63ma Mostra del Cinema di Venezia: il Genna giurato in andropausa / 2

veneziavanity.jpg[Qui la prima puntata del falso gonzo-reportage pubblicato su Vanity Fair]
La mia personale ricerca del Graal (che sarebbe una coppa e a Venezia c’è solo una coppa, che si chiama Coppa Volpi) ha un nome che non è Volpi, ma Johansson: Scarlett, per gli amici come me, addirittura Scarl se sei più di un amico: lo stato superumano che mi propongo di toccare. Sono qui come giurato e giuro che è Divina. Però da giorni Scarlett è sparita nel nulla. E infatti la mia cerca del Graal si conclude con l’esito più tragico (per me). Ecco come è andata.


Il cuore della Mostra, l’evento qualificante, prima della consegna dei premi, è la consegna del premio: quello alla carriera. Quest’anno è stato assegnato a David Lynch. Io non lo sapevo, ma ho cominciato a capirlo quando si sono appalesati sul lungomare del Lido sciami di nani che parlavano al contrario, uomini con lampadine accese nella bocca e molti cadaveri che si rialzavano (non alludo a Resnais) – tutti sintomi che Lynch stava per sbarcare. Infatti è sbarcato: un uomo dagli occhi di ghiaccio in via di scioglimento come le calotte polari, circondato da un harem di stangone appalachiane che Lynch deve avere rimediato nelle peggiori avanguardie dei cottolenghi americani. David Lynch è una specie di Boris Karloff che incute timore per l’aura: anzi, per Laura, tanto che mi sono avvicinato e gli ho chiesto: “David, alla fine della fiera, chi cavolo ha ucciso Laura Palmer?”. Sono anni che attendo una risposta a questo mio cubo di Rubik personale. La risposta di Lynch è stata al limite del teosofico: “Boh”. Avete presente il maestro zen che tira una bastonata in testa all’allievo che non risolve il paradosso? Beh, non crediate che io fossi l’allievo: una bastonata in testa a Lynch, che mi ha rovinato la pubertà con Laura Palmer, l’avrei data volentieri. Un atto che sarebbe stato privo di effetti, perché Lynch ha una capigliatura talmente ubiquitaria e piumata, da confermare al tempo stesso la teoria della relatività e dei buchi neri (grigi, in questo caso), impenetrabile come i suoi film. A proposito di impenetrabilità, Scarlett non si vedeva mentre ci sistemavamo tutti per assistere alle tre ore in prima mondiale di Inland Empire di Lynch: non so quale delle due cose mi preoccupasse di più, la scomparsa di Scarlett o la proiezione di Inland Empire. La cui trama è riassumibile in una parola: “xzyhhvbttjlllh”. La parola va pronunciata una volta sola in un arco di tre ore. Lynch si conferma un maestro: nel fare venire la labirintite a chi cerca di ricostruire il senso dei suoi film. Qui ha decisamente oltrepassato la misura, la quale, entrando in contatto con Lynch, soffre ora anche lei di labirintite, come tutti noi reclusi nello Spielberg (non il regista, ma il carcere austriaco risorgimentale) della Sala Grande. Non è stata una proiezione, ma il rifacimento della lobotomia a cui sottopongono Jack Nicholson in Qualcuno volò sul nido del cuculo. Non pago di questo contatto con una patologia che gira film e ha il passaporto americano, sono pure andato al party in suo onore, dove c’era la crème caramel del cinema italiano: provate a mangiare una crème caramel uscita dal forno settant’anni fa e capirete cosa ho provato. Il palazzo in cui si teneva il party era quello del Sulimano e Lynch si trovava benissimo, perché ormai non è più umano ma Sulimano.
Intanto, al largo del Lido, si teneva una festa esclusivissima: la stilista Alberta Ferretti ha riattato a yacht un rompighiaccio russo e l’ha portato a Venezia (che è come portare a Latina l’Enterprise trasformata in negozio di fruttivendolo). Avendo saputo che Scarlett era a bordo di questo mostro tarkovskiano reinventato da una ricca cesenate, mi ci sono infiltrato con un invito così taroccato che mi hanno fatto sì salire a bordo, ma mi hanno dirottato in Sala Macchine, alla festa dei marinai russi (evidentemente facevano parte del pacchetto d’acquisto del rompighiaccio): la festa, questi mandinghi che suppuravano vodka da ogni poro, l’hanno fatta a me. Momenti indimenticabili, mentre sulla plancia Scarlett rompeva col fidanzato Josh Hartnett. Intanto, per fare democraticamente partecipare all’evento culturale anche i macchinisti russi, in Sala Macchine hanno proiettato The Fountain di Darren Aronofsky: la storia di un uomo pelato che fa la Posizione del Loto mentre contemporaneamente è un conquistador del regno Maya e un neurochirurgo che opera gibboni, sta in una bolla nello spazio interstellare e parla con un albero peloso che ha erezioni pilifere continue. Il pusher di Aronofsky è simpatico, ma non si è sbilanciato sulla sostanza che gli smercia. I macchinisti russi, dopo la proiezione di Aronofsky, si sono trasformati di colpo in monaci tibetani gentilissimi e pronti a smembrarmi per il rituale del Funerale Celeste.
Ed ecco la tragedia finale. Motivato dalla rottura che Scarlett ha consumato con Hartnett, prendo il coraggio a due mani (ne avevo ancora due, perché non mi ero prodotto in alcun complimento a Jackie Chan, sbarcato nel frattempo al Lido), spalanco la porta della camera dell’Hotel Des Bains dove alloggia la Sublime e penetro (nella stanza, sia chiaro): e Scarlett non c’è. E’ partita e al suo posto c’è Meryl Streep. Sapete?, ho problemi col complesso d’Edipo. Meryl è protagonista de Il diavolo veste Prada e l’unico approccio che tento è una domanda: “Se il diavolo veste Prada, di cosa veste Berlusconi?”. Al contrario di quanto capitato con Scarlett, la Streep non si limita a indicarmi la traiettoria sfinterica che devo prendere: me la fa percorrere direttamente.
Mentre sto per rientrare nella mia stanza, deluso per la defaillance e la definitiva perdita del mio Graal, ho l’onore di incontrare la Regina Elisabetta d’Inghilterra, madre di uno che ama andare a cavallo essendolo. Non so se capite: la Regina d’Inghilterra! Incredibile Venezia… Del resto il Graal non ha vent’anni come Scarlett, ma millenni, esattamente come Elisabetta. Non biasimatemi: ne è valsa la pena.
NB. L’impressione finale sul Festival: è il luogo più interessante d’Italia dal punto di vista intellettuale. Pensare di insidiare questo sacrario, che è vivente, con una parodia della festa per la vittoria mondiale al Circo Massimo è un’idea che poteva essere partorita solo in Italia. E non mi sto riferendo al Meeting di Rimini. Quanto a Inland Empire, ciò che ho scritto è allo stesso tempo vero e falso: è l’Otto e mezzo di Lynch ed è la cosa più clamorosa che mi è capitato di vedere qui, anche se per tre ore le mie gonadi sembravano inserite nell’acceleratore di particelle al CERN di Ginevra.