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Apocalittica provvisoria dell’uomo psichico sconfitto

numero-61di GIUSEPPE GENNA | da Nuovi Argomenti, n° 61/2013, “Supernova”

Vado a un luogo che non posso rivelare.
Il tempo che resta per andare al luogo segreto e finale è minimo e congestionato nello spazio da migliaia di veicoli che intasano le circonvallazioni e il cielo tuona e crepita una minaccia vuota di pioggia inacidita e letale solamente per me, me e il mio veicolo a due ruote, e che gracchia, arranca, si era rotto ed è stato riparato male, manca tempo pochissimo e non è assicurato che io arrivi al luogo fatale, dove accadrà l’imprevedibile e orrendo, laddove la fine è imprevedibile e orrenda per la comunità tutta. Continue reading “Apocalittica provvisoria dell’uomo psichico sconfitto”

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Un racconto calcistico

Un racconto di tema apparentemente calcistico, pubblicato da Finzioni.

Croazia-Camerun, Arena da Amazônia di Manaus, 2014.06.18, h. 18 locali, quote Snai: 1.55, 4.00, 6.00.

Dove vediamo la partita

Dove vediamo noi la partita è una radura di teste che impressionano i solitari, unici barboni che dormono fuori dell’edificio, un opificio dello sterminio, un Bingo. Sta, come sa chi vive qui, all’incrocio tra due direzionali, fitte di traffico e di usura umana, di rifiuti stipati alla cazzo sul retro, come le cose che avvengono nelle strade chiuse di New York. I rifiuti vanno dietro, vanno compressi: è il contrario del nascondimento, chiunque sa che esistono questi rifiuti, tazze di porcellana finta e macchinette dentarie in disuso, belve di pezza immalinconite e assolute (i loro sguardi bercianti, monoculari, quella stoffettina marrone che pare della moquette, la disgrazia di quelle pose abbandonate, queste figurine un poco inquietanti che fanno la vita intera di due anni per un bambino o una bambina, hanno ciucciato i lembi e puzzano, adesso, i peli sintetici, con la bava che si è asciugata col phon fuori della vasca), i materassi pisciati, i materassi sudati, i materassi sborrati e i cartoni, i cartoni ovunque e sempre i cartoni, una fine ingloriosa per la polpa di legno, per alberi nobili che svettavano contro il cielo corrusco e carico di pioggia, amazzonici o metropolitani.

Andiamo lontani dentro le cose.

Qui vediamo la partita e assistiamo a un massacro previo, la pressione nel salone Bingo intasato di piccole teste bionde o saracene o scure scure, sembra certi tappeti di zolfanelli o di svedesi nel macchinario che li produce, i fiammiferi, una sorta di tapis-roulant steam e metallico, invaso di stecchetti verticali uno accanto all’altro fatti di legno, la materia organica che deceduta sprigiona la scintilla (gli svedesi detennero a lungo un monopolio virtuale e mondiale dei fiammiferi di sicurezza, con la loro industria, situata principalmente a Jönköping. Essi vendettero il loro brevetto per la Francia alla Coigent Père & Fils, di Lione, ma Coigent contestò il pagamento alla corte francese sulla base del fatto che l’invenzione era conosciuta a Vienna e ben prima che Lundström la brevettasse. Il produttore inglese di fiammiferi Bryant and May visitò Jönköping cercando di ottenere un approvvigionamento di fiammiferi di sicurezza ma non ci riuscì. Nel 1862 costruì la sua fabbrica di fiammiferi di sicurezza comprando i diritti per il brevetto inglese da Lundström).

Giocano i negri, contro gli slavi.

E’ una partita appartenente a un girone terribile nella Coppa del Mondo di Pallone, 2014, la Fifa li ha accoppiati a casaccio, per fare passare il Brasile di Marcelo & Co., non riuscendoci perfettamente. Ma di brasiliani in città, qui, non se ne vedono e se ci sono lavorano il churrasco o ballano nei locali. Sono i negri e gli slavi che, insieme ai calabresi, detengono il brevetto della città, ora.

I negri sono del Camerun, anche se sono del Ghana, gli slavi sono Croazia, anche se sono Serbia.

Li vedi giornalmente farsi il culo nei cantieri edili lavorando a conto terzi e cottimo, con i calabresi che li guardano. Li guardano e li irridono, non li additano neppure, con il mento sollevato un poco e il sopracciglio fanno riferimento al corpo solido del negro di turno o dello slavo magro e renitente ai climi, sfottendoli, dicendo che quelli lì a casa loro facevano le guerre tribali, sia i negri che gli slavi, basta che non siano i russi. I russi fanno paura.

