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Alla Triennale con “La vita umana sul pianeta Terra”.

Non mi ricordo da quanto tempo non leggevo in pubblico: secondo me, da anni. Ho letto ierisera un brano da “La vita umana sul pianeta Terra”, alla Triennale, dove ho partecipato a un incontro sulle periferie, organizzato da Milano Arch Week, sotto l’egida di Stefano Boeri (nell’immagine è la sagoma alle mie spalle), insieme a Paolo Vari (il regista di “Fame chimica”, realizzato insieme ad Antonio Bocola), ad Alessandro Robecchi e a Marco Philopat. La foto, che mi ritrae nelle improbabili vesti di rockstar, è di Enrico Sibilla, autore di uno dei testi per me fondamentali in questi anni, “Il libro dei bambini soli”.

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Persistenza e annullamento di Anders Behring Breivik”La vita umana sul pianeta Terra” continua

Anders Behring Breivik

Che cosa sia l’umano alle soglie del suo trascendimento fisico, e quindi psichico ma non metafisico, lo dice questa immagine, anche. Qui io vedo occidente oggi – ed è il motivo per cui ho deciso di affondare la scrittura di “La vita umana sul pianeta Terra” (Mondadori) nel personaggio vuoto che è costui, cioè Anders Behring Breivik, il massacratore norvegese che si rese responsabile degli attentati di Oslo e della strage sull’isola di Utøya nel 2011. E’ ricomparso in tribunale, sempre in quell’aula, sempre con quello sguardo, sempre con quel braccio, teso però stavolta in altro saluto: direttamente il nazista. Qui io ravvedo tutta la migrazione umana occidentale che stiamo vivendo da dopo Hitler, soprattutto in tempi di accelerazione che si percepisce di giorno in giorno. Le macchine erano arrivate prima, da sempre, non sono quelle che avete in mente stiano per arrivare. Ritengo “La vita umana sul pianeta Terra”, a conti fatti, il mio libro più riuscito, in ogni senso, e, insieme al libro “Hitler”, quello che proprio non avrei dovuto e voluto scrivere.

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Tre miei libri, che per me sono i miei migliori

3libri

Sono molto soddisfatto di quanto ho scritto e pubblicato nell’ultimo anno e mezzo: si tratta delle opere migliori che ho fatto nella mia vita. Non sto parlando del valore assoluto di questi libri, bensì della percezione personale rispetto agli altri titoli. “La vita umana sul pianeta Terra” (Mondadori) è per me, senza incertezze, la cosa più vicina a quanto finora ho sentito essere per me la letteratura a cui potevo lavorare, con tutti i miei limiti. “Io sono” (il Saggiatore), ovvero il saggio su teoria e clinica della coscienza, sistematizza un lavoro più che decennale di ricerca in àmbito psicoterapico e metafisico, e si è trattato dell’impresa intellettuale, ma non soltanto intellettuale, più probante della mia esistenza, oltreché una sistematizzazione teorica di una professione che certamente svolgerò in modo più completo di quanto faccia ora, cioè quella di terapeuta coscienziale. “Etere Divino” (di cui sono coautore con Andrea Gentile e appena uscito per il Saggiatore) è la più radicale tra le proposte di slittamento reciproco tra prosa e poesia che sono riuscito finora a compiere. Da questa soddisfazione, che mai mi sono concesso nella vita, deriva una difficoltà estrema di procedere a un superamento: intendo che tutto ciò va rapidamente trasceso. Dovrei compiere quest’opera di trascendimento con il prossimo libro, la continuazione con altri mezzi del “Dies Irae”, che a mio avviso è il più interessante dei miei fallimenti. Il processo compositivo diviene qui altro, deve divenire qui altro, scarta racconto e stile, procede verso il niente che non è vero che è niente. Di qui, enormi imbarazzi e stanchezze, quotidianamente sperimentate, a cui trovo medicamento in questa strana contentezza che mi danno i tre lavori di cui dicevo prima. Per quanto io sia convinto che, in questo tempo occidentale che vivo, si dia l’annichilamento della centralità del Testo, è curioso che io provi sollievo nella testualità. Quanto a editori e lettori, purtroppo, non so cosa dire: il supposto successo di *pubblico* non è mai stata una mia preoccupazione o un mio desideratum. Tengo però a ringraziare tutte e tutti coloro che hanno e acquistato e letto questi tre libri, che per me sono stati importanti.

