blog · Costantino e l'impero

Con Costantino all’iper: la seconda puntata

contantinoelimperodi MICHELE MONINA

La prima puntata di questo reportage si trova qui e l’ha scritta Giuseppe Genna. Il soggetto del reportage è la prima presentazione di Costantino e l’impero, che Monina&Genna hanno effettuato a un ipermercato di Voghera, domenica 6 febbraio 2005.

È sabato sera. Sono a casa a guardare L’infedele di Gad Lerner. Qui dovrebbe finire un mio pezzo sullo stato della cultura italiana. È sabato sera e sono a casa casa a guardare L’infedele di Gad Lerner. Invece è solo l’inizio, l’inizio della mia personale fine, e della fine del mio socio, Giuseppe. Dico che sono a casa a guardare L’infedele non per ricollocarmi in una fascia alta, non me ne fotte nulla della fascia alta. Lo dico perché i fatti qui raccontati, come spesso capita, sono stati annunciati da un’epifania televisiva, tra un commento spiritoso di Piero Fassino, e una sparata filocomunista di Alemanno. Tra una ghignata di Renato Farina e il commento sagace di De Cecco, economista abruzzese che si chiama come la pasta.
L’infedele parla dei DS. Sono bastate poche battute per stendere mia figlia, che per di più ha la febbre. Mia moglie resiste, ma le sue difese immunitarie sono vilipese da Gad Lerner, e infatti domani avrà anche lei la febbre. I miei coglioni sono scesi in cortile a fumare una sigaretta, ma piuttosto che vedere Telefaidate mi vedrei anche la rassegna stampa di Retequattro. Ecco l’epifania. Arriva sotto forma di spot. E come tutte le epifanie non la riconosco come tale. Dice che da domani, domenica 5 febbraio, iniziano le aperture domenicali all’Ipermercato. Ci sarà una grossa promozione, dice l’epifania. Verrà emesso un buono pari al 25% dell’importo speso durante le aperture domenicali, un buono che si potrà utilizzare all’Ipermercato in un’altra occasione, anche se nessuno specifica di che occasione si tratti. Penso che è una delle pubblicità più brutte che mi siano capitate di vedere, ma arriva lo spot del Processo di Biscardi, giunto alla venticinquesima edizione, e mi devo ricredere. Io voglio andare al Processo di Biscardi, questo è il vero scopo della mia vita. Come il vero scopo della mia carriera di scrittore è quello di scrivere la biografia di Carlos Aguilera, meglio noto come Pato. Ma questa è un’altra storia.
È domenica mattina. Dentro casa ci sono sedici gradi, perché la sera spengo sempre i termosifoni, vecchio retaggio della mia provenienza medioborghese. Mi lavo controvoglia. Non perché non abbia voglia di lavarmi, ma perché non ho la minima voglia di uscire di casa. La domenica mattina alle otto, penso, nessuno dovrebbe uscire di casa, tantomeno per andare a presentare un libro in un Ipermercato. Io ne vado a presentare addirittura due, figuriamoci. Sono livido. Nel senso che la mia carnagione scura tende vagamente al grigio. Sono anche livoroso, perché quando devo fare una cosa che non vorrei fare tendo a cercare colpevoli. Il colpevole in realtà esiste, ed è il mio ufficio stampa. È stata sua l’idea di presentare il libro dentro un Ipermercato. La domenica mattina. A febbraio. Il mio ufficio stampa deve morire. È questo che penso mentre mi vesto, controvoglia. Inizialmente avevo pensato di vestirmi in stile rockstar. Tanto per creare un po’ di scenografia con Giuseppe. Lui si sarebbe vestito elegante, col completo grigio, e io avrei indossato i miei pantaloni di pelle nera, la maglia nera e il maglione nero. Su tutto il mio cappotto di pelle nera. Insomma, mi sarei presentato vestito da rockstar. Avrei anche messo gli occhiali a specchio, tanto per completare il quadro. Invece alle otto di domenica mattina non me ne frega niente della scenografia. Metto quello che capita, che è poi il mio solito modo di vestire. Mia moglie dorme, quindi non può protestare per la mia sciatteria. Mia figlia, dorme anche lei. Salgo le cinque scale del mio letto a soppalco, le saluto come se andassi in guerra. Ancora non lo so, ma in effetti sto andando in guerra.
Sono a piazza Cinque Giornate. La mia Seat Alahmbra (non ho idea di dove si debba mettere l’acca), frutto degli introiti del mio libro su Vasco Rossi, è parcheggiata di fianco alla Coin. Giuseppe è in ritardo. Non me ne frega niente. Anzi, dentro di me spero che gli sia successo un imprevisto, magari un incidente col motorino. Qualsiasi cosa pur di non andare fino a Montebello di Battaglia a presentare il libro di Costantino. La radio spara la mia compilation “on the road”. Adesso c’è Favourite Game dei Cardigans. Giuseppe arriva. Fingo di essere felice di vederlo. Sale, e mi dice che ancora non si è abituato all’idea di vedermi con una monovolume.
