Un racconto calcistico

Un racconto di tema apparentemente calcistico, pubblicato da Finzioni.

Croazia-Camerun, Arena da Amazônia di Manaus, 2014.06.18, h. 18 locali, quote Snai: 1.55, 4.00, 6.00.

Dove vediamo la partita

Dove vediamo noi la partita è una radura di teste che impressionano i solitari, unici barboni che dormono fuori dell’edificio, un opificio dello sterminio, un Bingo. Sta, come sa chi vive qui, all’incrocio tra due direzionali, fitte di traffico e di usura umana, di rifiuti stipati alla cazzo sul retro, come le cose che avvengono nelle strade chiuse di New York. I rifiuti vanno dietro, vanno compressi: è il contrario del nascondimento, chiunque sa che esistono questi rifiuti, tazze di porcellana finta e macchinette dentarie in disuso, belve di pezza immalinconite e assolute (i loro sguardi bercianti, monoculari, quella stoffettina marrone che pare della moquette, la disgrazia di quelle pose abbandonate, queste figurine un poco inquietanti che fanno la vita intera di due anni per un bambino o una bambina, hanno ciucciato i lembi e puzzano, adesso, i peli sintetici, con la bava che si è asciugata col phon fuori della vasca), i materassi pisciati, i materassi sudati, i materassi sborrati e i cartoni, i cartoni ovunque e sempre i cartoni, una fine ingloriosa per la polpa di legno, per alberi nobili che svettavano contro il cielo corrusco e carico di pioggia, amazzonici o metropolitani.

Andiamo lontani dentro le cose.

Qui vediamo la partita e assistiamo a un massacro previo, la pressione nel salone Bingo intasato di piccole teste bionde o saracene o scure scure, sembra certi tappeti di zolfanelli o di svedesi nel macchinario che li produce, i fiammiferi, una sorta di tapis-roulant steam e metallico, invaso di stecchetti verticali uno accanto all’altro fatti di legno, la materia organica che deceduta sprigiona la scintilla (gli svedesi detennero a lungo un monopolio virtuale e mondiale dei fiammiferi di sicurezza, con la loro industria, situata principalmente a Jönköping. Essi vendettero il loro brevetto per la Francia alla Coigent Père & Fils, di Lione, ma Coigent contestò il pagamento alla corte francese sulla base del fatto che l’invenzione era conosciuta a Vienna e ben prima che Lundström la brevettasse. Il produttore inglese di fiammiferi Bryant and May visitò Jönköping cercando di ottenere un approvvigionamento di fiammiferi di sicurezza ma non ci riuscì. Nel 1862 costruì la sua fabbrica di fiammiferi di sicurezza comprando i diritti per il brevetto inglese da Lundström).

Giocano i negri, contro gli slavi.

E’ una partita appartenente a un girone terribile nella Coppa del Mondo di Pallone, 2014, la Fifa li ha accoppiati a casaccio, per fare passare il Brasile di Marcelo & Co., non riuscendoci perfettamente. Ma di brasiliani in città, qui, non se ne vedono e se ci sono lavorano il churrasco o ballano nei locali. Sono i negri e gli slavi che, insieme ai calabresi, detengono il brevetto della città, ora.

I negri sono del Camerun, anche se sono del Ghana, gli slavi sono Croazia, anche se sono Serbia.

Li vedi giornalmente farsi il culo nei cantieri edili lavorando a conto terzi e cottimo, con i calabresi che li guardano. Li guardano e li irridono, non li additano neppure, con il mento sollevato un poco e il sopracciglio fanno riferimento al corpo solido del negro di turno o dello slavo magro e renitente ai climi, sfottendoli, dicendo che quelli lì a casa loro facevano le guerre tribali, sia i negri che gli slavi, basta che non siano i russi. I russi fanno paura.

