Gergo, jacquerie: Victor Hugo da “I miserabili”

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da I miserabili di Victor Hugo:

I • ORIGINE.
«Pigritia» è una parola terribile.
Essa genera un mondo, la pègre (leggete: il furto) e un inferno, la pégrenne (leggete: la fame).
Così la pigrizia è madre: ha un figlio, il furto, e una figlia, la fame.
Dove siamo, in questo momento? Nel gergo.
Che cos’è il gergo? È la nazione e l’idioma nello stesso tempo; è il furto sotto le sue due specie, popolo e lingua.
Allorché, trentaquattr’anni or sono, il narratore di questa grave e triste storia introdusse in un’opera scritta allo stesso scopo di questa un ladro che parlava in gergo, vi furono ad un tempo stupore e chiasso. Cosa? Ma come! Il gergo! Ma il gergo è orribile! Ma è la lingua delle ciurme, degli ergastoli, delle prigioni, di tutto ciò che la società ha di più abbominevole! «Eccetera, eccetera.»
Noi non abbiamo mai capito questo genere di obiezioni. Continua a leggere “Gergo, jacquerie: Victor Hugo da “I miserabili””

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La coscienza oltre la ragione

Sta per uscire nelle edicole e nelle librerie il nuovo numero di Reset, bimestrale di politica e cultura diretto da Giancarlo Bosetti. Grazie a una sorta di think tank inglese, Vision, sono stati raccolti interventi di scienziati, storici, economisti sociologi, psichiatri e scrittori di provenienza internazionale (tra questi, Amartya Sen), circa il tema La crisi della ragione. Per l’Italia, tre interventi: quello di Gianni Riotta, quello dello psicologo e teorico cognitivista Fabio Giommi e il mio – che riproduco integralmente qui.

Più si studia l’attuale configurazione dei saperi, siano essi letterari o artistici o psichiatrici o fisici o mediatici, più ci si rende conto che esitono barriere non inesplicabili tra àmbiti che, in fondo, trattano il medesimo oggetto: che è l’uomo. A partire da questa prospettiva, viene implicitamente operata una forzatura. Se si sostiene che l’oggetto della fisica della particelle non sono affatto le particelle, bensì l’uomo, è chiaro che una forzatura è stata impressa alla questione. Non si svela un trucco tanto complesso se si ammette quale forzatura: si sta semplicemente esercitando una pressione sul problema, spostando il fuoco dei saperi, dal loro oggetto, a chi tenta di esercitarne il sapere – cioè lo sperimentatore, cioè l’uomo. E’ un antico argomento preplatonico ed essenzialmente antioccidentale (se per Occidente si intende la categoria tramandataci dalla tradizione filosofica, non soltanto quella della modernità).

Un punto di vista del genere, a tutti gli effetti, risulta per un contemporaneo una bizzarria (non per un contemporaneo di Giordano Bruno, però). E però se si assume una prospettiva simile, al di là dell’esotismo d’apparenza, si rivoluzionano i saperi. Il che hanno ben imparato alcuni grandi fisici (penso soprattutto all’ormai arcaicissima e mitologica affermazione sulla “ricerca della costante assoluta” di Planck), alcuni grandi sperimentatori (la categoria di “osservazione partecipativa” è di dominio scientifico ormai comune) e alcuni grandi psicologi. Per non dire dei saperi artistici: lì non si discute, la supposta autonomia dell’oggetto è messa in discussione a priori e nessuno si sogna di dire che un’arte è il sapere di un oggetto preciso (incrociamo le dita, ma finora nessuno ci ha ancora propinato l’ipotesi di una scultura delle particelle).

