MEDIUM – 17. NERO CUORE DELLO STATO ROSSO

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NERO CUORE DELLO STATO ROSSO
La Stasi non morirà mai. E’ viva e opera in mezzo a noi. Il processo di unificazione è stato un dispositivo di annessione. A Berlino circolavano agenti segreti, fino allo scadere degli Ottanta, in una percentuale imbarazzante, che nessuna guerra giustificherebbe. C’erano spie in numero pari a quelle attive in tutta Italia. E alla caduta del Muro, il panzone Kohl non si è lasciato sfuggire l’occasione. Perché perdere tanti professionisti? Quasi coincidevano con la DDR. Molti erano informatori, e quindi inutili alla Germania riunificata. Ma gli esperti di rapimenti, intercettazioni, liquidazioni, controspionaggio, disinformazione: perché lasciarseli scappare? Sono stati integrati nelle forze di polizia, nell’esercito. Per dirti, ho verificato la firma di chi ha depositato ierinotte al commissariato centrale del Lichtenberg la foto segnaletica di tuo padre: ai tempi viveva a Pankow ed era un uomo Stasi. Lo stesso vale per i laboratori scientifici, tutti convertiti, senza mutare nulla delle strutture di ricerca, degli uomini che ci lavoravano: si sono limitati ad affiancarli con scienziati occidentali. E chissà cos’altro. Gli obbiettivi della DDR erano alti. La tecnologia, nonostante lo stato di povertà controllata in cui era mantenuta la nazione, era molto avanzata e superiore a quella occidentale. La DDR, nell’88, era l’undicesima potenza industriale al mondo. La proiezione sul ‘91 la dava come nona potenza mondiale. Ed erano sette milioni di abitanti. Applica il comunismo allo spirito tedesco e ottieni questi risultati. La Stasi, comunque, esiste e opera, questo è certo. Opera anche fuori della Germania. Non so cosa stia sollevando la tua ricerca e perché debba esserci una simile attenzione intorno a tuo padre venticinque anni dopo un viaggio innocuo. Non lo so finora. Avrei bisogno di tempo, ma immagino che tu non l’abbia”.


Chi parla è la persona che può aiutarmi. Così l’ha qualificata il mio Contatto a Roma, a cui ho telefonato prima di partire. Per sicurezza, nel caso mi trovassi davanti a un muro. Una nazione che erige muro dietro muro. Una nazione che ha ospitato sul suo suolo la punta più avanzata in occidente del regno comunista su questa terra.
Si chiama Karl-Heinz Mezzogaudio. Ha una cinquantina di anni. Figlio di immigrati calabresi. Collaterale, opera tra BfV (i servizi tedeschi) e gli italiani. E’ moro, capelli rasati quasi a zero, pelle olivastra, muscoloso e magro, i muscoli tesi, risultato della sua professione, che è inquietante: insegnante di kickboxing e arti marziali. Possiede un centro benessere collegato a una palestra per lotta marziale, un ossimoro di lusso attraverso cui passa la “bella gente” di Berlino: trattamenti ayurvedici, massaggi, sauna al piano superiore; e lotta al piano inferiore. Libreria specializzata, ristorante vegetariano e lounge bar al piano terra. Della Calabria non sa nulla, è nato in Germania dell’Ovest, in Baviera. Almeno, così mi dice.
“La Stasi fuoriesce dalla Germania per sistemare vecchi conti. Il delitto Couliano è opera di agenti Stasi – in territorio statunitense, non so se mi spiego. Esoterismo e frange rumene non c’entrano nulla”.
