permettono a Hitler l’ascesa. Qualunque mitologia è svuotata, se non ridicolizzata (il lupo Fenrir, per esempio, è lo svuotamento dello stilema della fabula mitologica che dovrebbe invasare Hitler: Hitler demonico, Hitler occupato dallo Spirito del Male – tesi che desidero evitare). Ora, la prospettiva metafisica può essere retta, oggi, dalla forma romanzo? A mio parere sì, ma solo a certe condizioni. Queste condizioni sono stilistiche per quanto riguarda l’autore (che può cannarle alla grande) e di comprensione metafisica per quanto concerne il lettore. Se avessi desiderato scrivere un romanzo storico o a-metafisico, non avrei isolato Hitler, non avrei puntato l’obbiettivo solo su di lui. Avrei scritto un romanzo che non avrebbe avuto come protagonista Hitler, ma la congerie nazista. A me interessava una tesi: che è quella del rovesciamento dell’elenkos aristotelico, ovvero il fondamento dell’umanismo occidentale. Volevo cioè manifestare un non-essere che è: cioè, un portatore di annichilimento. Se non avessi fatto in questo modo (prendendomi rischi e responsabilità dell’errore che potrei avere commesso), l’unicità della Shoah sarebbe stata legata alla storia e a Hitler, prescindendo dall’elemento metafisico che essa esprime. Questa tesi è chiaramente contestabilissima. Ma non vedo perché avrei dovuto tradurre l’ottima e dilagante storiografia hitleriana in forma di letteratura: le ragioni storiche che spiegherebbero Hitler sono già tutte in questa abnorme saggistica. La letteratura, nella mia prospettiva (continuo a ripeterlo: una prospettiva che non è apodittica), ha altro ruolo da svolgere. Io cerco di entrare in un frame individuale che sta temporalmente prima del realizzarsi della formazione storica, dell’esposizione ambientale – per chiedermi cosa fosse Hitler e non cosa fosse un altro che, in quella situazione storica, avrebbe potuto fare ciò che Hitler ha compiuto.
Questo abborracciato tentativo di risposta non è diretto al Balordo che ha scritto del libro in una maniera che davvero mi onora. La questione meriterebbe un dibattito – ma ho verificato che spazi per un dibattito del genere, attualmente, non ci sono. Se si vuole affrontare la logica storicistica, il romanzo Le benevole di Jonathan Littell è il capolavoro a cui rivolgersi. Se si vuole tentare di penetrare cosa sia la prassi (non la teoria) metafisica, forse (forse) Hitler può fornire qualche aggancio – o forse no, perché il testo “esorbita” le intenzioni dell’autore (a ciò si riferisce l’ossessiva reiterazione del verbo “esorbitare”: Hitler diventa equivalente al testo occidentale, che “esorbita” sempre attraverso una finzionalità che spiega da sé l’antiumanismo di Hitler e della letteratura occidentale medesima).

Hitler di Giuseppe Genna

di MARISH
Questo libro, pieno di inevitabili cadute ed imperfezioni, va letto.
Va letto perchè, in un paese paludato come il nostro, trovare uno scrittore che decida di “fare romanzo” della vita dell'”innominabile” va ammirato solo per il coraggio che dimostra.
Pensateci. Vi svegliate e decidete di romanzare Adolf Hitler. Il Male incarnato. Il buco nero delle coscienze del mondo occidentale. Il Nulla fatto uomo come chiosa efficacemente lo scrittore. Non proprio facile come impresa. Anzi, come minimo, da ricovero in ambiente protetto.
Comunque il risultato è efficace. Non si dimentica facilmente come il 99% della produzione artistica italiota e questo è, già di suo, molto importante.
L’argomento è così lontano dalle comodità balneari della nostra scena artistica da far dimenticare alcune cose che non vanno. Su tutte il reperimento delle fonti, in alcuni passi, di non elevato livello e la non brillante analisi della fase da combattente nella prima guerra mondiale. Brillano di contro alcuni passi che raramente ho letto così efficaci in scrittori italiani (la fase viennese ed il dopo guerra nei sanatori sono semplicemente perfette).
Il problema, o forse la grande intuizione dello scrittore non lo so davvero, è l’arrendersi troppo velocemente nel cercare di dare una sua spiegazione alla unicità del personaggio Hitler. Troppo estremo. Troppo inumano. No. Non ci siamo. La valutazione del “pericoloso autocrate” come lo chiamava Liddel Hart non può essere limitata al considerarlo una figura unica e quindi non ripetibile. E’ un figlio, ricordiamocelo, di tempi sanguinari, di ideologie contrapposte che spazzavano cadaveri come vento, di una guerra che aveva costretto una generazione di giovani in due metri di fango per anni. Non si deve dimenticare e da lì bisogna partire o si rimane sempre al punto di partenza. Adolf Hitler e i suoi amiconi. Un gruppo di non umani che nessuno sa perchè e come siano riusciti a portare il mondo sull’orlo dell’annientamento.
Comunque si esce dalla lettura del romanzo non sconvolti ma ammirati si. Ripeto, ci vuole coraggio a prendere in mano del materiale del genere.
Quindi massimo rispetto a Giuseppe Genna.
E daje. Daje tutti.