Nella mentalità slava il massacro è una forma di sacrilegio infinito e protratto, contro cui sventolare contrattualmente la storia specifica di un’etnia che, guarda un po’, addirittura era imperiale, a un certo punto, con l’Augusto Sovrano e la sua Cacània, gli anarchici alla Gavrìlo Prinzip e tutto quanto in seguito è accaduto: guerre e soltanto guerre, canti epici disseppelliti al modo in cui i nativi sempre disseppelliscono qualcosa, calumé ascia o denti dei morti, pestando il cuore del nemico con il tallone sporco, tra quei monti del Montenegro e le lotte per un principio paterno, materno della madrepatria. Un orrore, a cui parteciparono i postcomunisti di qui, inviando aerei da guerra statunitensi dalle nostre basi adriatiche. “Tito aveva ragione!” urlavano e lo facevano in silenzio,

 

un silenzio assoluto si impadronì delle sezioni del Partito Comunista Italiano,

 

svuotate come valve di un fossile fattosi tufo, piane deserte nei seminterrati delle case popolari trasformati in sezioni comuniste, dove si preparavano le insalate di riso e di wurstel per gli scrutatori alle elezioni, tutte tranne le amministrative, “quel pezzo di merda di Tito”, che era tale finché Enrico Berlinguer non ispirò un certo scetticismo e poi iracondia in Brèžnev, che oltre Tito, di là dell’Adriatico, aveva da guardare alla forma di scetticismo pericolosa detto “eurocomunismo” o “comunismo alla italiana” e, quindi, Tito divenne una avanguardia interessante, perfino gli albanesi guardavano al tramonto le coste sfumate di questa nazione italiana sfibrata e apparentemente insulsa, che sfidava, al contempo, il mostro americano e il colosso griogioferro dei sovietici.

Tito morì in una condizione televisiva, un corteo funebre nazionale con tutta la nazione assorta, il feretro trascorreva in treno per i ripidi paesini dove piangevano le vecchie lungo i binari, con una foto di Tito smagrito e giovane un po’ seppiata e tante volte odiata, tante volte amata, tutto è tremendo, un’ora prima che il treno di Tito, di Tito morto, passasse con una febbre generale dei contadini jugoslavi, vessati e orgogliosi di chi li vessava e li aveva liberati, rovesciandosi la storia in questo schermo di pochi centimetri quadrati, che era la televisione Minerva accesa su Koper Capodistria, in un’infanzia dei bambini milanesi nel maggio 1980, quindi l’arbitro fischia e il Camerun fa spavento.

L’arbitro Proenca è portoghese, cioè stanco e nolente come la storia del Portogallo tutta, che a un certo punto divenne la provincia dell’impero che aveva edificato, a regnare era il Brasile conquistato, nel 1808, perché i regnanti trasferirono a Rio De Janeiro la corte tutta, tutta la burocrazia, avendo timore che Napoleone li invadesse, e lasciarono Lisbona a se stessa, incredibile. Pedro Proenca, l’arbitro portoghese, in passato ha diretto la Bosnia Erzegòvina (l’under 21) e la Serbia, la Macedonia e il Montenegro (con l’Italia, nel 2008), la Croazia contro la Turchia e la Serbia contro la Croazia, la Dinamo Zagabria e l’Albania, perfino la Slovenia, tutte le ha arbitrate, quindi li conosce bene gli slavi, ma i negri no, è la prima volta. Con quella sua faccia da Pessoa senza baffi, pallido, il cranio dolicocefalico, la sua pettinatura anni Venti, impomatata nella brillantina, che brilla sotto la luce serale di Manaus, questa impudenza di pettinarsi a brillantina, questo suo contegno lezioso ed enfatico, queste sue movenze pubbliche, dimostrative, egli conclama un’autorità ridicola, come alla fine di qualunque tempo è qualunque autorità: qualcosa di comico e caricaturale, una risata in faccia al popolo che ride, che è amaro, tranne le folate, illuminate a giorno, di fosforo bianco, quando il popolo è un popolo e caccia l’invasore, in un richiamo agli antenati, a padri e madri ancestrali. Questo tiene in sé la nausea portoghese, questo paese vago, dove vige una certa velocità tutta portoghese, lenta, secondo il comandamento manuelino, e “io lo odio”, lo odiano già, l’arbitro, pensano tutti i negri e tutti questi slavi radunatisi nella sala del Bingo davanti al medio maxischermo, unificati da un pontefice ridicolo in divisa giallonera carnevalizia con un fischietto e una bomboletta spray, che fischia subito con una dovizia sospettosa, e pensa al Brasile di Marcelo & Co.

Dove è Eto’o?

I negri ondulano, troneggiano, sono tutti il Camerun delle maglie verdi, con del giallo e del rosso assieme, che esistevano a partire dall’82, al Mundial, contro di noi e Ciccio Graziani, impattavano in maniera impudente, Milla è un eroe superiore a Eto’o che è contemporaneo, il passato è gigantesco e grava come una condanna o, se non chiede sottomissione, il presente gliela concede in un timore di tutto, tremando, la sera, in una luce fioca di case greche dei Colonnelli, pensando a Platone ci sentiamo schiacciati, graziosi, secondari, e anche i Colonnelli sono una realtà immane, lastre e lastre di titanio fuse insieme che ci pressano la testa, invariabilmente, dittatoriali, da noi con Calvino e Vittorini come alfieri, intronati per un diritto divino che tributiamo a un Creatore che è per noi è oramai inesistente, tranne lì, nel passato, lì esiste, nel passato c’è il Dio, millenni accumulati e fusi, globulari e totalitari, che ci uccidono: preghiamo sui tappeti distendendoci in un esicasmo, seguiamo le pratiche ortodosse, annunciamo la nostra fine fin dall’inizio, per essere sicuri e vivere nella paura bianca, in una zona priva di dimensione e di caratteristiche, priva di aria, senza ossigeni, azotati questi corpi bianchicci vanno, capricciosi a uno a uno, silhouette, automi e quant’altro: la nostra storia non è una storia per noi: abdichiamo.

