MEDIUM – 3. IL RISVEGLIO

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IL RISVEGLIO
E’ imprevedibile che io sia svegliato dalla mia compagna. Ho trascorso solitario, esattamente come mio padre, talmente tanti anni, che ancora sono sconcertato, a mesi di distanza, dalla presenza al mio fianco di Federica. Percepivo, nella solitudine, la segreta fratellanza con la pena di mio padre, quel calcolo renale dei sentimenti, gigantesco, che si trascinava nei nostri due corpi. Fratello padre, che induce pena e tenerezza come fosse un figlio.
Nessuna tenerezza nutrivo invece per me: soltanto la sensazione della sfiga, dell’inadeguatezza, dell’inopportunità della mia esistenza. Intrattenevo ciclicamente relazioni sessuali devastanti con donne raccolte negli angoli più sordidi della Rete. Il loro aspetto mi dava ribrezzo ed era il giusto fio da pagare. Pagavo, scontavo. Una parodia kafkiana. Il marchio della bestia, non quella dominatrice apocalittica, ma quella che al macello viene bollata col codice a barre.


Ero rimasto talmente sorpreso all’inizio del rapporto con Federica, quasi pensavo: è un regalo degli amici dei Servizi, oppure me la stanno mettendo alle costole. Risaputamente, il paranoico non ama, se non se stesso e abissalmente. In quell’abisso egli non governa nulla e non comprende cosa stia proteggendo. L’assalto non arriva mai, ma, se arriva, è comunque letale, indipendentemente dalla cura profusa nel proteggersi, nel rintanarsi, nel sospettare. Come l’ipocondriaco che per una vita teme il tumore e cerca di anticiparlo e niente può quando il tumore arriva. Può solo fare quanto ha fatto mio padre: anticipare l’esito del tumore, andarsene con dignità fisiologica preservando (anche qui: inutilmente) la forma del corpo cadaverico.
Trilla il campanello, mi scuoto, sono le nove, mi alzo dondolando, la testa gira perché ho dormito non più di un’ora, sette ore prima contemplavo il cadavere di mio padre, apro la porta ed è imprevedibile quello che vedo: Federica ridotta a uno spettro, gli occhi rossi, le occhiaie marcate, le lacrime che fluiscono, i singhiozzi.
La notte prima le ho telefonato subito dopo avere contattato la guardia medica. E’ esplosa in un pianto a dirotto, ho detto soltanto “E’ morto mio padre”, lei urlava piangendo nel cellulare “Cosa dici! Cosa stai dicendo!”, strideva, ansimava.
Questo era prevedibile. Le esistenze mia e di Federica sembrano uno slalom parallelo. Suo padre era morto due mesi prima. Come il mio era un etilista. Le nostre infanzie si somigliano come due tumori pancreatici. L’etilismo aveva condotto il padre di Federica al coma etilico, come il mio. Poi alla cirrosi. Quindi al tumore del fegato: il medesimo numero di metastasi epatiche che assediavano mio padre, la medesima terapia, la medesima assenza di speranza, la medesima renitenza a morire dei due, dati per spacciati e asintomatici per due anni a fronte di una previsione di vita di non più di otto mesi.
E come era morto suo padre… Uscito da un hospice per terminali, dopo essere andato in coma (e, prima del coma, in uno stato confusionale in cui si scagliava contro la figlia, diceva cose tremende, le porgeva oggetti inesistenti; come mio padre quando cadde nel suo coma etilico: vedeva lamette pericolose e me le porgeva, lamette pronte a tagliarlo ovunque, lamette sulle lenzuola del suo letto di ospedale, lamette che si muovevano autonomamente – lamette vive). Andato a casa, a due giorni dall’uscita dal coma era scappato e si era messo a girare in macchina e poteva morire da un momento all’altro. Federica era disperata. Quindi, si era fatto dolce. Un mezzodì luminoso era sul suo letto e aveva chiesto dolcemente a Federica di aprire la finestra, un fascio di luce calda e nuova investiva lui e la figlia, le aveva chiesto, non riuscendo a muoversi, se lei poteva infilargli i pantaloni del pigiama, e la figlia, in ginocchio, penosamente infilava i pantaloni, un piede e poi l’altro, e si era all’improvviso imprevedibilmente irrigidito, l’aveva guardata, uno sguardo serafico, aveva rantolato, era crollato, il muscolo cardiaco rotto a metà.
Infarto miocardico acuto: come mio padre.
Però lei, a differenza mia, era presente, aveva tentato inutilmente il massaggio al petto, un abbozzo goffo di respirazione bocca a bocca.
Se ne era andato.