Nella mentalità slava il massacro è una forma di sacrilegio infinito e protratto, contro cui sventolare contrattualmente la storia specifica di un’etnia che, guarda un po’, addirittura era imperiale, a un certo punto, con l’Augusto Sovrano e la sua Cacània, gli anarchici alla Gavrìlo Prinzip e tutto quanto in seguito è accaduto: guerre e soltanto guerre, canti epici disseppelliti al modo in cui i nativi sempre disseppelliscono qualcosa, calumé ascia o denti dei morti, pestando il cuore del nemico con il tallone sporco, tra quei monti del Montenegro e le lotte per un principio paterno, materno della madrepatria. Un orrore, a cui parteciparono i postcomunisti di qui, inviando aerei da guerra statunitensi dalle nostre basi adriatiche. “Tito aveva ragione!” urlavano e lo facevano in silenzio,

 

un silenzio assoluto si impadronì delle sezioni del Partito Comunista Italiano,

 

svuotate come valve di un fossile fattosi tufo, piane deserte nei seminterrati delle case popolari trasformati in sezioni comuniste, dove si preparavano le insalate di riso e di wurstel per gli scrutatori alle elezioni, tutte tranne le amministrative, “quel pezzo di merda di Tito”, che era tale finché Enrico Berlinguer non ispirò un certo scetticismo e poi iracondia in Brèžnev, che oltre Tito, di là dell’Adriatico, aveva da guardare alla forma di scetticismo pericolosa detto “eurocomunismo” o “comunismo alla italiana” e, quindi, Tito divenne una avanguardia interessante, perfino gli albanesi guardavano al tramonto le coste sfumate di questa nazione italiana sfibrata e apparentemente insulsa, che sfidava, al contempo, il mostro americano e il colosso griogioferro dei sovietici.

Tito morì in una condizione televisiva, un corteo funebre nazionale con tutta la nazione assorta, il feretro trascorreva in treno per i ripidi paesini dove piangevano le vecchie lungo i binari, con una foto di Tito smagrito e giovane un po’ seppiata e tante volte odiata, tante volte amata, tutto è tremendo, un’ora prima che il treno di Tito, di Tito morto, passasse con una febbre generale dei contadini jugoslavi, vessati e orgogliosi di chi li vessava e li aveva liberati, rovesciandosi la storia in questo schermo di pochi centimetri quadrati, che era la televisione Minerva accesa su Koper Capodistria, in un’infanzia dei bambini milanesi nel maggio 1980, quindi l’arbitro fischia e il Camerun fa spavento.

L’arbitro Proenca è portoghese, cioè stanco e nolente come la storia del Portogallo tutta, che a un certo punto divenne la provincia dell’impero che aveva edificato, a regnare era il Brasile conquistato, nel 1808, perché i regnanti trasferirono a Rio De Janeiro la corte tutta, tutta la burocrazia, avendo timore che Napoleone li invadesse, e lasciarono Lisbona a se stessa, incredibile. Pedro Proenca, l’arbitro portoghese, in passato ha diretto la Bosnia Erzegòvina (l’under 21) e la Serbia, la Macedonia e il Montenegro (con l’Italia, nel 2008), la Croazia contro la Turchia e la Serbia contro la Croazia, la Dinamo Zagabria e l’Albania, perfino la Slovenia, tutte le ha arbitrate, quindi li conosce bene gli slavi, ma i negri no, è la prima volta. Con quella sua faccia da Pessoa senza baffi, pallido, il cranio dolicocefalico, la sua pettinatura anni Venti, impomatata nella brillantina, che brilla sotto la luce serale di Manaus, questa impudenza di pettinarsi a brillantina, questo suo contegno lezioso ed enfatico, queste sue movenze pubbliche, dimostrative, egli conclama un’autorità ridicola, come alla fine di qualunque tempo è qualunque autorità: qualcosa di comico e caricaturale, una risata in faccia al popolo che ride, che è amaro, tranne le folate, illuminate a giorno, di fosforo bianco, quando il popolo è un popolo e caccia l’invasore, in un richiamo agli antenati, a padri e madri ancestrali. Questo tiene in sé la nausea portoghese, questo paese vago, dove vige una certa velocità tutta portoghese, lenta, secondo il comandamento manuelino, e “io lo odio”, lo odiano già, l’arbitro, pensano tutti i negri e tutti questi slavi radunatisi nella sala del Bingo davanti al medio maxischermo, unificati da un pontefice ridicolo in divisa giallonera carnevalizia con un fischietto e una bomboletta spray, che fischia subito con una dovizia sospettosa, e pensa al Brasile di Marcelo & Co.

Dove è Eto’o?