Esattamente questo aboliscono a priori i negri, a cui non riconosciamo una storia. I negri vivono geograficamente, non all’interno del tempo. Importa che si spostano da Ouagadougou a Kinshasa, tra molti dialetti e clan inverosimili, tucùl grotteschi, i negri sono tutti freaks con in più una forza. La forza degli africani è bestiale, siderea, fatta di un piombo arricchito, di plutonio, sono deità greche ma più oscure e ctonie, in preda alle forze demoniche del territorio, fatti di savana e pelo delle leonesse, di puzza umana e di lavacri in fango, lo stesso fango con cui erigono il tucùl più imperiale al centro di questi villaggi a cui guardiamo increduli, abissalmente intatti in quanto distantissimi. Li esploriamo, i negri, noi lo abbiamo fatto, scostando liane e immaginando Tarzan. La loro poetica rimbomba in grandi ossa piene e carni splendide, che invidiamo. Quei denti che ci abbagliano si carieranno. Roger Milla sopra tutti, ci sembrava di civilizzarlo in una maniera estrema ed espressiva, il Kaspar Hauser dei negroidi, ma il suo nerbo negro aveva poi ragione: era, questo lanciato da Milla, l’annuncio di un passo, la seconda grande invasione, la prima fu quando migrarono in territori che non erano abitati da nessuno, foreste temperate dai climi di un’Europa dolce e lacustre provenendo dall’Africa che è matrice, carni dolci e filamentose, crescevano i baobab in una piana tropicale: era la Lombardia. Il loro sangue fu versato sulle nostre nevi. Erano loro i padri, i più assoluti, gli iniziali, a questo mai ci rassegneremo. Inventarono l’occidente, non volendolo. Da allora l’Africa non ha mai pronunciato la sua parola. Concorrono coi cinesi, cogli ebrei. Sono le genti prime, le genti ultime. Si recarono nell’Australe: come varcarono l’oceano, creando la stirpe aborigena, nelle fenditure rosse dello Hanging Rock e dell’Uluṟu?

E Eto’o? E’ un uomo triste e è ricchissimo. Ha affrontato eventi climatici distanti da quelli in cui si mossero i Baka, cacciatori e raccoglitori nella foresta pluviale, pigmei autoctoni nomadi dalla parlata prolissa. L’Equatore è poco distante, una linea immaginaria curva che delimita un perimetro astratto, non misura alcuna terra, un anello planetario, un controgreenwich su cui la specie issa i propri protocolli, le iniziazioni alla vita, alla morte, al sesso, al cannibalismo di sapiens-sapiens.

Cominciarono a giocare così in Africa, iniziarono loro, come sempre: con un teschio di capra nella polvere ricca di ematite, quaranta persone a calciare una palla ossea oblunga, urlando, come se il cuore stesse per venire eviscerato, mutando tutti i sacrifici in un gioco elementare e confuso, il sangue sostituito dal sudore, le guerre dimidiate e rese innocue dal calcio a una palla lignea che perde dei frammenti e stria il campo, dove nasce il regista, il sostituto del dio in terra, che controlla a schemi e contiene le anarchie, questa idea di vigilanza che si rapprende in figure divine spaventevoli e sempre morte.

E Eto’o scalava dal Barça di Pep Guardiola all’Internazionale F.C. di Mou, scalava indietro da centravanti a terzino destro in recuperi prodigiosi contro il Bayern in finale Champions, conoscendo i momenti del fallo tattico e del disimpegno che uccide lo spettacolo, il contenimento operaio della fantasia, quella dose di malsano realismo che impone il contrappeso realistico all’involata meravigliosa, al tempo dei coni di luce e della stella morta. E poi lasciò e anticipò la fine. La sua carriera virava immensamente, dirottando il corpo lucido di mogano di Samuel Eto’o verso il gelido Daghestan russo nella compagine dello Anži il 24 agosto 2011, percependo venti milioni e mezzo di euro a stagione per tre anni, diventa il calciatore più pagato nella storia del calcio, una squadra fondata per diletto dal capo della Dagnefteprodukt, il sultano Magomedov, ex giocatore scarso della Dynamo Makhachkala. Il clima è rigido, gelidissimo a gennaio. E’ Caucaso del Nord. Il Daghestan, poco più di due milioni e mezzo di abitanti disseminati su oltre cinquantamila chilometri quadri, è un accrocchio di dialetti e gruppi etnici. Le popolazioni autoctone, pigmei russi, sono descritti molto poco ospitali, in numero di quattordici etnie equamente distribuite sulla superficie dell’incerta regione. Motivi politici, sociali, religiosi e delinquenziali rendono qui la vita dura, carceraria e approssimativa, oppure precisa, se si vuole, di quella precisione che impone la sopravvivenza in aree parzialmente urbanizzate in era occidentale e contemporanea. L’esercito militarizza il paese, le sparatorie all’ordine del giorno, Makhachkala si affaccia sul mar Caspio. Ha mutato i nomi nel tempo, come tutte le città russe, ha vissuto nel 1870 un terremoto di inaudite proporzioni. La popolazione non è serena. La stella Eto’o del Camerun si fa trasportare in elicottero sopra la Siberia e ne discende, entra in uno stadio assiderato e segna un goal dentro la neve. Poi lo Anži fallisce e Eto’o è al Chelsea di nuovo con Mou.