Partiamo. A Milano non c’è nessuno. Questa non è una notizia. Nessuno può essere in giro di domenica mattina a quest’ora.
Spiego a Giuseppe che l’organizzatore dell’evento mi ha telefonato circa quindici volte, nel corso degli ultimi due giorni. Uso la parola “stalker”, ma non la faccio cadere dall’alto. Gli dico che mi ha detto in tutte e quindici le telefonate a quale uscita della Milano-Genova ci aspetta, ma non riesco a memorizzare quel nome. Giuseppe parla di difese del mio subconscio.
Imbocchiamo la tangenziale all’altezza di Famagosta. Subito passiamo davanti al Filaforum di Assago. Mi illumino. Non capita spesso che io mi illumini, ma mi illumino. Anche se mi illumino come un neon, come fossi una cucina degli anni settanta cantata da Luca Carboni in una sua canzone triste. Io lì dentro ci ho lavorato. È successo esattamente quattro anni fa. Ero il Project Manager del portale del Filaforum di Assago. Avevo anche dei biglietti da visita che dicevano che ero il Project Manager del portale del Filaforum di Assago. Visto che quasi nessuno di quelli che mi conoscono riuscivano a credere che io, proprio io, potessi essere manager di alcunché, ho usato tutti i biglietti da visita dell’azienda per convincere i miei amici che non stavo scherzando. Del resto il mio lavoro era poco più che questo, convincere i miei amici che qualcuno mi pagava per essere manager di un team costituito da me e basta. In pratica io ero il portale del Filaforum di Assago. Io decidevo che pezzi andavano messi online e io li scrivevo. Poi tanto il portale non era ancora online, quindi poco cambiava. Il mio lavoro al Filaforum di Assago è durato sei mesi, il tempo di impostare il portale, metterlo in rete e chiuderlo. Il tempo di vedermi i concerti di Eros Ramazzotti, Limp Bizkit, Madonna e pochi altri. A quei tempi mia moglie era incinta. Anche adesso che passo davanti al Filaforum di Assago, all’alba di una domenica mattina che, lo giuro, dubito vedrà mai il sole sorgere completamente, mia moglie è incinta. Chiedo a Giuseppe che fine abbia fatto Elisabet Niqvist, l’amministratore delegato ai tempi in cui ero Project Manager. Non lo sa, ma entrambi esprimiamo la massima ammirazione per il lavoro del marito, uno che progettava i campi da golf. Diciamo pure che se uno un lavoro così lo racconta in giro, nessuno ci crede, pensano a una trovata avant-pop.
Imbocchiamo l’autostrada. Nel mentre parliamo di una telefonata che ha ricevuto Giuseppe da parte del produttore di Distretto di Polizia. Non so perché ma confondo Borsellino con Bassolino, e da lì partiamo col progetto di uno sceneggiato in due puntate, da trasmettere il lunedì e il martedì, su Bassolino, interpretato da Giorgio Tirabassi. A interpretare la Jervolino chiameremmo la Pandolfi.
Bassolino assorbe tutte le nostre attenzioni. Il che è un bene. O un male. Infatti non ci accorgiamo che tutto intorno a noi l’aria si è fatta bianchissima. Sembra di essere due Warren Beatty in Il paradiso può attendere. Tutto si fa bianco e noi siamo in paradiso. Il paradiso è l’uscita della Milano-Genova dove ci aspetta l’organizzatore dellevento. Lui è Dio, o forse San Pietro. Non ricordo il nome dell’uscita, e non lo ricordo neanche un attimo prima di imboccare la rampa di uscita. Riesco nell’impresa solo perché il tipo continua a telefonarmi al cellulare per sapere a che punto sono. Mi sento Keanu Reeves in Matrix, rispondo al telefono ed entro nella Matrice. Tutto è perfetto, tutto è bianco. E qui non ci sono gatti che passano due volte, non ci sono deja vu.
Scendiamo dalla macchina per conoscere San Pietro.
“La nebbia si sta alzando,” dice.
“Sono sei gradi sotto zero, stamattina,” dice.
Mia moglie, Annette Benning, mi aspetta a casa. Io sono in paradiso.
“Oggi è il giorno di apertura dell’Ipermercato. È una cosa importante, ci sono le offerte, voi fare parte dell’ambaradan,” dice.
