Jaruzelski


Gli anni Ottanta hanno un colore preciso, per me. E’ il colore sovietico che accede allo spettacolo, un caleidoscopio seppiato e militaresco, dove l’elemento centrale è costituito dalle lenti fumé di Wojciech Jaruzelski, presidente dittatore polacco insediato da Mosca e in disperata, preperduta battaglia con Karol Wojtyła e Lech Walesa. I suoi ultimatum mostravano una cifra di empia inermità, una nota troppo vaga e sussurrata, un’assenza di sforzo muscolare prossima all’astenia che coglie quando si giunge alla potenza massima e si avverte un indebolimento fatale. Non c’era rabbia né ideologia in Jaruzelski. Era tuttavia chiaro che egli sarebbe sopravvissuto alla lunga sequela di eventi e personaggi che contraddistinsero quel tempo e i tempi successivi. E’ morto oggi, dopo avere seppellito perfino Eltsin, ma non Gorbaciov: avrebbe meritato di spegnersi dopo il grande dismissore dell’URSS. Quegli occhiali da cieco anni Sessanta hanno costituito un’avanguardia performativa e formativa, almeno per me. Si ergeva con potenza il nanismo di Comunione Liberazione e l’Orso polacco non era all’altezza di quello russo. Nel frattempo veniva surclassato anche Simon Le Bon e Jaruzelski durava, durava… Ha visto morire e annullarsi l’accoppiata gemellare degli orrendi perfidi fratelli Kaczyński, uno presidente e l’altro premier di quel Paese martoriato di cui già nell’Ottocento si diceva: “Finis Poloniae”. Sono cresciuto in questa boscaglia muschiva, in questa fungaia mostruosa e morirò, o prima o durante o poi, esattamente come il generale Wojciech Jaruzelski.

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