Questa boriosa e noiosa premessa mi serve per parlare, essenzialmente, dell’Unico Oggetto di tutti i saperi. Sembra un teorema altrettanto borioso e noioso, ma forse vale la pena di ragionarci. Mi sono sforzato di apparire finora equilibrato e il più possibile cauto. Consentitemi a questo punto strappi e accelerazioni. A partire da ora.
L’Unico Oggetto di tutti i saperi è la coscienza. La coscienza è ciò di cui è fatta ogni percezione, ogni idea e ogni fenomeno psichico. Il linguaggio è fatto di coscienza: è un sistema di forme in cui precipita (proprio come precipita un sale) la coscienza, rendendosi percepibile. Non evoco tutta la tradizione fenomenologica per asserire principi tanto elementari quanto controversi. Piuttosto, continuo ad accelerare. La coscienza non è umana. Tutto l’universo è fatto di coscienza. Una zona ancora non scoperta dello spazio interstellare, per esempio, non cade soltanto sotto le coordinate di spazio e di tempo, ma anche di coscienza, cosa che rende possibile scoprire e, in un remoto futuro, esplorare questa zona. Questa zona esce, cioè, dal buio di un inconscio (non era percepita) e viene illuminata dalla coscienza. E’ un dato naturale e per nulla sconvolgente: nessuno si sogna di pensare che lo spazio e il tempo non esistano là dove ancora la nostra percezione non è giunta.
I filosofi storceranno il naso, gli psicologi faranno spallucce tacciando questi argomenti di superficialità, gli scienziati arriveranno forse a etichettare l’idiozia di affermazioni non rigorose. La verità è tuttavia duplice. Anzitutto, io sono uno scrittore: un narratore e un poeta – quindi non ho l’ardire di andare a portare il mio verbo in zone in cui la mia percezione, per l’appunto, ancora non è giunta. Mi astengo da apodissi in campo filosofico, psicologico e scientifico. In quanto scrittore, però, ho il diritto e il dovere di occuparmi del sapere umano: certo, da un’angolatura particolare, come particolare è lo scorcio da cui guardano i colleghi di altre discipline. In seconda istanza, faccio quest’osservazione: io conosco un sapere che si opponga al sapere dell’uomo? No. Quindi, chiamo tutto il sapere umano così: Sapere. Tra gli altri vantaggi, questo ragionamento mi permette di evitare la più banale tra le accuse che vengono formulate contro un antiriduttivista come me: di essere un metafisico. Se le percezioni sono relative, cangianti e transitorie, la Percezione no: è una forma stabile, per quanto ci riguarda. Sto parlando in termini assoluti soltanto di questo “per quanto ci riguarda”. E sto avanzando precisamente non tanto un’ipotesi di lavoro quanto una certezza inverificabile: esistono forme di un assoluto senza forma che è la coscienza.
Cos’è questa coscienza? Dio? Un vecchio barbuto che ci guarda da fuori dell’universo? Come ci viene quest’idea che esista qualcosa fuori dall’universo, dallo spazio, dal tempo? Che statuto ha questa fantasia? Qui gioco in casa: è precisamente la tecnica del mio sapere, quello letterario, a essere deputata all’esercizio della fantasia. La coscienza non è niente ed è tutto. E’ un non-qualcosa o un qualcosa che sta “prima” delle forme. Ogni forma è fatta di coscienza. Valga una metafora attinta dal cerchio della scienza fisica. Il tavolo su cui è appoggiata la tastiera del pc su cui sto scrivendo è fatto di elettroni, esattamente come la tastiera stessa o le dita che stanno battendo sui pulsanti. C’è una costante elettrica che permette azione, scambio e reazione tra i corpi solidi. Ecco, trasciniamo i termini della questione in un àmbito che, finora, pare non essere precisamente elettrico: il pensiero. Di cosa è fatto? Boh. Come si trasmette. Boh. Superiamo questa rozza sorpresa: diciamo che è fatto di una sostanza non ancora identificata (e non lo sarà mai, identificata, se i termini dell’identificazione cadono sotto la premessa dualista di ogni riduttivismo). Dobbiamo per forza parlare di una sostanza, anche se proprio non pare essere una deità metafisica: perché altrimenti infrangeremmo un dogma molto prezioso, soprattutto per i riduttivisti: dovremmo sostenere che qualcosa nell’universo nasce dal nulla. Eresia della ragione. Provo a prenderla da un’altra direzione, con un’ulteriore metafora. Nasce un bambino; tre anni fa non c’era; esercita un’attività di coscienza ora, e tre anni fa no; da dove viene questa coscienza che tre anni fa non c’era?
