Prolegomeni all’antithriller LE TESTE

ghigliottina2Le teste è il prossimo romanzo a firma mia, in uscita da Mondadori credo a settembre.
A distanza di anni, poiché da anni lavoro intorno a questo romanzo, pubblico un apparente thriller – questa volta ancora più apparente.
L’ispettore Lopez, protagonista vuoto dei precedenti Catrame, Nel nome di Ishmael, Non toccare la pelle del drago e Grande Madre Rossa, è nelle Teste più vuoto di sempre e più pieno che mai.
Resto sul piano delle intenzioni autoriali e non degli esiti, ovviamente contestabili e affidati al criterio di gusto di ogni singolo lettore.
In apparenza la suggestione fondamentale del romanzo Le teste è di ordine allegorico. Tale suggestione si accompagna a un sentimento metafisico e politico. Il tema centrale, come da titolo, è la testa – nei suoi rapporti col corpo, col cuore, con il potere e il controllo e cioè con quella che chiamo la malattia occidentale. La decapitazione mi è parsa uno snodo fondamentale in cui l’allegoria riesce a connettere metafisica e politica. Si vedrà alla pubblicazione come intendo tale connessione.
hugo3Il libro che ha inizialmente ispirato la stesura de Le teste è L’ultimo giorno di un condannato di Victor Hugo: un racconto lungo (o romanzo breve) apparentemente lineare e antibarocco, il che potrebbe sembrare antagonista rispetto alla poetica del grande genio francese. Potrebbe. Poiché, in realtà, viene da Hugo strutturata una potente allegoria in forma superficialmente lineare (l’avvicinamento alla ghigliottina da parte del condannato che, da subito, vede tutto e anticipa la visione patibolare: visione di “Testa” contro visione del “Cuore”), ma che è profondamente labirintica: è un’allegoria metafisica (il testo gronda di incursioni nel simbolismo della testa, eminentemente ermetico e poi massonico; ma anche ricollegabile all’essoterismo induista e sufi) e politica (l’urlo contro la pena di morte e, ancora più in profondità, la decapitazione come orrore finale della civiltà occidentale). Di più: aggredendo la macchina di morte, Hugo rende indistinguibile il processo allegorico e l’esplicitazione del simbolico, poiché letteralmente simbolizza un esito della tecnica – esito metafisico, esito politico. La più sintetica mappatura allegorica di questo esito si trova ne I miserabili. Riporto qui di seguito il breve passo in cui la macchina che decolla teste ascende ad allegoria totale del momento storico occidentale: storico certamente, ma anche metastorico, poiché qui, alla fine dell’occidente, siamo al suo inizio, siamo nel suo ventricolo sinistro.
Il Caput Mundi si stacca. L’occidente cade. E’ un momento di fondazione e di sfondamento. E’ il momento della letteratura.
Ogni parola del passo che segue (davvero: tutte le frasi del brano) struttura trama, stile e intenti dell’antithriller Le teste.

La macchina che taglia le teste
di VICTOR HUGO
[da I miserabili]

ghigliottina“In realtà il patibolo, quando è lì, drizzato, ha alcunché d’allucinante. Si può avere una certa indifferenza a proposito della pena di morte, non pronunciarsi, dire di sì e no, fino a quando non si è visto coi propri occhi una ghigliottina; ma se avviene d’incontrarne una, la scossa è violenta e bisogna decidersi a prendere partito pro o contro di essa. Taluni, come il De Maistre, ammirano; altri, come il Beccaria, esecrano. La ghigliottina concreta la legge: si chiama vendetta, ma non è neutra e non vi permette di restar neutro. Chi la scorge freme del più misterioso dei fremiti. Tutte le questioni sociali drizzano intorno alla mannaia il loro punto interrogativo. Il patibolo è una visione; ma non è una costruzione, ma non è una macchina, ma non è un inerte meccanismo fatto di legno, di ferro e di corde. Sembra ch’esso sia una specie d’essere con non so qual cupa iniziativa; si direbbe che quella costruzione veda, che quella macchina senta, che quel meccanismo capisca, che quel legno, quel ferro e quelle corde vogliano. Nella spaventosa fantasticheria in cui la sua presenza getta l’anima, il patibolo appare terribile e sembra partecipe di quello che fa. È il complice del carnefice: divora, mangia la carne, beve il sangue. Il patibolo è una specie di mostro fabbricato dal giudice e dal falegname, uno spettro che sembra vivere d’una specie di vita spaventevole, fatta di tutta la morte che ha dato”.

