MEDIUM – 5. IL FUNERALE CELESTE

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IL FUNERALE CELESTE
Cosa si crede? Che brucino la bara?
La bara viene sottratta. Serve fino al momento in cui estraggono il corpo gelato, che ha stanziato nell’enorme magazzino dove fanno la fila in attesa della cremazione. Sono presenti quelli delle pompe funebri. Recuperano la bara. La riportano in azienda. La disinfettano, la lucidano con una schiuma brillantante. Gli interni sono ricomposti, si saturano di liquido che profuma di fiori freschi ed elimina residui eventuali. Se l’interno è danneggiato perché, nonostante il gelo, il corpo ha fatto filtrare liquido attraverso i vestiti, e il liquido ha intriso i cuscinetti in finto velluto, è economico comunque sotituire i rivestimenti in tessuto. La bara sarà rivenduta, così riattata, rinnovata, a un altro corpo candidato alla cremazione.


Il corpo, rigido, è in orizzontale sul tapis roulant che conduce al forno. L’inceneritore è in funzione costante. La temperatura deve superare i 1.000°. Si impiegano otto ore in media per ridurre in cenere il corpo di un umano adulto. La cremazione avviene in due stadi. Non è un affare semplice. Servono forni dall’elevata potenzialità di cremazione, che consentono di effettuare fino a quattro e più operazioni complete nell’arco giornaliero di funzionamento. Questo spazio di tempo contempla tutte le fasi che caratterizzano il ciclo lavorativo del forno (preriscaldamento, raccolta delle ceneri, introduzione della salma, cremazione, tempi intermedi). Forni particolari, non are, forni non memorabili, occultamente noti per la silenziosità di funzionamento durante tutto il processo di cremazione, grazie alle pannellature fonoassorbenti di contenimento del ventilatore e dei bruciatori, previste sulla struttura e sui principali componenti -quali, ad esempio, l’elettroaspiratore di estrazione fumi.
La tecnica utilizzata per la cremazione è detta “combustione a due stadi”. Il forno crematorio consiste di due camere. Nella principale si introduce gas, solitamente metano, mentre l’ossigeno è quasi assente. Questa miscela favorisce una migliore combustione del defunto e dei materiali vestiari. Nella camera di postcombustione prevale invece l’ossigeno. Al suo interno i gas provenienti dalla camera principale si ossidano, bruciano a temperature che raggiungono i 1.200°.
E vengono depurati da odori e fumi nocivi. Il processo è concepito per la cremazione di feretri con un peso medio di 130-150 kg. Ma le bare non vengono introdotte sempre, i parenti non lo sanno, soltanto alcune bare, altre agenzie le sottraggono… Le bare, ornate di maniglie e croci e intarsi in metallo, che devono essere tolti prima che il feretro venga inserito nel forno crematorio.
I fumi roventi che escono dalla camera di postcombustione sono ulteriormente trattati con sistemi di recupero del calore e filtri per eliminare le impurità.
Le impurità.
Papà.
In questo modo si evita qualsiasi tipo di inquinamento dell’aria.
Tramoggia per lo scarico delle ceneri.
Cassetto per la raccolta delle ceneri.
Suola in materiale conduttore di calore.
Camera secondaria o di postcombustione.
Portello per l’introduzione del feretro.
Camera di cremazione.
Locale apparecchiature (iniettori di gas e depuratori dei fumi).
Cofani in legno o zinco.
Rivestimento in mattoni refrattari.
Raffreddamento.
Ingresso di addetti al recupero delle ceneri, con scopino sterile. Eventualmente alcune sezioni di ossa si reperiscono in stato ancora compatto, e dunque le ossa che non bruciano completamente vengono triturate in una centrifuga, dove sassi che ruotano le macinano fino a trasformarle in polvere. Non tutti i corpi bruciano allo stesso modo e impiegando il medesimo tempo: alcuni cadaveri saturi di sostanze chimiche, ad esempio, richiedono una combustione molto più lunga.
Cadaveri imbottiti di sostanze chemioterapiche, tra i molti casi.
Raccolta delle ceneri in urna cineraria di materiale resistente ed infrangibile e tale da essere soggetto a chiusura, anche a freddo o a mezzo di collanti di sicura e duratura presa, recante all’esterno nome, cognome, data di nascita e di morte del defunto; l’urna va sigillata per evitare eventuali profanazioni.
Procede sul tapis roulant, la giacca gelida, le foto di Gisella e mia congelate e la medaglietta d’oro di Berlinguer nella plastica.
Perde ogni forma, disciogliendosi, gonfiandosi, esplodendo nella camera primaria, dove è blu per il metano e si scuote.
Brucia.
Anima fuoriuscita che è fuoco.
Residuale, non vista tra le ceneri, la leggerissima piccola placca di oro che fu la medaglietta.
mediumicoaudio.gif Ci consegnano nel gelo del cimitero di Chiaravalle l’urna. E’ carina. Lucida, di morbido metallo. E’ sigillata.
Mi allontano un attimo dai presenti (gli zii, i cugini, mia madre terrea, mia sorella in lacrime), insieme all’addetto delle pompe funebri. Giriamo dietro un angolo cieco. Un cavedio umido. Tutto il cimitero è coperto da una lastra di brina ghiacciata. Qui il ghiaccio è spesso, è un luogo ombroso, tra due pareti di cemento armato. L’addetto delle pompe funebri, con l’urna lucente tra le mani, mi guarda interrogativo.
Io estraggo duecentocinquanta euro.
Osserva le banconote. Socchiude la bocca.
Io dico: “Lei toglie il sigillo all’urna. Mi lascia solo e va a prendere un altro sigillo sul suo furgone. Torna qui e risigilla l’urna. Cinque minuti, duecentocinquanta euro”.
Accetta.
Spezzato il fragile sigillo (un filo di ferro poco resistente, fuso con un dischetto di zinco), sono solo. Apro il coperchio.
Le ceneri.
Lievi, grigiochiare. Con pezzi più consistenti e scuri.
Infilo la mano.
Era il corpo di mio padre.
Frugo.
Tasto.
Tra i polpastrelli stringo frammenti volatili e pezzi più duri del corpo di mio padre.
Vado sul fondo.
Si è depositato lì.
L’oro della medaglietta.
Lo estraggo.
Mi ripulisco la mano distrattamente, con la mano che reggeva la piccola urna che risplende nella luce fioca. In sospensione nell’aria gelida, particelle paterne. Profanazione. Consacrazione.
Nella tasca dell’impermeabile nascondo la placchetta d’oro.
Quando torna l’addetto, lo vedo incerto manovrare il filo di ferro, fondere con un saldatore lo zinco.
Usciamo dall’angolo.
Il crocicchio dei miei parenti, in piedi sul ghiaccio. Gisella che piange, il suo spesso cappotto nero.
Avanziamo con l’urna.
Nessuno chiede niente.
La lapide provvisoria mura l’urna.
Avverto il braccio di Federica infilarsi tra il mio e il costato. La mano scende verso la mia mano, nella tasca, che stringe la placchetta d’oro che aveva le sembianze di Enrico Berlinguer, del Partito comunista.