In lei quella morte lei poteva sanare o propagare la crepa che lui stesso aveva aperto…
mediumicoaudio.gif Federica piange, mi abbraccia, mi bacia, il suo muco e il mio muco e le lacrime sulla pelle del volto di entrambi e finalmente mi lascio andare e mi sfascio nel pianto, il cristallo si discioglie in acqua benefica, l’abbraccio e la bacio, questa incredibile presenza che mi vuole bene e mi è accanto, la gratitudine che provo per lei.
Abita a Mantova, si è fatta due ore di macchina per essere qui di primo mattino.
Per non lasciarmi solo.
Sa che devo ritornare nella casa tremenda di mio padre, contattare uno sgomberatore, stare dove è tremendo per me stare e lei vuole stare con me.
Ci sediamo. Faccio il caffè, scaldo un po’ di latte, mi accingo a ingurgitare a forza qualche biscotto, devo nutrirmi. Lei si alza, sta andando verso il bagno, sfiora la televisione e la televisione si accende. Da sola. Siamo sconvolti. E’ la terza o quarta volta che càpita. Le è successo col mio computer. Era spento, distrattamente ci ha appoggiato una mano sopra e si è acceso, Windows ha incominciato a caricarsi da solo. Un’altra volta stavamo addormentandoci e di colpo si accende a un volume altissimo la radiosveglia sul comodino accanto a lei.
Ciò che mi impressiona è però quello che sta trasmettendo la televisione alle dieci del mattino. E’ un documentario sul Tibet. Le usanze funebri dei tibetani.
Una voce astratta descrive immagini terribili. Io e Federica non riusciamo a distogliere lo sguardo dallo scempio sullo schermo.
Una persona muore, la salma viene avvolta in un telo bianco, viene lasciata riposare per cinque giorni. Non è toccata. In questo lasso di tempo sono invitati dei monaci a recitare preghiere e a leggere il Bardo Thödol, il Libro Tibetano del Vivere e del Morire, che istruisce sul percorso del viaggio ultraterreno il residuo psichico del morto, invisibile a occhio umano ma non alla percezione dei Realizzati. Dopo avere accertato il giorno propizio per la cerimonia funebre, l’erede della persona scomparsa avvolge il cadavere in una coperta di lana e lo consegna ai becchini sacrali, che lo portano nell’alto luogo scelto per i riti, a cui possono assistere solo i parenti stretti del morto. Poco prima dell’alba, dopo avere deposto la salma in un luogo appropriato (la scelta cade su incroci di linee magnetiche, generalmente in vetta a un monte), viene acceso un fuoco con rami di cipresso e di ginepro e della tsampa è sparsa sopra le fiamme per produrre il fumo che richiamerà gli avvoltoi. I parenti, seduti sul nudo terreno, sorbiscono tè tibetano. Il tè viene fatto bollire per ore con salnitro e soda; poi prima di berlo si aggiunge burro di yack. La tsampa è a base di chicchi di orzo soffiati sulla sabbia calda, vengono anch’essi mescolati con il burro di yack.
I sacri becchini iniziano con il taglio dei capelli e gli squartatori rituali aprono il corpo, rimuovono gli organi interni, amputano gli arti, tagliano la carne in piccoli tranci e con una pietra riducono in polvere le ossa; i tranci di carne del cadavere vengono cautamente sparsi all’intorno dopo essere stati mescolati essi stessi con la tsampa, vengono dati in pasto agli avvoltoi e gli avvoltoi vengono a cibarsene; ciò che resta viene divorato dai cani e da altri animali carnivori. In Tibet l’avvoltoio è considerato un animale sacro e viene severamente proibita la sua uccisione.
Nel documentario il cadavere era quello di una ragazza, i genitori della morta ingurgitavano il tè denso e facevano girare il manikorlo, la ruota delle preghiere su cui è inscitto il Grande Motto, all’infinito, OM MANE PADME HUM, i becchini, gli avvoltoi, falchi, i corvi e altri predatori dell’aria che si azzuffavano per un occhio o una mammella…
Viene definito “funerale celeste”: un passaggio dalla terra al cielo, dalla morte alla vita. Affidare il corpo morto a un corpo vivo.
Una visione orripilante alle dieci del mattino e io e Federica siamo muti di fronte alle immagini di una sacralità primeva e insostenibile, cruenta.
Qui si radunano spiriti vaganti, spiriti affamati, divoratori di carne e cadaveri risuscitati: spiriti cimiteriali che vengono utilizzati dagli yogi che praticano il Gcod, il cui rito consiste nell’invitarli a cibarsi del proprio io per accelerare il processo di dissoluzione umana. I tibetani vogliono fuggire dall’umano.
Siamo demoni. Aggregati solidi e flessibili di onde mefitiche. Dobbiamo fuggire da noi stessi, dalla nostra forma. Cerchiamo aiuto. Abbiamo paura.
Basta dilatare la mente e ciò che immagini sarà accanto a te. E il brutto sarà bello, e il dannato, santo.