Rimeditare: Szondi e il ‘Saggio sul tragico’

x.jpgRipropongo, a proposito del romanzo “tragico” a cui sto lavorando (un tragico che istituisce per esigenza una forma di canone differente da quello imposto dalla tragedia classica o elisabettiana o comunque post-aristotelica) un intervento trapassato, apparso sui Miserabili. Avendo a che fare con un centro vuoto di una vicenda che è tragica senza che lo sia la causa principale della tragedia stessa, il movimento di pensiero che Szondi mette in atto nel suo Saggio sul tragico conforta e mi indica un percorso praticabile: esso stabilisce la possibilità di una forma finora non assunta dal pensiero umano ai limiti del tragico, interpretato quale forza metastorica, che si incarna in canoni variabili, in evenienze che mutano di epoca in epoca. Rimbalza una domanda sugli statuti dell’epoca in questione: domanda a cui si cercherà di rispondere narrativamente, poiché il nodo che mi appresto ad affrontare non è ancora stato narrativamente sciolto, se non ricorrendo a protocolli di finzione a cui, di necessità, il tragico a cui alludo non può che sfuggire (e, comunque, per la difficoltà della materia in questione, gli esempi di simile affrontamento sono pochissimi: come se la narrativa si fosse rattrappita di fronte alla Cosa che è necessarissimo e inderogabile fronteggiare)…

SZONDI E IL SAGGIO SUL TRAGICO
Dov’è oggi il tragico? Meglio: dov’è oggi la tragedia? Non intendo qui compilare una teoria o una storia del tragico, bensì annotare alcuni appunti che sto prendendo durante uno studio del tutto particolare sul problema contemporaneo del tragico.
szondi.jpgszondicover.gifIl primo riferimento è il Saggio sul tragico di Peter Szondi (Insel Verlag, 1961; in Italia, Einaudi, 1996).
“La storia della filosofia del tragico non è priva essa stessa di tragicità”. Nel fondamentale capitolo centrale del suo saggio, Transizione, Szondi compie un passo decisivo verso l’annullamento del tragico nel contemporaneo. Da superstoricista (soprattutto testuale) e antimetafisico quale egli è, utilizza Benjamin come emblema di questa vaporizzazione del tragico: “Al culmine dello sguardo all’interno della struttura del tragico, il pensiero ricade esausto su se stesso”. E’ una conclusione che dà essa stessa le vertigini, nonostante si appoggi su un rilievo filologico: “La filosofia non sembra poter concepire il tragico – ovvero il tragico non esiste. Questa è la conseguenza tratta da Walter Benjamin”. In questo supposto crollo del tragico, che è invero il crollo della filosofia (e, prima ancora, della filosofia della storia), ravvedo inverarsi il profondo esito che il tragico ottiene dal proprio manifestarsi agli uomini. Il tragico contemporaneo si realizza per me nel raggiungimento di questo esito, a prescindere dalla struttura che, fino a Szondi, lo definiva.
Il tragico è un genere ambiguo, come ogni genere letterario, come ogni letteratura. Esso non serve. Non serve a fare pensare, almeno. La catarsi, questo esito segnalato dalla teoria aristotelica e rinnovato in ogni teoresi successiva a quella, non si configura come pensiero o, meglio, come pensamento – come concrezione formale del pensare. L’invocazione di un’unità contraddittoria di sentimento e pensiero, che verrà declinata da Holderlin (prima della stesura dell’Empedocle) in un gioco di tramature tonali, è già di per sé una commistione troppo impura per essere affrontata dalla prospettiva che interessa Szondi: che è quella di una possibile dialettica del tragico, in un sommo e tragico esercizio di ricondurre la storia (almeno quella dei testi) in una comprensione pensativa.
Eppure, a detta dello stesso Szondi lettore di Benjamin, un esito il tragico lo raggiunge e, sempre secondo Szondi, si tratta di un esito tragico, che definisce la tragedia della filosofia. Utilizzo la terminologia szondiana: c’è uno “sguardo” filosofico, che tenta di guardare dall'”interno” della (e non la) “struttura del tragico”; giunto al suo culmine, questo sguardo filosofico, che è “il pensiero”, ottiene l’esito di “ricadere esausto su se stesso”.
