Arrigo Arrigoni, da “Persona informata sui fatti”: Lo Scisto

di ARRIGO ARRIGONI | da Persona informata sui fatti (il Saggiatore)

41b1-slj7fL[La narrazione di Arrigo Arrigoni, che si coagula in “Persona informata sui fatti”, appena edito da il Saggiatore, è per me inarrivabile al momento, operando nella lingua italiana. Corollario di corollari, strepitosa cavalcata di orde d’oro nei territori vasti del sapere e della storia, umani e disumani quindi, sisma di qualunque geologia, esposizione rattrappita di una legione che ha nome “io”, questo racconto di racconti è un’esegesi, un rapporto spionistico, un diario di guerra occulta. Sciamani e agenti metapsichici si incrociano ovunque nel pianeta, distruggendo le radici di un pallore novecentesco. Opus magnum che non è per nulla operazione avanguardista, ha probabilmente il suo gemello naturale in “Gravity’s rainbow” di Pynchon, o forse in “Mason & Dixon” del medesimo autore. Clamorosamente affine a questo passaggio a nordovest della narrazione in lingua italiana, è “Europe central” di William Vollmann. Non so esprimere compiutamente il disagio che mi provoca “Persona informata sui fatti”: mi mette in discussione in quanto lettore e in quanto autore. La sua mostruosità non è tale: non si tratta di un freak letterario. Burroughs avrebbe forse narrato così, esattamente così, se fosse vivente oggi – e Burroughs *è* vivente oggi: tanto più che è stato amico personale di Arrigo Arrigoni. Io consiglio spassionatamente la lettura di questo eccezionale oggetto narrativo non identificato, a tutte le lettrici e tutti i lettori, e si tratta di un invito che non ha nulla di pubblicitario! Si legga questo digesto assirobabilonese e distopico, contemporaneissimo: per il proprio piacere, perché è bello trovarsi in presenza della letteratura autentica, ed è anche perturbante.
Qui sotto, un brano del libro: un incidente in tempo di misurazione dei confini tra India e Cina a cui incredibilmente partecipa il narratore: uno scisto crolla e ferisce mortalmente il protagonista della narrazione. gg]

Nessun allarme, nessun segno premonitore.
Divenni all’improvviso una vittima casuale e ignara.
Ero stato colpito da un grosso scisto di quasi cinque chili distaccatosi dall’apice della volta della caverna dove, con la mia pattuglia di esploratori, avevamo trovato rifugio aspettando che il nubifragio monsonico rallentasse il suo impeto per riprendere il cammino verso il campo base, distante ormai soltanto una decina di chilometri.
Il punto dove la pietra, lo scisto, si era staccato dalla volta era a circa otto metri da terra.

Qualcuno per rilassarsi aveva acceso una sigaretta in fondo alla caverna; un puntino di brace nel buio della notte che avanzava. Distendersi e riposare qualche minuto mentre la tempesta d’acqua continuava a imperversare.
Venni colpito all’altezza del collo… forse ero io ad accendere la sigaretta… accendo una sigaretta… forse l’ultima del pacchetto. Si accende e si spegne un puntino di brace nel buio.
Un buio innaturale poi la scatola dei fiammiferi si incendia in un attimo, fosforo, legno e zolfo. Intravedo illuminato dalla fiamma fosforosa il colore indefinibile dell’osso.
La cartilagine dell’orecchio e dell’osso parietale appariva e scompariva in una sequenza improbabile, visioni che apparivano e scomparivano mentre pensavo di fumare dall’orecchio destro ed espellere il fumo da quello sinistro. Cerco di fumare normalmente, quale normalità? Quella del prestigiatore maldestro. L’osso, questo sconosciuto!
Lo scisto per la sua caratteristica di frantumarsi secondo linee contrastanti si manifesta come una pietra irta di spigoli e di piccole lame.
Ero stato colpito alla testa. Forse sono già morto… sono già paralizzato… Non riesco a muovere le dita, né ho la forza di muovermi, ricordo… chi lo dice alla Nonna??? A madame Kao, l’Impenetrabile???
È un fatto così traumatico, nel vero senso del termine, che cerco di agitare il braccio destro, ma è di marmo gelido, sembra lontano, altrove, cerco inutilmente di muoverlo, credo di agitare un braccio inerte. Non sono più integro, sono in pezzi sparpagliati tutt’intorno nel buio nero, come Simbad che mi vede immobilizato e torturato nella statua di granito nero. Grido per non sentirmi solo e dimenticato, per non rimanere solo: se fossero contenti di vedermi, sarebbe felicità.
Cerco di concentrarmi, ordino alla mano sinistra di reagire. Grido: dopo il grido, sono ululati nel deserto, nessuna risposta, il vento si solleva, credo di sentire voci concitate. Sibila il vento, presto svaniscono le voci e subito ritorna l’eco delle mie urla, un grido che morde.