I negri ondulano, troneggiano, sono tutti il Camerun delle maglie verdi, con del giallo e del rosso assieme, che esistevano a partire dall’82, al Mundial, contro di noi e Ciccio Graziani, impattavano in maniera impudente, Milla è un eroe superiore a Eto’o che è contemporaneo, il passato è gigantesco e grava come una condanna o, se non chiede sottomissione, il presente gliela concede in un timore di tutto, tremando, la sera, in una luce fioca di case greche dei Colonnelli, pensando a Platone ci sentiamo schiacciati, graziosi, secondari, e anche i Colonnelli sono una realtà immane, lastre e lastre di titanio fuse insieme che ci pressano la testa, invariabilmente, dittatoriali, da noi con Calvino e Vittorini come alfieri, intronati per un diritto divino che tributiamo a un Creatore che è per noi è oramai inesistente, tranne lì, nel passato, lì esiste, nel passato c’è il Dio, millenni accumulati e fusi, globulari e totalitari, che ci uccidono: preghiamo sui tappeti distendendoci in un esicasmo, seguiamo le pratiche ortodosse, annunciamo la nostra fine fin dall’inizio, per essere sicuri e vivere nella paura bianca, in una zona priva di dimensione e di caratteristiche, priva di aria, senza ossigeni, azotati questi corpi bianchicci vanno, capricciosi a uno a uno, silhouette, automi e quant’altro: la nostra storia non è una storia per noi: abdichiamo.

Esattamente questo aboliscono a priori i negri, a cui non riconosciamo una storia. I negri vivono geograficamente, non all’interno del tempo. Importa che si spostano da Ouagadougou a Kinshasa, tra molti dialetti e clan inverosimili, tucùl grotteschi, i negri sono tutti freaks con in più una forza. La forza degli africani è bestiale, siderea, fatta di un piombo arricchito, di plutonio, sono deità greche ma più oscure e ctonie, in preda alle forze demoniche del territorio, fatti di savana e pelo delle leonesse, di puzza umana e di lavacri in fango, lo stesso fango con cui erigono il tucùl più imperiale al centro di questi villaggi a cui guardiamo increduli, abissalmente intatti in quanto distantissimi. Li esploriamo, i negri, noi lo abbiamo fatto, scostando liane e immaginando Tarzan. La loro poetica rimbomba in grandi ossa piene e carni splendide, che invidiamo. Quei denti che ci abbagliano si carieranno. Roger Milla sopra tutti, ci sembrava di civilizzarlo in una maniera estrema ed espressiva, il Kaspar Hauser dei negroidi, ma il suo nerbo negro aveva poi ragione: era, questo lanciato da Milla, l’annuncio di un passo, la seconda grande invasione, la prima fu quando migrarono in territori che non erano abitati da nessuno, foreste temperate dai climi di un’Europa dolce e lacustre provenendo dall’Africa che è matrice, carni dolci e filamentose, crescevano i baobab in una piana tropicale: era la Lombardia. Il loro sangue fu versato sulle nostre nevi. Erano loro i padri, i più assoluti, gli iniziali, a questo mai ci rassegneremo. Inventarono l’occidente, non volendolo. Da allora l’Africa non ha mai pronunciato la sua parola. Concorrono coi cinesi, cogli ebrei. Sono le genti prime, le genti ultime. Si recarono nell’Australe: come varcarono l’oceano, creando la stirpe aborigena, nelle fenditure rosse dello Hanging Rock e dell’Uluṟu?

E Eto’o? E’ un uomo triste e è ricchissimo. Ha affrontato eventi climatici distanti da quelli in cui si mossero i Baka, cacciatori e raccoglitori nella foresta pluviale, pigmei autoctoni nomadi dalla parlata prolissa. L’Equatore è poco distante, una linea immaginaria curva che delimita un perimetro astratto, non misura alcuna terra, un anello planetario, un controgreenwich su cui la specie issa i propri protocolli, le iniziazioni alla vita, alla morte, al sesso, al cannibalismo di sapiens-sapiens.

Cominciarono a giocare così in Africa, iniziarono loro, come sempre: con un teschio di capra nella polvere ricca di ematite, quaranta persone a calciare una palla ossea oblunga, urlando, come se il cuore stesse per venire eviscerato, mutando tutti i sacrifici in un gioco elementare e confuso, il sangue sostituito dal sudore, le guerre dimidiate e rese innocue dal calcio a una palla lignea che perde dei frammenti e stria il campo, dove nasce il regista, il sostituto del dio in terra, che controlla a schemi e contiene le anarchie, questa idea di vigilanza che si rapprende in figure divine spaventevoli e sempre morte.

