Lo sfondo: Wallace Stevens

Ciò che costringe a barrare l’espressione romanzo, nel caso di ciò a cui sto lavorando, non è il fatto che io non racconti o non narri. Sono due le ragioni, intimemente legate, per cui miro non al romanzo ma al libro. La prima ragione, esposta nelle precedenti meditazioni, è che non si può finzionalizzare la Materia Estrema, la Cosa che cerco di guardare in faccia, altrimenti si corre il rischio di giustificare la storia, di dare un aggancio di spiegazione al Male. La seconda ragione è che saltano tutti i protocolli stilistici del romanzo: la retorica subisce una degradazione a favore di un incremento di importanza dello sfondo che si oppone come avversario al Male. Questo sfondo non è rappresentabile, non ha retorica. L’unica retorica che riesce ad avvicinarsi e a trasmettere questo sfondo, che è silenzioso e vuoto, è quella poetica. x.jpgPer quanto possa sembrare paradossale, lo sfondo silenzioso che correrà lungo il romanzo sarà non figurato, non prodotto attraverso citazioni – sarà solo intenzionale, rituale nel momento in cui io scriverò, opponendo i movimenti delle figure con cui avrò a che fare (cioè: un supposto pieno) a una intenzione silenziosa (che sarebbe suppostamente vuota).
Contro il Male, che è la dissoluzione tragica dell’Essere (Essere senza forma o ideologia di sorta a collocarlo: pura sensazione di essere), è lo stesso Essere che non si erge, ma continua – stabile, silenzioso. E i modelli precisi di questa silenziosa intenzione saranno due poeti: uno dei quali è Wallace Stevens, di cui di seguito riporduco alcuni versi che saranno i miei mantra iniziali (così come lo saranno empatie legate a un fenomeno teologico complesso, di cui via via renderò conto, rivelando il soggetto del romanzo stesso).


* * *
Poesie del nostro clima
I.
Acqua chiara in chiaro vaso,
garofani bianchi e rosa. La luce
nella stanza quasi nevosa aria,
che riverbera neve. Neve nuova
alla fine dell’inverno caduta quando allungano i pomeriggi.
Garofani bianchi e rosa… ma si desidera
tuttaltro. Il giorno
così semplificato: un vaso di candida,
fredda porcellana, cerchio esiguo,
con niente altro che i garofani lì sopra.
II.
Dì pure che questa integrale semplicità
spolpato ogni tormento, nascosto
il malcomposto, vitale io
raggelato in un mondo nivale,
un mondo di chiare acque, superfici lucenti,
non basta, ben altro sarebbe necessario,
ben altro che un mondo di bianchi e nevosi aromi.
III.
Lassù resterebbe immobile l’inarrestabile mente,
tanto da voler fuggire, tornare
a ciò che così a lungo era stato unito.
L’imperfezione è nostro paradiso.
Vedi come, in questo rigore, quella letizia,
data l’alta temperatura della nostra imperfezione,
produce parole crenate refrattari suoni.
[Traduzione di Rinaldo Caddeo]
* * *
Del mero essere
La palma alla fine della mente,
Oltre l’ultimo pensiero, sorge
Nella scena bronzea,
Un uccello dalle piume d’oro
Canta nella palma, senza senso umano,
Senza sentimento umano, un canto strano.
Sai allora che non è la ragione
A farci felici o infelici.
L’uccello canta. Le piume splendono.
La palma svetta al limite dello spazio.
Il vento muove piano nei rami.
Le piume infuocate ciondolano giù.

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