Antiselfie ai tempi di Clarence

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ANTISELFIE – Qui ero a Clarence, agli esordi del più bel portale del mondo, sotto l’occhio vigile di Gianluca Neri, Roberto Grassilli e Gigi Mazzeschi, in un seminterrato anodino e felicissimo. Ero felicissimo. I capelli non erano bianchi e la pappagorgia stava appena iniziando a manifestare il suo gonfiore itticosferico. E’ stato il momento più bello della mia esistenza indocile, fatto salvo il biennio 1991-2. Vedevo ancora Brunetto, si girava in moto Guzzi non disponendo della patente adatta (per un vizio di forma: dieci anni di moto e non potevo guidare moto :D), i complotti erano ancora protocolli affabulanti, studiavo Hugo grazie a Donata, Palahniuk secerneva letteratura fantastica, DFW regnava, Vollmann si manifestava in Italia, avevo ancora metà di DeLillo da leggere, la metafisica mi faceva inanellare in quegli anni Shankara e Ramana Maharshi e Nisargadatta dopo essere transitato per gli occidentali ermetici, la filosofia benjaminiana era un pilastro personale da una decina di anni, ero stato separato a forza da Mondadori in cui avevo appreso editoria grazie a Parazzoli Riccardi Turchetta Brugnatelli Magagnoli Franchini Sponzilli, la poesia italiana contemporanea esisteva ancora, non facevo mai vacanze, mai vacanze, mai vacanze, l’amore era un territorio alieno (alienatosi, alienatomi), dalla distanza pura di un etere mobile e tremulo arrivava a me una quintessenza zuccherina e beatificante, strana, strano accadimento, e avevo questi maglioni, queste camicie, il padre ancora vivente, stavo senza assilli e ripetendomi che questa vita incompletissima e irrealizzata è una meraviglia e tanto si ride, si scherza, si sta. Tutto ciò non è nostalgia, bensì presenza: è come imparare ad andare in bicicletta. Lì imparai ad andare in bicicletta. Nessun dolore fu rispiarmato né ignorato o tantomento censurato, e così ogni piacere. Il crepuscolo è indifferentemente se stesso o un’alba. Si accreditano presso se stessi certi nomi, per poi svanire e dare spazio a: comunione. Entra, esce, elettrico, lo sfarzo dell’esserci qui, qualificati, nei limiti, questi confini a cui ci appoggiamo e da dove spicchiamo sempre un volo, istantaneo o perenne, crollando sfiniti nelle madri. Ricompattati, pacificati, un’unica cosa, che riposa sveglia, interiore, esteriore, nulla, dove si è prima che si sia guardàti. L’isola sarà guardata nella sua bellezza e non importa se da noi o da altri, poi neanche sarà isola, sarà soltanto vista, si vede che vediamo, e qui siamo raggiunti da comete e forme, sopraffatti, di là dalla stanchezza, compiuti, nel soffio di chi non è né padre né madre. In fondo è questo: siamo gli amabili.

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