Il Maestro di Haziel: sul romanzo Hitler

hitlercovermedia.jpgDopo un periodo di infinita sintomatologia virale, dopo il crash del pc, sopo la gomma bucata allo scooter e la rottura del dvd, e durante il più devastante colpo della strega che abbia mai subìto, riprendo a postare con un pezzo d’eccezione. Mirko Cittadini, creatore e gestore del bellissimo blog Haziel, è già intervenuto, con penetrantissima capacità di analisi, sugli esiti letterari raggiunti dal romanzo Hitler (soprattutto con questo esercizio di acribia ottica davvero per me sorprendente). Ricorrentemente Mirko Cittadini fa riferimento al suo misterioso “Maestro”, le cui conoscenze e incursioni testuali e panoramiche sono emblematizzate dalla migliore, più estesa e motivata critica che sia stata mossa a Hitler e che pubblico qui di seguito. Io non posso ribattere, rispetto alle perplessità di Roberto Leopardi (questo il nome, forse de plume, del Maestro di Haziel), poiché toccano momenti fortemente soggettivi e si pongono su un piano metafisico che non può incontrarsi su quello che, nelle intenzioni, ho provato a irradiare attraverso le prosodie, i ritmi, le retoriche e la struttura del mio libro. Ciò che posso invece dire è che le impressioni negative che vengono enunciate mi trovano pienamente d’accordo, a parte l’osservazione sull’eventuale carattere olografico della scena finale, quella del post-mortem: ma qui credo che frizionino proprio due vie metafisiche che non so se guardano al medesimo centro. Le contraddizioni evidenziate da “Roberto Leopardi”, che non sono in coincidenza con i giudizi espressi dall’autore di Haziel, sono disnodabili probabilmente in dialogo, dal vivo, in posizione priva reciprocamente di ogni maieutica – e si tratta di un dialogo che spero di avere presto.
Ringrazio e Mirko Cittadini e il suo Maestro per l’attenzione, l’acribia, l’onestà e lo spazio dedicato al romanzo.
Nolite foras ire.

 

Recensione a Hitler di Giuseppe Genna

di ROBERTO LEOPARDI

Ho deciso di leggere Hitler per presa di posizione, disgustato dalla offensiva recensione di Antonio D’Orrico sul Corriere della Sera di qualche tempo fa. L’ho letto anche perché ne sarebbe derivato un atteso dibattito con il mio confidente letterario Mirco Cittadini e anche perché il blog di Genna, che ho visitato per rendere omaggio ad una fortunata incursione di Mirco, esibiva (ed esibisce) Hitler come testo che offre un inedito modello narrativo (almeno nelle intenzioni, precisa Genna) nell’approcciare il (non) personaggio Hitler.

Ho letto le oltre 600 pagine del libro in quattro giorni, senza sforzo e pianamente, come pochi mesi prima avevo letto, dello stesso autore, L’anno luce. Ho letto alla fine la lunga lista dei ringraziamenti che Genna rivolge a molti e ho avuto conferma (nel libro) di ciò che giù sapevo (dal blog), cioè che Genna ha lavorato intensamente ad indagare la materia di cui scrivere e ad elaborare una modalità significativa sul come scriverne. Dato atto e reso omaggio alle intenzioni (che, nell’humanitas che deve avvolgere il parlarsi, hanno cittadinanza e senso), devo confessare che durante ma soprattutto al termine della lettura ho provato un vago senso di delusione.

Il libro è ben scritto, ben distante dal corrispondere alle misteriose accuse di paratassi e modestia lessicale che qualche recensore (che il libro non deve averlo letto) segnala. Ho letto Hitler per impulso e per dedizione, senza fatica, senza mai l’impressione di avere perso il mio tempo.

Perché, dunque, la delusione?

