“Calvairate”: un capitolo da “La vita umana sul pianeta Terra”

10356309_10203497595588020_6435703589359829490_nCalvairate è il quartiere di Milano Sud dove sono nato, sono cresciuto, ho prosperato. E’ anche un’intrusione continua nei libri che ho pubblicato. Ne “La vita umana sul pianeta Terra” (Mondadori) è un capitolo d’addio: un capitolato, una capitolazione. Lo riproduco qui sotto. A chi interessasse: qui le informazioni sul libro.

Sanzio di Insubria, la piazza, è morto per cause naturali, nonostante le droghe e i fumi di crack e le rapine a mano armata, nei Novanta, dove l’Italia iniziava una precarietà dell’immagine che aveva, svaniva e riappariva, non era stabile, i volti in televisione si sovrapponevano, urlavano, all’improvviso c’era un disturbo, una specie di rumore bianco, un silenzio di tutto di tutti e giravi per larghi viali vuoti e nelle piazze erano strani i tossicodipendenti, figure anonime e non significative, poiché l’eroina aveva massacrato, sostanza politica, nei decenni precedenti. A Sanzio era Robertino a rifornirlo di fumo e poi di roba, pesante, pezzi e pezzi, pastiglie, basi.


La circonvallazione è una pista curva crepata nell’asfalto, la carreggiata butterata dai rigonfiamenti delle radici di alberi anneriti, che si allungano dalle aiuole ingrigite e vanno a spaccare cemento, a infiltrarsi sotto la strada. Giro e giro in tondo per la città inanimata, un’isola cupa circondata da acque sotterranee, faglie gelide che emergono all’improvviso, allagando le stazioni della metro, gonfiando i fiumi attorno al perimetro, ingrossando i navigli residui.
Mi sono abituato a decadere, come un elemento radioattivo, il cesio: giro tra ombre di spettri, colle di immagini, abrasioni dei ricordi.
Sanzio di Insubria era morto il giorno stesso che avevano rubato il rolex d’oro a James Gandolfini, a Roma, quando aveva avuto un attacco cardiaco ed era crollato uscendo dalla doccia nel bagno della sua stanza d’albergo. Sulla scena della morte gli avevano sottratto l’orologio. Il tizio dei Soprano era atteso per qualche ospitata in televisione, ma era morto e anche a Sanzio si era allargata una macchia cerebrale e era morto di questa causa naturale. Spezzava le gambe a chi non pagava, dietro il quartiere dell’Ortomercato, dove andava a procurarsi l’MDMA dai russi in questo night abusivo, dentro l’Ortomercato, c’era la lap dance, avevano sgomberato con gli elicotteri della polizia, calandosi con le scale a corda dagli elicotteri, c’era ovunque quel giorno un vento rotatorio dovuto alle pale degli elicotteri a terra, sopra il cemento delle aree deserte del Macello e dell’Ortomercato.
Anche Franco di Largo dei Marinai era morto anni prima, per via di un frontale con la sua moto sulla tangenziale sud, dentro il giubbino di renna gli avevano trovato un supermercato di metanfetamine. Andava a spaccare le gambe dietro l’Ortomercato anche lui, insieme a Sanzio, avevano stretto quest’alleanza tra le case popolari di via Tommei e di via Anfossi, dalle spranghe erano passati ai pezzi pesanti, certe Beretta 6.35, avevano sparato ai rumeni dietro Porta Vittoria.
Sanzio è morto per cause naturali a sorpresa, si aspettavano di ritrovarlo cadavere nel Redefoss, o verso Porto di Mare, che oramai era una cava riempita di terra inquinata, dove avevano sotterrato i bidoni della diossina di Seveso. In quegli anni andavano a decontaminare Seveso, i tossici, così facevano tutti gli appartamenti abbandonati, di colpo, quando la diossina aveva obbligato a evacuare all’improvviso tutti, rubavano i televisori e li rivendevano in piazza Martini: televisori contaminati, certe famiglie guardavano Dallas negli schermi contaminati. I tossici che rubavano a Seveso erano morti di molti tumori epatici, ingiallivano dimagrendo verso la fine, come Andrea il Testa, quella sua testa biondiccia e magra, quel suo tremito nelle mani mentre apriva le cartine argentate per controllare la polvere.