E Eto’o scalava dal Barça di Pep Guardiola all’Internazionale F.C. di Mou, scalava indietro da centravanti a terzino destro in recuperi prodigiosi contro il Bayern in finale Champions, conoscendo i momenti del fallo tattico e del disimpegno che uccide lo spettacolo, il contenimento operaio della fantasia, quella dose di malsano realismo che impone il contrappeso realistico all’involata meravigliosa, al tempo dei coni di luce e della stella morta. E poi lasciò e anticipò la fine. La sua carriera virava immensamente, dirottando il corpo lucido di mogano di Samuel Eto’o verso il gelido Daghestan russo nella compagine dello Anži il 24 agosto 2011, percependo venti milioni e mezzo di euro a stagione per tre anni, diventa il calciatore più pagato nella storia del calcio, una squadra fondata per diletto dal capo della Dagnefteprodukt, il sultano Magomedov, ex giocatore scarso della Dynamo Makhachkala. Il clima è rigido, gelidissimo a gennaio. E’ Caucaso del Nord. Il Daghestan, poco più di due milioni e mezzo di abitanti disseminati su oltre cinquantamila chilometri quadri, è un accrocchio di dialetti e gruppi etnici. Le popolazioni autoctone, pigmei russi, sono descritti molto poco ospitali, in numero di quattordici etnie equamente distribuite sulla superficie dell’incerta regione. Motivi politici, sociali, religiosi e delinquenziali rendono qui la vita dura, carceraria e approssimativa, oppure precisa, se si vuole, di quella precisione che impone la sopravvivenza in aree parzialmente urbanizzate in era occidentale e contemporanea. L’esercito militarizza il paese, le sparatorie all’ordine del giorno, Makhachkala si affaccia sul mar Caspio. Ha mutato i nomi nel tempo, come tutte le città russe, ha vissuto nel 1870 un terremoto di inaudite proporzioni. La popolazione non è serena. La stella Eto’o del Camerun si fa trasportare in elicottero sopra la Siberia e ne discende, entra in uno stadio assiderato e segna un goal dentro la neve. Poi lo Anži fallisce e Eto’o è al Chelsea di nuovo con Mou.

Lo spettro di Eto’o si aggira inutilmente sopra il campo dell’arena amazzonica a Manaus, 85% di umidità, e non è della partita, sostituito da Aboubakar. La squadra dei Leoni d’Africa è priva dell’ordine dettato dal palleggio, per scarsità dei mezzi tecnici e si affaccia pericolosamente in area croata.

A che serve Mandzukic se il Bayern di Guardiola ne fa a meno e è in cerca di una squadra? Mbila è bravo.

Paurosamente dentro il Bingo smotta l’ala destra della folla assiepata sui trespoli delle macchinette, la ludopatia è questa sostanza di conflitto trasportato dalle immagini che vediamo e varcano gli oceani e riempiono gli occhi a slavi e negri qui, venendo, quelle immagini, da Manaus, da dove Fitzcarraldo fece cantare l’opera nella foresta equatoriale, Klaus Kinski si annoiava sulle amache sporgendosi dolente e visionario sulle acque di fanghiglia del Rio Negro a Manaus, osservando i panico dei gamberi del pescato, nelle nasse intrise di alghe quadre.

Parte un boccale di birra a traiettoria curva nell’aria satura di sudore sotto il tetto curvo in cui si culla aggressivamente questa folla mista di slavi e di negri al Bingo, il boccale trabocca di birra calda quanto piscio e si frantuma sulla pavimentazione in kevlar. Il Bingo è un salone spoglio enorme, le vecchie di notte si rattrappiscono nelle macchinette verso il fondo, un passo prima dei rifiuti messi a fermentare sul retro, sono stipate, carni bianche e pelose, sopraccigli cesposi e un’abilità consumata a selezionare e premere i tasti giusti, riflettendo nelle lenti pesanti degli occhiali il multiverso incomprensibile di quella ludopatia, calcolando le traiettorie, le linee, trattenendo i frutti e sperando in un tris, grappoli di uva mediterannea zuccherina, ciliegie di un rosso innaturale, banane e motivetti egizi o western, a seconda dello sfondo occasionale di quel gioco dentro la macchinetta, come i flipper si declina in tanti modi, rappresentando i simboli delle civiltà, il gioco è il medesimo ovunque e cambiano gli sfondi, la prima guerra mondiale, le esplorazioni artiche, il feudalesimo sudamericano, sfondi narrativi grossolani multicolori, la mummia ti dice che hai vinto, lo sfregiato colono americano ti dice che puoi vincere, parlano con una musica e una voce artificiali dentro quella macchinetta, collegata alle mafie che trattengono i soldi e misteriosamente li ripuliscono, prima di consegnarli allo Stato, la macchinetta è un terminale della autorità statale.