Lo spettro di Eto’o si aggira inutilmente sopra il campo dell’arena amazzonica a Manaus, 85% di umidità, e non è della partita, sostituito da Aboubakar. La squadra dei Leoni d’Africa è priva dell’ordine dettato dal palleggio, per scarsità dei mezzi tecnici e si affaccia pericolosamente in area croata.

A che serve Mandzukic se il Bayern di Guardiola ne fa a meno e è in cerca di una squadra? Mbila è bravo.

Paurosamente dentro il Bingo smotta l’ala destra della folla assiepata sui trespoli delle macchinette, la ludopatia è questa sostanza di conflitto trasportato dalle immagini che vediamo e varcano gli oceani e riempiono gli occhi a slavi e negri qui, venendo, quelle immagini, da Manaus, da dove Fitzcarraldo fece cantare l’opera nella foresta equatoriale, Klaus Kinski si annoiava sulle amache sporgendosi dolente e visionario sulle acque di fanghiglia del Rio Negro a Manaus, osservando i panico dei gamberi del pescato, nelle nasse intrise di alghe quadre.

Parte un boccale di birra a traiettoria curva nell’aria satura di sudore sotto il tetto curvo in cui si culla aggressivamente questa folla mista di slavi e di negri al Bingo, il boccale trabocca di birra calda quanto piscio e si frantuma sulla pavimentazione in kevlar. Il Bingo è un salone spoglio enorme, le vecchie di notte si rattrappiscono nelle macchinette verso il fondo, un passo prima dei rifiuti messi a fermentare sul retro, sono stipate, carni bianche e pelose, sopraccigli cesposi e un’abilità consumata a selezionare e premere i tasti giusti, riflettendo nelle lenti pesanti degli occhiali il multiverso incomprensibile di quella ludopatia, calcolando le traiettorie, le linee, trattenendo i frutti e sperando in un tris, grappoli di uva mediterannea zuccherina, ciliegie di un rosso innaturale, banane e motivetti egizi o western, a seconda dello sfondo occasionale di quel gioco dentro la macchinetta, come i flipper si declina in tanti modi, rappresentando i simboli delle civiltà, il gioco è il medesimo ovunque e cambiano gli sfondi, la prima guerra mondiale, le esplorazioni artiche, il feudalesimo sudamericano, sfondi narrativi grossolani multicolori, la mummia ti dice che hai vinto, lo sfregiato colono americano ti dice che puoi vincere, parlano con una musica e una voce artificiali dentro quella macchinetta, collegata alle mafie che trattengono i soldi e misteriosamente li ripuliscono, prima di consegnarli allo Stato, la macchinetta è un terminale della autorità statale.

Parte un pugno di un negro a un altro.

Song nel video assale un suo compagno, forse è Chedjou, ma intanto è l’11° e s’invola Olic a concludere in area camerunense in rete un’intuizione di Perisic. Il prato è discusso. E’ allucinante che la Fifa non conceda i timeout, Marchisio diceva che in campo avevano le allucinazioni, a Manaus è così difficile giocare, rende esausti, qui l’Africa riconosce il Brasile, l’Amazzonia è un genoma che li accomuna e li affratella. Il ct tedesco Volker Fink pensa a inserire Dany Nounkeu, forse, se il Camerun riesce a chiudere sull’1-0 e non peggio la prima frazione di gioco. E’ così.

Ora qui inizia l’intervallo, è il momento più pericoloso, infatti un tifoso slavo risponde a una spinta e io esco sul retro a incontrare chi devo, sperando che non sia, dentro, rissa generale, iniziano a farsi vedere dei cellulari fuori del Bingo, passano in via Washington e si fermano a una distanza debita, cauta, quasi distrattamente.

La pressione dei negri contro gli slavi è insostenibile, dentro.

Sono fuori.

 

La vera partita che noi vediamo

 

Fuori mi attende Abou che è del Tongo e si staglia come un manichino brunito della Standa lasciato sul retro a decomporre la sua plastica, increspata, autocombusta, schiumosa nella superficie cotta. Invece è Abou, questo negro sui trent’anni, paziente all’apparenza, rassegnato di una rassegnazione che ha invocato un colonialismo e prospera alle alte pressioni, alimenta lenta un sentimento vindice e invitto, essendo sintomo di una sconfitta a priori, per accrescere l’intensità del futuro, per fare crescere dentro l’Africa tutta la parola finale che l’Africa pronuncerà prima o poi, facendo terminare un occidente e aprendo un tempo nuovo, violento e striato di tempere bianche sul volto carnoso e segnato di Abou e dei suoi figli, dodici, rimasti nel Tongo a evitare i letali molluschi velenosi che stanno in prossimità della battigia, nelle spiagge contraddittorie del Tongo.