Anche, il giorno in cui nel Lazio prendevano a calci la bara di quel pezzo di merda di Erich Priebke, un pezzo di merda nazista che aveva fatto 335 morti alle Fosse Ardeatine a Roma durante la guerra, era morto Marchino detto García Márquez, era detto così perché andava direttamente in Colombia a prendersi le uova di coca e di ero, e andava distinto da Marchino detto Jorge Amado, che invece andava a Salvador de Bahia in Brasile a trattare carichi di roba buona, di prima. A entrambi piaceva scrivere su un diario cosa capitava in quei posti. Dopo che è morto Marchino Jorge Amado è saltata fuori questa cosa: lo avevano rapito a Itapuã, volevano un riscatto ridicolo dal suo socio, un brasiliano che non si è mai capito se era mezzo travestito o cosa, ma Marchino Jorge Amado si è stufato, nemmeno lo avevano percquisito, pensavano che siccome era italiano non c’era da preoccuparsi, era un coglione, un turista, uno che viene in Brasile per farsi i travestiti, invece aveva questa Beretta che gli aveva passato Sanzio, chissà come era riuscito a portarsela dietro dall’Italia senza problemi ai metal detector, e aveva spappolato il ginocchio all’imbecille che faceva il boss dei rapitori. Era tornato a Itapuã a piedi, ma il socio brasiliano era fuggito col grano. Marchino Jorge Amado non lo aveva trovato più, allora aveva messo in piedi un giro di churrasco e di piquanha, aprendo due ristoranti a Itapuã. C’è una foto di carta, non in Rete, di lui che è tutto contento sotto una specie di banano mentre fa la picanha sullo spiedone con il grasso all’esterno. Finiva male, lo sapevano tutti, nessuno se lo aspettava però a Milano, verso Novate, un corpo seppellito male in un terreno chimico, dentro un telone in fibra dell’Ortomercato, per tenere a temperatura gli ortaggi. Marchino García Márquez a quel tempo era ancora in galera in Marocco, era meglio se stava in Colombia, lo hanno picchiato che non lo si riconosceva più, non aveva una nocca a posto, il pollice lo alzava al contrario, importava fumo in Marocco, l’unico nel mondo a importare fumo in Marocco. Poi è morto il giorno di Erich Priebke.
Erano fuori di testa.
Sanzio è morto per cause naturali e ce l’aveva su con Pietro Pacciani del mostro di Firenze, era un’ossessione la sua, diceva che Pacciani era un ignorante e che l’ignoranza fa male. In carcere Sanzio si è laureato in scienze politiche, è incredibile.
Sanzio di Insubria è morto quel giorno per cause naturali e sono cose, queste, che segnano il tempo, inducono pause, di ripensamento.
Questi morti che si sono aggirati nella zona, questi fatti che si sono tramandati e si sono cancellati negli anni e nel vento cattivo che fa il giro freddo sopra la melma della terra, queste sovranità della vita e i loro volti, segnati dal tempo, crinali di sogno, carne che ha macinato carne, storia disconosciuta e fragile, caratteri del giubilo e dell’orrore: il tempo, genitore e prete, e le morti: sono stati qui.
