Calvairate/Io

Qui sono nato e cresciuto in un tempo che ricordo male, sempre più vagamente. Il quartiere popolare Calvairate si trova nella zona sud di Milano e lì non ci arriva il Fuorisalone. Adesso è mutato ulteriormente e io stranamente quasi provo piacere a non ricordare più. Chissà dov’è finito quell’amore, là, di quei tempi. Era un territorio immaginario rispetto a cui sono come un cadavere che straparla o zabetta sempre meno. Tutto fa schifo, lì, anche qui. Mi domando qualcosa a proposito di quell’antiMacondo? No. Brunetto, il grande amico di quel tempo la cui memoria insiste, è finito in un ashram in India. L’amore virginale e tumido che era Maura durò lo spazio di un pastoso respiro. Mio padre non percorre più quegli asfalti. Rimangono due zii, anzianissimi. I tossici, le compagnie, il Tone, gli altri, sono scomparsi. Ci sono dei cinesi strani. Avevo eletto la Biblioteca Calvairate a luogo di studio, adesso che dovrei studiare forte per il saggio mi domando se andare lì, ogni tanto, mi dico di no. Sembra che il *mio* luogo sia stato di qualcun altro, così come la lingua e il pensiero filosofico di quegli anni. Sollevavo la cornetta pesante di plastica grigia del telefono Sip e nella ghiera circolare formulavo il numero e passavo in San Felice da Brunetto. Storie dentro storie dentro storie: Marchino che tornava da San Quintino, i fratelli Landi sordi, Giuseppe il pusher col canelupo, Franco Freda a inizio dei Novanta e i suoi volantini contro gli “allogeni extrauropei”, Vincenzo con la tempia sfondata da una barra di acciaio urlava nella strada, il giudice Alessandrini ucciso in via Tertulliano e noi fatti evacuare dalla scuola: sono memorie esauste, fatico a metterle insieme a evocarle – esse che non sono più. E la mancanza del lutto, l’assenza di recriminazione, una pace adeguata e non goduta, queste giornate di pensiero vuoto, arche, tombali, incrinature, silenzi, muoversi sapendo che sta muovendosi qualcosa, crimini, creature dilavate da una pioggia continua e squallida, per i decenni, finché una generazione non avesse fine e un’inerzia non si accorgesse che è disciolto tutto, la disperazione e chissà quale amore, l’intraprendenza elettrica e una cifra vigile, allora inesplicata, e tanto, tanto lavoro interiore come una lavandaia sulla tela grezza di sé, sfregata con una abrasione che pulisce, forse, con una pomice, con una saponaria, in un’acqua scura intorbidata dalla sostanza saponosa. Si dovrebbe, se proprio è scrivere che si deve, prescindere da questo, tutto, da questa fuliggine di smog sulle serrande in alluminio grigio, da questi canidi che latrano contro il sole nell’inquinamento, verso l’Ortomercato o gli zingari di via Zama. E’ dunque questa disappartenenza, questa memoria dei corpi degli universitari in biblioteca vestiti adeguatamente e speranzosi di questa vita che hanno consumato, che io non desideravo e non ho ottenuto, questi radicamenti in un’aria che non esiste – questa occorrenza vuota, una penombra luminosa: lì dove un gesto io potrei compiere di distanza pressoché assoluta, l’addio ai volti, al lembo di pelle rimasto schiacciato dalla cornice scrostata della finestra a questa ragazza che osservo in un modo alieno quando il dolore si fa recepire e la carne si frantuma con i suoi vasi e la microcircolazione e gli incisivi sono avorio e stella a qualche metro dal crocifisso della nonna in cattivo legno, illustrato, aperto sulla parete povera verso il tinello buio. E quindi non è che sia storia, questa zona, e neanche immagine o immaginario, niente, cosa avviene dopo che si è immaginato e ricordato, ricordato, oltre la nausea di ricordare e di immaginare? Un grande silenzio che resta, dove si incide il graffio dell’organismo fossile, indifferente alla vita organica e che resta memorabile per chi? Queste case scrostate, riattate, persisteranno in una memoria fossile, che non è mia. Ricordare, oggi, per me, è identico ad ambire quando avevano da discutere la tesi anni fa. Hanno ambìto, hanno avuto; ora rimpiangono. La loro carne bercia contro i vetri sporchi, senza infrangerli, dentro il cortile di via Etruschi 5. Sono dei rinoceronti, con strane fattezze umane. Vengono sempre dopo, anche se esistevano allora. Io mi chino nello studio di un ennesimo libro, senza sapere, stanco di pensare, ottuso a una vita, risanato, occulto, privo di geografia, contrario alle cronologie come sempre, la cifosi avanza e storta l’endoscheletro, la carne suppura e frigge: dentro la realtà è tutta un’onda di irrefrenabile fuoco, è tutto un fuoco violentissimo stupendo, dove brucio io gli ultimi addii e le nuove parole.

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