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C’è da stare attenti

Quando mi capita – e mi sta capitando – la fase di esplosione creativa, io devo stare attento: è un segnale che qualcosa non va. Come San Girolamo nel deserto (il mio compito è esattamente quello: intercettare e tradurre, sebbene testi meno fondamentali del Libro a cui lavorava l’asceta), ho accanto un leone [nell’immagine cliccabile a destra, la versione di Dürer]: ma a me, quel leone, morde. Ho terminato il libro che uscirà l’anno prossimo; sto lavorando a una serie di prose poetiche (ma non è nemmeno vero che siano prose poetiche) che mai saranno edite; ho in testa quattro trame e il desiderio di affrontarne assolutamente due; inoltre ho da iniziare un lavoro di iper-romanzo che mi prenderà (per questioni di studio) almeno quattro anni. Prima che il leone spalanchi le fauci, dò un’idea della direzione in cui tento di andare proprio rispetto al romanzo che tanto mi impegnerà…
achab.jpgJohn Houston (cioè Ray Bradbury) ha ben interpretato la scrittura di Hermann Melville in Moby Dick, inserendo un dialogo non presente nel libro: dice uno dei personaggi, alla vigilia dell’ultima caccia alla balena bianca “La vedo, la vedo!”, ma l’altro risponde “Che tu la veda, non significa che sia reale!”. Nel capitolo Sinfonia, ecco parte dell’invocazione (o evocazione demonica) di Achab: “Che cos’è mai, quale cosa senza nome, imperscrutabile e ultraterrena è mai; quale signore e padrone nascosto e ingannatore, quale tiranno spietato mi comanda, perché contro tutti gli affetti e i desideri umani, io debba continuare a sospingere, ad agitarmi, a menare gomitate senza posa, accingendomi temerario a ciò che nel mio cuore, vero, naturale, non ho mai osato nemmeno di osare?”
Moby Dick è, tra le moltissime altre cose, un poema in prosa allegorica sulla percezione e sull’identificazione dell’io con il percipiente e il percepito – è la prima fase di un percorso di distacco dall’io che fallisce finché rimane personaggio, ma non quando è testimone di tutto – lo sguardo che vede l’io e che è la componente non egoica e psicologica dell’io. Come dimostra la citazione da Giobbe nella frase finale: “E solo io sono scampato a raccontare”.

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