In fila tutti a ritirare le palline di plastica termosaldata con dentro l’eroina, nascoste in bocca e insalivate come caramelle prive di gusto, non si sa mai se sono cadaveri o viventi, Sanzio e gli altri. Le loro fisionomie traboccano il disgusto naturale della terra che li ha generati, verso viale Puglie e il prato delle siringhe, dove i circhi una volta venivano a montare i loro tendoni scolorati e stavano lì, con gli animali che sembravano di pezza e puzzavano di fieno selvatico. Sanzio caracollava fatto di ogni sostanza, con quei suoi occhi bovini e gialli di bilirubina, occhi umettati lucidi con i capillari sempre in evidenza tipici di Sanzio, strani gnocchi di osso e grasso sulla fronte di Sanzio, un monociglio nero aveva, e il sorriso da uno di Torre Annunziata, sempre con una tuta verde dell’Adidas vecchia con le toppe addosso e dei i boccoli corvini bisunti e il porro marrone alla radice del naso, l’incisivo frastagliato e ingiallito e gli altri denti andati a male, cariati; o i capelli fini giallograno dei Andrea il Testa, sporchi, attaccaticci, a ciocche oleose, che puzzavano di un sudore acre e di polvere, strane labbra rosse colore ciliegia, come se stesse sempre a sciogliersi nella bocca una caramella alla fragola o una noce di burro, le ciglia mascarate quasi, i contorni femminei del mento e della punta del naso, un sorriso neghittoso laterale, che sporgeva a destra, quando stava bene e non era fatto, le ossa lunghe delle mani che lo accreditavano, sembrava fosse una pianista, c’era attorno a lui quasi sempre un’aria inglese, trascinata, una lusinga, un’epistassi improvvisa e duratura, uno spavento; o Nunzio Rebaudo, che faceva da cavallino e portava le palline di eroina da piazza Martini a via Marcellino Ammiano, con una dentatura cavallina e la fronte poco spaziosa, stempiato già alla fine delle medie, con un buco nella tempia dove gli avevano infilato un cacciavite una volta in piazza Insubria quelli di Sanzio, tanto tessuto cicatriziale che riempiva male il foro nella tempia, e la balbuzie, sputava quando parlava, è morto di leucemia ma era Aids; Rizzo e sua sorella Rossana, che facevano le paste di coca, in via degli Etruschi, avevano delle lentiggini brune, erano mori con delle lentiggini e le mani tutte bruciate dall’acido, lisce come grandi cicatrici, senza più le impronte digitali; erano tutti così.
Le femmine si facevano, stavano attaccate al proprio uomo e gli risucchiavano la roba. Le loro mani erano spaventose, gonfie, le dita paonazze e gonfie, alcolizzate facevano marchette sotto gli alberi di largo Marinai, il sorriso inebetito dell’eroinomane aveva cancellato da tempo ogni segnale di bellezza, ogni luminosità, puzzavano, dormivano negli appartamenti svuotati e sigillati dalla polizia, nei casamenti popolari verso la circonvallazione. Si toccavano sempre i capelli, insistemente, ungendoli, come avvitandoli in piccole trecce di squaw, guardavano in tralice un mondo vasto un ettaro cementificato, esibivano una sessualità sboccata e direi putrefatta, una certa marcescenza dei genitali, le mammelle floride oramai svuotate a borracce di cuoio cattivo, nessuna rimaneva incinta, tranne Gloria Gaynor che infatti morì per le percosse del Tupamaro, che non ne voleva sapere di figli o cose del genere e che quel pomeriggio era venuto a chiedermi le chiavi della macchina di suo cugino, diceva che suo cugino aveva lasciato le chiavi a me e io avevo detto: “Quali chiavi”. Poi erano venuti cinque o sei delle volanti e lo avevano portato a San Vittore, l’aveva picchiata a sangue e Gloria Gaynor era morta soffocando per il suo stesso sangue nella trachea, il Tupamaro, che aveva da smerciare una partita ai sudamericani verso viale Padova era uscito e non si era accorto che la sua donna era morta.
Così, a centinaia, centinaia e centinaia, erano morti: una strage del tempo.
Morti in una mistica dell’insonnia e della febbre, smunti e smangiati dagli effetti collaterali delle sostanze, a volte la colla, sniffata con una voracità ingorda, alte onde di nausea in un posto dove chiunque sapeva di chiunque e non si trovava spazio per la politica o la teoresi, ma alla fine era sempre una teoresi e una politica che questi tralici umani enunciavano a me, il testimone.
Penso a questa teoresi, ai pomici di ottone delle case borghesi svaligiate, alle diarree tenute nascoste e che segnavano come metronomi la fine imminente di ogni tossico, un’aria che era noi e ci trascende, ma finisce, comunque, nello sciabordio delle alte onde del tempo.
