Essere il no che sia il sì

Ora, di fronte alla magistrale prosa suggeritami da D. e che copio qui sotto, nessuno escluso, ma più di tutti gli autentici scrittori e intellettuali (ma quanti sono, in realtà?…), nessuno, affermo, può dirsi immune dalla situazione che viene descritta. Essa è stata dunque descritta: con indiscutibile oggettività. Alla descrizione corrisponde una realtà. La realtà è tuttavia dinamica. Essendo noi parte di quella descrizione, è opera imperativa e cioè necessarissima, all’interno di questa realtà, che piantiamo le radici di una risposta: “No”, il che significa però: “Sì”. Ovverosia: noi impediremo che questo regime di cose prosegua e persegua in questo modo che, per i non autentici scrittori e intellettuali, è diventata norma di vita e di giudizio, al pari dei mercantilisti loro concittadini. Questa descrizione, che segue, non è una profezia: è verosimilmente una invocazione o, più precisamente, una evocazione. Viene evocata la capacità non di resistenza, la quale tiene in vita l’oppressione; bensì di trascendimento dello stato di emivita in cui versano questo Paese e la sua classe di distorsori del senso. E’ a costoro, e a coloro che credono di riconoscersi nelle vittime e invece non comprendono che sono ab origine distorti e quindi carnefici (anche se paiono scrittori e poveri e visionari o semplicemente se ne lamentano) – è a questa schiera che l’esorcismo della letteratura, di cui qualcuno sarà ben capace, è diretto e non mancherà di implicare una nemesi sottile, ben più di quanto si attendano i colpevoli, anche quelli inconsapevoli e molto convinti di essere in una giustizia che è inesistente.
La prosa magistrale è di Anna Maria Ortese da Corpo Celeste (Adelphi). I grassetti sono miei:

Nel nostro paese si profilarono allora due condizioni, s’imposero due riconoscimenti, e parlo dei più immediati: da una parte tutti coloro che non avendo vera lingua, né ideali, né memoria di nazione sembravano meritare tutto e furono, in realtà, del tutto alimentati e condotti per mano verso le terre della Salvezza; dall’altra, appena un esile gruppo, individui che proprio la lingua (ancora italiana e colta) e gli ideali e la memoria – la passione della memoria – rendevano vagamente sospetti e inaccettabili. Questa condizione, col tempo, nel furore della vita, e notoriamente morbida vita, che caratterizzò l’Italia del dopoguerra, parve dimenticata. Ma così non era: e chi era fra i rappresentanti di quell’esile gruppo; chi non imparò quella lingua, non importa il modo, purché fosse in grado di cancellare la propria; chi non abbandonò, con le sue memorie fiorentine o romane o napoletane o venete, anche le memorie d’Europa e della classica America; chi non vide giunto il momento di gettare a terra, e spezzare, qualsiasi ideale autentico – non di parte né di carriera – seppe senza illusioni di essere perduto alla vita italiana. Lo seppe, se scrittore, prima degli altri.
Gli veniva rapita la lingua, la memoria, la passione degli altri, cioè propria gente. Questa Italia non era ancora nata, non aveva fronte, una nuova fronte, che la prima violenza interna, e poi i mercati americani la divoravano. Chi era scrittore, naturalmente; chi era portato a comunicare in una forma non rozza, ma dolce, qualcosa che aveva capito; chi, essendo questo tipo di scrittore reale, non fabbricato, e per lui, dunque, la verità del vivere veniva prima di ogni convenienza del vivere, e un certo dovere prima di ogni fortuna; chi era scrittore così, ma la famiglia o la società non lo avevano provveduto di indipendenza economica; chi, essendo un cittadino povero, era in più una persona fisica molto fragile, fu subito fuori della sua terra – metafora, s’intende -, sbalzato dalla vita attiva di tutti alla terra d’ombra, dove la vita è solo tentativo, dei diversi, degli ultimi.
Oggi si dà alla parola diverso una dimensione fisica o psichica limitata alla sfera affettiva, personale. I veri diversi, per mia esperienza, sono altri, e sono di sempre: sono i cercatori d’identità, propria e collettiva, e nazionale, e d’anima. Coloro che videro il cielo, che mai lo dimenticarono, che parlarono al disopra dell’emozione, dove l’anima è calma. Che non credono, o credono poco, ai partiti, le classi, i confini, le barriere, le fazioni, le armi, le guerre. Che nel denaro non hanno posto alcuna parte dell’anima, e quindi sono incomprabili. Quelli che vedono il dolore, l’abuso; vedono la bontà o l’iniquità, dovunque siano, e sentono come il dovere di parlarne. I cercatori di silenzio, di spazio, di notte, che è intorno al mondo, di luce, che è intorno al cuore. Questi diversi, che vorrebbero semplicemente dare il senso del segreto umano, e trovare, o indicare, il rapporto di dovere tra vita e vita, non dovrebbero, io penso, essere considerati scrittori moralistici o politici. Ma è quello che si fa, quando non hanno difesa di confratelli, e lo spazio per loro, nel paese, va vertiginosamente rimpicciolendo. E’ quello che si fa, se non hanno denaro proprio e, ripeto, sono fragili. A loro la vita viene sottratta con la sottrazione dell’altro – che ora parla altra lingua! E quando vorrà mostrare a che cosa, nel suo paese, e sotto gli occhi di tutti, sia ridotta la vita – discarica e ammazzatoio, dopo allevamento e oscuramento – lo si indicherà come guastatore e visionario. E del resto, poco per volta, facendo scendere su di lui, per ogni libro, la cappa del silenzio o, alzando i megafoni della distorsione, gli saranno tolte credibilità e fiducia – che pure esaltano e consolano le vite mutuate e asservite – gli saranno tolti lecito guadagno e quella sempre sperata indipendenza…