Parte un pugno di un negro a un altro.

Song nel video assale un suo compagno, forse è Chedjou, ma intanto è l’11° e s’invola Olic a concludere in area camerunense in rete un’intuizione di Perisic. Il prato è discusso. E’ allucinante che la Fifa non conceda i timeout, Marchisio diceva che in campo avevano le allucinazioni, a Manaus è così difficile giocare, rende esausti, qui l’Africa riconosce il Brasile, l’Amazzonia è un genoma che li accomuna e li affratella. Il ct tedesco Volker Fink pensa a inserire Dany Nounkeu, forse, se il Camerun riesce a chiudere sull’1-0 e non peggio la prima frazione di gioco. E’ così.

Ora qui inizia l’intervallo, è il momento più pericoloso, infatti un tifoso slavo risponde a una spinta e io esco sul retro a incontrare chi devo, sperando che non sia, dentro, rissa generale, iniziano a farsi vedere dei cellulari fuori del Bingo, passano in via Washington e si fermano a una distanza debita, cauta, quasi distrattamente.

La pressione dei negri contro gli slavi è insostenibile, dentro.

Sono fuori.

 

La vera partita che noi vediamo

 

Fuori mi attende Abou che è del Tongo e si staglia come un manichino brunito della Standa lasciato sul retro a decomporre la sua plastica, increspata, autocombusta, schiumosa nella superficie cotta. Invece è Abou, questo negro sui trent’anni, paziente all’apparenza, rassegnato di una rassegnazione che ha invocato un colonialismo e prospera alle alte pressioni, alimenta lenta un sentimento vindice e invitto, essendo sintomo di una sconfitta a priori, per accrescere l’intensità del futuro, per fare crescere dentro l’Africa tutta la parola finale che l’Africa pronuncerà prima o poi, facendo terminare un occidente e aprendo un tempo nuovo, violento e striato di tempere bianche sul volto carnoso e segnato di Abou e dei suoi figli, dodici, rimasti nel Tongo a evitare i letali molluschi velenosi che stanno in prossimità della battigia, nelle spiagge contraddittorie del Tongo.

“Dove è la roba?” chiede Abou e la sua voce è buia e calda, emerge da un territorio inesplorabile, che soltanto poche tribù, in perenne conflitto tra loro, conoscono dove inizia il bush. Della partita gliene frega zero, l’uno a zero lo lascia indifferente, ma se un croato alza soltanto un dito allora i negri tagliano le mani, mettono le proprie mani dentro il ventre degli slavi e schiacciano i visceri intestinali. Anche se uno slavo ci tenta con una negra, non importa se è del Camerun, ma se è negra partono le lame.

La roba dovrebbe dircelo dove è Zlatko, un amico di Pletikosa, almeno così dice lui, Pletikosa è l’estremo difensore della Croazia e sarebbe un suo amico. Zlatko ci tiene alla partita, invece, voleva sgozzare un brasiliano dopo il rigore che Yuichi Nishimura, l’arbitro del Giappone, ha assegnato ai verdeoro di Marcelo & Co nella partita rubata dal Brasile alla Croazia, un’ingiustizia patente, planetaria, sotto gli occhi di chiunque al mondo. Zlatko allora voleva spezzare le ginocchia ai turisti giapponesi in piazza Duomo, anche, verso il Palazzo Reale, “pezzi di merda!” ululava ai giapponesi in slavo e le camionette dei pulotti si serravano poco distante, verso via Torino. Durante i Mondiali è così sempre.

Ecco Zlatko, tra i rifiuti accatastati a friggere sul retro, questa notte milanese è chiara e rarefatta, una temperatura primaverile che sorprende proprio quando è inizia Manaus a Milano, l’estate di Milano umida e soffocante, gli indici elevati alle centraline mobili di polveri e e di inquinanti.