Ci sono cristalli da fumare nella pipetta di Camilleri, qui accanto a me. Lo sa che non fumo quella roba. Lo chiamano Camilleri perché parla come Montalbano e come scrive Camilleri. E’ di Ragusa o da quelle parti, è cresciuto a Milano in via Abetone, ma parla sempre mezzo ragusano. Gli dicevano: “Scrivi, che fai il grano come Camilleri!” e lui era stufo di quel soprannome e rispondeva “Camilleri non sa cosa sono le gioie della vita!” alludendo ai cristalli e alla roba e allora ridevano e gli dicevano “Camilleri si fuma tre pacchetti al giorno e si fa due bottiglie di whiskey, usa il whiskey come colazione!”. Ma Camilleri la finiva lì, gli chiudeva la bocca dicendo: “Camilleri scrive i libri e quindi non vale un cazzo”.
Le file delle lapidi in orrizontale grigie di porfido o cemento armato sembrano curvare all’orizzonte. Il cimitero dei poveri cristi sembra un angiporto commerciale, vasto, con i blocchi merce ridotti a piccoli parallelepipedi in finto marmo. Foto dietro foto dietro foto, in bianco e nero, e ogni tanto qualcuna di un nostro amico o uno che conoscevamo, del quartiere, oppure che ci sembrava di conoscere ma non era vero.
Camilleri dice: “Quindi pensi di andare via. Secondo me non è una brutta idea, ma è comunque una cazzata” e si accende la pipetta e inala, con una faccia strizzata e gli occhi chiusi come se si rilassasse o fosse un benestante.
Fa freddo, l’inverno è una vasta idea, una grande poesia della mente.
Abbiamo ritrovato la tomba di Sanzio e c’è la foto che risale al periodo di quando aveva fatto la festa di matrimonio di sua sorella a Opera e avevano rissato con il cognato, Sanzio e suo fratello, a un certo punto gli aveva sparato al ginocchio, c’erano tutti i parenti venuti dalla Sicilia e Sanzio lo avevano accoltellato, un fendente tra due costole sulla destra. Erano finiti in gabbia tutti, siculi e cognato e anche Sanzio. In quella foto della tomba Sanzio ha gli occhi arrossati dal flash, la luce istantanea copre i segni della roba ed è un bene.
Camilleri lavora a un chiosco di fiori pugliese, sono dei fratelli pugliesi che gli danno da aprire il chiosco la mattina presto e da chiuderlo a sera tarda, verso le dieci. A lui va bene. Prima faceva il fruttivendolo da degli altri pugliesi e stava in piedi anche dieci ore di fila. Non sente la stanchezza, è uno di quei siculi normanni. La voce è impastata per via dei cristalli. E’ raro che Camilleri vada fuori di testa o dica cazzate. Soppesa bene le parole e dice: “La lingua italiana si porta dietro l’antichità. Anche solo parlando, siamo antichi” dice, per lui è normale. Non ha mai voluto prendersi un diploma, fare una triennale. Ne avrebbe la testa.
“Poi questa cosa del tipo norvegese” dice. “Non funziona. Continui a fare stronzate. Io non capisco: ma a te il successo fa tanto schifo? Cosa ci vuole a scrivere delle cose che piacciono alla gente? Hai questa fortuna, scrivi bene, e poi fai questi libri complicati, non si capisce niente, devo andare a cercare le parole su Wikipedia o cose così”.
E’ un uomo nella razza degli uomini, un uomo al centro degli uomini. Non si filosofeggia, con lui. O si filosofeggia in altri termini.
“Quei ragazzi” dico, “quelle ragazze. I sopravvissuti intendo. Erano assiderati, avevano sguardi smarriti. Sessantanove ne ha massacrati, il tipo. Pensa a essere lì, disarmato, non puoi nasconderti, è un’isola in mezzo a un lago di acqua glaciale, senti i passi, i suoi anfibi, questi soffi dell’automatica. Studiavo Breivik e ho visto le foto del premier norvegese, Stoltenberg si chiama, quando gli hanno detto dell’attentato ai palazzi a Oslo e di quelli sull’isola, dove lui era stato qualche ora prima, a parlare ai ragazzi. Il suo sguardo perduto, sembra quello di un bambino spaventato, sopravvissuto a un incidente d’auto”.
