Alle latitudini del primo vuoto

Due vuoti esistono, l’uno polare rispetto all’altro, grigionero il primo, privo di colore e resistenza nell’aria è il secondo.
Dunque, vedi, tu procedi come una sagoma di cera mossa da un ferro estraneo e posteriore per le latitudini del primo vuoto.
Non è più nebulosa o pulviscolo, poiché non si ravvede forma, procedendo, spinti pneumatici, all’interno. Qui la vista è rarefatta dalla pesantezza, uguale la veglia, priva di attesa ogni vigilia, scontata l’indifferenza tra giorno e giorno. L’asse che trafora il terreno, inguardabile addirittura, è la notte colma di sonno.
Esiste il pleroma nella mente: è centrale, non è in niente, esso, manifesto, non si manifesta.
I corpi mi sono caduti a fianco, e dentro la memoria, ormai talmente tanto addietro in ore e mesi, ch’io non sono più quegli che ero e però non è anche un domani a traccia mia.
Vado.
Verticale, continuo, privo di strappi, la vista vitrea che non si snebbia, inirritabile, in questo gelo non immaginando diatomee sotto i ghiacci lisci sui cui si scivola o muschi verdi compressi in strati o, forse, al di sotto di tutto, le acque nere, le immense acque nere che attendono nella calma della notte, il parto del sonno, l’attraversamento per annegamento, quando il polmone collassa o schiocca il cuore, il penultimo movimento, tanto oscuro.
Questo è purissimo, infinitesimale, inespresso stare male.
Non chiedo a quel me stesso, non ora, cosa fare. Procedo nel convincimento impenetrato che sia l’arco finito, il tempo prossimo a contrarsi, l’arteria ramata a gonfiarsi di aria.
Voi che mi vedete, amiche: state al palco, siete l’etere.