MEDIUM – 2. LA NOTTE

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LA NOTTE
mediumicoaudio.gif La notte ho dormito in uno stato di presonno agitato.
Stare nella mia casa larga, da solo, mi ha scosso i nervi, al punto che, tentando di addormentarmi, mi risvegliavo per le scosse involontarie del sistema nervoso, quasi un cortocircuito elettrico.
Aprire la porta della mia stanza da letto come mio padre, il giorno prima, aveva aperto la sua. Aprendola, mi attendevo di vederlo lì in piedi, accanto al letto, brunito, silenzioso, gli occhi bovini gialli per l’etilismo e il tumore epatico, lo sguardo accusatorio. Preparare il letto come l’aveva preparato mio padre al momento in cui l’infarto miocardico gli aveva spaccato a metà il muscolo del cuore: il lembo del lenzuolo a quarantacinque gradi, mentre appoggiavo le ginocchia al materasso. Gli stessi gesti che aveva compiuto lui, solo, ed era morto.
Spegnere la luce e chiudere gli occhi era stata un’impresa. Davanti alla salma, niente di sovrannaturale; ora, tutto. Socchiudevo una palpebra, la mia tapparella difettosa lasciava entrare un fascio di luce notturna e mi aspettavo di vederlo in piedi, nel buio, il suo fantasma corporeo e concreto, accanto al letto.
Così, per ore.


Sogni confusi. Anni prima avevo sognato che, in braccio, tenevo il cadavere molle di mio padre travestito da donna, calze a rete e rossetto e mutandine di pizzo e parrucca, mio padre prostituta che tenevo tra le braccia morto mentre salivo un’ampia scalinata celeste verso le porte del paradiso, aperte, dove mi attendeva mio padre, quintessenziato, la persona di mio padre in attesa del proprio cadavere degenerato in transessuale. Quel sogno mi aveva tormentato per giorni, rimanendomi appiccicato ai lobi cerebrali, ne ero intriso tutto. Cosa significava? Psicoanalisti o freudismi non avrebbero spiegato l’intensità vivida di una scena che non aveva niente di onirico: era talmente intensa e accesa da qualificarsi come una realtà vera e parallela.
Nel letto, al buio, le scosse nervose non mi permettevano sogni. Caracollavo tra la veglia e il sonno privo di sogni, quello spazio nero da cui proviene la scimmia umana.
Era stato il sospetto che fosse omosessuale? Innegabilmente, l’avevo sospettato. Due soluzioni erano plausibili a fronte del quesito che lui medesimo poneva: come si può rimanere soli, senza una donna, per più di vent’anni? O le prostitute o l’omosessualità. Questo era il bivio pratico, materiale. Sopra, lo governava un bivio ulteriore: o il congelamento emotivo della follia gelida oppure una sorta di ascesi sdrucita, priva di ogni misticismo. Rimozione erotica oppure utilizzo delle prostitute oppure omosessualità.
Aveva modi femminei, a volte, e non aveva mai accennato, a mia memoria, alle questioni di amore. La sua pelle, perfino: chiara e glabra nel corpo, la carnagione scura in volto, memoria genetica della provenienza famigliare, la Sicilia. Quella voce che di tanto in tanto, quando era alterato, diventava chioccia… Quel muovere il polso delicatamente, come una donna… Mi ero convinto da piccolo che qualcosa non andasse nella sessualità di mio padre. Ai tempi, responsabile della segreteria dell’ufficio personale del Comune di Milano, riceveva misteriose telefonate da un certo Antonio, che lui qualificava come un povero ragazzo calabrese che aveva assunto e che aiutava, sommerso da difficoltà di ogni genere, famigliari ed economiche. Io supponevo trattarsi di una relazione omosessuale. Erano le conversazioni telefoniche più lunghe che mio padre si concedeva in casa, precisamente a quel vecchio telefono Sip a disco. Altrimenti, non chiamava nessuno e nessuno lo chiamava. Fantasticavo su questa relazione omosessuale: mia madre e i suoi amanti da un lato, mio padre e il suo amante dall’altro.
Era il 1979, il Comune di Milano aveva infornato lavoratori temporanei, fornendo assunzioni a tempo indeterminato. Avevo nove anni e sospettavo che mio padre intrettenesse relazioni omosessuali. Ovviamente, credevo io stesso di essere omosessuale. Senza alcun riscontro, senza alcuna reazione fisiologica, solo avvertendo un terrore paralizzante alla presenza di ragazzine. I compagni di elementari erano già fidanzati. Io sarei stato sfidanzato per ere geologiche e il motivo era che in realtà non nutrivo alcun interesse per le donne, rimuovevo il sesso per una negazione psicotica alla mia omosessualità. Che era dovuta, altrettanto ovviamente, all’assorbimento del temperamento di mio padre, a sua volta omosessuale. Scrittori in erba che delirano e non praticano il discrimine tra le immagini fantastiche e gli atti quotidiani. La diversità era in realtà quella: l’impossibilità di discriminare, immerso com’ero in un contesto famigliare al cui confonto la nebulosa Cone è un sistema ordinato e comprensibile.
Stentavo a cadere nella fase onirica, ma brandelli di immagini mi attraevano. La palpebra si sollevava lentamente a controllare che nella stanza buia non fosse in piedi, a osservarmi silenzioso, il cadavere bluastro e marrone di mio padre. Immagini: un cono rovesciato, colossale, del perimetro di mezzo pianeta, un cono cavo di antinferni, dal vertice capovolto, al cui fondo mio padre era scosso e sventrato da un altro corpo indecifrabile, che gli spaccava le viscere inculandolo… E avvicinandomi vedevo che il corpo indecifrabile era ugualmente mio padre, che si voltava a guardarmi, i suoi occhi non più esoftalmici, ma diretti e secchi, bianchissimi, il viso asciugato da una perfezione malsana, cattiva
Resta il fatto che non si avevano notizie di donne. Spesso, girando in motorino per la circonvallazione, speravo di incrociare mio padre, a piedi, che trattava come una puttana. Era accaduto una volta che avevo visto un suo amico, contrattava il prezzo con un’albanese che batteva verso la stazione di Porta Vittoria.
E non era nulla di moralistico che mi conduceva a condannare mio padre per l’omosessualità immaginaria che gli attribuivo. Eppure lo condannavo. Lo condannavo per tutto: per l’etilismo, per i suoi silenzi, per non avere seguito me e mia sorella come gli altri padri (quali altri padri?) seguivano i miei amici, per le botte o le umiliazioni inferte a mia madre, per l’immobilismo emotivo, per le parole mutile e l’affetto mai espresso a parole, per la severità in stato alcolico. Per avermi fatto nascere.
Per avermi fatto nascere.

