Antonio Riccardi: “Il profitto domestico”

DSCN6702Non che in questi anni io abbia cessato di leggerlo, però forse è il caso, oggi, di riproporlo, con la forza comunicativa che posso avere, in questi anni di nebulizzazione di qualunque forza comunicativa: Il profitto domestico di Antonio Riccardi è (insieme a Umana gloria di Mario Benedetti) il libro di poesia contemporanea italiana più potente degli ultimi due decenni.
Ne scrissi su Società delle Menti (la sezione letteraria del portale Clarence) nel 2000. Lo leggevo in realtà già da anni, perché alcuni testi erano usciti, con altro titolo, in silloge su Poesia di Crocetti. Ripropongo qui quanto annotai, frettolosamente, molto imprecisamente, quattordici anni fa, raccogliendo il parere analitico espresso nel 1996 dall’importante critico Guido Mazzoni. Ci sono anche poesie dal Profitto domestico, alla fine di questo stream. Che inizia sotto il video, il quale si consiglia di vedere a partire dal minuto 4’05”, cioè da quando inizia a parlare il poeta.

 

 

Su Il profitto domestico di Antonio Riccardi

Riccardi Antonio, scrittore, occhiali © 2009 Giliola CHISTE'Entrate in un cerchio in cui si esercita un magnetismo mentale schiacciante, assoluto. Ovunque, figurazioni allegoriche emergono come relitti fuori dal tempo, a riassumere la tradizione mitica e letteraria dell’uomo, da Omero a Ovidio a Dante a Shakespeare a Hugo. Persone sospese tra spettrale larvalità e angelologia rivelatrice pronunciano parole che s’iscrivono in una specie di orfismo tutto laico, ben più che postmoderno. Così si dipana un poema che comprime l’epica collettiva e quella privata. Il profitto domestico è il progetto poematico a cui ossessivamente Antonio Riccardi lavora da più di vent’anni ed è anche il titolo della prima parte della saga poetica più sorprendente della nostra letteratura contemporanea: una vicenda familiare che è universale, priva d’ossigeno come lo sono le idee, metricamente innovativa, narrazione non lineare eppure riconducibile a uno sviluppo di più trame. E’ un poema mistico, è un poema ermetico, è un poema industriale: Riccardi è riuscito ad allargare il canto lirico, facendo salire gli elementi del nostro presente a un grado allegorico di potenza impressionante.
Probabilmente nel 2004 vedrà la luce la seconda parte di questo poema in corso d’opera. Non bisogna attendersi da Riccardi le variazioni innovative che i contemporanei si aspettano sul piano dello stile: non è questa la prospettiva con cui si deve guardare al progetto del Profitto domestico, che è più un’opera di grandissimo barocco, di tradizione bruniana, e non una sorta di testimonianza in cui stile e psicologia entrano in osmosi. La psicologia moderna (con il suo insopportabile “mito dell’interiorità”) è completamente assente dalla poesia di Riccardi. Lo sguardo del poeta è quello antico del profeta ultrapsichico, che presta voce a una rarefatta vocalità proveniente dal mondo, senza sovrapporre la propria personalità, se non in senso allegorico. Ecco come.
Le vicende personali di Antonio Riccardi (la sua formazione, gli amori, gli affetti familiari, i paesaggi che ha visto e in cui ha vissuto e vive) non connettono direttamente il poeta milanese ai suoi versi. L’operazione compiuta da Riccardi ha un crisma completamente diverso e soltanto cogliendo la plumbea luminosità di questo crisma è possibile cogliere lo specifico de Il profitto domestico. L’operazione è un allargamento. Riccardi racconta in poesia una vicenda familiare: quella dei suoi avi e della loro rovina, la gloria apicale e la caduta del complesso di Cattabiano, frazione minuscola nel parmigiano, tre case arrampicate in una zona collinare e selvatica. Tuttavia, pur restando quelle figure storiche, Riccardi le allarga: oltre se stesse, oltre la sua memoria e i suoi affetti, oltre le ossessioni personali. Figure ombrose nella luce di una scena assoluta, questi antenati monologano biblicamente, ermeticamente, pronunciando la parola di un’umanità via via tesa verso il centro del potere e del controllo sulla conoscenza di sé, oppure sull’oblio di sé.