Può sembrare che uno scrittore non abbia la patente per porsi simili domande e ammetto che la questione, posta in questi termini, assomiglia da vicino alle questioni filosofiche della tradizione occidentale. Assomiglia ma non è la stessa questione. Tutta la letteratura parla di questo: ne parla per arrivare a praticare questo. Questo cosa? Questa sostanza che definisco coscienza, che si solidifica in forme stabili e via via in corpi e, probabilmente, in supercorpi. Non c’è da scandalizzarsi: tutta la letteratura è allegorica (a intensità diverse, certo, ma la sostanza, appunto, non cambia). L’allegoria, per come gli scrittori di ogni tempo l’hanno conosciuta e utilizzata, non è che una premessa all’anagogia. Ogni grande scrittore pratica questo sapere, che è il Sapere, e che insegna a uscire dal linguaggio per praticare ciò che, costituendo materialmente il linguaggio, non è linguificabile – esattamente come non è linguificabile lo stato di tre anni fa della coscienza di quel bambino nato ora. La formulazione esplicita, da parte di uno scrittore, di questa banalità di base della scrittura tocca forse il proprio apice nello Shakespeare di Victor Hugo, il cui incipit fa così: “Esistono uomini oceano” e il cui svolgimento altro non è che una spiegazione di cosa significhi “esistere”, “uomo” e cosa gli scrittori davvero intendono quando parlano dell’“oceano”. Non sto inerendo assolutamente a pratiche esoteriche o ritiratesi misteriosamente dall’orizzonte del sapere letterario umano di oggidì: chiunque legga l’opera omnia di Thomas Pynchon o di Don DeLillo sa perfettamente di cosa parlo. Chiunque vada a vedersi Fight club, dal romanzo di Chuck Palahniuk, se non si fa prendere dal noiosissimo discorso basso-sociologico, si rende perfettamente conto, anche se non riesce a esprimerlo, dello sbalzo che il film (e, ben più del film, il romanzo) gli fa compiere verso uno stato che si sente, si esperisce e non si riesce a dire cosa sia. Non si tratta certo della coscienza allo stato puro (il regista Fyncher è bravo, ma non è affatto il Dalai Lama). Si tratta, invece, dell’esito più immediato del lavoro allegorico di un artista, che è riuscito a farci oltrepassare la “durezza” dell’allegoria per farci rimbalzare in quel luogo verso cui la fionda allegorica spara chi la pratica con sapienza (in termini di critica letteraria si parla di passaggio dall’allegoria all’anagogia). Questa è incontestabilmente la retorica letteraria: che poi non tutti sappiano praticarla è un altro conto.
Che cos’è la ragione? Un’attività coscienziale. La ragione è perlomeno metà della psiche (questa è un’affermazione allegorica; lo dico per i non avvertiti). La psiche è una delle indefinite (indefinite: non infinite) possibilità di cui dispone la coscienza per rendersi percepibile e vivibile (“percepibile” e “vivibile” sono qui aggettivi impiegati secondo un’intenzione riduttivista; anzi, materialista tout court). Ecco dunque in che senso io concedo credibilità a una “crisi della ragione”. Non credo che esista una crisi storica della ragione: esiste semmai una crisi della ragion storica – cioè entra in crisi una delle forme storiche che la ragione ha assunto per un certo periodo di tempo in un determinato spazio. Esiste poi una crisi ontologica della ragione, che potrei stupidamente riassumere così: la ragione non è tutto. Fa male imparare che non si è tutto: e la ragione va in tilt. Anzitutto perché scopre di avere fratelli che non immaginava esistere (pensiamo a quando Freud impose il paradigma dell’inconscio: crisi culturale, crisi della ragione – poiché l’inconscio non è l’inesistenza della coscienza, è semmai ciò in cui la ragione non arriva ancora a portare luce; motivo per cui la metafora spaziale e interstellare prima utilizzata può definirsi di matrice spenceriana nella modalità e anche nella sostanza, ma non nell’esito, che è il contrario della fede spenceriana nell’inconoscibilità ontologica). C’è poi un ulteriore motivo di disagio, una sorta di apostolato naturale che diviene fede incarnata in un senso ben distante dal dogma cristiano: c’è la morte. La morte, sospetto, ha a che fare in qualche modo con la coscienza, esattamente come nel parallelo sueffettuato con la coscienza del bambino non ancora concepito. Mi chiedo: il bambino non concepito, dal punto di vista coscienziale, è un morto? Mettiamo quindi al mondo cadaveri? Adrenalinizziamo esseri coscienzialmente putrefatti? E, quando lasciamo le spoglie mortali, se pure possiamo prevedere cosa succede alla nostra ragione, come mai non riusciamo a immaginare cosa succede della nostra coscienza? Se in morte non si parla della coscienza, in vita sappiamo di cosa si tratta? Oppure la riduciamo semplicemente alla ragione? La coscienza è la ragion sufficiente della ragione?