A questo passaggio, del quale mi pare inutile estendere in commento ciò che ho derivato per trasfonderlo nella struttura e nella scrittura de Le teste, si accompagnano ovviamente altri passi di altri autori. Alcuni sono posti (o lo saranno al momento della correzione delle bozze) in exergo alle singole sezioni del romanzo – sezioni che intrattengono reciprocamente rapporti tra loro.
Ecco le citazioni apposte a inizio libro e a ogni sezione (il cui titolo sta in corsivo a inizio della citazione):

EXERGO PRINCIPALE
“L’idea fatale: giaceva in una pozza di sangue, sotto i monconi rossi della macchina decapitatrice. Da allora, ogni volta che veniva il giorno in cui il grido di una condanna a morte risuonava per Parigi, ogni volta che lo scrittore sentiva passare sotto le sue finestre gli strilloni arrochiti che aizzavano gli spettatori verso la piazza della decapitazione, la dolorosa idea gli tornava, si appropriava di lui, gli riempiva la testa di guardie, di carnefici e di folla, gli dettagliava ora per ora le ultime sofferenze dello sventurato agonizzante – adesso lo confessano, adesso gli tagliano i capelli, adesso gli legano le mani – intimandogli, povero scrittore, di dire tutto alla società che pensa ai propri affari mentre si compie quel fatto mostruoso: lo sollecitava, lo spingeva, lo scuoteva, gli strappava i versi dalla testa, glieli uccideva dentro ancora in bozzolo, gli impediva qualsiasi lavoro, si metteva d’ostacolo a tutto, l’investiva, l’ossessionava, l’assediava. Un supplizio che durava come quello del miserabile che veniva torturato. Soltanto dopo il funesto grido ‘Ponens Caput Expiravit’, lo scrittore poteva respirare e ritrovare una qualche libertà di spirito”.
Victor Hugo, L’ultimo giorno di un condannato

LA TESTA
“La vita umana non ne può più di servire da testa e da ragione all’universo. L’uomo è sfuggito alla sua testa, come il condannato alla prigione. Al di là di ciò che io sono, incontro un essere che mi fa ridere perché è senza testa. Non è io ma è più io di quanto io lo sia: il suo ventre è il dedalo nel quale si è smarrito lui stesso, mi smarrisco con lui e in esso mi ritrovo essendo lui. Ciò che penso e che esprimo, non l’ho pensato né espresso da solo”.
Georges Bataille, Acephale

IL GIALLO DELLE TESTE
“Quando il raccolto era maturo, una ragazza, che rappresentava la dea del granoturco maturato, era decapitata; questo sacrificio inaugurava l’uso alimentare, profano, del granoturco nuovo. Sessanta giorni dopo, quando finiva il raccolto, si faceva un secondo sacrificio: una donna, rappresentante della Dea Madre (del granoturco raccolto e consumato), veniva decapitata”.
Mircea Eliade, Trattato di storia delle religioni

REVISIONE
“Quando ha ricevuto a lungo l’omaggio dei due astri, dei pianeti e delle stelle del cosmo, allora è positivamente quella Vergine che dice di se stessa, nel Cantico dei Cantici, di essere ‘nera ma bella’”.
Eugène Canseliet, La Dama per eccellenza

OCCIDENTE
“L’uomo ritorna ad abitare le caverne, ma vi ritorna in una forma estraniata, ostile. Nella sua caverna, in questo elemento naturale che si offre spontaneamente al suo godimento e alla sua protezione, il selvaggio non si sente estraneo e anzi vi si sente in casa sua come il pesce nell’acqua. Ma l’abitazione del sottosuolo dove vive il povero è un’abitazione ostile ‘che si comporta come una potenza estranea e gli si offre solo per quel tanto che egli offre a essa il frutto del suo sudore di sangue’; egli vi si trova come nella casa di un altro, una casa estranea. Così il povero apprende che la sua dimora è qualitativamente opposta alla dimora umana che ha sede nell’al di là , nel cielo della ricchezza”.
Karl Marx, Bisogno, produzione e divisione del lavoro

ERO SOLO, ALLE PENDICI DEI MONTI GHIACCEI, A SETTENTRIONE
“Possibile che qui ‘sembri
   che nessuna storia, macchinetta
narrativa, trucco, plot, si sia
congegnata e svoltolata con un
   meraviglioso o tremendo finalino?’

Ogni fucina di lucciola-ghiaccio
emersa nel buio delle altitudini
dove è blasfemo qualsiasi sforzo a orientarsi
ogni fucina, dìcesi, è come
   la sua orrida parente, la stella,
   è individuo pensante, è
       furore unico, mai

   preteribile – dogma, aldilà di ogni prova,
             ultracongetturale amore
Andrea Zanzotto, da Fosfeni