Le figurazioni dei vizi capitali e delle virtù cardinali trovano in questo poema una sorta di recupero fuori della decadenza a cui il simbolico è andato incontro. E’ questo un punto qualificante non secondario dell’opera poetica di Riccardi. Il simbolico, sottoposto a un logorio duplice dovuto alla laicizzazione della letteratura e allo sfruttamento intensivo che la stessa ne ha fatto, ha perduto potenza metafisica, cioè evocativa. La strategia del recupero attuata da Riccardi passa così per l’allegorico: è questa storia sacra, istoriata per pannelli di metope raggelate in un fuori tempo, che Antonio Riccardi anima con un racconto in versi che torna ossessivamente sui propri moduli linguistici e immaginali – esattamente come nel caso delle Opere magiche di uno degli autori più studiati da Riccardi, Giordano Bruno. Un’allegoria vastissima, non risolvibile nella formulazione razionale in cui l’epoca moderna ha risolto l’allegoria stessa: qui non c’è una formula che tutto spieghi, e invece si spalancano buchi neri in cui il racconto sembra enigmaticamente sprofondare. E’ proprio la cifra dell’enigma, per via allegorica, che Riccardi utilizza per fare giungere (secondo una strategia che Walter Benjamin ha messo perfettamente in evidenza nel suo Dramma barocco tedesco) a uno sprofondamento. Si sente: si sprofonda in questa storia inquietante, bassorilievo a salti che continua. Questo sprofondamento è precisamente la potenza del simbolico, che Riccardi occulta con genio secentesco.
Preti, feudatari, epilettici, parenti cupamente silenziosi entrano a fare parte di un bestiario umano che ha il suo simmetrico corrispettivo in una sorta di umanario bestiale. durer.jpgLe bestie à la Dürer del Profitto domestico, su tutte il Cane e il Cinghiale, sono impiegate nel folto della selva a Cattabiano in una lotta cosmica, il cui potere allegorico esprime strati di senso secondo un geomorfismo decifrabile: la lotta delle passioni contro la ragione, del principio creatore contro quello distruttore, della conservazione contro il deturpamento, degli opposti invischiati nel tempo, dell’uomo contro la macchina, dell’operaio contro il padronato, della natura brada contro la città – sono soltanto alcuni dei quadri, dinamici e statici al tempo stesso, che scintillano dalla fucina vulcanica in cui il poeta ha elaborato la materia dei suoi versi.
Materia, peraltro, porosa, opaca, minerale. Credo che si possa ben prevedere quale percorso intraprenderà coi suoi libri successivi Riccardi. Qui siamo nel regno minerale: scena della coscienza dormiente e non conscia di sé, primo stadio dell’opera alchemica. Verranno poi i fluidi, i vegetali, gli animali, l’umano, l’angelico, l’inqualificato. Non che questi elementi manchino nel Profitto domestico: anzi, ci sono già tutti, ma varierà l’accento, secondo una progressione verso il risveglio che il laico Riccardi sa interpretare senza deflessioni spiritualistiche. Cambierà l’accento: da porsi via via, dopo questa iniziale nigredo (che, però, ancora non è terminata), sull’albedo e sulla rubedo che guidano ogni “Poema Divino”.
Poiché è la struttura e la declinazione del Divino (cioè: dell’Umano) che Riccardi ispeziona e imita (vale a dire: inventa) in questa prima parte della sua opera, che già esprime il senso di una potenza che avremo presente (ma soltanto i più acuti tra noi) quando l’arco dell’Opera sarà compiuto, leggibile nella sua interezza e illeggibile se non con gli occhi di una mente non soltanto educata, ma addirittura predisposta a sopravvivere alle alte gravità di una simile galassia letteraria.