Camilleri scosta la ghiaia alla base della lapide di Sanzio. “Non dirmi le cazzate, a te dei morti non ti frega niente. Ma li hai visti? Ragazzini senza una storia alle spalle, tutti lindi anche col fango addosso, tutti atletici e ben nutriti, non hanno idea di cos’è la vita. Li odio. Quando li ho visti, li ho odiati. Sembra che tutto andasse liscio, per questi giovani norvegesi. La politica a quindici anni: ma ti rendi conto? Come ti viene in mente di essere laburista a quindici anni? Si faranno anche di roba, di coca norvegese, ma di nascosto, in un posto pulito illuminato bene. Poi la famiglia, una Volvo, sempre le stesse cose. Hanno la vita che sembra un format, non una vita. Io non dico che devono morire alla Sanzio o essere sfigati come noi. Però non mi hanno fatto venire neanche un briciolo di pietà. Se dobbiamo tutti ridurci a quel modo, wi-fi e carta di credito, me ne vado in Africa, piuttosto. Tanto qui si continua così. Però non dirmi che non pensi anche tu che i nostri morti sono diversi da quelli…”
Non lo penso, non penso, non so niente, voglio fuggire, oggi, aggiustarmi, giustizia e redenzione, normalità e calma. E’ come se sempre una delusione antica mi cogliesse. La vecchia tresca del sole e delle nebbie, parole come queste: un contagio, una febbre petecchiale.
“Comunque” dice, “a me non me ne frega un cazzo. Se vedo un norvegese a Milano, gli sparo. Fai un po’ quello che credi, sono cazzi tuoi. Del resto sei uno scrittore. Non sei mai stato come noi, non lo sarai mai…”
Me ne sto zitto. Cosa ho da dire?
Se ne va, in tasca la pipetta e altri cristalli, il suo passo crocchia sulla ghiaia. Dopo qualche minuto, non so cosa ho pensato nel frattempo, mi sono incantato, mi volto e non c’è più. C’è questa distesa di croci di cemento e di lapidi di finto marmo rosso, screziato di un rosso mattone, un granata più scuro e più impenetrabile. Il mortuario dei corpi che hanno vissuto attorno a me e ora muoiono attorno a me, continuano a morire, non sono mai morti. Il grimorio che contiene le formule per la loro dannazione, e la mia, io che sono cresciuto con loro. Io guardavo nei ricordi e in mezzo si scorgeva come un balenare di elettro incandescente.
Il computo dei giorni, dove sono disperse le ceneri di mio papà, ora che vado ad avvicinarmi all’età dei savi di una volta, è tristo. I morti con una storia depositano queste uova, che i galli cedrone rispettano e proteggono. Sono uova vuote, prive di tuorlo. Sono fatti delle vite, azioni, parole, intercalari. La violenza del colpo che spacca il setto nasale e lacera le cartilagini e l’epidermide, lo strappo, quel gorgogliare caldo del sangue che sa di ferro e menta, zampilla sul petto, dove lo sterno è più incavato, e macchia il golf indossato distrattamente, sporco, con la maglietta bianca sotto, che si intride di sangue anch’essa. Il sapore del sangue è analogo a quello della birra, ma il gusto è più dolce, più denso e sapido, per non dire del calore. I liquidi dispersi da Sanzio di Insubria sulla terra: lo sperma, furtivamente ed eroicamente, a sentire lui, tanto sangue, tanto muco, umor vitreo per le lacrime artificiali quando era fatto, le pisciate trionfali con gli altri ragazzini sul murale dedicato a Fausto e Iaio, due compagni degli anni Settanta assassinati dai camerati o forse dai mafiosi.