Sposto ora ogni considerazione su un piano più prossimo al nostro fare quotidiano – dico “nostro” di noi scrittori. Da anni si dice che la letteratura è in crisi: ce lo si dice come ci si chiede se sia in crisi la ragione. Vicinanza sospetta di due sospetti problemi. La cultura scientifica evolve, progredisce, mangia, divora, immensamente cresce, si allarga. Il sapere mediatico, si dice, sottrae spazio allo sviluppo delle discipline umanistiche, essendo questo in drammatica contrazione. Non si dice la cattiva parolina, “decadenza”, per sacrale rispetto ai propri lari. Di fatto, però, Alighieri è già in barile: non come i merluzzi, ma proprio come i rifiuti. Rifiuti tossici, per di più. Tutto questo è falso. La psicologia appare oggi in fase anale, ritentiva: resiste al proprio balzo quantico, fatica a riconoscersi, più che scienza, quale studio della coscienza e interazione coscienziale. I fisici brancolano cercando di strappare lembi dagli stracci spettrali del fantasma dell’Unificazione. Oppure scendono in profondità, alla ricerca del minimo, del fondamentale, in palese disconoscimento che sotto sotto c’è vuoto. Non parliamo delle scienze sociali: ancora non abbiamo esaurito la grassa risata esplosaci in bocca davanti alla bufala dei memi. So perfettamente che parlo un gergo grezzo e lo sto utilizzando apposta: per comprendere e fare comprendere quanto irrisorio sia il Sapere e quanto risibile sia la psiche se messa in scala con l’abisso coscienziale. E’ proprio in questa prospettiva che, dunque, sono davvero le discipline artistiche quelle messe meglio. Non è questa la sede più opportuna per dare criticamente conto di certe affermazioni, che comunque non mi astengo dal fare. Il lavoro di William Vollmann, di Donna Tartt, di Andrea Zanzotto, di Jean Starobinski, dei suddetti Thomas Pynchon e Don DeLillo, di Michel Houellebecq, di Victor Pelevin, di James Ellroy e di Bruce Sterling – tanto per pescare in alto e in basto, a est e a ovest, un po’ a caso, e soltanto in letteratura – testimonia di quanto sia penetrante e profetica la capacità dello sguardo letterario di sprofondare nell’abisso laico della coscienza. Servono certo aggiornamenti: anzitutto critici. Ma sono difficoltà di organizzazione, di società culturale, di sovrastruttura: non è in discussione la produzione artistica in sé, che dà attualmente la polvere agli altri comparti in cui si esercitano i saperi umani. Ironico baratro che spalanca la crisi della ragione storica: ciò che durava da sempre, continua a durare, mentre crollano ed entrano in metamorfosi i “paletti” che avevamo posto con tanta solerte solennità. Non è che simili “paletti” non crollino anche in letteratura. Ecco, per esempio, un “paletto” letterario destinato non al crollo, però certo a una profonda metamorfosi: la fantascienza profetizza il futuro in maniera esatta ed è un’avanguardia letteraria. Solo la ragione storica che ci si chiede se è in crisi poteva porre un simile truismo interpretativo. Non che non fosse vero che la fantascienza era avanguardia nell’individuazione delle configurazioni psichiche individuali e collettive che, bene o male, avrebbero preso storicamente corpo. E’ che quanto sta accadendo, per chi non avesse gli occhi fissi su ciò da cui emerge il linguaggio, ha dell’incredibile: accade che tutta la letteratura – ma proprio tutta – è diventata fantascienza. Tutta la letteratura è allegorica, si è detto; oggi, tutta la letteratura è fantascientifica. Per restare ai numi a cui ho fatto già ricorso: Vollmann, Tartt, Zanzotto, Pynchon e DeLillo (quest’ultimo in The body artist più che ovunque e più di chiunque altro) ha mutuato la propria allegoresi dalla strumentazione fantascientifica. Fa quindi sorridere l’ascolto di certi impropri e improbabili giudizi critici, che sono riduttivi oltre che riduttivisti, come quello che segue: il futuro si è avverato e la fantascienza ha immaginato ogni futuro possibile, quindi la fantascienza è in crisi. E’ invece vero che, a differenza della psicologia, la fantascienza è uscita dalla propria fase anale e ha compiuto il salto quantico, divenendo tutta la letteratura. La ragione in crisi parla di crisi. La fantascienza non parla di crisi: la supera.
Come è chiaro, non pretendo di giungere a nessuna conclusione necessaria. Pretendo al contrario di giungere a parecchie conclusioni arbitrarie e, possibilmente, di fuoriuscirne al più presto per cogliere, al di là del linguaggio, di che cosa siano effettivamente fatte queste benedette conclusioni. Del resto, è vero anche che, essendo entrambi coscienza, io e voi non ci siamo mai parlati – se non altro dal punto di vista della coscienza stessa.