Per due ragioni. La prima: l’attesa di quel modello narrativo originale, spiazzante, rivoluzionario o quanto meno innovativo, non ha avuto riscontro. Temi e forme che Hitler propone li avevo già incontrati in altri libri, li avevo già rielaborati e digeriti. Ho trovato quasi solo cose già lette, atone e un modo di procedere che a me è risultato prevedibile, anche nelle scelte delle tappe evolutive della parabola hitleriana.

La seconda: al termine della lettura, accompagnata come sempre da matita e appunti, non mi è rimasto molto da riprendere in mano. La storia si stagliava luminosa, chiara ma carente di spessore, forse perché lo spessore della shoah è già di per sé imponente e qualunque sia la consistenza di un nuovo strato che vi si sovrappone il senso di insignificanza permane.

Mi sono occupato di questioni ebraiche intensamente per anni e una certa sensibilità e orecchio me li sono fatti. Libri a riguardo ne ho letti molti (diciamo 150) e occasioni per pensare e fare pensare sulla shoah ne ho avute varie. Ai tanti testi narrativi e storici, memorialistici e poetici che sviscerano (senza mai esaurirla) l’enormità della shoah, ho avuto l’impressione che Hitler non aggiungesse molto.

Forse se non avessi letto recensioni e controrecensioni prima di leggere il libro, ne sarei sortito con un’impressione diversa. Ma, così è andata, la sproporzione fra intenzioni e resa l’ho percepita.

Già prima di leggere il libro, trovavo un po’ sconcertante che nel blog di Genna si dibattesse molto più di intenzioni che di sostanza. A livello artistico io credo che non abbia nessuna importanza se la materia trattata è necessaria, se l’impegno dell’autore è stato intenso, se le intenzioni furono eroiche.

Una recensione dovrebbe affrontare IL LIBRO e l’autore dovrebbe scomparire con tutte le sue intenzioni, studi, vissuti e pregressi. Questi stanno fuori dal libro e non sono a tema. Ma quando le intenzioni vengono esplicitate, creano di per sé un campo di attese dal quale non si può più prescindere se non con uno sforzo di rimozione destinato a molte falle.

Intendendo dunque proporre una breve ma motivata recensione del libro Hitler, mi sforzerò di rimanere nel campo letterario per proporre la mia umile risposta alla domanda che qualunque potenziale lettore si pone e in funzione della quale esistono le recensioni, cioè: vale la pena leggere Hitler piuttosto che un altro libro? E perché?

Do subito la mia risposta, e la risposta è sì, con un se.

Secondo me, vale la pena leggere Hitler se della storia della prima metà del ‘900 non si sa molto. Hitler è un’opera accattivante, scritta con un linguaggio immediato ma non banale, capace di fare intuire piani sotterranei a quello immediatamente fruibile della prima lettura. E’ un libro serio, ponderato, documentato. Aiuta a capire, o almeno a porsi domande.

Al lettore mediamente documentato sull’epoca in questione, credo che invece Hitler possa risultare debole nella sua ridondanza.

C’è una tesi di fondo che Genna esplicita fin dalle prime pagine, cioè che Hitler è una non-persona. E questo sembra essere il filo rosso di tutta l’opera.

Eppure, mi pare, il teorema genniano del non-essere di Hitler emerge solo nel suo ribadirlo esplicitamente e continuamente, come una tesi che da sola non riesce ad imporsi. Il racconto, di fatto, è il racconto di un essere (corpo, anima, cervello, follia, lucidità, dolore, empatia). Semmai nell’essere di Hitler è carente (non assente) la relazione, e poiché l’uomo è il punto di incontro di un reticolo di relazioni, è la carenza di intimità che fa di Hitler un essere “fragilmente essente”. Ma lo stesso (se non peggio) non si potrebbe dire dei suoi seguaci, uno ad uno, di suo padre, di Eva Braun, ecc.? In cosa Hitler è meno essente di loro? Nell’essere magnete di orrore? Ma Hitler è allo stesso tempo (questo evinco dal romanzo) movente e mosso. L’inazione che produce inesistenza (esistenza come stare fuori, muovere da sé) si riconosce nei seguaci più che in lui. O meglio, nell’agire dei seguaci, al suo cospetto sottomessi e servili, ma nel privato sfuggenti, alla ricerca del proprio volgare interesse.

