Alle latitudini del primo vuoto

Due vuoti esistono, l’uno polare rispetto all’altro, grigionero il primo, privo di colore e resistenza nell’aria è il secondo.
Dunque, vedi, tu procedi come una sagoma di cera mossa da un ferro estraneo e posteriore per le latitudini del primo vuoto.
Non è più nebulosa o pulviscolo, poiché non si ravvede forma, procedendo, spinti pneumatici, all’interno. Qui la vista è rarefatta dalla pesantezza, uguale la veglia, priva di attesa ogni vigilia, scontata l’indifferenza tra giorno e giorno. L’asse che trafora il terreno, inguardabile addirittura, è la notte colma di sonno.
Esiste il pleroma nella mente: è centrale, non è in niente, esso, manifesto, non si manifesta.
I corpi mi sono caduti a fianco, e dentro la memoria, ormai talmente tanto addietro in ore e mesi, ch’io non sono più quegli che ero e però non è anche un domani a traccia mia.
Vado.
Verticale, continuo, privo di strappi, la vista vitrea che non si snebbia, inirritabile, in questo gelo non immaginando diatomee sotto i ghiacci lisci sui cui si scivola o muschi verdi compressi in strati o, forse, al di sotto di tutto, le acque nere, le immense acque nere che attendono nella calma della notte, il parto del sonno, l’attraversamento per annegamento, quando il polmone collassa o schiocca il cuore, il penultimo movimento, tanto oscuro.
Questo è purissimo, infinitesimale, inespresso stare male.
Non chiedo a quel me stesso, non ora, cosa fare. Procedo nel convincimento impenetrato che sia l’arco finito, il tempo prossimo a contrarsi, l’arteria ramata a gonfiarsi di aria.
Voi che mi vedete, amiche: state al palco, siete l’etere.

Starobinski: Antichi rimedi per la melanconia

di JEAN STAROBINSKI

La melanconia, come tanti altri stati dolorosi legati alla condizione umana, è stata avvertita e descritta assai prima di ricevere un nome e una spiegazione medica. Omero, che è all´origine di tutte le immagini e di tutte le idee, riesce a racchiudere in tre versi tutta la miseria del melanconico.
Rileggiamo, nel canto VI dell´Iliade (versi 200-203), la storia di Bellerofonte, che subisce l´inesplicabile collera degli dèi:

Ma quando fu in odio anche lui a tutti gli dèi, solitario vagava allora per la pianura Alea mangiandosi l´anima, evitando l´orma degli uomini.

Dolore, solitudine, rifiuto di qualsiasi contatto umano, esistenza errabonda: un disastro privo di ragioni, dato che Bellerofonte, eroe coraggioso e giusto, non ha commesso alcun crimine contro gli dèi.
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I contenuti egoici, la sofferenza, l’espressione e la risoluzione a venire

Ha scritto un Maestro:

“Occorre ricordare che il processo realizzativo consiste nello sciogliere le forme coagulate (contenuti qualitativi e psichici individuati), rallentare il moto del principio materiale e risolverlo in quello essenziale; la sostanza (materiale, emotiva, psicologica) non è altro che una semplice polarità.
[…] Il conflitto-sofferenza deriva dal contrasto tra i vari contenuti (spesso psicoemotivi), avendo questi qualità opposte; è un dato evidente che nella nostra circonferenza psichica esistono enti creati da noi, che si combattono per la loro sopravvivenza.
Occorre far tacere le molteplici voci che intorbidiscono e travolgono la coscienza; occorre, senza sentimentalismi, ma compiendo in ogni caso l’esperienza del sentimento, riconoscere che: o è la sostanza psichica che, in modo caotico, lambisce l’intera circonferenza, oppure è il principio essenziale (o ente reale) che impone il ritmo direzionale alla circonferenza.
La sostanza psichica è un cattivo padrone, ma un ottimo e utile servo. Lasciare che la sostanza psichica si modelli secondo i vari stimoli interni o esterni, che può ricevere senza l’intervento direttivo dell’ente essenziale, o “ordinatore interno”, significa trovarsi completamente alienati.
Il disordine dei rapporti umani è il riflesso-specchio del disordine della sostanza individuale che non viene plasmata secondo la pura Idea, come direbbe Platone, o la volontà spirituale della Coscienza.
L’ignoranza di ciò che è (avidya) porta al vivere proiettivo psicotico, quindi al vivere folle. Infatti il mondo degli ego empirici è una dimensione paranoica. Il Liberato ha invece sconfitto l’ignoranza; gli rimane il vivere privo di proiezioni, senza aspettative: persino i suoi stessi atti possono apparire importanti agli occhi degli altri, ma non ai suoi”.