I lampi creano luci spettrali come stralunati fuochi d’artificio.
Buio… tutto buio assoluto, assordante. Di nuovo la luce si accende poi si spegne, manciate di secondi, solo saette illuminano sino all’orizzonte. Mi stringe intorno al collo, mi manca il respiro, annaspo, ma chi è?… chi mi sta soffocando?… chi mi stritola le ossa craniche, dall’orecchio alla mascella?
Sono rinchiuso in un container vuoto da venti piedi cubi, il serbatoio perde un rigagnolo di carburante attraverso una saldatura mal fatta. Il kerosene basta appena per atterrare in emergenza… è forse vuoto, non ho più kerosene nel serbatoio… Salto fuori dalla carlinga, fuggo inseguito dalle manguste, basta… basta… poter fuggire, voglio fuggire… sto impazzendo, succede così, e quando te ne accorgi è troppo tardi, sei fatto… fatto… il container è vuoto. Ma io continuo a sbattere la testa contro le pareti, il dolore mi tiene sveglio: portatemi da qualche parte, ma lasciate stare… fatemi rotolare giù dal ciglio del sentiero… andate via. Avrei voluto andare sotto una coperta e morire al caldo, morire con dignità.

Chi porterà la cattiva notizia a casa? Penso che il clan di mio padre, i Merthyr Tydfill, abbia demeritato, anche mio padre, mentre i Mo-Thi combattevano con dignità la loro battaglia su due fronti: l’allontanamento progressivo dalla Cina e dalla famiglia.

Bestemmiai. Sentii cedere le gambe, caddi lentamente su me stesso, urlai per il grande dolore, latrai tutto il dolore che avevo dentro, con voce altissima, portai le mani al volto e mi sentivo sempre meno presente. Forse qualcuno mi fece una iniezione calmante.
Mi sembrava di non essere più al centro dell’attività di tutti. Mi stavo lenta-mente staccando dal mugolio di un animale ferito. Sentivo l’animale come un fratello. Ero un animale ferito a morte.

Decisero di non spostarmi prima che il medico e chirurgo della Spedizione, il Dott. Huao, chiamato per radio facesse una prima valutazione. Che importa ormai, mia Madre non era venuta ad accogliermi per attraversare il fiume dell’aldilà. Dottor Huao venne accolto da un applauso che raddoppiò quando riuscì a farmi muovere due dita, pollice e indice, come incoraggiamento e vittoria. Nel frattempo la situazione era diventata critica, non riuscivo più a muovere la mano destra, assaporavo il gusto amaro del terrore.
Non riesco a muovere il braccio libero, non riuscivo a comandare al braccio di fare qualsiasi movimento.Con la sola forza del pensiero non ottengo nulla. Solo qualche luce fioca si accende e si spegne. Tutto sta attenuandosi, luci e rumori, in un bisbiglio, in un tremolio.

Tenzing e Burat malgrado le condizioni proibitive del tempo continuavano a cercare metodicamente. Dopo quasi un’ora di ricerche alla luce delle torce solo tre frammenti erano stati ritrovati e messi in liquido conservante. Tenzing e Burat, i miei grandi amici, i miei Maestri, mi raccontarono di aver trovato qualcosa anche a distanza di mesi, qualcosa che apparteneva al mio corpo. Due frammenti di scisto, un eventuale orecchio da ricostruire. Poteva essere un ematoma, poteva essere una frattura, poteva essere una lesione interna. Tutto dipendeva dallo spessore dei vari materiali che compongono la stratigrafia della zona.

Bestemmiai, sentii cedere le gambe, caddi lentamente sulle ginocchia, urlai per il grande dolore, latrai tutto il dolore che avevo dentro con voce altissima, portai le mani al volto e mi rinchiusi in un mugolio di animale ferito.
«Su, ripeti a memoria questa frase. Ripeti, coraggio. Su, ancora una volta.»
Decisero di trasportarmi al campo base dopo che il chirurgo della Spedizione, l’imprescindibile Dottor Huao, aveva capito l’urgenza di tenere desto il sistema nervoso, e allo scopo, come mi spiegò poi, aveva usato delle discipline Tantriche, aspettando in ambulanza l’inizio dei progressi.