 

Intervista ad Antonio Riccardi sul Profitto domestico

Antonio Riccardi (a destra) insieme a Milo De Angelis (centro) e Franco Loi (sinistra)
Antonio Riccardi (a destra) insieme a Milo De Angelis (centro) e Franco Loi (sinistra)

Avvicinatevi al Profitto domestico come se fosse il libro del nostro tempo: ogni tempo passato e ogni tempo futuro corrono nei suoi versi per fare emergere il disegno del nostro mondo.
Maurizio Cucchi osserva che siamo di fronte al “primo libro importante della nuova generazione […], non una promessa, ma già un’acquisizione certa per la nostra poesia”. Eppure qualcosa deborda oltre questo giudizio: da molti anni non ci si trovava davanti a un libro che contenesse tanto sapere, un sapere complesso come il mondo.
C’è un solo modo di stare di fronte al Profitto domestico: prepararsi ad ascoltare una profezia che investe ogni tempo. Tenersi pronti a sfogliare l’atlante di un mondo antichissimo e dimenticato, la mappa in pergamena di un continente perduto, la sfera armillare di un universo che ci contiene da sempre. Il profitto domestico è la guida per l’Atlantide del sapere.
“E’ un lavoro di scavo che bisogna compiere. Uno scavo di tradizione dentro la tradizione. E’ necessario recuperare la poesia nella sua dimensione comunicativa e sapienziale. Non lo scordiamo: nella poesia si elabora un sapere che nessuna scienza o dottrina è in grado di riprodurre”.
Di quale sapere si tratta? E’ una forma nuova, eppure sempre uguale, di allegoria: bestiari fantastici, esplorazioni che giungono a toccare il polo magnetico del mito, forme ambigue di vita che ne rappresentano altre. Ma soprattutto è la storia degli avi. Un paese infinitesimale, una storia oscura di colpe, malattie sacre, guerre lontane, sparizioni imminenti. E’ una narrazione, una storia, che parla di molte altre storie, dell’uomo, dell’amore, della morte, del dolore, della colpa.
“Cattabiano è il luogo dell’esperienza e della misura dell’esperienza. Ogni gesto e ogni parola portano a maturazione un raccolto, che traccia le loro coordinate nel mondo: tra il male e il bene, tra un uomo e un altro. Tutto ciò origina una catena di debiti, di consunzioni e calcoli che misteriosamente riemergono, pretendono la loro paga”.
Come nella sezione su Bòttego, l’esploratore che fòra il cuore del mondo da un’Africa di sogno e da un Antartide d’incubo, a cui fa da contrappeso, come in un bilanciere fantastico che regge il mondo, il possidente Odet Riccardi, l’uomo che è sempre rimasto a Cattabiano.
Ombre, oscuri tentativi di inabissarsi al fondo, per riemergere carichi di quello che si deve sapere: tutto converge nel centro del mondo,
“… Cattabiano, il luogo dello scavo. E’ un’ossessione che porta a concentrarsi su un luogo preciso, in un tempo dilatato. Soltanto così ci si può sentire capaci di affrontare un mondo che ci investe con uno sperpero di molte possibilità, in modo sfacciato, dissipativo. Il mondo non è mai debole. Ci si ammala per troppa ricchezza sprecata. E’ un giacimento corrosivo di opportunità, a cui si fa fronte con un movimento di concentrazione, di continua attenzione, di esclusività”.
E’ come una mistica, un esercizio meditativo che insegna a ognuno il proprio luogo del mondo. La veglia interna, quella vista spirituale che affonda nella tradizione occidentale, guida a distinguere una per una le figure gigantesche evocate da Riccardi.
“C’è un pericolo a cui la poesia deve opporre un’esperienza salvifica: rispetto alla complessità del reale, alla dispersione, al rischio di rimanere frastornati, annullati, attoniti. L’esperienza profetica del mondo compiuta nella poesia, la sua disponibilità a fare da antenna spirituale, a discernere tra le nebbie, ad aprire all’uomo le porte di una nuova comunità: ecco l’antidoto alla catastrofe in cui siamo immersi”.
C’è una frase di Kafka a Max Brod che gela il sangue all’umanità e scolpisce in quel ghiaccio l’uomo di ieri: Max Brod chiede a Kafka: “Insomma: non c’è speranza nell’universo?”. Kafka sorride e risponde: “Oh sì, infinita. Ma non per noi”.
E se si chiede a Riccardi se c’è speranza, cosa risponde?
“Sì, c’è speranza. Infinita”.