Pubblicato in origine domenica 11 Gennaio 2004

Prolegomeni all’antithriller LE TESTE

ghigliottina2Le teste è il prossimo romanzo a firma mia, in uscita da Mondadori credo a settembre.
A distanza di anni, poiché da anni lavoro intorno a questo romanzo, pubblico un apparente thriller – questa volta ancora più apparente.
L’ispettore Lopez, protagonista vuoto dei precedenti Catrame, Nel nome di Ishmael, Non toccare la pelle del drago e Grande Madre Rossa, è nelle Teste più vuoto di sempre e più pieno che mai.
Resto sul piano delle intenzioni autoriali e non degli esiti, ovviamente contestabili e affidati al criterio di gusto di ogni singolo lettore.
In apparenza la suggestione fondamentale del romanzo Le teste è di ordine allegorico. Tale suggestione si accompagna a un sentimento metafisico e politico. Il tema centrale, come da titolo, è la testa – nei suoi rapporti col corpo, col cuore, con il potere e il controllo e cioè con quella che chiamo la malattia occidentale. La decapitazione mi è parsa uno snodo fondamentale in cui l’allegoria riesce a connettere metafisica e politica. Si vedrà alla pubblicazione come intendo tale connessione.
hugo3Il libro che ha inizialmente ispirato la stesura de Le teste è L’ultimo giorno di un condannato di Victor Hugo: un racconto lungo (o romanzo breve) apparentemente lineare e antibarocco, il che potrebbe sembrare antagonista rispetto alla poetica del grande genio francese. Potrebbe. Poiché, in realtà, viene da Hugo strutturata una potente allegoria in forma superficialmente lineare (l’avvicinamento alla ghigliottina da parte del condannato che, da subito, vede tutto e anticipa la visione patibolare: visione di “Testa” contro visione del “Cuore”), ma che è profondamente labirintica: è un’allegoria metafisica (il testo gronda di incursioni nel simbolismo della testa, eminentemente ermetico e poi massonico; ma anche ricollegabile all’essoterismo induista e sufi) e politica (l’urlo contro la pena di morte e, ancora più in profondità, la decapitazione come orrore finale della civiltà occidentale). Di più: aggredendo la macchina di morte, Hugo rende indistinguibile il processo allegorico e l’esplicitazione del simbolico, poiché letteralmente simbolizza un esito della tecnica – esito metafisico, esito politico. La più sintetica mappatura allegorica di questo esito si trova ne I miserabili. Riporto qui di seguito il breve passo in cui la macchina che decolla teste ascende ad allegoria totale del momento storico occidentale: storico certamente, ma anche metastorico, poiché qui, alla fine dell’occidente, siamo al suo inizio, siamo nel suo ventricolo sinistro.
Il Caput Mundi si stacca. L’occidente cade. E’ un momento di fondazione e di sfondamento. E’ il momento della letteratura.
Ogni parola del passo che segue (davvero: tutte le frasi del brano) struttura trama, stile e intenti dell’antithriller Le teste.
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Donata Feroldi: Per la critica.

La mia amica D., in tempi non sospetti, ha scritto questo:

Nel Salon del 1848, Charles Baudelaire scriveva: “la critica, perché sia giusta, dunque perché possa avere la sua ragion d’essere, dev’essere parziale, appassionata, politica, vale a dire fatta da un punto di vista esclusivo ma che apra il massimo di orizzonte”. Aprire il massimo di orizzonte significa anche aprire il massimo di spazio operativo non solo per il lettore, a cui la critica pare rivolgersi in prima istanza, ma anche – e forse soprattutto – per chi scrive e scriverà. La giustezza della critica, come avrebbe potuto definirla Benjamin che proprio da Baudelaire è partito per tante delle sue riflessioni, coincide con una apertura, una apertura operativa: perché la critica è un’azione, così come lo è la parola letteraria, la parola poetica. La giustezza della critica ha una condizione – antiretorica – che la accomuna alla scrittura letteraria: fare ciò che dice, coincidere con ciò che asserisce.

La legge della critica non è diversa da quella della scrittura, infatti la critica è un’azione che accade dentro la lingua, attraverso la scrittura: essa è – profondamente e non per modo di dire – l’imperativo alchemico del solve et coagula. L’esito è la coagulazione, la condensazione di un’esperienza di dissoluzione del testo – o nel testo – che chiama altre dissoluzioni e altre coagulazioni: l’apertura di orizzonte risiede probabilmente nel moto di dissoluzione che non è distruzione ma fluidificazione e scioglimento. Perché vi è una circolarità: come nella fisica qualitativa goethiana, ritmata da sistole e diastole. La fine del movimento, la fine di quest’alternanza che è una osmosi perché il respiro svolta, e ciascuno dei due momenti o poli del movimento svolta insensibilmente nell’altro, è la morte. Dunque non ci si può fermare o pretendere che la storia o la letteratura finiscano nel punto di coagulazione o dissoluzione che è stato raggiunto hic et nunc: la storia e la letteratura finiranno, se mai, nella catastrofe dell’umano (anche solo individuale) per il venir meno dell’interprete, nella scomparsa definitiva dell’uomo dalla faccia della terra e nella scomparsa della terra, nella fine del tempo. Se ciò non si dà, finché non si darà – perdizione o redenzione che sia –, le forme trasmuteranno le une nelle altre senza soluzione di continuità (anche in nostra assenza, soprattutto in nostra assenza). E anche gli scarti, gli stacchi, entità ontologiche abissali, non saranno che salti (quantici) che intervengono a ritmare complicandolo un continuum che si raddensa in polarità che possono apparire opposte.

Ma l’individuo che compie quest’opera non solo non è esente dal moto di dissoluzione e coagulazione che investe la materia dei testi – il testo è la materia prima di questa alchimia –, ne è profondamente investito – se così non è, non c’è critica; se così non è, non c’è scrittura: “vaporizzazione e centralizzazione dell’io”, dice ancora Baudelaire – l’io è la materia prima di questa alchimia.