“Dove è la roba?” chiede Abou e la sua voce è buia e calda, emerge da un territorio inesplorabile, che soltanto poche tribù, in perenne conflitto tra loro, conoscono dove inizia il bush. Della partita gliene frega zero, l’uno a zero lo lascia indifferente, ma se un croato alza soltanto un dito allora i negri tagliano le mani, mettono le proprie mani dentro il ventre degli slavi e schiacciano i visceri intestinali. Anche se uno slavo ci tenta con una negra, non importa se è del Camerun, ma se è negra partono le lame.

La roba dovrebbe dircelo dove è Zlatko, un amico di Pletikosa, almeno così dice lui, Pletikosa è l’estremo difensore della Croazia e sarebbe un suo amico. Zlatko ci tiene alla partita, invece, voleva sgozzare un brasiliano dopo il rigore che Yuichi Nishimura, l’arbitro del Giappone, ha assegnato ai verdeoro di Marcelo & Co nella partita rubata dal Brasile alla Croazia, un’ingiustizia patente, planetaria, sotto gli occhi di chiunque al mondo. Zlatko allora voleva spezzare le ginocchia ai turisti giapponesi in piazza Duomo, anche, verso il Palazzo Reale, “pezzi di merda!” ululava ai giapponesi in slavo e le camionette dei pulotti si serravano poco distante, verso via Torino. Durante i Mondiali è così sempre.

Ecco Zlatko, tra i rifiuti accatastati a friggere sul retro, questa notte milanese è chiara e rarefatta, una temperatura primaverile che sorprende proprio quando è inizia Manaus a Milano, l’estate di Milano umida e soffocante, gli indici elevati alle centraline mobili di polveri e e di inquinanti.

In pratica, dice Zlatko, la roba non l’ha portata, perché sicuro c’erano i pulotti, infatti stanno con i cellulari a metà di via Washington e fermano, automobilisti a caso, per giustificare la propria presenza lì, sono lì perché lo sanno che i negri e gli slavi, un migliaio di persone abbondanti, risseranno dentro il Bingo di via Washington per Camerun-Croazia, quindi i pacchi di roba sono all’Ortomercato, più a sud, dove gli slavi controllano svernando il Macello Comunale abbandonato, dove quelli di Macao, milanesi autoctoni, pensano di civilizzare l’area che secondo loro sarebbe dismessa e i rumeni ridono a vedere i neotribali dei centri sociali e i fighetti, i festival e gli scrittori, i performer italiani, tanto il Macello Comunale è slavo e, se i negri vogliono, possono entrare soltanto a recuperare i pacchi, di roba e non di fumo, è pesante lì la questione, dice Zlatko con l’accento milanese e carpato.

Quindi vanno, Zlatko e Abou, infidi l’uno all’altro, letali allo stesso modo, però con alfabeti differenti, poiché non è la terra che misura l’uomo ma la sua lingua, lingue che si miscelano, babeli e balbuzie, nel crollo della mente bicamerale, si avviano, mentre la notte si prepara a rovesciarsi, percorrono le vertebre di una schiena fossile, la schiena nera del tempo.

Dove è Mandel’stam?, dove Paul Celan?, e i borghesi Wallace Stevens e il poeta Thomas Stearn Eliot dove sono?, Beckett allampanato e Robert Walser che sussurra docilmente l’apocalisse di sillaba in sillaba, tutto il Novecento che mi ha nutrito con la sua carne bianca e i filamenti che masticavo nel boccone da bambino: dove sono? Essi hanno evidenziato l’osso, la pietra, il cosmo, l’asteroide, il rifiuto urbano, il resto e il diniego assoluto, il buio e i colori che si sottraggono su un fondo intuito mentalmente, a quadri rossi e filamenti di tungsteno arroventato?

Dove sono?

Io rientro.

E’ reiniziato il match e al terzo minuto della seconda frazione gran gol di Ivan Perisic che dopo essersi fatto tutta la fascia sinistra beffa Itandje fintando il cross in mezzo e battendo il portiere del Camerun sul suo palo. Ora si fa veramente difficile per i camerunensi.