Era la radice del disprezzo verso me stesso. Prendeva forma da quel minuscolo nucleo nero, lucido come un insetto che non si può schiacciare, come una verruca inestirpabile: ogni mio crollo nasceva di lì.
L’omosessualità di mio padre cadavere…
Verso le sei del mattino, che si segnalano verdi fluorescenti sul comodino accanto, vengo scosso da un altro tipo di inquietudine. Non è terrore, ma una domanda che perfora all’interno, in più punti. Un tarlo che non dà pace. Ostinato. E la domanda è: chi era al telefono? Come poteva sapere della morte di mio padre, a quell’ora? Davvero qualche mio parente aveva telefonato in giro, per avvertire eventuali amici della morte di mio papà? E cosa significavano quelle parole minacciose e oscure? “Non seguire le tentazioni…”: quali tentazioni? Che scherzo era mai? “Siamo noi. Sempre e solo noi”: loro chi?
Mi agito, vedo il lenzuolo e penso: Sindone.
Il tremore che mi dà l’idea di aprire gli occhi e di avercelo lì davanti, ritornato. Uscito da un armadio.
Sono solo come lui.
“C’è di mezzo molto male. Risparmia a te il male. Hai fatto male, risparmia a te il male. Quando si presentano le tentazioni, non seguirle. Lo aveva previsto”: aveva previsto cosa? La sua morte? E io, che male avevo fatto io?
Tutto il male che ho fatto a mio padre…
Rifiutandolo…

Imponendogli uno stato filiale e superandolo come fossi un padre… Era questo?
Ma la voce era folle, diceva cose folli, con quell’accento straniero vago, indecifrabile. Tutti i contatti che avevo avuto con i Servizi segreti, rimestati nel Dies Irae: era una telefonata che giungeva da lì?
Chi poteva fare uno scherzo del genere, appena morto mio padre, se non la morte? Sono gli scherzi della morte.
Mi assopisco…
E’ Federica a svegliarmi, la mia compagna.
Alla fine, mi sono addormentato.
Squilla il campanello, accade l’imprevedibile.