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#LVUSPT su Komakino

Grazie a federico, recensore immigrato di http://www.inkoma.com, mio allievo nelle lezioni che ho tenuto all’università di Berlino, che ha recepito “La vita umana sul pianeta Terra” così: “Lo schema di Genna però è paradossalmente sempre solido. Anche gettandosi dall’alto della Torre Galfa a Milano riuscirebbe ad avere una distanza controllata e liquida dal male. Il nostro paese non ricorda da vicino massacri di quella portata. Le ultime tragedie di sangue che hanno coinvolto l’Italia negli ultimi anni comunque poche volte hanno generato una partecipazione di coscienza profonda o capace di andare oltre i livelli della tipica mediazione guidata degli psicologi in TV”.
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Fenomenologia di Balotelli in #LVUSPT

10390061_10203616947931754_3045169227919807739_nDa “La vita umana sul pianeta Terra” (Mondadori):

«Il pensiero degli umani non è minimamente riconducibile agli umani stessi. Il mito della storia è imploso, come una piccola carica farebbe crollare su se stessa questa Torre Galfa, svuotata e impraticabile. Il pensiero pare avere perduto tridimensionalità. Un marketing, un multitasking lo ha reso bidimensionale. La mente non ha centro. Ogni evento è uno schermo touch all’apparenza, che, perduta centralità e smarrito l’interesse del momento, non lascia tracce e abbandona il posto al pensiero bilaterale successivo, un nuovo schermo modificabile a piacere ma solo entro limiti già dati. Il gesto non graffia più né la storia né la memoria. C’è la sabbia strana degli immaginari. La televisione è implosa, collassata, frammentata in una marea multicolore. La digitalizzazione del pensiero è una sua reductio ad unum: uno schermo salvifico per istanti o giorni, poi sostituito da un altro schermo e questo sarà avvicendato da uno schermo successivo.
Enorme nel cielo indaco inquinato di polveri su Milano vedo trasparire una sagoma traslucida del giocatore di calcio Mario Balotelli, che ha siglato il secondo goal alla squadra tedesca nella semifinale agli Europei 2012: ha segnato, solitario, al goal si è fermato, si è spogliato della maglietta azzurra, si è messo in posa da Hulk o da wrestler o da esibizionista a un concorso per i body builder, ha gonfiato i muscoli delle spalle e del torace e dell’addome, immobile e statuale, arcaico e tribale, aborigeno e fumettistico, il volto concentrato sul nulla, prima di essere raggiunto dai compagni in festa. Questa immagine è bidimensionale e è apparsa nel mondo sulle prime pagine dei quotidiani stranieri on line e poi di carta, e non solo testate sportive. Essa si candida a preludio del memorabile, ma non supererà mai l’intensità minima con cui la memoria deposita nell’immaginario la sua selezione del mondo.
E’ enorme ovunque questo corpo di carne scolpita, nuda, fiera, c’è qualcosa di primario, c’è qualcosa di contemporaneo che sfugge all’attenzione e subissa il mondo, scomparendo appena appare. Noi stiamo per scoprire la potenza dell’istante in questo tempo…»

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La complessità del male: “La vita umana sul pianeta terra” sullo HuffingtonPost

Non credo che nemmeno ai tempi della pubblicazione di “Hitler” il non-discorso sul male (e, quindi, il non-discorso narrativo), che ho tentato di praticare anche un passo oltre ne “La vita umana sul pianeta Terra”, sia stato intercettato con questa precisione chirurgica, che sfodera Luca Romano nel suo blog sullo Huffington Post. Io sento così *nel testo*, cioè *mentre faccio il testo*. Non si tratta di valore poetico, letterario o tantomeno narrativo. Non si tratta di valore. Ringrazio pubblicamente Luca Romano, che non sa quanto abbia fatto nei miei confronti.

“Eichmann non era uno Iago né un Macbeth, e nulla sarebbe stato più lontano dalla sua mentalità che “fare il cattivo” – come Riccardo III – per fredda determinazione. Eccezion fatta per la sua eccezionale diligenza nel pensare alla propria carriera, egli non aveva motivi per essere crudele, e anche quella diligenza non era, in sé, criminosa; è certo che non avrebbe mai ucciso un suo superiore per ereditarne il posto. Per dirla in parole povere, egli non capì mai cosa stava facendo. […] Non era uno stupido, era semplicemente senza idee (una cosa molto diversa dalla stupidità), e tale mancanza di idee ne faceva un individuo predisposto a divenire uno dei più grandi criminali di quel periodo.”

Chiedersi cosa sia il male è da sempre il problema umano. Rientra in quella che è sempre stata una ricerca, una propensione al miglioramento della vita. Hanna Arendt ha aggiunto un tassello, dopo la seconda guerra mondiale, alla comprensione del male, ne ha parlato (nella citazione in La banalità del male) in termini assolutamente innovativi: ci ha spiegato come sia sufficiente la mancanza di idee per permettere ad ogni essere umano di diventare un Eichmann, un semplice burocrate all’interno di un sistema criminale. Se la società ti impone una morale, e se non hai idee, le accetti. Su questo discorso, a distanza di molti anni si innesta un tassello ulteriore che ci porta alla ricerca di comprensione davanti al male odierno.