E un altro Maestro ha scritto:

“Quando viene dato inizio al processo di risoluzione psichica, si attraversa una fase che il Testimone interno dovrebbe osservare senza giudicare. Il testimone interno, però, agli inizi non è pronto a quest’opera, che si attiva perciò in modo discontinuo. Si assiste così ad alcuni casi di trasformazione personale, caratteriale, tali da rendere il più delle volte irriconoscibile la persona che sta compiendo un profondo lavoro di trasformazione interna. Questo è il lungo periodo in cui emergono i contenuti emotivi da sciogliere, i propri fantasmi, le paure e le rabbie passate, che dormivano nell’inconscio o che si conoscevano ma non si risolvevano. L’aggressività (a questo stadio del lavoro personale) è frequente, i contenuti che si stanno elaborando, magari senza accorgersene, vengono attribuiti agli altri con cui si è in rapporto, e non ci si accorge di operare in questo senso. Non è infrequente il caso che la persona, impegnata in un importante e travolgente lavoro di trasformazione interiore, venga lasciata sola da amici, parenti e intimi perché è lei ad allontanarli. Proprio non ci si accorge che quanto si attribuisce agli altri, e prima di tutto a chi è più vicino, è qualcosa che sta accadendo all’interno. Non si è ancora sulla Via ma ci si sta avvicinando. E’ una fase molto dura. La paranoia è uno dei contenuti di base che devono essere risolti ed è per questo che si accusano gli altri, si pensa di intervenire con amore nei loro confronti e invece si è prepotenti o sospettosi. La frase più ripetuta da chi viene da me al Bost e mi parla dall’interno di questo inizio trasformativo è: “Non capisco, lui è cambiato o lei è cambiata, non lo riconosco più, oppure non è più la stessa”. Mi sono abituato a considerare l’affermazione “L’altro era a un passo dal riuscire e non ce l’ha fatta” come uno degli indicatori più certi di questo. Il rifiuto pregiudiziale di ciò che è proprio e il ritegno a dire “mio” è un altro indicatore. E’ un fattore di base questo finto rifiuto di ciò che è “mio”, perché il possesso è il nemico del distacco. Però non ci si può distaccare dal possesso, se non si è sperimentato il possesso.
La persona che inizia un processo trasformativo ritiene di dare amore agli altri attraverso tutta la rabbia che sta risolvendo in se stessa. Gli altri rimangono sorpresi da questo, a meno che non si trovino a compiere lo stesso percorso.”

Una lettura personale di “Grande Madre Rossa”

gmr_piccAvendo pubblicato il booktrailer dell’edizione Segretissimo Mondadori di Grande Madre Rossa anche su Facebook, esso è stato variamente commentato. Estraggo due commenti ai quali tengo: per rispondere e anche fare un po’ di chiarezza interiore, senza alcuna pretesa di autocommentare un mio testo – soltanto chiarire cos’è per me il libro in questione. Lo sguardo che lancio non è sull’esito testuale, sulla riuscita effettiva del libro, sulla sua letterarietà. E’ semplicemente una prospettiva intima, estranea alle logiche del successo e della valutazione. Mi serve scrivere, per meditare.

Vanja Farinovskij mi scrive: “Credo fosse il libro che mi mancava per comprendere quello che è stato il tuo ‘abbandono’ del genere noir, se così si può definire”.

Luca Giudici mi scrive: “Mi piacerebbe sapere cosa pensi tu, Giuseppe, di GMR. Io lo avevo letto quando è uscito e, rispetto a ‘Ishmael’ bè … devo dire che mi erano nate molte perplessità (forse un progetto troppo inattuale, in quel momento). E’ interessante quello che dice Vanja: GMR è fondamentale non tanto in sé, quanto per capire a posteriori lo sviluppo della tua scrittura.”

