Speciale Beppe Salvia

beppesalvia2Ci sono davvero, nella storia della letteratura italiana, alcuni grandi che meritano un riconoscimento assoluto, che attualmente è loro negato. Tra questi, Beppe Salvia: forse il migliore tra i poeti italiani cresciuti editorialmente negli anni Settanta e, con tutta probabilità, destinato a giganteggiare in questo povero presente. Il che non è, poiché Beppe Salvia morì sciaguratamente nell’85. Aveva animato la leggendaria rivista romana Braci, aveva pubblicato su Nuovi Argomenti e Prato Pagano. Non ebbe la fortuna di sfogliare Cuore (cieli celesti), il libro edito nell’88. Si attende che qualche grande editore superi i problemi di diritti che scellerati eredi pongono da anni a un’uscita degna della grandezza di Beppe Salvia, di cui il critico Arnaldo Colasanti ha scritto che “cerca con i suoi versi finestre accese in cielo; così non scrive un canto alla sua donna, ma una lettera votiva alla musa: a quella sconosciuta Serena, invocata appena in un soffio, quasi fosse il cuore stesso della poesia e di tutta l’esistenza dinanzi agli incanti delle cose”.

I begli occhi del ladro
di Gabriella Sica

Ci voleva un manipolo di poeti del Veneto (Munaro, Cecchinel, Casagrande e Di Palmo stesso) – che ha varato una sigla, Il Ponte del Sale, da un antico ponte di Rovigo dove operano – per pubblicare, con elegante e ineccepibile e celestina veste grafica, I begli occhi del ladro di Beppe Salvia. L’Italia culturale di oggi, troppo spesso misera e inadeguata, non ha ancora saputo ricambiare la generosità di un così magnifico frutto poetico maturato in pochi anni, dieci per la precisione, tra la seconda metà degli Anni Settanta e la prima metà degli Ottanta. Con le sue belle poesie, quasi un vademecum, Salvia ha magnificamente raccolto l’insegnamento che Petrarca ci ha lasciato sulla scienza del cuore e quella scienza lui ha rilanciato con freschezza e sapienza.
Ci volevano altri poeti per curare un altro, già grande poeta e riconosciuto autore cult delle nuove generazioni, scomparso ormai quasi venti anni fa, un sabato, il 6 aprile del 1985. Nel giorno della Passione, lui che compare in alcune foto, tra le sue rare, intento ad una memorabile lettura, una delle sue poche, tra le rovine del teatro di Tusculum, illuminato solo dalla luna e curvo, appoggiato ad una colonna di tortura, come Cristo nel giorno della Passione: «e io pallido e stanco come un mondo / intero dovessi sopportar tutto / su la mia schiena, faticavo tanto / m’immaginavo mondi tutti assai / più lievi e volatili di questo mio, / che tanto m’affliggeva e tormentava, e vaneggiavo di nascoste verità / e cieli quieti di pensieri chiari». In un giorno di primavera, «tra odori di mari lontani e queste vicine / piante di odori. La salvia la menta», dove il suo nome riprende scherzando, come era anche nella sua natura, l’umile natura di pianta officinale.
«Non ho pazienza più per niente, niente / più rimane della nostra fortuna». Non aveva avuto più pazienza Beppe per sopportare la vita dolorosa, accettarne l’ineluttabile dipanarsi, e in un giorno primaverile, lui che era un poeta che aveva riportato la lingua della poesia aduna nuova e splendida primavera, era volato via. Ma quando è morto, lui che aveva scritto «e non ho tempo e non ho vero verso», aveva già lasciato ai posteri la sua eredità: «Io ricordo, e d’ogni memoria niente mi è possibile mutare. Questo v’insegno: v’è arte e seppiatela usare».
Pasquale Di Palmo ha approntato una magnifica scelta antologica dai tre introvabili libri di Salvia, usciti tutti postumi. A cominciare dal primo, Elisa di Sansovino, che lui stesso aveva comunque preparato insieme a me per i «Quaderni di Prato pagano», Cuore (cieli celesti) ed Elemosine eleusine, entrambi curati da Arnaldo Colasanti. Ed ha aggiunto anche tre belle prose, tra le sue, tutte ancora inedite, che sanno dell’amato Landolfi anche visitato a Pico dov’è la sua tomba. Il veneto Pasquale Di Palmo sa, da lontano, finalmente vedere il Salvia romano ed anche rendere omaggio ad una stagione romana della poesia, insolitamente osservata con rispetto e cura nell’introduzione, Beppe Salvia o dell’«aerea vita». Chissà che non sia stato per Di Palmo anche un libro «scaramantico» e «un sentiero arioso» per tornare nell’Italia centrale, come aveva fatto nelle sue poesie di Ritorno a Sovana.
Sfoltendo comunque le tre raccolte, Di Palmo ha restituito una nuova chiarezza alla poesia di Salvia di cui emergono i temi centrali, quello della casa, dell’amicizia, della fedeltà, della vita. Beppe ha avuto molti amici, compagni di strada della poesia, ha inventato con loro riviste e libri, fogli e incontri, progettato idee e sogni, ha scritto e disegnato con loro, in quegli anni romani tanto creativi. In una delle sue più belle poesie, un magnifico ed emozionante sonetto, Beppe così scrive: «A scrivere ho imparato dagli amici, / ma senza di loro. Tu m’hai insegnato / a amare, ma senza di te. La vita / con il suo dolore m’insegna a vivere, / ma quasi senza vita…». Perché Beppe, che veniva dal Sud, dalla terra di Orazio e di Scotellaro, ma anche dalla Sicilia, era tornato al sonetto italiano, di Giacomo da Lentini, di Petrarca e Foscolo, da cui germogliava la limpidezza della sua poesia, un sonetto inaudito in quegli anni e prima di tanti neo-metricismi e con una meravigliosa solarità mediterranea e anche una gaia leggerezza che bisognerà pure una volta per tutte saper riconoscere. E questa edizione, competente e di bella umiltà, potrà dare i giusti frutti: far conoscere Salvia oltre la cerchia dei suoi già tanti ammiratori e consentirgli quell’edizione filologica dell’opera completa che comunque gli spetta.