Poi ci spiega come seguirlo. Lo seguiamo, e solo in questo momento mi torna in mente l’epifania di ieri sera. Lo spot dell’Ipermercato. Noi siamo parte dell’amabaradan.
La nebbia è granitica. Ma io ho una Seat Alahmbra e la nebbia mi fa una sega.
L’Ipermercato ci si palesa sottoforma della EMME del Mc Donald’s.
Parcheggiamo dalla macchina.
“Qualcuno deve pagare, per tutto questo,” dico.
“Qualcuno deve morire,” ripeto.
Entriamo nell’Ipermercato, che è una sorta di cittadella molto più grande e abitata di una qualsiasi cittadella.
La prima cosa che io e Giuseppe vediamo è un carrello stracolmo di spesa spinto da una coppia di nani. Ora, se io dico che la prima cosa che vediamo è un carrello stracolmo di spesa spinto da una coppia di nani, ne sono sicuro, nessuno ci crederà mai. Tutti penseranno che sono cazzate. Che è un’allucinazione dovuta ai sei gradi sotto zero. Che è un vezzo da scrittori. Ma noi vediamo davvero un carrello stracolmo di spesa spinto da una coppia di nani. E poi stringiamo un sacco di mani. Mani di amministratori delegati, mani di direttori del personale. Mani di passanti. Arriviamo all’ingresso del supermercato contenuto dentro l’ipermercato. C’è un megacartellone con le copertine del libro di Vasco e del libro di Costantino e ci sono i nostri due nomi. Siamo parte dell’ambaradàn, ci ripetiamo come un mantra.
Io devo pisciare, temo per problemi legati al freddo e alla prostata.
Non piscerò di qui a due ore.
Ci avviciniamo al luogo dove si terrà la presentazione. Ci sono una quarantina di sedie bianche, da giardino. E poi, in fondo, ci sono tre poltrone di pelle. Sono identiche alle panchine del Delle Alpi, quelle dove ultimamente staziona permanentemente Alex Del Piero.
Ci sediamo. Io sono alla destra dell’organizzatore dell’evento. Giuseppe alla sinistra.
Davanti a noi ci sono una ventina di persone sedute. Di lì a poco moriranno sommerse dalle nostre parole, ma questo, loro, non lo sanno.
Oltre a loro c’è un viavai di gente impressionante. Centinaia di persone che passano, si fermano, stazionano per un po’, prendono in mano il nostro libro e se ne vanno.
“Poi magari lo lasciano nel banco dei surgelati,” ci ha detto un uomo pelato, sui ventinove anni, poco prima di cominciare. Lui è il capo, qui. Uno che ci ha spiegato come l’Ipermercato sia il vero centro cittadino della provincia. Come lo sia diventato per colpa degli amministratori locali, quegli stessi amministratori locali che si lamentano del fatto che nessuno bivacca più nei centri dei paesi che loro amministrano. Quei centri dove i negozi e i bar sono stati sostituiti da banche.
“Tu da che parte stai, dalla parte di chi ruba nei supermercati o di chi li ha costruiti rubando,” mi viene in mente. È una frase di una canzone di De Gregori, decisamente fuoriluogo.
È invece più consona la frase, che in realtà non ricordo bene, di Perché no?, di Battisti. Una canzone dei tardi anni 70 in cui si parlava di far la spesa ai centri commerciali una volta al mese. Io sono di Ancona, e negli anni 70 non esistevano Centri commerciali. Lo dico, ma nessuno mi sta a sentire.
Comincia la presentazione. Il nostro presentatore nel presentarmi dice che sono un ex cantante, coprendomi di ridicolo. Diverse persone si fermano, convinte che Giuseppe sia in realtà l’onorevole Landolfi di Alleanza Nazionale. O che io sia Bin Laden. Alcuni pensano che ci sia Landolfi che presenta il libro che Bin Laden ha scritto su Costantino. Nessuno sembra meravigliarsi di niente.
Il nostro presentatore, impietoso, fa domande su domande. Ha diversi fogli davanti a sé, tra cui uno su cui campeggia l’inquietante scritta “delineare le finalità editoriali della Marco Tropea editore.” Per presentare il nostro libro dice che Repubblica, proprio ieri, ha pubblicato una recensione del nostro libro nelle pagine di Cultura dal titolo “Le avventure di Costantino eroe da Ipermercato”. Il nostro presentarore ammicca. Fa intendere che fosse un messaggio subliminale, che fosse una pubblicità occulta all’apertura domenicale dell’Ipermercato, che fosse parte dell’ambaradan.
Io e Giuseppe siamo schiacciati dal fuoco di domande. Io, involontariamente, assumo la stessa posizione che Costantino ha in copertina del nostro libro. Giuseppe dice che nessuno scrittore può più assumere quella posizione. Dentro di me dico che anche Giuseppe deve morire.