La vita umana sul pianeta terra (Mondadori) di Giuseppe Genna, non è propriamente un romanzo, ma si pone sulla linea della narrazione, del racconto, e non certamente del saggio, nonostante l’ampio studio dell’autore sul caso Breivik. È un libro che rinuncia alla risposta, e in virtù della domanda procede parola dopo parola verso il lettore e verso altri mondi possibili. È come se Genna stesso volesse avvicinarsi a noi, proprio a noi, non più meri burocrati, non più Eichmann, non più Hitler, non più cattivi né banali, è come se volesse avvicinarsi sempre di più in un abbraccio talmente stretto da farci male.

Ma cos’è il male oggi? Genna parla della vita di Anders Behring Breivik, della morte che egli ha donato con freddezza e precisione, premeditando da anni su tutto, ma anche dei rapporti che ha avuto con le persone, dei viaggi intrapresi per l’Europa per procurarsi le armi o anche soltanto per incontrare una donna. Ma La vita umana sul pianeta terra non è solo questo, è anche la vita di chi, come Genna, negli stessi anni, negli stessi giorni, sta vivendo a Milano, lontano, ma così immensamente vicino all’omicida.

La vita di Breivik è banale, è una vita. Il reportage di Genna si avvicina a tratti ai racconti della Arendt inviata a Gerusalemme per il processo ad Eichmann, per cercare di capire un uomo, per comprendere gli abissi del tempo in cui viviamo. Il giudizio della filosofa tedesca, al contrario di quello di Genna, è definitivo, proprio perché non è raccontato in un romanzo, ma perché è nato dal confronto con la storia della filosofia e prende la forma di saggio.

La narrazione, infatti, è utilizzata con estrema attenzione da Genna per delineare il rapporto che l’intera umanità, sul pianeta terra, ha con Breivik. Molto lontano dal suo predecessore Eichmann, egli non rappresenta più alcuna forma di burocrazia, egli è distante dall’anonimato della scelta, ma è anche lontano dal legno storto di Kant; il suo male non è assoluto. È come se Breivik rappresentasse un male complesso. Genna lo definirà “un Bartleby al contrario” lì dove la scelta sarà evidente e in linea di principio assolutamente inscindibile con il tempo in cui vive, infatti la ricostruzione dello scenario internazionale all’interno del quale sono avvenute le stragi di Oslo e Utoya, si mischierà alla vita milanese e alla quotidianità.

Questo testo non fornisce spiegazioni su cosa sia il male, non parla di teorie, non si presenta come esempio, come invece volle fare di Eichmann la Arendt, ma, proprio come per la filosofa tedesca, chiedendosi oggi cosa sia il male, ci si ritrova in un’aula di tribunale davanti a degli uomini che non sono altro che il frutto di una morale non troppo lontana dalla morale comune, una morale alla quale facilmente possiamo accedere tutti, talvolta senza nemmeno accorgercene. La Arendt trovò come soluzione il dialogo con se stessi, ereditandolo e rielaborandolo da Platone, Genna andrà oltre il consiglio e non proporrà una soluzione; costruirà all’interno del libro il dialogo stesso, rompendo nel lettore il rapporto con la pagina, non più lontana e distante dagli occhi, ma al contrario vicina, stretta tra le nostre braccia.

Perché non possiamo esimerci dal comprendere e chiederci cosa sia il male, se ci sia ancora o se invece si sia oltre. Ed è necessario, per farlo, ricordarci che “Siamo contemporanei ad Anders Behring Breivik. Questo è un fatto“.

La vita umana sul pianeta Terra

“Calvairate”: un capitolo da “La vita umana sul pianeta Terra”

10356309_10203497595588020_6435703589359829490_nCalvairate è il quartiere di Milano Sud dove sono nato, sono cresciuto, ho prosperato. E’ anche un’intrusione continua nei libri che ho pubblicato. Ne “La vita umana sul pianeta Terra” (Mondadori) è un capitolo d’addio: un capitolato, una capitolazione. Lo riproduco qui sotto. A chi interessasse: qui le informazioni sul libro.

Sanzio di Insubria, la piazza, è morto per cause naturali, nonostante le droghe e i fumi di crack e le rapine a mano armata, nei Novanta, dove l’Italia iniziava una precarietà dell’immagine che aveva, svaniva e riappariva, non era stabile, i volti in televisione si sovrapponevano, urlavano, all’improvviso c’era un disturbo, una specie di rumore bianco, un silenzio di tutto di tutti e giravi per larghi viali vuoti e nelle piazze erano strani i tossicodipendenti, figure anonime e non significative, poiché l’eroina aveva massacrato, sostanza politica, nei decenni precedenti. A Sanzio era Robertino a rifornirlo di fumo e poi di roba, pesante, pezzi e pezzi, pastiglie, basi.

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