Il lascito morale che trovo in Hitler (romanzo) è, a mio avviso, un’intima accusa contro l’edonismo. Il grande agente del reich sembra essere, in Genna, lo sfrenato desiderio di piaceri illeciti nella formale società tedesca. Meglio: la ricerca di un nuovo, perverso contesto sociale in cui la devianza sia legittimata da un indulgente giudizio esterno che giustifichi come normative sconcertanti pulsioni (l’es rovesciato in super-io), che spacci il peccato come non peccato, il perdono come assurdo (non esistendo peccato). Hitler, circondato dalle varie e strabordanti perversioni della sua miserevole corte dei miracoli, risulta quasi (fuori delle sue sfuriate maniacodepressive) il più “morale”, una specie di stravolto Grande Gatsby teso al sogno utopico di un mondo puro, da purificare nella guerra e nello sterminio profilattico del diverso, dedizione totale di se stesso al desiderio diffusissimo e normalizzato nell’Europa del primo novecento dell’eliminazione fisica degli ebrei.

Poi, l’incentramento su Hitler delle ferocie della seconda guerra mondiale produce una tesi storiografica (o piuttosto di filosofia della storia) secondo la quale è dato a un solo individuo produrre sconvolgimenti inenarrabili in un tempo breve. E non si tratta di sconvolgimenti diretti come potrebbe essere lanciare un missile con testata nucleare, ma l’attivazione a domino delle peggiori inclinazioni di molti (a pagina 620, l’accusa al presidente americano: “la bomba che progettavi tu, l’hanno lanciata loro“: il male suscitato da Hitler, il male preconfezionato da Hitler, pret-a-porter  per i signori della guerra dei decenni a venire). E questo non è, contro l’esplicita intenzione di Genna, riconoscere ad Hitler una vittoria postuma? L’Anticristo che Hitler è (p.63) lascia pesante traccia di sé nel mondo, continua ad agire. Come Cristo morendo dona il Consolatore, così Hitler morendo tramanda il Disperatore nella forma di chiunque si faccia carnefice.

Il destino del mondo genniano è segnato: il mondo è inquinato dal male. Unica scelta, ed è il commiato del libro, essere il maledetto piuttosto che il maldicente. Il mondo è dunque oggi ciò che Hitler “vedeva” essere, e che cercò di portare alla luce (tenebra): il luogo del male, del dominio della carne, il mondo di cui parla Giovanni nel Vangelo, irredimibile (e quale terribile paradosso che in Giovanni i cittadini del mondo siano i giudei, negati dal Vangelo al mondo della luce, negati da Hitler al mondo delle tenebre).

Ma torno un istante alla tesi storiografica di Genna: Hitler assorbe, moltiplica, poi rilancia. Il non essere di Hitler si ipostatizza nell’essere ricettacolo di una volontà nazionale, di un hegeliano spirito della nazione che trova in lui il perfetto contenitore. Ma pure il contenitore è. A meno che non sussista una visione manichea della storia. Al Dio della luce che distende la storia del mondo per generare, nella pienezza dei tempi, il Messia, si contrappone un dio delle tenebre che, nella pienezza dei tempi, genera l’anticristo. Porta di salvezza il primo, porta di morte il secondo. Una tesi storiografica che si intuisce nella figura del lupo Fenrir. In questa tesi l’uomo è solo nella misura in cui prende parte alla storia identificandosi con il suo signore. Il cristiano è se, perdendo se stesso, diventa Cristo. Ma allora, Hitler è se, perdendo se stesso, diventa Fenrir. In questo senso Hitler non sarebbe sia pure essendo. E’ e non è. Ma si può essere incarnazione del male quanto lo si può essere del bene? Non seguirò oltre questo angusto sentiero e passo ad altro.

Continuo a pormi dal punto di vista del lettore di media cultura, in grado di mettere a confronto Hitler con altre opere. Hitler è un libro scritto bene, ho detto. Ma in che senso, bene? L’unica frase “bella” (a mio avviso) è la seguente: Sferragliando caracolla sotto il peso umano che si agita nel suo ventre e va, il tram (p.58)., una ritmica splendida che fa vedere il tram, sentirne il suono, sedercisi. Tutto il resto è scrittura “inutile”, sostituibile con ogni altra. Ma questa è, si capisce, una scelta di registro, e una scelta opportuna. Come dire di Hitler con una prosa accurata, brillante o sia anche semplicemente elegante? Semmai alcuni difetti che riscontro non stanno nella condivisibile scelta di fondo, ma nella gestione dei margini di tale registro. Certi passaggi, per esempio le citazioni dalla Terra Desolata e da vario Eliot, brani biblici, lettere, li percepisco come post it superflui e talvolta fuori luogo. Trovo sconcertante questa frase (da ovunque sia tratta): Istruzione per tutti gli scrittori: sia ammainata la finzione, la fantasia, oltre la linea che divide il territorio dal campo di sterminio. Chi non compie quest’opera di testimonianza cieca è osceno. Maledizione su di lui (p.553). E nelle pagine successive Genna adotta un’assurda terminologia per narrare il viaggio ad Auschwitz: corpi degli anziani deceduti in rigor mortis, quindi in stato colliquativo. Assenza di luoghi deputati all’escrezione… (p.554), e spaesanti cambi di registro: e non vedo più, nera una barriera mi impedisce la vista…(p.555). L’intenzione doveva probabilmente essere quella di usare un multilinguaggio, di rendere il senso asettico dello sterminio utilizzando modalità descrittorie in sé ripugnanti. Ma a me non sembra che l’effetto sia raggiunto. E, ancora, sempre a titolo di esempio, il riverberare della parola Provvidenza, sette volte in quattro pagine, sulla bocca di Hitler e Mussolini (figli di un dio antagonista?), che poi ritorna una sola volta e scompare.

