L’obbiettivo: sorprendere Aristotele con le sue stesse parole

poeticaar.jpgE’ quasi fatta: tra pochi giorni sarà ufficializzato il fatto che devo lavorare a romanzo più difficile a cui io abbia pensato. Tragedia e romanzo, romanzo che si annulla perché il suo oggetto è una storia che va allo zero mentre, proprio storicamente, intraprende un climax inarrestabile. Ricorro ancora una volta alla Poetica di Aristotele: testo abissale, perché va riflettuto in ogni sua componente, come ci si immerge in un pozzo artesiano. Di questo passo della Poetica, sottolineo gli elementi critici che intendo utilizzare per dare forma a qualcosa che non ha forma:

È stato da noi convenuto che la tragedia è imitazione di un’azione compiuta e costituente un tutto che abbia una certa grandezza, giacché può esserci anche un tutto che non ha nessuna grandezza. Ma il tutto è ciò che ha principio, mezzo e fine. Principio è quel che non deve di necessità essere dopo altro, mentre dopo di esso per sua natura qualche altra cosa c’è o nasce; fine al contrario è quel che per sua natura è dopo altro o di necessità o per lo più, mentre dopo di esso non c’è niente; mezzo poi è quel che è esso stesso dopo altro e dopo di esso c’è altro. E dunque i racconti composti bene non debbono né incominciare donde càpita né finire dove càpita […].

Aristotele, in vista di ciò che devo fare, va superato in questo approccio alla tragedia: io non devo affatto imitare quello che è stato compiuto, e l’empatia è impossibile rispetto all’oggetto della scrittura; inoltre, io proprio devo occuparmi di un tutto che è incommensurabile e il cui scatenamento sembra avere un principio e invece ne ha molteplici, mentre dopo la sua conclusione sopravviene altro che riguarda da vicino la tragedia che mi accingo a elaborare. Il dovere, l’obbligo etico, imperativo metafisico e storico dettato dalla tragedia stessa, è proprio lavorare alla forma di un tutto che non può essere misurato e che spiegare farebbe cadere in una non perdonabile oscenità.

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