In pratica, dice Zlatko, la roba non l’ha portata, perché sicuro c’erano i pulotti, infatti stanno con i cellulari a metà di via Washington e fermano, automobilisti a caso, per giustificare la propria presenza lì, sono lì perché lo sanno che i negri e gli slavi, un migliaio di persone abbondanti, risseranno dentro il Bingo di via Washington per Camerun-Croazia, quindi i pacchi di roba sono all’Ortomercato, più a sud, dove gli slavi controllano svernando il Macello Comunale abbandonato, dove quelli di Macao, milanesi autoctoni, pensano di civilizzare l’area che secondo loro sarebbe dismessa e i rumeni ridono a vedere i neotribali dei centri sociali e i fighetti, i festival e gli scrittori, i performer italiani, tanto il Macello Comunale è slavo e, se i negri vogliono, possono entrare soltanto a recuperare i pacchi, di roba e non di fumo, è pesante lì la questione, dice Zlatko con l’accento milanese e carpato.

Quindi vanno, Zlatko e Abou, infidi l’uno all’altro, letali allo stesso modo, però con alfabeti differenti, poiché non è la terra che misura l’uomo ma la sua lingua, lingue che si miscelano, babeli e balbuzie, nel crollo della mente bicamerale, si avviano, mentre la notte si prepara a rovesciarsi, percorrono le vertebre di una schiena fossile, la schiena nera del tempo.

Dove è Mandel’stam?, dove Paul Celan?, e i borghesi Wallace Stevens e il poeta Thomas Stearn Eliot dove sono?, Beckett allampanato e Robert Walser che sussurra docilmente l’apocalisse di sillaba in sillaba, tutto il Novecento che mi ha nutrito con la sua carne bianca e i filamenti che masticavo nel boccone da bambino: dove sono? Essi hanno evidenziato l’osso, la pietra, il cosmo, l’asteroide, il rifiuto urbano, il resto e il diniego assoluto, il buio e i colori che si sottraggono su un fondo intuito mentalmente, a quadri rossi e filamenti di tungsteno arroventato?

Dove sono?

Io rientro.

E’ reiniziato il match e al terzo minuto della seconda frazione gran gol di Ivan Perisic che dopo essersi fatto tutta la fascia sinistra beffa Itandje fintando il cross in mezzo e battendo il portiere del Camerun sul suo palo. Ora si fa veramente difficile per i camerunensi.

La temperatura interiore dei negri non è da hooligan ed ecco la loro rassegnazione alla sconfitta. Camerun fuori dei Mondiali ancora. Non è vero che il calcio esprime un’epica: segnala al contrario l’assenza di epica, di racconto, la narrazione appartiene ad altre notti, multicolore, di un multiverso oscuro intuibile mentalmente, i narratori orali ciechi e saggi cantarono mai davvero quelle storie sui cui cadaveri piangiamo e piangiamo noi, del presente occidentale? Che cazzo frega dell’epica a un negro, che dorme sotto il tunnel verso il Leoncavallo, disturbato dai ragazzini magri delle periferie milanesi, che si nascondono per una pallina chimica e hanno timore per il padre, desiderio della madre, odio verso i fratelli? L’epica è adesso, per occidentali fatti di nervi e immaginazioni tossiche: è il loro divertimento. I pezzi di merda dei giornalisti narrano e narrano le loro wikipedia sui singoli giocatori come Itandje il portiere, non ammettendo che i croati rifornirono le SS naziste di un milione di volontari tutti croati, questa cifra nazista della Croazia è visibile nella compostezza nervosa di Nico Kovac, l’allenatore della squadra a scacchi rossi e bianchi, imbrillantinato come un occupante di Parigi nel ’43, il Novecento che mi ha nutrito con la sua putrescina tra fibra e fibra della carne dolce, che imboccavo da bambino e masticavo, fritta nella padella in teflon cancerogena e pericolosa. Cinque vescovi ed almeno trecento preti dei serbi furono macellati in Croazia, nel corso dell’occupazione, taluni in maniera ripugnante, come il pope Branko Dobrosavljevic, al quale furono strappati la barba ed i capelli, sollevata la pelle, estratti gli occhi, mentre il suo figlioletto era fatto letteralmente a pezzi dinanzi a lui. L’ottantenne Metropolita di Sarajevo, Petar Simonic, fu sgozzato. Ciononostante l’arcivescovo cattolico della città di Oden scrisse parole in lode di Pavelic, “il duce adorato”, e nel suo foglio diocesano inneggiò ai metodi rivoluzionari, “al servizio della Verità, della Giustizia e dell’Onore”. Le macellerie cattoliche nella Grande Croazia furono tanto terribili che diedero choc perfino agli stessi fascisti italiani e anche alti comandi tedeschi protestarono, diplomatici, generali, persino il servizio di sicurezza delle SS ed il ministro degli Esteri nazista, il famigerato Ribbentrop. A più riprese, di fronte alle macellazioni di Serbi, le truppe tedesche intervennero contro i loro stessi alleati croati. Il campo di concentramento di Jasenovac ebbe per un periodo il francescano Filipovic-Majstorovic per comandante, che fece ivi liquidare quarantamila esseri umani in quattro mesi. Il seminarista francescano Brzien ha decapitato qui, nella notte del 29 agosto 1942, milletrecentosessanta persone con una mannaia. Non a caso l’arcivescovo Stepinac ringraziò il clero croato “e in primo luogo i Francescani” quando nel maggio 1943, in Vaticano, sottolineò le conquiste ustasha. I Serbi morirono allora, circa 750.000, per ripeterlo, spesso in seguito a torture atroci, in misura del 10-15% della popolazione della Grande Croazia.

