Gattostanco su BdL: Dies Irae

di GATTOSTANCO
bdl.jpg[Gattostanco, uno dei blogger e commentatori più penetranti della blogsfera letteraria, partecipa a una nuova iniziativa che segnalo: si chiama Bottega di lettura, è un tentativo di lanciare sguardi sulla letteratura da parte di una volonterosa accolita di lettori e lettrici, un work in progress che, nel progress, ha infilato una straordinaria incursione nel Dies Irae, che mi onora, così come mi onorano i commenti al suddetto post, che potete leggere qui. gg]

Mia moglie è sulla soglia di casa in pole position per uscire. Saluti e bacetti.
Non resisto, il nuovo libro di Genna è uscito il giorno prima. Tentar non nuoce:
«Senti, non è che proveresti a cercare quel romanzo in una libreria, se ci passi davanti?»
Accetta e scatta verso il centro cittadino. A volte mi sembra un Mangusta al decollo per una missione impossibile e solitaria. Adoro affidare incarichi alla mia adorata sposa: se fallisce non mente. E io resto tranquillo. Vivo in provincia, dove la maggior parte dei buoni libri arriva "nei prossimi giorni" o resta ben nascosta o il distributore è di scarsa significanza o la evita. Interi cataloghi restano nell’oblio del doverseli ordinare un libro alla volta.
Al ritorno ricevo lo sperato dono.
"Dies Irae" di Giuseppe Genna (Rizzoli).


copertinadi-thumb2di.jpgLe dimensioni corpose di questo mastino mi rallegrano. La notizia non è falsa. È vero: centinaia di pagine. Allora io resto a guardare la copertina quasi vedessi un’intera teglia di lasagne appena sfornate. Immagino la besciamella rovente trasudare dai fogli di pasta sugosi.
Aspettavo questo romanzo e avevo proprio il desiderio di ritrovarmelo fra le mani. L’ho letto e mi è piaciuto davvero.
Vengo preso mentre mi trovo in uno dei miei primi ricordi televisivi e trasportato a tappe sino a ieri in un percorso della storia italiana degli ultimi decenni.
Mi ricordo le immagini della tragedia di Alfredino. Mi ricordo Pertini. Mi ricordo sopra ogni cosa lo scetticismo familiare riguardo ai soccorsi.
Leggendo le prime pagine sento cattivo il modo possessivo di raccontare quel dramma. Lo trovo ingiusto. Forse lo scrittore è troppo buono per riuscire a essere buono. Piuttosto che mostrarsi poco buono, lo scrittore preferisce diventare cattivo. Piuttosto che essere gelido si mostra sfruttatore di una tragedia infantile seguita con curiosità e apprensione da tutti. Ne fa il punto di partenza del libro e lo trasforma in uno dei cardini sui quali appoggia l’intero romanzo. Così riscatta la cattiveria usata elevandola al dolore del buono (il lettore o lo scrittore? Questo non importa).

Il Dies è innumerevole. Storia, storie, personaggi, ambienti, racconti, commenti e filosofia si rincorrono di giorno in giorno. Un romanzo completo, corposo (mi ripeto), dai molti sapori (forse non proprio tutti, ecco: il dolce resta vago) e costruito con grande sapienza intellettuale (nell’intera gamma dei significati racchiusi nella mia modesta definizione) raccoglie buona parte delle tematiche affrontate fino ad ora dall’autore e senza compressioni le ripropone sotto la luce di lampioni sempre diversi. Oserei affermare che Genna scrive in una qualche tangenziale notturna nel calore delle auto di passaggio. E, secondo il mio affascinato parere di lettore pagante, lo fa proprio bene.

La realtà descritta è romanzata, per quanto possa suonare strano o banale detta così in due parole. La realtà geopolitica e personale è artefatta nella visione generale della stessa impressa nella memoria dello scrittore. Una visione superba focalizzata da fuori e da dentro.
In questo calderone si tuffa a bomba un cosidetto Giuseppe Genna. Una transumanza continua dell’autore in un personaggio raccontato si dipana per tutte le pagine. La prima persona singolare diventa io. Una sorta di Robinson Crosu-è in un folle turbinio di avanzamento, crescita, invecchiamento fino al raggiungimento della stanchezza totale e sorretto da una moderata ira in previsone della pace. L’impressionate risultato ai miei occhi genera una visione maestosa delle capacità di inventare e descrivere quell’io in quegli anni. Un’operazione magistrale (o comunque da allievo eccellente).

Dies Irae è un arrabbiato mastino legato, creato usando immaginazione documentata. È arrabbiato nel rappresentare una visione diversa della realtà storica tramandata, anche se spesso assai più verosimile. È un mastino, riprendendo un personaggio del romanzo, nel ringhiare verso coloro che credono che la storia siamo noi e a chi lo fa credere loro. È legato nell’impossibilità di andare oltre una romanzesca escursione nelle possibili alternative geopolitiche. È creato nel proprio esistere solo e unicamente in forma di romanzo, frutto anche e soprattutto di invenzione per definizione.

