Cesare Prandelli

Cesare Prandelli ha il sembiante della sconfitta certa, chiunque lo ha rilevato. Tuttavia la sconfitta non può essere certa, poiché il volto incarna un’abissale incertezza, che lascia indenne unicamente la disastrosa cifra bresciana, quella stolidità testarda e lombarda, quell’antropogenesi né montana né pedemontana, una medietà pesante di polenta e latte cagliato, con molti preti cattolici dell’Ottocento al seguito, che benedicono odiando tutto e tutti. C’è una tradizione a Brescia, quella delle statue parlanti di Brescia, cioè sono una serie di statue sulle quali anche nel ‘900 i bresciani “affiggevano messaggi anonimi, contenenti per lo più critiche contro i governanti”. Questa italianità pesante e cimbra, questo regno grigiastro e impeticchiato di dieresi e aspirate cupe, la si ritrova nell’arco sopraciliare di Cesare Prandelli ed è attualmente uno dei marchi nazionali da esportazione, altro che food e start-up. Quella pazienza è pervicace e la Grande Proletaria si sarebbe mossa, ma c’è un fondale tetro dietro la paventata bonomia, la finzione dell’eterna sopportazione del dolore e della durezza dell’opra quotidiana, l’antitesi al Palazzo e al re – le cose non stanno così. L’emblema Prandelli infatti desidera il potere, esprime un’etica involutamente protestante, condanna karmicamente i poveri che bevono la broda di patata, sono assetati di soldi, parenti prossimi all’epitome veneta che, si sa, degli “schei” fa metafisica, fa mitologia. Le pieghe carnose secolari della maschera, bresciana ma un poco italiana tutta, non esprime la rettitudine contadina che omaggia i cicli stagionali, bensì l’attesa per l’elettricità, che venga scoperta e che arrivi, a farci ricchi tutti senza fare un cazzo. L’Adelchi, tragedia di Alessandro Manzoni, è ambientata a Brescia. Cesare Prandelli era una riserva della Juventus nella stagione trapattoniana e io mi vergognavo un poco quando entrava, era pallido, larvale ma con spessore, e non esprimeva quell’attitudine operaia che gli attribuiscono. Ieri soltanto ha detto che lo scontro con l’Uruguay, che vale la qualificazione agli ottavi al Mondiale Fifa, sarebbe la partita più importante della sua carriera, quando ha disputato due anni fa soltanto una finale vergognosa al torneo europeo e oggettivamente non ci son cazzi: quella è stata la partita più importante della sua carriera. Egli presume dunque di avere costruito una carriera, il che è demodé nel 2014; inoltre mente alla collettività terracquea tutta, drammatizzando il momento. Dal finanziere Gnutti al democristiano Martinazzoli: è lo spettro in cui Prandelli può collocarsi, brescianissimo e tutto innovazione, come si nota dallo sport delle lampadine stentoree, che cerca di spacciarci con pesante accento celtolombardo e un entusiasmo finto, ma reprensibile, come si desume da questa mia reprimenda, che gli augura di tornarsene a casa al più presto, onde lasciare il posto a Jorge Sampaoli, genio cileno, che vorrei guidasse gli azzurri per trentadue anni, con quelle metodiche impazzite e un nervosismo che ci avvince di per sé.

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