Per questo nazismo agonistico forse svetta imperioso Mario Mandzukic sugli sviluppi di un corner, Charles Itandje pietrificato non può nulla sulla conclusione di testa del centravanti croato. Al 61° e dodici minuti dopo gran sinistro di Eduardo, brasiliano naturalizzato croato, dal limite dell’area. Charles Itandje ci arriva deviando il pallone ma Mario Mandzukic è in agguato e si avventa sulla ribattuta segnando il gol del 4-0 e la sua personale doppietta.

Il Camerun è fuori del Mondiale, 2014.

Poco prima “La Spagna ha abdicato”, con il Cile, poco dopo avere abdicato l’inutilissimo monarca della Spagna re Juan Carlos, vietavano in parlamento le manifestazioni repubblicane, quasi che fossero a priori riunioni sediziose e violente.

Il giorno che continua, inutile appendice, questi fatti, non essendosi sviluppato alcun confronto violento tra i supporter slavi e quelli negri al Bingo, ammassati a terra quasi a dormire tra pozze di birra e piscio e alcuni a dormire sui materassi sul retro sporchi e macchiati di patacche giallourina, ritrovano a Monluè nei dintorni della cascina il corpo senza vita di Zlatko o di Abou?

Allora andare nella notte tropicale milanese in motorino, la marmitta tossicchia, la mia postura è cerebrale, assistere alle partite, di roba o di pallone poco importa, fare testimone, non inventare niente, rintracciando nella mimica delle persone umane la persona prima, che sarà poi l’ultima, il suo silenzio resistente alle doline desertificate, su questo pianeta o un altro non importa, dove saremo la morte vivente tutti noi, come aracnidi negre proliferando prima della scomparsa, per un evento magnetico in un lampo, cosmico, diventando pietre, pronti a rientrare nel metabolismo minerale di un organismo prossimo, a essere osso, pietra, Novecento, portando la specie dentro una specie, ovunque: era questo il nostro sogno, dunque, l’eredità che esercita una pressione e non sopporta pesi, non affatica e sta silente, testimoniale, sotto un sole più pallido e più freddo, minuscolo, finché tutto sia irredento in un modo croato, definitivo, e si scartano i millenni e si veda che il racconto non era stato mai.

 

Oppure questo racconto poteva essere intitolato

 

Una partita di pallone

 

Accadde una volta che negri e slavi organizzassero un incontro di calcio. Gli spettatori attesero per ore che le squadre si presentassero in campo. Ma il campo non era delimitato, le porte non erano state infisse nel morbido terreno di gioco, non si trovava il pallone, telefonarono all’arbitro che non era stato avvertito dell’incontro. Per ingannare il tempo gli spettatori si misero a raccontare delle storielle. Una delle più popolari faceva così: la madre ingannò il padre asserendo che le avessero rubato il figlio in fasce, allora il padre si rivolse a Salomone, sovrano noto per la sua saggezza, il quale negò decisamente che nella storiella potesse comparire un padre, per cui la storiella andò abolita. Quando gli spettatori furono stanchi di attendere, si recarono alle rispettive case e diedero alle mogli il mandato di preparare loro la cena e allestire la notte. Ancora c’è chi attende che si tenga quella partita. Ma questo è impossibile perché i palloni da gioco qui non sono mai esistiti, e un negro è fuori discussione che esista. La cattiveria umana è pressoché irrapresentabile, ma in definitiva non del tutto, e adesso andiamo a godere di quella notte che le nostre mogli hanno allestito per noi.