Prima che giungesse l’ambulanza, dedicò molta attenzione alle reazioni nervose. Con un’ultima ricognizione sulla mia completezza cranica, dettò qualche istruzione all’infermiere sulle cose da fare appena arrivati all’ospedale. Scongiurato il rischio di frattura cranica, era diventato urgente fermare la copiosa emorragia dall’orecchio esterno sinistro, prima che si complicasse il quadro clinico. Bloccata l’emorragia, bisognava riassorbire l’ematoma che dalla mascella scendeva sino al gomito, così variegato da sembrare un fitto tatuaggio Maori.
Veicolo stravagante, ambulanza sui generis, forse un Ford Transit inglese all’origine, poteva trasportare sino a un massimo di quattro feriti più l’infermiere, che alla guida orientava una batteria di specchietti retrovisori per valutare la gravità dei feriti e decidere chi poteva sopravvivere. Continuavo a invocare uno specchio, a chiedere con voce sommessa, per pietà, poi seguì una voce più alta e autoritaria. Ebbi non la forza, no, non la forza, ma la petulanza di chiedere nuovamente uno specchio, vedevo e sentivo, gridavo, poi una voce soverchiante urlò per zittire le voci che ragliavano.
«Avrai la stessa brutta faccia» nitrì. «La stessa brutta faccia che hanno tutti, la stessa fottutissima faccia che hai sempre avuto… allucinazioni, e adesso lasciami lavorare se vuoi che ti rimetta in piedi: hai sempre rotto i coglioni con lo specchio, per qualche giorno non ti servirebbe a nulla. Vuoi vedere a cosa assomigli? A una mummia! Sei forte come uno yaq, ti dovrebbe bastare! Dovrebbe esserti sufficiente sapere che hai sempre avuto la forza di chiedere uno specchio per vedere cosa eri diventato» grida il dottor Huao. «Macchè specchio! Con questo tipo di allucinazioni traumatiche non possiamo fare nulla, solo un sedativo con molto bromuro.» (Cosa immagino di trovare, così terrorizzato da chiedere, da implorare, da sfidare la pazienza di Huao? Immagino un viso deformato, ripugnante, una maschera orrenda, che continua a sanguinare, una maschera intrisa di sangue.) «Chiede ancora di dargli lo specchio!» Per un attimo soltanto è una nuova iniziativa dell’infermiere: dalla cima del cranio le ossa, occipitale, parietale, destro, sinistro ecc., si saldano progressivamente col crescere della persona, è il bregma che salda le diverse ossa del cranio. Huao ancora una volta si sente chiedere uno specchio, ma rimane calmo e continua a cucire i frammenti di orecchio. Huao ancora chiede una nuova maschera per quel giovane esploratore che chiede lo specchio. Forse sa quello che io non so… Ancora una volta lancio il mio grido: «Una maschera macchiata di sangue!». «Chiede nuovamente una maschera di salvezza, la forza di chiedere, quasi di implorare umiliarsi e chiedere e chiedere, chiedere sempre, chiedere, chiedere finchè lo specchio genererà frequenti allucinazioni.»
Hauo si era convinto sulla necessità di tenermi sedato. Intanto sarei rimasto per qualche ora/giorno in osservazione, per il momento doveva bastare. Tutti gli altri della Spedizione, Huao li faceva sembrare ancora più in eccellente stato di salute. L’ospedale era stato concepito per le emergenze del Pronto Soccorso, un prefabbricato modesto, ma funzionale, dove venivano portati i feriti per i primi interventi. Huao, fanatico della pulizia e dell’igiene, esigeva che quotidianamente si sgomberasse tutto ciò che si poteva spostare, lavare, disinfettare.
Un centinaio di metri quadri che dovevano venire sgombrati una volta com-pletato il trattamento anticongelamento. A vario titolo piaghe in necrosi, con rischio di amputazione dell’alluce, fratture scomposte, dissenteria, avvelenamento: sgombrare in fretta e furia. «Chiudete la porta… la porta!…» sbraitava il dott. Huao, accuratamente rasato dall’apice del bregma sino al meato acustico. «Senza sbatterla!!!»
«Non è il momento di “civettare” sulle ferite! Ai ferri!» Hauo lavora in silenzio, impartisce ordini secchi e irreversibili: «Aurofilo degradabili, graffette, ago numero 8, pronti col 6».

Autunno: iniziano i letarghi. Dicono che quei segnetti bianchi misurano a modo loro la profondità dell’incisione, dello «scalpo pellerossa»: a rischiare di più sono io. Non volevo più parlare dell’incidente. Ringrazierò per organizzare il letargo, è ormai una necessità urgente. Aveva certamente ragione: le ossa parietali sinistre significano avere la testa dura.