Un tempo in cui gli uomini prendevano lenticchie e spelta e ne facevano del pane. Così come abbiamo fatto le paste e le basi, essiccando, cuocendo, lentamente, tentando di non inalare i fumi di coca, calcolando i solventi con cucchiaiate, ci piaceva sentirci lenti e sapienti, quel calore casalingo mentre preparavamo le basi e le facevamo lievitare, in quell’odore di alcaloide che ci incantava, purificando e diluendo, per distruggere certi isomeri, quasi si trattasse di un sapere tramandatoci nei millenni, filtrando la soluzione rosarosso, prima di aggiungere l’ammoniaca, un momento magico, quando la cocaina allora precipita.
Avrà preparato in questo modo, con questa cura, in questo calore, al crepuscolo o di notte, i proiettili inoculando sapientemente la nicotina al 99% Breivik…
Tutti i morti italiani, che ho conosciuto e sono morti, coi loro vestiti sporchi acquistati al mercato rionale, con le loro bozze sulla fronte o l’acne grassa e persistente, mischiati ai primi albanesi e ai primi egiziani, duri nel giudizio e carichi di storia, in una schiera orizzontale, a schiere, una dietro l’altra, marciano uniti contro i morti norvegesi, puliti, troppo puliti, nelle cui vene scorre un sangue di silicio ed elementi digitali, con il loro prognatismo socialdemocratico, pallido, mai assorto, privi di un’intimità contro cui berciare tra sé e sé, privi della gestualità disperata degli italiani, in una piana alessandrina, in una Maratona mentale, lo scontro tra i morti sporchi e i morti bianchi, all’assalto, macilenti, truppe che non sanno essere stanziali, con grande salmeria in avanti, la lingua più antica e appuntita, il malessere contro il benessere, travolgendo noi con la nostra storia e i nostri ricordi pesanti e ignorabili…
La legione italiana mi ha stancato.
Continuo ad aggirarmi in un cimitero privo di cippi ragguardevoli. C’è un’aria strana, di ammonio e incenso. I cimiteri italiani comprovano una stanchezza del ricordare. Altrove nel mondo questi luoghi sono venerabili e ornati, imbastiti di estetica, si aprono a una meditazione umana in qualche modo piacevole. Questa è una piazza d’armi vuota ed essenziale, lapidi squadrate di finti pietrami di valore, nere per lo più, secche e distanziate una dall’altra secondo misure astratte e ricorsive, sembra di essere dentro un teorema, in una Norvegia purgatoriale. La pena qui deriva non dalla scomparsa degli uomini, ma dall’apparizione dei resti scolpiti. Una tomba lignea è fradicia, un marciume, cresce dell’erba nelle pieghe del ciliegio lavorato male. Le foto sono seppiate, anche le più recenti. E’ la scena di un ladrocinio silenzioso: la terra ruba il corpo in cambio di perlature che non luccicano.
Gli italiani sono i morti che dispongono di un italiano che lo dice, che sono morti. Sarà sempre questo. Questo canto sepolcrale, controgotico, non meridiano, antimediterraneo, aconfessionale, non cattolico. Qui la dolcezza dell’Italia mostra il suo volto nascosto: una precisione dell’assenza e della deprivazione che è tutta razionale e dà alla testa, un lieve capogiro, una vaga nausea, qualcosa di dolciastro che filtra da tumuli verticali, dalle lastre sistemate male nei loculi a muro. Questa occhiaia della terra che è il cimitero italiano, con il suo gravame di storie, costituisce l’eccezionalità, varca i confini orientali ed entra in una zona incognita, planetaria, marziana.
Sono stanco del racconto italiano.
Le memorie si accalcano come schermi televisivi.
Ho voglia dei morti norvegesi, pallidi, ripuliti, sotto neon che rimandano una luce sicura, costante, ispettrice.
Desidero la brevità.
Incido il bregma del Nord assoluto, il teschio planetario mi mostra la sua facies mortuaria.
Vado via, oltre la zona dove sono cresciuti i miei pudori e le mie malattie, via, nei territori dello sgomento, nelle regioni della polmonite, vado a morire tra spettri che non conosco, io…