E ora una premessa: parlarne qui, parlarne in questi termini, senza il supporto dei testi ossia senza l’accadimento-esibizione in atto dell’opus criticum, è già uno slittamento, un tradimento, una traduzione. È, anche, una premessa, almeno localmente: una premessa che si riflette in se stessa, una premessa che, come ogni premessa, arriva al termine provvisorio di un percorso, alla chiusura di un cerchio, prima che il cammino riprenda descrivendo un altro cerchio più ampio, che torna inevitabilmente al suo inizio… e così via. Parlarne in questi termini significa offrire solo figure, rinviare all’opera per speculum et in aenigmate. Significa anche affermare, proprio attraverso queste figure, che niente sostituisce o può sostituire l’opera – ma le figure, nella loro allusività, la portano, possono accompagnarla e indurla. Nessuna comprensione può darsi se non attraverso una personale vaporizzazione e centralizzazione dell’io: nulla può sostituire questa esperienza, questo attraversamento. Un altro soggetto non può compierlo al posto nostro: può precederci, confortarci – per il fatto di averci preceduto – sull’umana possibilità di intraprendere questo cammino, ma la sua esperienza non può sostituire la nostra. Occorre fare il percorso in sé, rifarlo. Il fatto che altri uomini abbiano vissuto prima di noi, non ci esime dal vivere e non risolve – volta per volta, quando si presenta – il dilemma della scelta. È falso pensare che si possano accumulare conoscenze tesaurizzate da altri. Si può farne tesoro nel senso di chiedere consiglio, cercare lumi nell’esperienza altrui… ma poi cammineremo con le nostre gambe, agiremo con le nostre mani – nel bene e nel male. Virgilio accompagna Dante nel suo viaggio ultramondano, lo accompagna per un tratto, e poi lo accompagna Beatrice. Ma il viaggio rimane di Dante. È come se Dante fosse un Platone che torna verso il mondo delle Idee, compiendo a ritroso il cammino dell’incarnazione: non è come se, è. Nessuno può percorrere per lui la via che dal groviglio della foresta oscura porta alla visione – la visione non è garantita, la visione può anche non arrivare, il rischio è reale, la diritta via è davvero smarrita, non per modo di dire.

È falso pensare che vi sia un sapere che può essere trasmesso come un pacchetto di informazioni, una quantità di byte incisi su silicio, una moneta del pensiero. Il poeta, il critico, possono solo, nella migliore delle ipotesi, nella convinzione che vi siano un vero e un bene attingibili attraverso il bello, fare la loro invitation au voyage, che non è superficiale invito alla lettura, ma invito a intraprendere il viaggio interiore di dissoluzione e coagulazione, di vaporizzazione e centralizzazione, in cui è consistita la scrittura (e in cui può consistere la lettura), un invito a salpare dal porto del sé verso un porto più ampio che a sua volta non potrà non essere un porto del sé, un altro sé raggiunto attraverso altro, in una alternanza di raccoglimento e abbandono. Da qui a qui, attraverso un lungo giro che è la vita. E, in un senso, si tratta di un viaggio immobile, di un viaggio sul posto: c’è un porto, sotto il porto da cui si salpa, che non viene mai meno ma che, tuttavia, si tratta di toccare. C’è una sostanziale immobilità che regge, e non per modo di dire, il movimento: un’immobilità dentro cui tutto accade, una quiete che è data ma non ancora avvertita, non ancora posseduta: di qui la necessità del viaggio.

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Incipit provvisorio de LE TESTE

Pubblico l’incipit provvisorio de Le teste, il libro che, secondo l’ultima comunicazione ufficiale che ho ricevuto, dovrebbe uscire presso Mondadori il prossimo settembre.

L’idea fatale: giaceva in una pozza di sangue, sotto i monconi rossi della macchina decapitatrice. Da allora, ogni volta che veniva il giorno in cui il grido di una condanna a morte risuonava per Parigi, ogni volta che lo scrittore sentiva passare sotto le sue finestre gli strilloni arrochiti che aizzavano gli spettatori verso la piazza della decapitazione, la dolorosa idea gli tornava, si appropriava di lui, gli riempiva la testa di guardie, di carnefici e di folla, gli dettagliava ora per ora le ultime sofferenze dello sventurato agonizzante – adesso lo confessano, adesso gli tagliano i capelli, adesso gli legano le mani – intimandogli, povero scrittore, di dire tutto alla società che pensa ai propri affari mentre si compie quel fatto mostruoso: lo sollecitava, lo spingeva, lo scuoteva, gli strappava i versi dalla testa, glieli uccideva dentro ancora in bozzolo, gli impediva qualsiasi lavoro, si metteva d’ostacolo a tutto, l’investiva, l’ossessionava, l’assediava. Un supplizio che durava come quello del miserabile che veniva torturato. Soltanto dopo il funesto grido ‘Ponens Caput Expiravit’, lo scrittore poteva respirare e ritrovare una qualche libertà di spirito.