 

Guido Mazzoni su Il profitto domestico di Antonio Riccardi

di GUIDO MAZZONI (ottobre 1996)

Guido Mazzoni
Guido Mazzoni

Il profitto domestico di Antonio Riccardi (Milano, Mondadori, 1996) si distingue dalla maggior parte delle raccolte poetiche contemporanee perché non si compone di momenti lirici isolati, ma è costruito come un’opera unitaria, nella quale i testi sono subordinati ad un progetto formale organico, ad una narrazione che si sviluppa attraverso il montaggio delle singole poesie e sezioni. Il tema del libro è il rapporto fra la vita dell’io lirico e un intero che la trascende: la storia familiare. La catena delle generazioni è rappresentata secondo due campi metaforici: quello biologico e quello economico. La famiglia è sia corpo vivente (come nella sezione Le foglie della casa), sia eredità materiale, connotata da metafore monetarie (profitto, utile, misura).

Essa sembra acquistare un significato etico vincolante per l’io proprio perché è tangibile e concreta, organica e quantificabile. In molti testi i due campi si fondono:

Chiamo queste vite in una storia.
In un cono d’erba dai rami
vengono per restare sempre d’oro
come le mosche nell’ambra.
Sento il tempo comune alla specie
come profitto domestico. (p. 12);

Posso stare nel profitto
dei morti, nella loro casa
a Cattabiano e salire nell’ala
delle piante fiducioso
ad un cuore vegetale. (p. 83).

Le sezioni del Profitto domestico rievocano, alternando il racconto in terza persona ad un monologo drammatico frammentario, la vita dei familiari dell’autore: quelli che sono rimasti radicati al proprio destino, alla casa e alla proprietà, ai loro doveri precisi e limitati (magari soffrendo, rassegnandosi e ricevendo in cambio ciò che l’autore chiama la veglia interna, la capacità di vedere se stessi dall’esterno, di uscire contemplativamente dal proprio confine esistenziale), e quelli che, per scelta o per necessità, si sono allontanati dal ruolo sociale o dal luogo geografico in cui erano nati: l’epilettico Dositeo, l’esploratore Vittorio Bòttego (nella foto), compagno di Odet Riccardi al collegio, Antonio Riccardi, omonimo dell’autore e soldato durante la prima guerra mondiale . Tutti i personaggi del libro, compreso l’io lirico, sono chiamati a decidere fra l’accettazione del proprio destino, la veglia interna e l’ingresso (o la fuga) nel mondo esterno. Quest’ultimo appare come avventuroso, pericoloso e, alla fine, inautentico e inessenziale, segnato dal tempo e dalla dispersione, dallo spreco. L’azione che l’io lirico riserva a se stesso è quella opposta: l’andare indietro nell’ombra, il ritirarsi nello spazio privato. E’ Cattabiano, il paese dell’Appennino parmigiano da cui viene la famiglia dell’autore, che prevale sul luogo dove Riccardi vive adesso, Sesto San Giovanni, e non viceversa, come si può facilmente dedurre dallo stile del Profitto domestico e dalla sezione Vulcano e la preda(dove Vulcano, come Concordia, è il nome di un altiforno della Falck, a Sesto San Giovanni), il cui testo iniziale è quasi programmatico:

Coperta di cenere la città
di Vulcano e di Concordia,
la mia caccia è stata in casa
nel bosco tra le reliquie
secondo l’ombra che si figura
a Cattabiano. (p. 93)

L’ethos del libro prevede il radicamento, la custodia delle memorie, piuttosto che l’inquietudine, la fuga o l’ansia di nuove esperienze.

La poesia di Riccardi discende dalla tradizione post-simbolista lombarda. I suoi precursori principali sembrano essere Sereni e Cucchi: il modo in cui Sereni urbanizza l’ermetismo in Frontiera e nel Diario d’Algeria, e il modo in cui Cucchi urbanizza il neoermetismo degli anni Settanta e Ottanta in Donna del gioco e nei libri successivi. Gli stilemi di origine simbolista non servono per creare un linguaggio autoreferenziale, un sopramondo poetico, ma per rappresentare in forma straniata una realtà che rimane sensibile e narrabile.
Di ermetico e simbolista, nella poesia di Riccardi, troviamo alcune tipiche forme metaforiche fondate sull’inversione di determinante e determinato:

il fondo stellare dell’aria (p. 18)

nel giusto di miseria per chi rimane (p. 35);

al nuovo di ogni trascorso (p. 105);

il valore metaforico e ‘animistico’ che viene dato ai verbi:

prima che il pericolo s’incavi nel bosco (p. 21);