I servizi segreti hanno un ruolo cruciale nei fatti raccontati. Eppure gli agenti sono piatti e incolori nelle loro classiche trasparenze nere. Assomigliano agli uomini Cia attorno a un Redford d’annata. Neppure viscidi. Assomigliano agli ausiliari del traffico generati da una società antidemocratica, empirica e costretta a combattere la propria linfa disordinata. Temuti, invisibili e sempre presenti nel momento giusto (o quello sbagliato: storicamente dipende dal punto di vista). La mano dei servizi guida, distorce e manipola il traffico a vantaggio dei committenti e delle casse perennemente dissipate nell’ombra delle imprese (o al sole in spiaggia o in qualche clinica).

Entra la droga. Quando ero bambino lo spauracchio erano i drogati. L’imperativo era diventare tutto, ma non drogato. Ora fumo sigarette, l’unica mia droga oltre al sorriso di mia moglie. Questi miei appunti sono, come dire, drogati. Scritti al ritorno dal trip della lettura di qualcosa sentita profondamente ammaliante, mai ripetitiva nel presentare avvenimenti monotoni e sempre valida compagnia.
Non solo non sono obiettivo, ma m’inquieto non potendo riuscire a dimostrare quanto questo viaggio sia liberatorio, ricchissimo di immagini, elettrico di pensiero e rosso di sangue. Potrei digitare per ore e il risultato sarebbe solo una montagna immobile di sciocchezze (nota al visitatore: ho quasi finito).

La scrittura di Genna mi piace, mi coinvolge e mi trasporta piacevolmente per le pagine. Non è una scrittura difficile e nemmeno semplice. Direi che a me, come lettore, appare facile da seguire sia quando svolazza nello smog e sia quando ha i cingoli nel fango. Mi appare densa e fortemente voluta com’è in ogni paragrafo, quindi la colgo ugualmente vendibile al lettore senza che l’autore si sia privato del piacere di scriverla.
In altre parole: mentre leggevo ho sentito un equilibrio costante tra il godimento di seguire l’intreccio e i fatti e le storie (il romanzo) e il piacere prodotto da come il testo è scritto.

Io amo la fantascienza di qualsiasi genere tanto quanto non sopporto "il" fantasy. La libertà offerta all’immaginazione degli autori lascia spazio di manovra praticamente infinita. Mi piacerebbe infinitamente se Genna avesse desiderio di scrivere fantascienza e nel divertirsi a farlo potesse contare su un concreto ritorno economico nel perseguirlo. Per me sarebbe l’apoteosi dello scrittore Genna e la sua definitiva affermazione sui miei scaffali domestici. Gli spezzoni a trama fantascientifica mi hanno incuriosito. In fondo la Terra non è altro che una astronave (un habitat) generazionale.

Ho dedicato molto tempo al librone (settecentocinquanta pagine stampate in un corpo decente) cercando di non indugiare mai sulla foto di Giuseppe forse presa dalla patente di guida dell’autore (e rinnovata in fretta e furia). Se la lettura di un libro è condizionata dalla copertina, lo è a maggior ragione dal viso dell’autore in primo piano. Se la letteratura è intelligence, come suggerisce il libro, parimenti i servizi non interamente sono neri e amorali (anche se, per forza di cose, parimenti acquistati). Se la letteratura è danza, io ballo da solo come una quercia avvolta in una tuta spaziale extraveicolare (e impiego comunque il tempo in modo migliore dal fare letteratura e mia moglie si diverte un mondo).
Dopo aver letto anche questa sua ultima fatica, cercherò col tempo le poche altre non lette. Spero d’invecchiare con lui (scongiuri di rito). Non potrò essere un lettore disinteressato. Ho tentato, davvero, non mi vergongo ad ammetterlo. Ho cercato di mantenermi nei limiti di un onesto parere soggettivo e ora mi ritrovo invece completamente avvolto dalla letteratura di questo mio coetaneo (quasi). Mi sono accorto di amarla e quindi la odio per questa mia ingenuità.

Del resto non saprei che dire. Nell’ultima di copertina si trova scritto: “una storia di orrore e contatti medianici". Non ho mai capito le ragioni che spingono gli editori di letteratura (Rizzoli nel caso specifico) a dare compito di redigere l’ultima di copertina dei libri a collaboratori che mai hanno letto il testo: le storie sono ben più di una, l’orrore è del tutto reale (quasi telegiornalistico, quindi sorbibile persino durante i pasti) e i contatti medianici sono una scusa.
Qualsiasi lettore minimamente smaliziato semplicemente non crede più a quel che segnala un editore in calce ai romanzi pubblicati. E se un acquirente comprasse questo libro solo grazie a quella frase, dopo averlo distrattamente estratto da uno scaffale, probabilmente ringrazierebbe il caso (o non comprerebbe mai più uno dei romanzi della collana "24/7").
Putroppo mancano una prefazione e una biografia. Io rappresento quando posso, vantandomene, la ristretta schiera di coloro che leggono con passione le prefazioni. Precisamente appartengo a quella sottospecie acida che le legge dopo aver letto il libro.

Una svista a pagina 680: "mi ero quasi si era addormentato in taxi".
Mi perseguita da pagina 373: "semafori che tintinnano per avvisare i non udenti". Resto perplesso.

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