Ioan P. Couliano era professore a Chicago e venne rinvenuto cadavere nella toilette di uno dei blocchi universitari, detto Divinity School: gli avevano sparato al punto apicale della nuca, mentre pisciava, un unico colpo da una pistola artigianale dalla sommità della parete che divideva toilette da toilette. Delitto misterioso, che dava adito alle ipotesi più ardite. Couliano era un esperto di magia, esoterismo, Rinascimento. Era considerato l’erede in pectore del fondatore della storia scientifica delle religioni, il suo connazionale Mircea Eliade. Era fuggito, dopo la laurea, dalla Romania di Ceausescu: occuparsi di magia in territorio marxista non era il caso, nonostante quanto mio padre e mia madre dicevano dei compagni teosofi. Couliano riparò in Italia, a Milano. Fu costretto a un campo profughi nell’hinterland, la sua laurea non riconosciuta, e tentò due volte il suicidio – un’autorità neoplatonica tra zingari Rom. Lo raccolse un docente dell’Università Cattolica: dovette laurearsi nuovamente, in occidente l’attestato rumeno non era riconosciuto. Eliade intrattenne con lui un rapporto a dire poco ingannevole: lo esaltò per poi ignorarlo. Couliano era geniale, intravvedeva perfettamente i movimenti a lui contemporanei dell’immaginario soprannaturale e sapeva connetterli alle tradizioni più distanti: sciamanesimo, magia alchemica e spagiria, rituali cabbalistici. Il suo curriculum esplose letteralmente. La sua nomea invase il pianeta. Gli americani lo chiamarono a Yale a insegnare. Si aggregò un gruppo di adepti intorno a lui. La notte prima di essere ucciso, diede ai suoi allievi un saggio di lettura dei tarocchi e predisse che il giorno successivo sarebbe morto, perché il passato non era sciolto e pesi incombevano su di lui, fatali. L’omicidio avvenne, puntuale. Le sue ricerche sul campo includevano studi e infiltrazioni in sette, e le indagini presero quella direzione. Vennero pubblicati saggi d’investigazione sull’incredibile e tragica vicenda: un docente di Yale ucciso all’interno di una delle più prestigiose università del mondo. Soprattutto gli investigatori americani puntavano il dito contro l’intelligence rumena: frange sopravvissute al crollo del regime. Si mormorava, come sempre si mormora intorno agli eventi storici, che Couliano avesse operato magicamente per contribuire al crollo. Misteri avvolgevano la fine dei coniugi Ceausescu, i cui cadaveri scomparvero. I popoli slavi nutrono, da ben prima del regno occulto di Rasputin, una predilezione per il soprannaturale. I loro stalker guidano turisti in terriori ex sovietici, in foreste di betulle, per mostrare zone ad alto magnetismo in cui sarebbero atterrati dischi alieni.
“E’ stata la Stasi della DDR” afferma Karl-Heinz Mezzogaudio. Il tono non dà adito a repliche. Mi verrebbe da domandare perché. Perché uccidere Couliano, un semplice professore, anni dopo il crollo del Muro.
Vorrei replicare, in qualche modo, ma sono incantato da uno scaffale della libreria enorme alle spalle di Mezzogaudio: tutte le pubblicazioni di Peter Kolosimo, le versioni tedesche italiane inglesi di tutti i titoli dell’assurdo divulgatore. Mezzogaudio se ne accorge, il mio sguardo incantato e fisso conduce il suo a quel settore della libreria: “Un grande, Kolosimo. Divulgava, per quel che poteva, i risultati strabilianti dei laboratori scientifici dei Paesi socialisti. A distanza di anni, è comprovato che aveva ragione. Prendi l’ipotesi dell’inversione dei poli magnetici, prevista nel 2012, anticipata dal calendario dei Maya, una sua scoperta che non lo era, aveva fonti ad alto livello. Era un agente doppio, Kolosimo. Innamorato della scienza, del fantastico. E della politica: il vero comunismo verrà realizzato sulla terra non dai discepoli di Lenin, ma dallo sbarco degli alieni. Pagato dalla DDR e dall’occidente. Un uomo notevole”, dice, e sembra crederci, sembra irremovibile.
“Veniamo a noi”.
Sono nell’abitazione di Karl-Heinz Mezzogaudio perché le ricerche su Gretel Hinze sono andate a vuoto. Sembra non esistere, non solo a Lipsia o nelle quattro cittadine a nome Limbach, ma in tutto il territorio tedesco. O è morta e non ha lasciato tracce. O non è mai esistita e il suo era un nome in codice. Oppure è espatriata dopo il crollo del Muro. Ipotesi che non tiene: nella lettera appare terrorizzata dai controlli della Stasi, fornisce a mio padre istruzioni precise perché lo Stato non venga a conoscenza della loro relazione.
“Oppure ha cambiato nome”.
Gli passo la fotocopia della lettera. Sono imbarazzato: questo manzo che ha a che fare con segreti, questo mestatore tra Germania e Italia, legge una lettera d’amore a mio padre.
“E’ firmata G. Come sei arrivato al nome Gretel Hinze?”
Taccio del delirio in sonno di Federica: Se tu sei Gretel, io sono Hansel. “E’ stato semplice, facilissimo. Al Quartier Generale della Stasi, in Normannenstraße. Risulta che il traduttore che usualmente lavorava con le delegazioni del Partito comunista Italiano, tale Ulrich Zimmer, era stato sostituito dalla traduttrice Gretel Hinze in occasione dell’arrivo dei comunisti italiani nel settembre 1981. Ho cercato su Web, ho telefonato al call center di Telekom: non esiste un simile nominativo in tutta la Germania”.
“Dalla lettera si desume che stesse a Lipsia. Devi darmi qualche ora. Ti cerco io sul cellulare. Se hai altri problemi, in hotel o in giro, non farti problemi e chiamami. Conta su di me, hai le spalle coperte”.
Congeda me, le mie spalle che lui stesso copre.
E’ ancora mattina. L’apice del mattino berlinese: il sole non ha cappa inquinante da perforare, splende con ferocia metallica, rimbalza tra gli edifici di nuova ideazione, vetro e materiali edili alternativi.
Federica sta ancora dormendo? La chiamo sul cellulare: è staccato.