Beppe Salvia – I begli occhi del ladro – Il Ponte del Sale – pp. 160 – €13

 
Beppe Salvia: poesie

LETTERA

 

Viene la sera, è vero, silenziosa
piove una luce d’ombra e come
fossero i nostri sensi inevitabili
improvvisi, noi lamentiamo
una più vasta scienza.

Aver di quella il frutto
appariscente, la bella brama,
e l’ombra perfino, di sussurri
e di giochi, come bimbi.

Ma io lo so Serena io non posso,
in questi tempi segnati dal segreto
di cui s’invade
la nostra intimità,
vivere adesso se non con tale affanno
e così lieve.

Di questo amaro stento già si fa più vero
un sentimento pago di letizia, al modo
che alla sera insieme
andando per le strade
chiare, l’ho visto, d’ombra
e di segreto,
noi siamo tra i perduti lumi
esseri più miti di chi
venuto prima di noi
ebbe solo a soffrire

salvi quasi per caso, e in questo prodighi.

I baci sono bellissimi doni.

***

PRIMAVERA

In strada come una greppia gli amori,
l’acero festoso salirlo averne
prova, maldestro rampicarsi e i cori
fanciulli che si dan briga, saperne
l’errore novissimo che speranza
rinnova, ed altro coro è allegra danza
nel cuore mio che ammira, l’amore, tra
questo ardire bello ch’è prossimo
ad ogni età fanciulla e là dentro
fanciullezza del corpo acerba e lieta,

unisono splendente l’arco, corda
d’un suono solo, tende ad origine
e scocca vertigine d’un raggio ov’è
fida malìa accorgere mestizia
splendente

***

ESTATE

Di morte m’ha destato il sordo vanto
quel traversar pallido e stanco
il seno d’un prato bruciato, rosse
le ferme corolle segnano i fossi
come volesser, stralunato manto,
il disegno astrale suggerir, ecco
or nel secco vento la curva stanca
della luna al vanire s’affanna,
bruciano le corolle un fuoco vcchio,
al sole ed alla luna opposti astri
fan specchio, immillano quell’altera
vicenda dei due lumi l’ale affannate
terse d’uno sfex ch’ora s’aggrava,
va, sullo stelo d’uno di quei pesti
fiori del prato che sembrano i sitri
sopiti dell’egro strumento dell’anno.

