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Amorosa sottrazione

ff2x.jpgIo non so cosa mi tiene unito – mi tiene unito a me.
L’erba
marfisa lupina cura dai morsi magicamente, dalle contaminazioni e dalle mutazioni, sotto il plenilunio la metamorfosi avanza. Vedi gli arti rigonfiarsi e i nervi contratti, crescere, le ossa ispessirsi, il cristallino è giallo, la bocca si dilata nella smorfia, le narici insufflano lo zolfo. Questa, la patologia. L’erba si trova in fondi segreti di certi crepacci nello Himalaya. Maestri, un tempo adepti del medesimo dolore, ne conoscono la precisa locazione. La individuano. La nascondono. Gli affari umani si riconfigurano, stravolti, nella medesima forma sempre. Cosa li tiene uniti a sé?
Oh dolce, vaporoso stampo umano…
Allora andiamo, tu ed io, quando la sera si stende contro il cielo.
Come un paziente eterizzato sul tavolo operatorio.
Oserò
turbare l’universo?
Non oso, non so. Il cielo è un calco, un immenso organo umano, fossilizzato, bianco. La mia Colchide mi sfugge. Oh, Colchide…
Thomas Stearns Eliot scrive nella casa dove i termosifoni fanno eco all’acqua rotta da bolle d’aria: “Ho i nervi a pezzi stasera. Sì, a pezzi. Resta con me. Parlami. Perché non parli mai? Parla. A cosa stai pensando? Pensando a cosa? A cosa? Non lo so mai a cosa stai pensando”. Tu pensi.
D’inverno nessuno porta arance, nascoste nella giacca, alla città in assedio, innevata.
Occhio d’oro, osserva il mio luccichio tanto nero.
Sulla punta del mio indice si ravvoltola il verme della putrefazione: è minimo e biancastro. E’ l’ultimo pontefice. Crede di esserlo, fermamente.
“Non sorrido più”.
Signora tra tre leopardi bianchi. Mercoledì delle Ceneri, ogni giorno reiterato. In quale fuoco brucio? Dove sono io?
Exeunt omnes.
Genero solo prede, non c’è unione di ossa.
Installo sillabe. Faccio il mio lavoro, pagato. Arriverò a essere un servo inutile, finalmente?
Congedi assenti, dove le strade affondano, dove le strade sorgono.
Non c’è immagine di te, amorosa mancanza, nube di ozono che soffoca le prede, azzera l’ossa, non c’è immagine di te.
A volte, in angoli inaspettati, oppure no, a sorpresa, al centro del pavimento, sottile, un capello tuo ramato.
La memoria fu forte, oltre le ossa. Non è più. E’ ora.
La sostanza non può che sgretolarsi: la sostanza non si sgretola.
E più delira e più è savio quegli, che scorre le sue ore in non amorosa solitude e ne teme il giogo.
Incatenato. Congedato. Incongedato. Spaventato. Inadatto al silenzio. Occhio d’oro che non vedrò se non al varco. Incatenato. Regnato. Ricondotto alla bianca landa.
La visione dorata riappare.
Io vedo gli occhi ma non le lacrime.

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