Per me, questa caduta del pensiero, reso esausto, su se stesso – questo crollo che non dice che l’esistenza del pensiero è estinta -, questo è il tragico. L’esito del tragico è un annullamento del pensiero che non è l’estinzione del pensare.
E’ come se quello “sguardo”, che è il pensiero, avesse all’inizio molte energie da spendere. Un patrimonio di energie interne al pensare che, mentre si ascende al culmine dello sguardo dall’interno della struttura del tragico, vanno esaurendosi. Al che, il pensiero “ricade esausto su se stesso”. Osservazioni non transitorie: per Szondi, nonostante Benjamin e il genio tutelare hegeliano, il pensiero, prima di ergersi energeticamente, era già su se stesso, proviene da una quiete in se stesso, era ripiegato su se stesso, era il flusso vuoto del pensare, della capacità di pensare; il guardare del pensiero comporta una spesa energetica che, da potenziale (lo sguardo era riposato in se stesso e aveva energie da esprimere) si fa attuale e, soprattutto, viene totalmente impiegata, finché non esiste più alcun residuo di energia; la natura di quietudine è vòlta in esaurimento, con toni che preludono al disastro in atto della tragedia, che è la dinamica del senso di colpa (il pensiero, esaurito, non pensa più, non fenomenologizza più, sta solo in se stesso, e la filosofia della storia perde il suo compito – e si sente in colpa perchè non produce pensieri); a questa dinamica energetica, la filosofia risponde con la difesa della proiezione (il tragico non esiste).
Nonostante l’insensato coro di entusiasti che osservano come Szondi compia una trattazione filosofica del tragico, ciò che Szondi fa nel suo Saggio è tutto il contrario: compie la filosofia, la porta a compimento, manifesta la vita vivente del pensiero al di là della pensiero prodotto dalla filosofia. Riesce in un simile intento, che è drammatico per la cultura occidentale, attraverso il nucleo irrisolto della stessa cultura occidentale: che è il tragico. Da una parte, un pensiero esausto, che sta in vita e in quiete su se stesso; dall’altra, il tragico, nucleo assaltato dallo sguardo filosofico e non còlto nella sua totalità dal pensiero.
Il tragico non coincide con lo sguardo del pensiero.
Il pensiero non è il pensare, se il pensare è il pensiero esausto, richiuso in sé, pura possibilità di pensiero che non ha più energie per ergersi a guardare pensativamente.
Questa tragedia ha dunque un eroe, sconfitto e trasmutato: il pensiero.
Szondi ha perfettamente in mente questo risultato devastante per l’occidentale: c’è una pura possibilità del pensare che non è lo sguardo portato dal pensiero su un oggetto. Egli legge questa pura possibilità di pensare in termini di esaurimento, ma non va scordato che Szondi afferma che il pensiero “ricade” e non “cade” esausto su se stesso: torna da dov’era venuto, cade verso il luogo da cui si ergeva. E’ talmente consapevole, Szondi, di una simile estrema avventura, che vale la pena di leggersi integralmente la citazione che trae dal Dramma barocco tedesco di Benjamin, di cui, in logica prettamente banjaminiana (di quel Benjamin), fa un emblema: “La poesia tragica si basa sull’idea del sacrificio. Ma il sacrificio tragico è, quanto al suo oggetto – l’eroe – diverso da qualunque altro ed è, insieme, primo e ultimo. Ultimo nel senso del sacrificio espiatorio che investe dèi che sono protetti da un antico diritto; primo nel senso dell’azione rappresentativa, nella quale si annunciano nuovi contenuti della vita del popolo. Questi, che a differenza delle antiche e mortali detenzioni non rinviano a un decreto supremo bensì alla vita dell’eroe stesso, lo annientano poiché, inadeguati come sono alla volontà singola, possono recare la benedizione soltanto alla vita della comunità popolare ancora non nata. La morte tragica ha un duplice significato: spodestare l’antico diritto degli olimpici e votare al dio sconosciuto l’eroe, primizia di una nuova messe umana”.