***

AUTUNNO

La posa d’un abito spento e di quel
bianco vestito accanto della sposa
m’innamora; davanti la chiesetta
fanno festa, fan le fotografie,
fugge un bimbo quelle malinconie,
corre allo staccato e già s’affretta
a tornare spaventato dalla rossa
coda d’un galletto che grida or quel
suo strido molesto; è che s’è fatto
nero un nembo di tempesta, rotola
il lombo, la festa malinconicamente
sotto la fredda quercia un vento
ha spenta; piove, fa scuro,or cola
una lacrima lesta; quell’unica
festa il piovasco ha rubata alla sposa.

***

E non rapida foglia scende ove
è rapita la veglia, fiocco lento
bensì s’appresta al volo, lieve neve,
misterioso duttile bianco manto
che rende chiarità serena come
specchio ove posi l’abile libertà
d’un cavallino nero, e poche bave
di fronde su neri stecchi, novità
belle è quella bella gronda soffice
dove la taccola tace e gli occhi miei
fissano il lume che mescola luce
a quelle piume rapite d’un soffio
di freddo, come il disegno sprezzato
il volessi schizzar d’un sogno doppio
che sdegna luci ombre che riposa
in un pianto nevoso e senza voci.

***

Poesie inedite
La notte è lunga a chi non può dormire
E frutta il sonno di nessuno sotto le ciglia
Se posso pensarti mancina come vieni
E racconti non smetti mai di dirmi –

Non smetti mai di sciogliere le voci
Il bianco sonoro il rosso odoroso
Dell’autunno, la mia vita prima che sia l’alba
La tua bocca inzuccherata di sangue –

Allora non fa davvero così male, rapimento
Dei sensi smagriti, in confidenza al loro rossore
I turbinii dei nomi e dei cognomi

Rapimento puro come un occhio puro
Come il semplice ascolto quando cadono le immagini
Il nodo della rete che accalappia il cacciatore.

***

Io ti invito allo sguardo calmo, quello
Che non esclude albe e crepuscoli ma li contempla
Anche se povero di mezzi, pensa agli acquazzoni
Di primavera che illuminano il verde.
E alle radure che si dilatano le ore
Nelle vasche che il cervello ruba al sonno
E restituisce, in globi trasparenti di veleno –
La morte scalpita a cavallo in questo paese – come da sempre

Io ti ascolto rinascere per la china dei giorni
Giorni e giorni come un alacre contadino ed un
Archeologo paziente, in quanto sei sporgenza e insieme fiume

La nivea contrazione che mi assorbe, i nudi
Ricordi che mi assalgono, la casa che si squarcia, infine
Mi arricciolo in capriola mi addormento e faccio un sogno.

***

Di qui si vede finalmente il cielo
muto ed eterno e poi di luce chiuso
esso è l’intero aere che racchiuso
l’eremo austro del mistero
lo spande a lacrime e luce e luce
ancor piana ancor grande, anche felice
d’ombra inaccessibile, per tutte chiare
cose e qui nell’intimo cuor del glicine,
che verdeggiando su muri, tacito
e odoroso, chiude l’orto conosciuto
e quasi sol col suo nudo profumo
apre all’immensità d’un volto d’uomo
che di lontano da noi sorride, dio
dell’eterno, con occhi pii e ciglia
ridenti, astratto quasi futuro

***

Dilaga la tua fronte bianca e sento
Infrangersi e seguire il crollo
Di una diga i lunghi
Affanni, ed un colore acuto nelle vesti:
La fronte d’alito vento e chiome e fronde
Apparsa in sua natura chiara e tanto
Lindi gli occhi che il mio bene accoglie
E inganna, e la stanchezza di quei tenui drappi,
L’occhio piroscafo – in essa i nidi calici – e
Rimuove aurorali alte tempeste
E aurore boreali che esplodono in guazzi di
Dolore i cervi, e le anguille, il mondo intero
Posati – Rimani ancora assorta – Rimani ancora un’ora
Noi siamo i gusci vuoti e secchi
Rumori che non osiamo ascoltare

Allontana da me questo fuoco.

***

da Cuore
Adesso io ho una nuova casa, bella
anche adesso che non v’ho messo mano
ancora. Tutta grigia e malandata,
con tutte le finestre rotte, i vetri
infranti, il legno fradicio. Ma bella
per il sole che prende ed il terrazzo
ch’è ancora tutto ingombro di ferraglia,
e perché da qui si può vedere quasi
tutta la città. E la sera al tramonto
sembra una battaglia lontana la città.
io amo la mia casa perché è bella
e silenziosa e forte. Sembra d’aver
qui nella casa un’altra casa, d’ombra,
e nella vita un’altra vita, eterna.