Il sole riverbera violento, raggrincio la faccia, riduco gli occhi a fessure, il naso piegati, le mani incrociate dietro la schiena e all’improvviso in una vetrina di Ebert Straße, in vista l’estensione verde del Tiergarten, dopo la piazza centrale ripensata da Piano e altri (trascorsi un anno a scrutare i lavori attraverso la webcam a 360° che avevano posizionato come geniale mossa di marketing berlinese), all’improvviso vedo nel vetro specchiante: sono mio padre. Le spalle lievemente curve, le mani conserte dietro, la faccia che tenta di difendersi dal sole: la postura è identica, il passo è il medesimo, la stessa carnagione, uguale la smorfia.
mediumicoaudio.gif Camminai accanto al padre.
Attendo un figlio
.
Queste posture, queste scosse elettriche, queste configurazioni: trapassano al di là della volontà, la psiche piega il corpo, zone oscure dove la consapevolezza non arriva, o ancora non è arrivata a illuminare i motivi, i nodi, le modalità con cui il padre è uguale al padre che è uguale al padre… La trasmissione della specie è un mistero psichico. Noi eravamo una volta immersi nelle pozze sulfuree, la spina dorsale era una lisca morbida e spessa, il cervello rettile emanava impulsi per la sopravvivenza, scattavamo sguazzando. La massa crebbe, l’attività aerobica mutò: corpi più torniti e insicuri attraccarono alle sponde, tentarono di sollevarsi. Il loro regno fu l’aria. L’atmosfera si addolciva. E già allora la catena tra padri funzionava come una corda che connetteva all’origine sconosciuta. In aereo, su una rivista, le immagini al microscopio di due spermatozoi alla disperata ricerca della fecondazione di un ovulo: rossi gli spermatozoi, blu e azzurri i granuli uterini, questa disperazione che non è consapevole, ma impulsa, impulsa al di là di ogni decisione, nell’illusione automatica della perpetuazione dei caratteri genetici, di traduzione dei Grandi Antichi, esseri ittici trasformati in bipedi che arriveranno a indossare tute bianche fuori dal magnetismo terrestre, il cordone ombelicale sintetico che li lega alla navicella in orbita mentre galleggiano nel vuoto nero e pneumatico, esposti a flussi di neutrini e radiazioni cancerogene
Osservandomi ricalcare perfettamente la forma e l’attitudine di mio padre fui invaso da un gigantesco senso di colpa: la conca umana in cui si riversa liquido pericoloso, fino a tracimarne. Un giorno, già alterato, una domenica pomeriggio estiva, del 1982, un anno dopo il viaggio in DDR, già in piena crisi, ruppe il silenzio con me, tentò di avvicinare me, dodicenne quasi anoressico e meditabondo – e m’invitò al cinema, in via Tito Livio, per vedere Bingo Bongo di Adriano Celentano: un film in cui Celentano è un primate da rieducare alla civiltà, l’apparizione più vicina all’apocalisse prossima che incombe sulla specie. E io gli dissi di no, che avevo impegni. Eppure volevo vedere quel film. E alle due uscii di casa, senza farmi vedere corsi a perdifiato al cinema, vidi il film, cauto rientrai nel tremendo appartamento, e lì mio padre mi attendeva, era di schiena, si voltò, ubriaco, mi disse di avermi visto entrare al cinema dove non avevo voluto andare con lui.
Senza la memoria, la colpa non esiste, e non è detto che si commetta l’atto punibile. La memoria fornisce piuttosto, col ricordo della tragedia, l’occasione per ripetere l’orrore di cui siamo capaci.
Correvo guardandomi attorno, gli alberi polverosi in viale Umbria nell’afa, non c’era nessuno, magrissimo, ma il padre aveva visto, si trovava lì e io non l’avevo notato…
Il padre: il padre spiega tutto.
Metropolitana.
Lichtenberg.
A piedi verso l’hotel.
Squilla il cellulare: è Federica, sta bene, mi aspetta nella hall.
Velocizzo il passo.
Il volto di mio padre in bianco e nero nella foto della Stasi non mi abbandona. Quarantadue anni di pena. Papà.
Squilla ancora il cellulare ed è Karl-Heinz Mezzogaudio. E’ secco, misurato, veloce. “Due notizie. Ulrich Zimmer è morto in circostanze sospette nell’estate 1981. Fu sostituito da Gretel Hinze nel settembre successivo, all’arrivo della delegazione di tuo padre. Non ho recuperato notizie su eventuali rapporti tra lei e lui, ma so come si chiama e dove sta. Vengo a trovarti io al Comfort, dove stai, così, nel caso fossi controllato, si rendono conto dei tuoi contatti”.
E’ fatta.
Ancora una volta, è fatta.
Cancello, con la mia intrusione in un quarto di secolo antecedente, il gesto vigliacco e inesplicabile che mi portò davanti alla scimmia umana Bingo Bongo.
Cancello la scimmia umana.