Victor Hugo, “L’ultimo giorno di un condannato”

Questa è una guerra: piccola, interiore.
La grande guerra è interiore, la piccola guerra è esteriore.
L’edificio è svuotato, è corroso, è abbattuto. La necrosi avanza. Schieramenti di folle disumane senza colore assaltano, distruggono. Si mangiano tra loro. Boati immensi, smottamenti. Sono come bacilli impazziti, si vedono gruppi, colonie intere dissociarsi e riunirsi, esodi impensabili, folle che puntano al nervo che pulsa. Vogliono nutrirsi della vita altrui.
E’ guerra e pestilenza e sta accadendo ora, qui. Come miriadi, come eserciti impazziti, falangi danno l’assalto al palazzo bianco, lo devastano, lo riducono a polvere morta e nera. L’edificio immenso è cariato. Sta per crollare.
Il dolore è altissimo.
All’improvviso ondate di liquido acqueo scompaginano i campi. E’ un’inondazione. E’ un’onda anomala, le sue dimensioni sconcertano.
L’esercito degli assedianti, stolido, riprende l’opera di demolizione. Sono esseri spietati, agiscono meccanicamente. Non sentono nulla. Attaccano, intaccano. Il loro verbo è attaccare, è sopravvivere.
Ancora un’inondazione. Sono sbaragliati. Nuotano nel liquido vitreo, si attaccano l’un l’altro.
Sembrano anguille, sono mostri.
Sono batteri.
L’infezione è altissima.
E di colpo tutto è rosso.
E’ la tracimazione del sangue, del liquido primario. Tracima ovunque, invade i canali, i nervi fibrillano. E’ una cosmogonia, questa; o la sua fine.
L’universo implode.
Il sangue collassa ovunque, fuoriesce.
Lo sguardo fuoriesce e si allontana: fuori dal dente cariato e invaso dal sangue. Era la guerra batteriologica, questa. Stavano demolendo il dente bianco, lo cariavano, le pareti erose diventavano polvere nera, un puzzo chimico di decomposizione era il fumo, il fumo batterico che lede i nervi e li uccide. Le larve sono state travolte dal sangue ovunque. Adesso tutto è invaso dal sangue.
Da dove viene?
[…]

Il Corriere della sera: sul romanzo storico

hitlercovermedia.jpgIl Corriere della Sera riporta oggi un dibattito a più voci, relativo a un convegno che verte sul romanzo storico, organizzato da Laterza e condotto da Antonio Pascale e Andrea Cortellessa, i quali esprimono due posizioni contraddittorie sulla funzione e l’evoluzione del genere storico. E’ il dibattito, che si reitera, sui rapporti tra invenzione e realtà, tra neorealismo ed estetica. L’autrice dell’articolo, la brava Cristina Taglietti, mi ha interpellato a proposito del romanzo Hitler. La mia posizione coincide con quella di Cortellessa, a parte un unicum, che è quando si tenta di rappresentare un’estremalità della storia. Bisogna inoltre domandarsi, a fondamento della tesi, che cosa stia effettivamente facendo il romanzo storico italiano contemporaneo: ciò imporrebbe una rivisitazione delle nozioni retoriche di allegoria e metafora, che, ovviamente, non può essere svolta in questa sede, ma che, spero, nella sede del convegno verrà discussa.
L’articolo integrale sul Corriere (in jpg)
Tendenze – Un incontro sulla responsabilità dello stile e una raccolta di saggi riaprono la discussione

