Retorica di Lost e fiction letteraria contemporanea

lost.jpgUna persona che ha assistito alla presentazione del libro di Bruno Pischedda, venerdì scorso alla Feltrinelli di via Manzoni (l’ultima mia apparizione pubblica per un bel po’, a parte un convegno a Mondello questa settimana), mi ha scritto, chiedendo delucidazioni circa un nesso a cui avevo accennato davvero troppo di sfuggita: parlavo di Lost come modello retorico che supera il protocollo finzionale della narrazione contemporanea (luminose eccezioni escluse). Non so se sono riuscito a fornire via mail delucidazioni, perché ormai ogni discorso risulta idiosincratico e servirebbe una sede diversa, che induce a meno contrazione, per spiegarsi su questo punto, che considero fondamentale: la contemporaneità è pronta, ai miei (miei, per l’appunto) occhi, a rovesciarsi. Pubblico qui di seguito la risposta data in mail: per quanto criptica risulti, magari è utile per innescare riflessioni. Certo è utile a me, perché delinea il preciso rovesciamento a cui guardo mentre rifletto sul nuovo libro che devo scrivere.

lost2.jpgA mio avviso, il seriale tradizionale americano (da Happy Days passando per Arnold o i Jefferson o Saranno famosi!, fino ad Alias escluso) è un mascheramento retorico di una più sotterranea retorica mutuata direttamente e totalmente dalla letteratura.
Non dal romanzo, ma dal teatro scritto.
Oggi ho lavorato tutto il giorno su una riscrittura da Goldoni/Fassbinder, e sono rimasto praticamente abbagliato dal meccanismo a orologeria goldoniano: pre-Hollywood, molto più di Sofocle (Eschilo lo lascio fuori, perché uno che scrive il Prometeo incatenato ha superato ogni protocollo finzionale).
Il mascheramento retorico del seriale tv Usa tradizionale è teso all’occultamento di un principio che è l’indefinita postponibilità della morte. In questo modo, ogni puntata è chiusa in sé come un’equazione, ma allude, per analogia, alla ripresa indefinita delle equazioni successive (una successione lineare, che può non chiudersi mai), che daranno sempre il medesimo risultato. I personaggi diventano conseguentemente funzioni variabili: Beautiful, in questo, è esemplare (morti che ritornano, financo il medesimo personaggio che cambia faccia senza l’espediente noiosissimo dell’incidente para-mortale con ricovero in bendatura integrale). Questo scambio di funzioni è allegorico: se LeRoy Johnson viene sostiuito da Jesse Velasquez, nella seconda serie di Saranno famosi!, il tutto ha un’eziologia da marketing (l’audience dei “latinos” interessa maggiormente di quella “coloured”) che comporta evidenti conseguenze sul piano politico della rappresentazione. Essendo la retorica una forma addomesticata di violenza persuasiva, qui siamo per me nel campo del condizionamento psichico collettivo.
Con Alias, 24 e infine con Lost, il protocollo cambia. Già la letteratura si trovava a inseguire, non essendo, come dicevo l’altra sera, in grado di shakespearizzare efficacemente quanto Love Boat. Ora, con questi seriali a kuklos (intendo riferirmi ai cicli epici), la fiction fa un passo in avanti, che è sicuramente di matrice letteraria, ma ci aggiunge qualcosa di nuovo. Soprattutto Lost, la cui retorica a mio avviso surclassa quella di 24 e di Alias (che usa i cicli come prima si usavano le puntate: quindi per andare in loop di indefinitezza, con l’implicito messaggio che la fine è sempre postposta e la morte non arriva mai), si giunge a un double bind del protocollo della suspence. Avviene, in pratica, che la suspence si frammenta in più suspence e che l’esito della rivelazione che dovrebbe porre fine alla suspence altro non è che una nuova suspence. Tuttavia, questo protocollo non mira all’indefinitezza del processo di sospensione, perché l’intercettazione di una superfetazione di suspence richiama immediatamente l’idea di fine: e infatti, a differenza di quanto accade a 24 o ad Alias, gli adepti di Lost sanno che finirà, non gli importa del carattere della soluzione (vita, morte o sogno) quanto del fatto che vi sia soluzione, discutono se il regista sa dove andare a parare o meno. Ecco l’elemento distintivo: il regista non sa dove andare a parare. Questo, in letteratura, non accade più da secoli, quando invece si tratta dell’autentica radice di ogni letteratura: la radice germina vuoto, cecità, buio. Lost è esperienziale: nel senso che l’esperienza la si fa sempre al buio. Le storie, strutturalizzate da un cinquantennio di critica e dalla poca accortezza dei creatori, sono invece ormai da tempo un procedere per passi sicuri.
Da questo punto di vista, Lost è avvicinabile, a mio parere, soltanto a due modelli letterari novecenteschi: Amerika di Kafka e La morbida macchina di Burroughs. La sua apparente leggibilità fa acqua da ogni parte, le contraddizioni sono evidenti, il calcolo fallisce in continuazione: sembra il periodare, nemmeno il libro intero, di Burroughs. Che questo “aperto”, questa onnipresenza dell’angolo cieco diventi una forza trainante dell’attenzione collettiva non è per me una sorpresa. Però tutto questo meriterebbe una maggiore attenzione filologica, che non credo i critici siano disposti a concedere.
Quanto a me, nel momento in cui vedo Fassbinder travolgere Goldoni spaccandone il protocollo finzionale, mi rendo conto benissimo che il regista tedesco non arriva (e non mi riferisco all’esito dell’intensità artistica) a Lost, non perviene a quegli effetti di apparente leggibilità che costituiscono il popolare. Lost è il popolare perchè il suo sfondo non è laico: è spirituale, è metafisico (non religioso: metafisico). Lost è autoconsapevole al massimo grado, più del massimo grado: è l’autoconsapevolezza sfondata, che non si risparmia nulla di potenziale e va nel vuoto. Il che è il piano puro dell’immaginario: ogni immagine è possibile. Non accadeva nella fiction pre-Lost, non accade nella letteratura contemporanea. Dirò di più: non accade nella poesia contemporanea che, serratasi nella tradizionale linea fredda lirico-petrarchesca, evita accuratamente i buchi neri, spacciando per tali scarti di senso che sono ormai codificati come sorprese attese.
Non so se sono riuscito a essere chiaro. Utilizzo, purtroppo, e per isolamento, un lessico che può risultare poco comprensibile o equivocabile. Spero di avere risposto, comunque.