Goffredo Fofi su Kurt Vonnegut

vonnegut_nydi GOFFREDO FOFI

Disse Kurt Vonnegut: «La storia è una lista di sorprese. E tutto quello che può fare è prepararci ad assistere a qualche altra sorpresa». Dipende da noi come sarà? Oggi è discutibile e sconsiderato affermarlo con la sicurezza con cui usavano affermarlo generazioni più ideologiche e illuse delle presenti, la parte di esse strettamente legata alle sorti del Capitale e quella, speculare, legata al pensiero di Marx e alla convinzione di un partito che avrebbe risolto tutti i problemi. Doverosamente aiutato dai Superuomini leninisti e dai loro infiniti funzionari, l’Uomo avrebbe trovato nella Giusta Società il quadro in cui affermare la sua creatività e la sua rousseauiana bontà. Dal «Senso della Storia» e dalla «Linea del Progresso» ci hanno protetto in passato solo gli amori eterodossi, e tra questi quelli dell’anti-utopia proposta da tanta fantascienza che non si illudeva sulla perfettibilità dell’uomo e delle società, e che aveva i suoi capostipiti in Aldous Huxley e George Orwell, detestati dalla sinistra doc, ma anche nel dimenticato Noi di Evgenij Ivanovic Zamjatin, che veniva dall’Urss e che, nel 1924, li anticipava prendendo di mira proprio il modello sovietico. Romanzo fondamentale, romanzo da riscoprire. La fantascienza non era la sola a offrirci degli antidoti, ma i suoi, dato il carattere «massimalista» di questo genere letterario allora molto minoritario, erano aiuti potenti, benché talora subliminali, e la frequentazione di scrittori come Sheckley, Brown, Simak, Matheson, ma anche di quelli che prevedevano le forme più propriamente scientifiche del Progresso, ci preparò a capire meglio le mutazioni a venire.
Ma fu solo con Vonnegut, con James Ballard e con Philip K. Dick, che trovammo davvero stimolo o pastura al nostro bisogno di essere «all’altezza» dell’evoluzione che ci incombeva addosso. E fu proprio con Vonnegut che riuscimmo a conciliare i nostri bisogni di rivoluzione pur dentro le storture del mondo e della storia (e della sinistra) senza illusioni sui loro effetti e neanche sulle principali responsabilità.
Dei tre Ballard è il più europeo. Attirato prima dal racconto di immense sciagure (il vento dal nulla, il fuoco, il diluvio, le piante diventate pietre e vetro) si è poi applicato a descrivere il fascino mostruoso e rinnovato della morte, specie quella più diffusa, per agnelliana automobile, sull’uomo del nostro tempo. Di Dick si sa ormai quasi tutto. Dick, il più nero e folle di tutti, è «entrato» nella coscienza (e negli incubi) collettivi di più generazioni. Vonnegut, figlio euroamericano incostante di Jonathan Swift e di Mark Twain, ha invece ostinatamente continuato a combattere, se non a sperare. La «lista di sorprese» della storia non è finita, anche se sappiamo che potrebbe finire e lui stesso lo sa. Leggete Galapagos, per esempio, il più «scientifico» dei suoi romanzi, narrato da esseri di future mutazioni, milioni di secoli in avanti, dopo la fine sul nostro pianeta della specie umana e di tutte le altre, meno qualche muffa e qualche acquatico microscopico insetto.
L’ipotesi della fine è presente quasi sempre, o è latente, è l’ombra e l’anima della storia. E però si continua. Se così è la vita, e questi sono i limiti, e queste le pulsioni di morte, e queste le aberrazioni del potere che nascono dall’interno della nostra tecnologica società, c’è da aspettarsi il peggio, è ovvio. Ma chissà, qualche nuovo arrivato, qualche ingenuo zuccone, qualche divino idiota, potrebbe ancora trovare la chiave di una possibile soluzione, e il mondo seguirlo.
A ben vedere, la lotta è tra gli idioti che governano (e che in un’intervista il Nostro chiama «gli stronzi» e li tratta da psicotici) e gli idioti che noi potremmo anche essere, idioti positivi che riscoprono le virtù dell’ingenuità, e guardano alla realtà con occhi nuovi di puri semplici, per riconsiderarla a partire di lì.