Sulla campagna batteva il transito dei metalli
e la prima sfera del sole chiedeva il sale
del sacrificio, secondo la misura del patto (p. 35);

Nel finire il bosco ci dora (p. 88);

l’uso anomalo delle preposizioni:

S’incendia nel dorso serale del bosco
questo inverno che fiorisce in giudizio (p. 18);

Ogni giorno in pena di foglia (p. 86);

Dio conosce ogni cifra in radice (p. 106);

Abbiamo salito le reti negli assalti
ai pozzi in luce aperta… (p. 133);

la tendenza a sostantivare gli aggettivi rendendoli metaforici o vagamente emblematici:

di radici che salgono al chiaro (p. 19);

ha portato una noce d’oro
che rade il freddo della stagione (p. 67);

il tentativo di rendere assoluti e astratti i nomi eliminando gli articoli:

Scaviamo il merito delle cose
per averne statuto e tranquillità (p. 20);

E’ nato per segno stellare (p. 37).

La sintassi è scarna, fondata su brevi proposizioni principali, di contenuto descrittivo o gnomico, e su poche subordinate elementari. Nella struttura della frase troviamo altri tratti di origine ermetica, come l’uso del futuro con valore di profezia o di supposizione sicura:

Avremo giudizio di soglia in soglia
saremo animati (p. 18);

Avrà ricordato l’ultima corsa
sulla neve d’aprile al Madone
sorpreso da una breve felicità (p. 98).

Il mondo rappresentato nel Profitto domestico è essenziale e definitivo. Lo si vede ad esempio nelle sezioni dedicate alla vita degli antenati, dei quali si rievoca in forma sintetica e lapidaria, ‘dantesca’, i momenti che ne hanno deciso il destino. Lo stile di origine simbolista intende conferire un’aura di assolutezza al paesaggio e alla vita quotidiana, evitando però ogni forma di enfasi patetica e, in senso lato, post-romantica. Lo straniamento metaforico ed emblematico non vuole nobilitare o sovraccaricare di passione la realtà, quanto coglierne il nucleo, eliminando le connotazioni superflue.

Il libro di Riccardi, una delle opere prime più interessanti uscite negli ultimi anni, colpisce il lettore per la qualità peculiare della melanconia che comunica, e insieme per la pietas, la responsabilità e la dignità con cui l’io lirico contempla la fragilità del proprio mondo. Il segreto di una famiglia in cui egli si inoltra per cercare una salvezza (come si legge inVado all’indietro all’ombra, p. 13) prolunga in realtà la solitudine individuale. Contribuire al profitto domestico significa anche rassegnarsi, eticamente, ad essere ciò che si è:

Ognuno è il modo che il mondo gli concede
Ogni cosa mi rimane come decisa
ad annos plurimos da altri […] (p. 32).

In questo incipit spinoziano è racchiusa una parte della verità del libro. Il profitto domestico può essere letto anche guardando il suo negativo: non come il documento di una salvezza privata, ma come testimonianza di solitudine, di sfiducia in una vita sociale che non sia il prolungamento dell’io. Il lato meno rassicurante di quest’opera è forse anche il più significativo.

Poesie da Il profitto domestico

 

 

Chiamo queste vite in una storia.
In un cono d’erba dai rami
vengono per restare sempre d’oro
come le mosche nell’ambra.
Sento il tempo comune alla specie
come profitto domestico.

 

 

LA RELIQUIA

 

 

per Dositeo Riccardi (1859-1878), epilettico 

La fortuna si misura in soldi,
altre volte con le reliquie.
Della rovina dei miei io non ho colpa
ma ne conservo la misura e la scena.

 

 

A primavera si era visto
un segno stellare sulla casamatta,
poi una nascita sfortunata.
L’anno, il 1859.
Il figlio del primo figlio
riceverà il centuplo con la paura
e avrà in premio la veglia interna.

 

 

Ha tenuto una chiave sotto la lingua
per guarigione.
Il giorno di cobalto andava sotto
nel punto più basso dell’orbita.
Hanno sentito entrare qualcuno
dalla parte della loggia per le scale,
coperto d’erba medica e di cardi
ha lasciato un segno sulle scale,
nelle stanze di mezzo.