La temperatura interiore dei negri non è da hooligan ed ecco la loro rassegnazione alla sconfitta. Camerun fuori dei Mondiali ancora. Non è vero che il calcio esprime un’epica: segnala al contrario l’assenza di epica, di racconto, la narrazione appartiene ad altre notti, multicolore, di un multiverso oscuro intuibile mentalmente, i narratori orali ciechi e saggi cantarono mai davvero quelle storie sui cui cadaveri piangiamo e piangiamo noi, del presente occidentale? Che cazzo frega dell’epica a un negro, che dorme sotto il tunnel verso il Leoncavallo, disturbato dai ragazzini magri delle periferie milanesi, che si nascondono per una pallina chimica e hanno timore per il padre, desiderio della madre, odio verso i fratelli? L’epica è adesso, per occidentali fatti di nervi e immaginazioni tossiche: è il loro divertimento. I pezzi di merda dei giornalisti narrano e narrano le loro wikipedia sui singoli giocatori come Itandje il portiere, non ammettendo che i croati rifornirono le SS naziste di un milione di volontari tutti croati, questa cifra nazista della Croazia è visibile nella compostezza nervosa di Nico Kovac, l’allenatore della squadra a scacchi rossi e bianchi, imbrillantinato come un occupante di Parigi nel ’43, il Novecento che mi ha nutrito con la sua putrescina tra fibra e fibra della carne dolce, che imboccavo da bambino e masticavo, fritta nella padella in teflon cancerogena e pericolosa. Cinque vescovi ed almeno trecento preti dei serbi furono macellati in Croazia, nel corso dell’occupazione, taluni in maniera ripugnante, come il pope Branko Dobrosavljevic, al quale furono strappati la barba ed i capelli, sollevata la pelle, estratti gli occhi, mentre il suo figlioletto era fatto letteralmente a pezzi dinanzi a lui. L’ottantenne Metropolita di Sarajevo, Petar Simonic, fu sgozzato. Ciononostante l’arcivescovo cattolico della città di Oden scrisse parole in lode di Pavelic, “il duce adorato”, e nel suo foglio diocesano inneggiò ai metodi rivoluzionari, “al servizio della Verità, della Giustizia e dell’Onore”. Le macellerie cattoliche nella Grande Croazia furono tanto terribili che diedero choc perfino agli stessi fascisti italiani e anche alti comandi tedeschi protestarono, diplomatici, generali, persino il servizio di sicurezza delle SS ed il ministro degli Esteri nazista, il famigerato Ribbentrop. A più riprese, di fronte alle macellazioni di Serbi, le truppe tedesche intervennero contro i loro stessi alleati croati. Il campo di concentramento di Jasenovac ebbe per un periodo il francescano Filipovic-Majstorovic per comandante, che fece ivi liquidare quarantamila esseri umani in quattro mesi. Il seminarista francescano Brzien ha decapitato qui, nella notte del 29 agosto 1942, milletrecentosessanta persone con una mannaia. Non a caso l’arcivescovo Stepinac ringraziò il clero croato “e in primo luogo i Francescani” quando nel maggio 1943, in Vaticano, sottolineò le conquiste ustasha. I Serbi morirono allora, circa 750.000, per ripeterlo, spesso in seguito a torture atroci, in misura del 10-15% della popolazione della Grande Croazia.

Per questo nazismo agonistico forse svetta imperioso Mario Mandzukic sugli sviluppi di un corner, Charles Itandje pietrificato non può nulla sulla conclusione di testa del centravanti croato. Al 61° e dodici minuti dopo gran sinistro di Eduardo, brasiliano naturalizzato croato, dal limite dell’area. Charles Itandje ci arriva deviando il pallone ma Mario Mandzukic è in agguato e si avventa sulla ribattuta segnando il gol del 4-0 e la sua personale doppietta.

Il Camerun è fuori del Mondiale, 2014.

Poco prima “La Spagna ha abdicato”, con il Cile, poco dopo avere abdicato l’inutilissimo monarca della Spagna re Juan Carlos, vietavano in parlamento le manifestazioni repubblicane, quasi che fossero a priori riunioni sediziose e violente.

Il giorno che continua, inutile appendice, questi fatti, non essendosi sviluppato alcun confronto violento tra i supporter slavi e quelli negri al Bingo, ammassati a terra quasi a dormire tra pozze di birra e piscio e alcuni a dormire sui materassi sul retro sporchi e macchiati di patacche giallourina, ritrovano a Monluè nei dintorni della cascina il corpo senza vita di Zlatko o di Abou?

Allora andare nella notte tropicale milanese in motorino, la marmitta tossicchia, la mia postura è cerebrale, assistere alle partite, di roba o di pallone poco importa, fare testimone, non inventare niente, rintracciando nella mimica delle persone umane la persona prima, che sarà poi l’ultima, il suo silenzio resistente alle doline desertificate, su questo pianeta o un altro non importa, dove saremo la morte vivente tutti noi, come aracnidi negre proliferando prima della scomparsa, per un evento magnetico in un lampo, cosmico, diventando pietre, pronti a rientrare nel metabolismo minerale di un organismo prossimo, a essere osso, pietra, Novecento, portando la specie dentro una specie, ovunque: era questo il nostro sogno, dunque, l’eredità che esercita una pressione e non sopporta pesi, non affatica e sta silente, testimoniale, sotto un sole più pallido e più freddo, minuscolo, finché tutto sia irredento in un modo croato, definitivo, e si scartano i millenni e si veda che il racconto non era stato mai.