Non si tratta di una lettura ingenuamente metafisica o grossolanamente spiritualista della dinamica del tragico: impossibile quest’accusa nei confronti di Benjamin (e di Szondi, di riporto). Piuttosto, qui si dice, tra le moltissime, una cosa fondamentale rispetto a cos’è il tragico letterario: è l’espressione di un passaggio di tempo, da un tempo scaduto a un tempo che sta a venire. Rivelazione, apocalissi, cambio d’eone: è la storia quintessenziata del passaggio da una comunità di popolo a una nuova. Pur quintessenziale, questa storia è storica, è prassi. Il pensiero quintessenziato è la facoltà pura del pensare: la quale viene storicamente e praticamente esercitata, anche se non produce pensieri. Ciò che Szondi intende, citando il lungo passo dal Dramma di Benjamin, è che questa tragedia investe anche la filosofia: l’eroe della filosofia, il pensiero, viene immolato in vista di una nuova messe umana, di un nuovo diritto di riferimento.
Qual’è l’uomo nuovo che, al feticcio del pensiero, fa subentrare l’apertura esausta al pensare? E’ questo il mistero che il tragico porge all’uomo eroico, l’uomo che deve morire, egli stesso primo uomo nuovo, primo esponente della nuova progenie di uomini. Il tragico pone all’uomo la possibilità del salto nel buio, che salta in ciò che domani sarà la luce.
Estraneo al pensiero, ma in contatto col pensare, il tragico viene ad accadere nella storia del pensiero.
Estranea al pensiero, ma non al pensare, la letteratura viene ad accadere nella storia del pensiero. Non fa accadere il pensiero. La letteratura non serve a pensare. E’ questo il suo esito generico, l’esito del genere tragico.
A proposito della strutturazione paradossale con cui il tragico limita l’ambivalenza, Szondi la esplicita, in maniera folgorante, nel memorabile incipit della sua trattazione sull’Edipo Re: “A essere tragico non è l’annientamento in sé, ma il fatto che la salvezza si trasformi in annientamento” e, il che coincide con il pensare tragico espresso da Holderlin, “è al termine del cammino che porta a soccombere che si trovano salvezza e redenzione”. In questa vertigine del pensiero, che lo rende esausto e lo riporta nella quiete del pensare (il pensare generico, facoltativo), Szondi dissolve il mistero del tragico in maniera ben diversa da quella che impiega la tradizione filosofica che è detta “filosofia della storia”. La presenza di un accumulo energetico nel senso della colpa determina, secondo Szondi, la scarica del tragico, l’insopportabilità dell’ordine pregresso e consumato, il violento strappo verso ciò che attende – e questa è la traiettoria della redenzione.
Il tragico è per Szondi il sostituto energetico del Cristo. Il tragico è il Principio Cristico.
Un Cristo tragicamente debole: deve riaccadere di continuo, deve incarnarsi continuamente, poiché di redenzione c’è sempre bisogno. La storia, finché si perpetua, progredisce per salti, per accumuli energetici di colpa e stanchezza. E’ una storia metastorica, quella che Szondi sembra tratteggiare. E’ il Cristo non umano, ma che accade all’uomo.
Non la dialettica del tragico, dice Szondi, ma il tragico in quanto dialettica è il contenuto della sua ricerca. Non il pensiero del tragico, ma la tragicità del pensiero.
E sullo sfondo resta il pensare, il pensiero che ha perso l’energia per essere pensiero, ricaduto su stesso, in quiete. Pensiero vuoto, pensiero che sente il fatto semplice di essere pensiero, ma dinamico e non cristallizzato, abnorme corrente di possibilità del pensiero, il che è precisamente il pensare, flusso indefinito di consapevolezza da cui il pensiero emerge e verso cui torna per mezzo del confronto col tragico.
La catarsi del tragico si svela come emersione della pura consapevolezza. Non la struttura del tragico è l’esito del tragico, bensì questo ritorno alla consapevolezza pura, disciolta, senza nodo psichico, pura possibilità psichica che manifesta la psiche e da essa è riconosciuta quando la psiche, esausta, ricade nella sua origine.
Questa comunità nuova, tutta a venire, è il popolo di elezione a cui guardo, cercando il genere tragico oggi. L’esito del tragico non è, quindi, in discussione. E’ in discussione la sua struttura, la struttura del tragico. Sono in discussione le storie tragiche.

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