In questo senso, è forse Comica finale il romanzo di Vonnegut più ottimista: nonostante ogni disastro, si può ricominciare da modeste proposte e da piccoli slogan come «le famiglie allargate artificiali» (per estrazione statistica), le parole d’ordine del «NON PIÙ SOLI».
Poiché è la solitudine dell’individuo la ragione prima delle sue aberrazioni e della sua spinta alla morte, una solitudine prodotta bensì dalla società, esaltata da questa società. Pedagogista emerito in un mondo che ha rinunciato alla pedagogia e l’ha distrutta, Vonnegut ha saputo restare per tutta la sua vita il «divino idiota» del saggio che gli dedicò il grande Leslie Fielder quando – anni sessanta – gli intellettuali Usa non lo leggevano e anzi lo schifavano ma Ghiaccio nove era già un best-seller nei campus più di ogni manuale di sociologia e ogni bigino di rivoluzione e ogni ambizioso romanzo e si muoveva su lunghezze d’onda vicine o le stesse di Comma 22 e Candy, o film come Il dottor Stranamore o Mash.
La «molla» della sua scrittura è l’indignazione contro la storia. Motivata, radicata. Non nuova ma ora, sì davvero radicale. Era prigioniero di guerra a Dresda, lo yankee dell’Indiana di vicina origine tedesca, quando gli alleati la rasero al suolo e fu un crimine inutile, immenso e gratuito, quanto, sono parole di Vonnegut, la seconda atomica su Nagasaki. Vonnegut fu tra i pochi sopravvissuti, salvato dalla sua costrittiva occupazione di inscatolatore di melassa nei sotterranei di una fabbrica. Sopravvivere a Dresda è stato come sopravvivere ad Auschwitz, come sopravvivere a Hiroshima. Vonnegut aveva, a Dresda, vent’anni. E ha dedicato i successivi, ancora oggi che è stanco e malato, a pensare a quell’avvenimento, a cercare di «elaborarlo», metterlo a confronto, comunicando al lettore tutto il suo sgomento, la sua rivolta, la sua interrogazione, la sua ricerca. Ma, e qui sta la sua grandezza e di qui viene il nostro amore per lui, come è possibile raccontare l’impossibile, l’indicibile, il puramente mostruoso, l’orrore secco della storia?
Le risposte europee sono state tante e tutti i grandi, i veri artisti della seconda metà del secolo hanno dovuto costruirsene una, da Celan a Böll (grande amico di Vonnegut, tra parentesi), dalla Morante alla Ortese, a Pasolini, da Baco a Bresson, a Oshima, e naturalmente ai sopravvissuti, i Primo Levi, sì, come i Vonnegut. È la meravigliosa vocazione pedagogica di Vonnegut, è la sua «divina idiozia» ad avergli fatto tentare strade inusitate e rare, ricorrendo di fronte a tanta paura a due difese elementari che sembravano inaudite e scandalose.
Da un lato la comicità. Dall’altro, la «pedagogia», la messa in guardia nei modi più efficaci e «moderni». Nel segno di Rabelais, ma con l’americana affabilità di un Twain e approdando a un post-modernismo non legato alla psicologia ma alla sociologia, o alla scienza, o meglio: all’antropologia di un mondo la cui vera realtà non poteva più venire affrontata con le consuete regole della narrazione. Al disordine, contrapponendo la ricerca di un ordine là dove di solito proprio non lo si cerca; alla disperazione dettata dall’analisi corretta e approfondita delle cause e degli effetti, la scommessa della sfide, dell’«idiozia». Dopo il disastro, se sopravvissuti ci saranno ancora, che fare? Senza dimenticare i capolavori, Mattatoio n. 5 e La colazione dei campioni, Madre notte e Ghiaccio nove, torniamo – con un «grazie, Kurt!» – alla nostra amatissima Comica finale (in originale: Slapstick) dedicata agli idioti più puri della storia del cinema e dell’immaginario del ‘900, Stanlio e Ollio, e torniamo ai versetti che la incorniciano:

Come dunque affrontammo questa farsa che l’uomo e dio volevano già persa?
Tranquilli e arditi, in un gioco di cui i nostri sogni ritessero gli orditi.

[da Le Monde diplomatique, marzo 2003]