La realtà nascosta nella finzione

Pascale: «La verità non va tradita». Cortellessa: «Si criminalizza l’estetica»
di CRISTINA TAGLIETTI
Ipascalecortellessa.jpgl ritorno del romanzo storico, la moda del reportage narrativo, le ibridazioni dei generi: le recenti evoluzioni della letteratura contemporanea, da Gomorra di Roberto Saviano a Hitler di Giuseppe Genna (ma ancora prima c’è stato il Romanzo criminale di Giancarlo De Cataldo) riportano di attualità un tema antico e dalle molteplici declinazioni (storiche, filosofiche, letterarie, linguistiche) come la commistione (e la sua legittimità) di verità e finzione. Proprio su questo tema la casa editrice Laterza organizza, per mercoledì prossimo a Roma, un seminario dal titolo «La responsabilità dello stile» condotto da Antonio Pascale e Andrea Cortellessa, a cui sono stati invitati editori, scrittori, critici, storici, come Alfonso Berardinelli, Massimo Onofri, Mario Desiati, Antonio Scurati, Anna Foa, Marco Cassini. Punto di partenza è un saggio di Pascale contenuto nella raccolta Il corpo e il sangue d’Italia, curata da Christian Raimo per Minimum fax: un’inchiesta a otto voci sul nostro Paese e sui suoi conflitti, più o meno palesi. Pascale nota che «la rappresentazione come la conoscevamo un tempo sta cambiando passo. Al suo posto avanza la teatralizzazione di sé». Citando Alfonso Berardinelli, l’autore scrive che «il racconto è finzione, ma quel genere di finzione attraverso cui si cerca di mettere in scena la verità». Ma, si chiede: in un reportage, per esempio, qual è il tasso legittimo di invenzione per arrivare alla verità? «Il tema — dice Pascale — è la responsabilità morale che ha l’autore quando scrive qualcosa. Spesso accade che si vuole denunciare una situazione, per esempio la camorra, ma lo stile che si usa assomiglia a quello di ciò che vogliamo condannare. L’ambiguità è rischiosa».
Pascale fa l’esempio di Saviano: «Il suo è un libro molto bello e importante, ma forse un maggior rigore stilistico gli avrebbe giovato. Ci sono parti in cui l’eccesso di rappresentazione non favorisce la verità». Nel libro, Saviano racconta del funerale di Annalisa Durante, una quindicenne uccisa perché si è trovata in mezzo a un agguato di camorra. La descrive vestita con «un vestitino bello e suadente», racconta del telefonino che le amiche di Annalisa fanno squillare nella bara. Dettagli che fanno parte della componente di «invenzione» del romanzo, smentiti dai testimoni. «Uno scrittore — dice Pascale — può sacrificare una dose di verità per una maggiore giustizia ed efficienza narrativa. Però, forse, il telefonino che trilla può rappresentare proprio quella invenzione di cui non si avverte il bisogno e che rischia di inficiare tutta la narrazione precedente».
Una conclusione che Andrea Cortellessa, però, non condivide: «Pascale esprime in modo convincente ed efficace un sentire diffuso, sintetizzabile con la formula “non si estetizza un’emozione”. Oggi mi sembra che ci sia una sorta di “ideologia del documento”, per cui ogni forma di estetizzazione della realtà viene considerato un crimine anche etico». Invece, inevitabilmente, spiega Cortellessa, ogni volta che raccontiamo qualcosa scegliamo una messa in forma narrativa, lo estetizziamo. «Lo stile, diceva Contini, non è un orpello, è il modo in cui lo scrittore conosce la realtà. Questa ideologia della documentarietà, questo puritanesimo della trasparenza mi sembra riproporre quell’impasse in cui già si trovò Manzoni nella seconda metà dell’800, quando qualsiasi parte di invenzione era eticamente, religiosamente negata. Oggi sembra che ci sia il rifiuto morale dell’invenzione in nome della verità. Ma già Gadda nel ’51, a proposito del neorealismo scrisse, citando Kant, che la realtà rappresentata dai neorealisti mostrava solo il fenomeno, e non il noumeno. A lui, invece, interessava vedere il meccanismo che sta dietro, e questo dovrebbe fare l’arte in genere. D’altronde anche Fenoglio in Una questione privata parla di una partita di verità dove la verità è un oggetto verso cui si può solo tendere». Cortellessa porta ad esempio anche Primo Levi che, negli anni Ottanta, difese la verità storica del Diario di Anna Frank, quando venne messa in dubbio perché si scoprì che era stato «manipolato», interpolato dal padre che lo aveva a pubblicato. «Certo, bisogna certificare filologicamente gli interventi, ma il fatto che ce ne siano stati non può inficiare il valore del documento. E d’altronde lo stesso Levi con Se questo è un uomo ha dato forma a un documento (la sua detenzione nel campo di concentramento) per renderlo vero, percepibile in modo immediato dal lettore».
Per Giuseppe Genna, che ha appena pubblicato il romanzo-biografia Hitler,
l’invenzione nella tradizione del romanzo storico è fondamentale, da Walter Scott a Hugo, ma c’è un punto in cui l’invenzione è proibita e vale quello che dice la storia. «Io, in Hitler, non sono entrato nel campo di concentramento, sono rimasto sulla porta, a differenza di quello che ha fatto Littell ne Le benevole.
Fare opera di invenzione sui campi di concentramento è osceno». Ma, secondo Genna, oggi c’è un’altra dimensione che la critica non coglie. «Il fatto è che c’è una generazione di narratori, tra cui Scurati, Evangelisti, Wu Ming, Saviano che spacca i protocolli, le gabbie della letteratura e che sta lavorando sul romanzo storico con una visione metafisica, allegorica della storia. L’impressione è che i critici non lo capiscano questo e che quindi vedano questo romanzo storico reinventato come un oggetto strano, indefinibile».