La mia attenzione si concentra sulla pagina di Repubblica che il nostro presentatore ha più volte sbandierato di fronte all’uditorio. C’è la recensione del nostro libro, poi c’è un pezzo sul femminismo, credo. Ci sono braccia levate al cielo con le mani congiunte a forma di rombo. Gli indici che toccano gli indici, i pollici che toccano i pollici. È un’ora e mezzo che parliamo di libri in un Ipermercato con davanti una foto di gente che inneggia alla figa.
Io e Giuseppe siamo morti. Kate Ann Moss, da qualche parte, sta chiamando ai nostri telefoni, per riportarci sull’astronave di Zion, ma i nostri telefoni sono spenti.
Arriva il momento delle domande. Un ragazzo parla di prodromaticità. È il primo che cadrà sotto i colpi della mia furia cieca, penso.
Un signore con un loden blu si avvicina al palchetto. Afferra il microfono e, facendo riferimento al commento di Giuseppe riguardo l’attentato mafioso di cui fu vittima Costanzo nei prima anni 90, dice, “Se la mafia ti vuole uccidere, ti uccide.”
Finisce l’incontro. La prossima volta ci sarà Faletti, dice il nostro presentatore.
Stringiamo altre mani.
Devono morire tutti, penso. Voglio la testa del mio ufficio stampa su un vassoio di argento.
Sono la Salomé di me stesso.
Il signore col loden blu si avvicina. Dice la stessa cosa di prima.
Giuseppe chiede lumi.
“No, è che io sono stato in Sicilia, anni fa…”
Giuseppe di illumina.
“Ho fatto cose, in Sicilia, anni fa…”
Il nostro ospite dice, “Lavorava nel Sismi.”
Anche a questa cosa qui, pensiamo all’unisono, non crederà mai nessuno.
Vado a pisciare, non ne posso più.
Prima di entrare nei bagni incontro tre donne di una certa età. Hanno tutte e tre il cappotto col collo di pelo. Sono tutte e tre nane.
Il nostro ospite ci invita a pranzo. Accampiamo scuse improbabili. I nostri telefoni suonano. Rispondiamo. È il segnale. Scappiamo.
Mentre andiamo verso l’autostrada mi accorgo che dietro di noi, in una berlina grigia, c’è il tipo dei servizi.
Al primo incrocio lui gira a sinistra, noi tiriamo dritti.
Qualcuno pagherà per tutto questo.
AVVERTENZA: IL NOSTRO UFFICIO STAMPA NON VERRA’ UCCISO, E’ TUTTA FICTION, NOI SIAMO EROI DA FICTION. ANZI, CHIEDIAMO SCUSA AL NOSTRO UFFICIO STAMPA, PERCHE’ NELL’AVVERTENZA IN CALCE ALLA PRECEDENTE PUNTATA DI QUESTO REPORTAGE AVEVAMO MESSO IN DUBBIO LA SUA BUONA FEDE, IPOTIZZANDO CHE NON ARRIVASSE FINO IN FONDO NELLA LETTURA DI QUESTO IMPORTANTE CONTRIBUTO CHE E’ IL NOSTRO REPORTAGE. CONTINUIAMO A DESIDERARE ARDENTEMENTE UNA PRESENTAZIONE DI COSTANTINO E L’IMPERO NELL’AREA DI VENDITA DELLE LIBRERIE BILLY PRESSO L’IKEA DI CARUGATE BRIANZA. L’ALAHMBRA DI MICHELE MONINA NON ESISTE, SIAMO ANDATI A VOGHERA A BORDO DELLA SUA HARLEY DAVIDSON, ED E’ QUESTO IL REALE MOTIVO PER CUI SIAMO INCAZZATI, ABBIAMO PRESO UN FREDDO BECCO AD ANDARE IN MOTO LI’. ADORIAMO KEN IL GUERRIERO E CI SIAMO COSTITUITI IN ASSOCIAZIONE PER LA DIFESA DEI CONSUMATORI DI LETTERATURA, COL NOME SCUOLA DI OKUTO. RIBADIAMO CHE TUTTO QUANTO ABBIAMO SCRITTO (ELIZABETH NIQVIST E SUO MARITO ARCHITETTO DI CAMPI DA GOLF, I DS, I NANI, L’ANZIANO AGENTE DEL SISMI, LO SCENEGGIATO SU BORSELLINO, LA RECENSIONE SU REPUBBLICA, LA SOMIGLIANZA CON BIN LADEN E L’ONOREVOLE LANDOLFI, IL VENTINOVENNE PELATO) E’ TUTTO STORICAMENTE COMPROVABILE, NONOSTANTE NOI DUE SOCI SIAMO EROI DA FICTION.

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