 

Oppure questo racconto poteva essere intitolato

 

Una partita di pallone

 

Accadde una volta che negri e slavi organizzassero un incontro di calcio. Gli spettatori attesero per ore che le squadre si presentassero in campo. Ma il campo non era delimitato, le porte non erano state infisse nel morbido terreno di gioco, non si trovava il pallone, telefonarono all’arbitro che non era stato avvertito dell’incontro. Per ingannare il tempo gli spettatori si misero a raccontare delle storielle. Una delle più popolari faceva così: la madre ingannò il padre asserendo che le avessero rubato il figlio in fasce, allora il padre si rivolse a Salomone, sovrano noto per la sua saggezza, il quale negò decisamente che nella storiella potesse comparire un padre, per cui la storiella andò abolita. Quando gli spettatori furono stanchi di attendere, si recarono alle rispettive case e diedero alle mogli il mandato di preparare loro la cena e allestire la notte. Ancora c’è chi attende che si tenga quella partita. Ma questo è impossibile perché i palloni da gioco qui non sono mai esistiti, e un negro è fuori discussione che esista. La cattiveria umana è pressoché irrapresentabile, ma in definitiva non del tutto, e adesso andiamo a godere di quella notte che le nostre mogli hanno allestito per noi.

blog · Fine Impero

Il racconto a tweet ispirato a “Fine Impero”

bozzetti_fineimpero_falcinelliUn racconto inedito ispirato a Fine Impero, in 100 tweet, dunque ogni blocco di testo entro i 140 caratteri, quotidianamente somministrato agli interessati da@minimumfax su Twitter e, a fine giornata, depositato su Storify: è stata un’esperienza di scrittura estremamente interessante, di fatto un corpo in continuità col libro.
Si tratta di una trenodia in metrica barbara.
Il protagonista è lo io, insieme allo Zio Bubba: due non-personaggi che dominano e imperano in Fine Impero.
Il racconto è stato pubblicato anche su minima&moralia.
Ecco il testo definitivo, di fatto appartenente al corpus del libro.

***

Questo è dedicato a @tommasopincio.

Molte persone nella nebbia dell’inverno, carica di incenso, fuori del cerchio della città vanno, guidate da due orfani al contrario.

Suole su ghiaia: un corteo funebre, il padre con la piccola bara bianca, dentro dondola il cadaverino, la madre è una statua. È sepolta.

Il padre ero io.

Chi uccise la bimba a 10 mesi? Sprofondavo nel dolore cattivissimo, acerbo e ulteriore, dietro le lapidi nel cimitero mi guardava un uomo.

Conoscevo quell’uomo: era lo Zio Bubba. Vestito di bianco, una enorme vaporosa Nuvola di Drago umana.

È un antipasto asiatico, sfogliatine fritte da farina di tapioca e gamberi, dal cinese 炸庀虾片, gratis per tutti all’inizio coi panni caldi.

Zio Bubba era vicino al Proprietario dell’Italia, aveva eretto un impero di luce e corpi da mostrare. Spettacoli, feste, tv, altro ancora.

Avevo conosciuto lo Zio Bubba, faccia flaccida e sorriso di bimbo malizioso, in un privé di moda a una festa, disse: “Ciao, la festa è mia”.

Lo Zio Bubba davanti a corpi giovani allacciati, diceva “spettacolo è il talento, io poi sono a capo di questi nomi, queste cose. Vieni!”

Lo scrittore che ero, fallito, un grande dolore di vivere tutto questo dentro, aveva detto: “Non so” e lo Zio Bubba: “Dài, mangiane. Vieni”.

Aveva anche detto: “È permesso guardare la sventura a tradimento per soccorrerla”.

Il cadaverino sul tavolo in alluminio nella morgue appariva un coniglio spellato. Il cielo strideva con tutti noi sul ghiaìno al cimitero.

Nella scatola laccata bianco della piccola bara trapuntata dentro in cotone, delicatamente pendola il peso della bimba di 10 mesi.

A Casa di Zio Bubba i segreti erano traffici intorno all’entourage del Proprietario. I corpi continuavano a allacciarsi, ragazzi e ragazze.

La voce premierale nello schermo cinescope della tv diceva: “Sono il protagonista come imputato della storia dell’universo”.

“Ciascuno si diverte nella sua propria fiction” aveva detto Zio Bubba carezzando quei corpi oleosi di luce propria, sulle scapole tatuate.

Le feste sono lontane infinitamente: aria calda e drink e toilette a polveri bianche nelle gengive sopra i denti, specchiandosi altri.

È notte, Zio Bubba ordina: “Proviniamo!”. “Chi?” chiedo, io. “Una ragazza, il talent”. “Quale?”. “Musica, chef, enogastro, vediamo, ballo”.

Scendiamo, andiamo a provinare. Nell’ascensore c’è aria condizionata. Sono a contatto con la sua pancia gonfia di sogni promozionali.

Nello studio dabbasso tutto è pronto per questa ragazza, naso norcino e bellezza del corpo. Sopra continua la festa con i suoi echi.

Lo Zio le conferisce il titolo di donna del momento, le infila un rotolino di bresaola alle labbra, lei lo mangia, la divora con il sorriso.

“Cosa sei?” le chiede a voce stridula. Osservo i faretti televisivi, gli operatori, ombrelli da Blow-up. “Ballo, canto, eccetera” risponde.

“Devi studiare per volere tanto questo. Non è facile questo campo. Lo spettacolo dà illusioni di potere fare tutto!” s’esprime lo Zio Bubba.