Via via che la storia procede, emerge la difficoltà di Genna nel tenere negli argini il fiume narrativo che sbanda in una piatta pianura. Quando si giunge a vicende a tutti note, le cose peggiorano. E’ dolorosa, in un libro così, la tentazione epica di certe pagine su Stalingrado e sulla Normandia, dove sembra di vedere Il nemico alle porte o Salvate il soldato Ryan. Le ultime cento pagine arrancano per vedere la luce. Se ne esce un po’ esausti. Ci si sente in colpa dall’essere annoiati dall’orrore, ma si è annoiati. Orrori e disgusti diventano parte naturale del mondo, e nel mondo non c’è posto per nulla di bene. I Santissimi sono una visione, i bambini sono altrove. Hitler ha vinto: sprofonda nella terra e vi si insedia. Come dire, con quale coraggio, che basta un solo giusto perché il mondo meriti di essere stato creato? Chi potrà crederci? Il mondo, l’ha scritto Genna poche righe prima, non può più esistere. Il mondo si regge sulle cantilene dei bambini, e i bambini sono morti.

L’impressione finale che mi è rimasta dalla lettura di Hitler è che questo libro non abbia la capacità di riscattare le vittime (la visione finale è olografica, una debole apocalisse) e che il peso dinamico di Hitler risulti sproporzionato, una dinamo di male. Il momento in cui la pietà di Genna riluce è a pagina 98: Hitler fa l’elemosina: “Non ho lavoro…” sussurra mentre sporge sotto la pioggia il cappello militare, floscio d’acqua: non raccoglie moneta. Nessuno lo vede. A me è sembrato il  momento più intenso del libro. Sembra di potere credere che se qualcuno lo avesse visto, se avesse saputo essere il Samaritano, il destino di Hitler avrebbe potuto essere diverso. Vi si capisce, e questo credo derivi dall’involontario emergere dell’anima compassionevole di Genna, che se la pietà per Hitler è impossibile e ingiusta alla fine, può esistere, è necessaria, all’inizio.

Infine, sul genere letterario.

Capisco l’insistenza di Genna nel negare l’attribuzione della dicitura romanzo a Hitler. Il romanzo infatti ha il carattere dell’unicità: non esiste “un” romanzo, ma “il” romanzo. Non può esistere “un” romanzo dei Promessi sposi o di Don Chisciotte, ma “il” romanzo, uno e uno solo. Come pensare di fare “il” romanzo di Hitler? Dunque, se non è, e non è, romanzo, Hitler cos’è? Non è un’opera storiografica (fonti documentarie e metafore, dati e illazioni si mescolano disorientando). Non è trattato filosofico, né opera morale o teologica. L’unica idea che mi viene è che si tratti di una biografia a tesi. E il nome di tale genere letterario è, ahimè, agiografia. Tanta energia spesa a negare essenza a Hitler è frutto di un intenso studio e di una strenua dedizione che, ancora una volta, mettendo Hitler al centro del grande dramma dell’Europa del medio ‘900, lo promuove al rango (ben più elevato rispetto a quello comune di essere vivente) di personaggio.

 

Credo sia un bene che un’opera su Hitler risulti insoddisfacente: le parole hanno il potere di risuscitare i morti. Con tale potere si è misurato Genna e, dal confronto con il male, non sarà uscito integro né uguale.

Hitler è un’opera di dedizione, la testimonianza vivente (perché i libri sono carne) del rifiuto di accettare le regole del male e, come tale, contribuisce non solo a respingere la tentazione di dimenticare, ma anche a suscitare buone intenzioni. Le quali, nell’humanitas che deve avvolgere il parlarsi, hanno cittadinanza e senso.

Ed è in nome di tale umanità che prego Genna di perdonarmi per la sincerità di una lettura critica che un po’ graffia.

Sappia che è segno sincero di rispetto e di incoraggiamento.