Compio due generi di precisazioni: una storica (il contesto in cui Grande Madre Rossa è nato) e uno interiore (in cosa si è trasformato e cosa volevo indagare attraverso la scrittura).
Grande Madre Rossa è il terzo “thriller” dopo Nel nome di Ishmael e Non toccare la pelle del drago (il quarto “nero”, considerando Catrame). Se Catrame era nato per omaggio a mio padre, amante dei Maigret di Simenon, che aveva riletto tutti più volte, ed era stato scritto (e si vede…) in quattro giorni, Nel nome di Ishmael era stata un’occasione offertami dal direttore generale di Mondadori, Gian Arturo Ferrari, che mi aveva chiesto quale libro volessi fare e me lo aveva fatto fare, fornendomi tutto il supporto emotivo e cognitivo di cui uno scrittore ai primi passi avrebbe bisogno in un mondo ideale – cosa di cui sarò per sempre grato a Ferrari, che è in pratica il padre putativo del romanzo, non quanto a trama e sviluppo, ma certamente quanto a valutazione, editing e strategia. Continua a leggere “Una lettura personale di “Grande Madre Rossa””

La finzione e la decadenza dell’amore ai nostri tempi

nigredo2Giacomo Leopardi, in Zibaldone [1004], laddove per me è fondamentale ciò che evidenzio in grassetto e che è consustanziale alle recenti meditazioni e che qui, ora, vale per la mia esistenza e per la mia percezione del mondo e degli altri, ma soltanto per me, il che significa anche “per chi coincide totalmente o in parte con zone di me”:

“Uno dei principali dogmi del Cristianesimo è la degenerazione dell’uomo da uno stato primitivo più perfetto e felice: e con questo dogma è legato quello della Redenzione, e si può dir, tutta quanta la Religion Cristiana. Il principale insegnamento del mio sistema, è appunto la detta degenerazione. Tutte, per tanto, le infinite osservazioni e prove generali o particolari, ch’io adduco per dimostrare come l’uomo fosse fatto primitivamente alla felicità, come il suo stato perfettamente naturale (che non si trova mai nel fatto) fosse per lui il solo perfetto, come quanto più ci allontaniamo dalla natura, tanto più diveniamo infelici ec. ec.: tutte queste, dico, sono altrettante prove dirette di uno dei dogmi principali del Cristianesimo, e possiamo dire, della verità dello stesso Cristianesimo.”

Ora, poiché qui io rifletto su un altro ordine, devo riscrivere questo passo in altro modo, affinché comprenda bene chi deve comprendere – comprenda che bisogna assaltare la frontiera, non del linguaggio, ma proprio dell’esistenza con le sue forme, perché è quell’assalto alla frontiera dell’esistenza, per accedere alla vita, che Leopardi e Kafka indicano, essendo per loro la letteratura un’unica potenza di allusione, la cui risultanza “non si trova mai nel fatto”:

“Uno dei principali dogmi dell’amore è la degenerazione dell’uomo da uno stato primitivo più perfetto e felice: e con questo dogma è legato quello della felicità amorosa nell’esistenza, e si può dir, tutta quanta l’esistenza stessa – come finzione dell’amore, come inarrivabilità all’amore, cioè all’autentico. Il principale insegnamento della percezione che mi si sta aprendo, è appunto la detta degenerazione. Tutte, per tanto, le infinite osservazioni e prove generali o particolari, ch’io adduco per dimostrare come l’uomo fosse fatto primitivamente alla felicità, come il suo stato perfettamente naturale (che non si trova mai nel fatto) fosse per lui il solo perfetto, come quanto più ci allontaniamo dalla natura, tanto più diveniamo infelici ec. ec.: tutte queste, dico, sono altrettante prove dirette di uno dei dogmi principali dell’amore, e possiamo dire, della verità dello stesso amore.”

Operazione interiore: nigredo amorosa

“Da questa visione innanzi cominciò lo mio spirito naturale ad essere impedito ne la sua operazione, però che l’anima era tutta data nel pensare di questa gentilissima; onde io divenni in picciolo tempo poi di sì fraile e debole condizione, che a molti amici pesava de la mia vista; e molti pieni d’invidia già si procacciavano di sapere di me quello che io volea del tutto celare ad altrui. Ed io, accorgendomi del malvagio domandare che mi faceano, per la volontade d’Amore, lo quale mi comandava secondo lo consiglio de la ragione, rispondea loro che Amore era quelli che così m’avea governato. Dicea d’Amore, però che io portava nel viso tante de le sue insegne, che questo non si potea ricovrire. E quando mi domandavano: “Per cui t’ha così distrutto questo Amore?”, ed io sorridendo li guardava, e nulla dicea loro“.
Dante Alighieri, Vita nova, IV