Nessuno ha mai saputo di certo
né la madre s’è mai rassegnata.

 

 

Vedrete che Dio vi darà
il mio sangue da bere.
In questa casa cresce ogni cosa
anche il veleno, anche l’oro.

Rimarranno tre
Odet Sesto l’Artemisia
a tenere il segreto del segno e della colpa
e nessuno saprà di un altro quarto,
mai più nessuno di noi.

 

 

Ogni sua cosa perduta col nome.
Tengo del ferro sotto la lingua
per guarire ma guarisco se mi amate.

Abitiamo la stessa casa
né corpo né cose né ricordi
senza sapere.

 

 

Il giorno va sotto. Sale l’inferno
di questa casa, se esiste o se è vuoto
non si può dire.
Non accusatemi, non accusate
chi è stato devoto a questa casa,
ma la fede è un bastone
a due teste di pecora
e io ucciderò mio papà
come un ladro. 

 

 

Di questa misura sarò misurato
e qui sarò sepolto, in questa casa
come dentro una macchina,
con le scarpe di ferro.
Conosco il fondo di questa famiglia,
vedo le azioni che il mondo vede
e tengo la vita in pari al beneficio
come fossi solo al mondo.

 

VULCANO E LA PREDA

 

 

Coperta di cenere la città
di Vulcano e di Concordia,
la mia caccia è stata in casa
nel bosco tra le reliquie
secondo l’ombra che si figura
a Cattabiano.

 

 

Qui la nostra vita non si fora
e siamo felici. Ma una mattina
stando nell’erba d’oro opaco
abbiamo sentito un fruscìo
cupo o un lamento o cosa.
A lungo dal più fondo del bosco
sentendo come da un luogo chiuso
qualcosa in un fondo, perduto
se non segnate le rive e i sentieri,
premendo, ma non capiamo dove

sentiamo il bosco bruciare…

 

 

Sentiamo l’aria bruciare da sotto
e ancora mi pena adesso
aver sentito nel bosco e risentire
due voci miste in una sola
e cupa, bruciata e di metallo.
Altre volte ho pensato
alla vita di ferro che non si vede
ma segna improvvisa un dovere
per ognuno che vive e poi muore.
Qui non è stato il dovere degli animali
ma sgrava le due voci la natura.

 

 

In poco, in un punto d’aria e di luce
che adesso non sembra vero,
all’incrocio dell’ombra con il sole
della radura, vediamo brillare
le schiene di un cane e di un cinghiale
in poco, prima che scendano ancora.
Di sera il cinghiale è cenere e Vulcano.
Vulcano è notturno e scava
a morsi la terra sotto il fogliame
senza fine apparente, senza felicità.

 

 

Vulcano preda il cane nel ferro
nell’aria nera di costa al bosco
da un’ombra a un’ombra in un buco.
Ancora andava basso il sangue con la voce
scendendo la costa al Canapaio
e noi solo seguendo il suono nel piccolo dominio.

 

 

Quando a morsi la prima bestia
fora il cuore alla seconda che muore
il bosco è il nuovo centro del mondo
e noi vediamo le stelle più basse cadere a lato
e le più alte staccarsi e salire.
Avrà ricordato l’ultima corsa
sulla neve d’aprile al Madone
sorpreso da una breve felicità.

 

 

Non c’è più segno di lotta o rumore
né il bosco si muove ancora.
Ogni cosa ritorna a zero.
Dov’è il dorso più duro del bosco
Vulcano scava sotto le foglie
libera i fossili del mare, è vincitore.
Ora sentiamo finire l’estate.

 

 

Da un giorno in novembre che il sole
rade sul lato dell’ombra
portando in lungo le cose sopra la terra,
qualcuno dice dei resti di un cane
trovati nel bosco di Cattabiano
mangiato con furia ma non per fame.

 

 

Dal piombo sale al mattino questa città
in credito d’aria, sfiduciata
nella polvere del ferro.
Dovrò tornare dal bosco e scavare
nel bosco in rovina tra Unione e Vittoria
e vedere dall’alto salire la nuova città
e avere per centro un’altra natura.

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