La ragazza lecca un tatuaggio della mano e scuote il bacino. “Tipo danza del ventre!” “No, la lap dance, ma il palo è immaginario” risponde.

Avvinta a un palo inesistente, assistiamo in tutto e per tutto allo spettacolo lap di lei, seduti pontificali con i nostri sguardi ovunque.

La ragazza è discinta e le trovano un tumore ovarico tra qualche mese, ma si salva, grazie all’intervento dello Zio Bubba all’Oncologico.

“Presa!” grida lo Zio Bubba, batte le mani forte e clamorosamente. Ma c’è sempre un ma: dalla finestra sono blu le sirene lampeggianti.

Entrano con i registri, Guardia di Finanza e polizia non tributaria. Notificano la carcerazione. “Chiamate le telecamere” dice ai suoi.

Offre i polsi di pelle bambina alle manette, non ve n’è bisogno, sorridendo con una bocca a ciliegia insinua: “Non è me che perseguono”.

“Attaccano chi ha portato il Paese dove è ora e non vogliono che sia, una persecuzione malvagia per condurlo al suicidio. Non ci riescono!”

Squillano insistemente i cellulari, delle forze dell’ordine. Rispondono congestionati. Lo Zio Bubba è calmo. Vanno via. “C’è la festa su!”

Ma “Basta festa!” dice, dando disposizioni circa il SUV, che sia pronto. “Giriamo la notte, là fuori c’è la Brianza che ci aspetta!”

Noi ci troviamo in questo momento in corsa in una lunghissima curva della pista: pianura di nebbia fetida, chioschi, conigli sbranati, fari.

Zio Bubba illustra la Brianza: “È nato tutto qui, io, tutti, noi! All’inizio le trasmissioni le facevamo ignorando i tempi, i ritmi”.

Sento dolore. Devo impalare me stesso nella realtà. Nel tumulto dei cembali io sto in silenzio. Termina la narrativa. Addio, narrazione.

Ecco: rallentiamo, svoltando. Un cancello elettrico dotato di circuito chiuso s’apre. Uomini in nero ispezionano con i radar sotto il SUV.

Lo Zio Bubba fa la legenda e dice: “Questa è la Villa. È sua. È il cuore della Brianza. Batte spiritualmente”. E poi: “Io lo amo”.

Nel silenzio notturno dell’ispezione la natura è addomesticata: i grilli, le nottole, tutti i lipidi in noi.

Io mi ricordo la televisione accesa nel salotto con il divano blu sfondato e i quadri di teosofi comunisti, bui, alle pareti. Vedevamo.

Claudio Lippi e Ettore Andenna poi sopra il ghiaccio in un palazzetto dello sport francese, era “Giochi senza frontiere”, un programma.

Quella era l’Europa composta da San Marino che giocava sempre contro il Lussemburgo, con arbitri severi in gare a fischiare tutto.

Claudio Lippi e Ettore Andenna con una donna sempre incitavano in un microfono che si chiamava “gelato”, peloso dove si parla.

Vestiti carnevalizi compivano fatiche molto estese sui nostri cervelli bambini. Fingevano situazioni tipo: i boscaioli, le piramidi.

Allora tu tifavi San Marino e era per sempre tra quei giochi uguali mentre moriva Aldo Moro.

Una volta, ricordo, lì dicevano che bisognava spegnere la luce tutti assieme in Italia, quando lo dicevano loro e tutti la spensero.

Non esisteva ancora Bruxelles nella mente e le madri facevano la tinta con un henné terra bruciata per avere capelli ramati.

A “Giochi senza frontiere”, tra le difficoltà, non moriva mai nessuno ed erano felici, anche se sconfitti. Non esisteva mai la morte.

Tutto questo lo aveva inventato tra gli altri lo Zio Bubba, esportandolo nella Brianza in una prima emittente privata vicino a Legnano.

Lì costruivano, anche Enzo Tortora, programmi discinti, molte donne giovani nel fango a lottare: era “La Bustarella”, sempre Ettore Andenna.

Partiva tutto di lì con un desiderio infinito verso i cieli di Lombardia.

Nella tv satellitare dell’iPad in questo SUV dove siamo ispezionati il premier italiano sta parlando di se stesso e tutti noi a sorpresa.

“La mia è una passione che è nata fin dai primi anni della mia giovane età, quando sono stato appassionato, e quindi l’ho sempre avuta”.

Ci fanno passare. Una scorta ci segue. C’è lo scricchiolio sulla ghiaia dei copertoni. Nel buio si avvicina un molosso: “È la Villa”.

Zio Bubba tracima di gioia quando vede il Proprietario che arriva sorridendo nella notte della Brianza e si abbracciano. Cosa è il tremendo?

Dentro c’è una festa in un locale, sotto, enormemente ricoperta di corpi e cose: si muovono ondeggiando, bevendo assenzi.

Dei ragazzi parlano del 2.0 e dei social. “C’è un ritorno a quei piccoli social network di nicchia ad invito privato”. “Vuol dire business”.

“Sì, perché il grande business del porno è: finito”. “Resistono vecchie glorie. Veronica Moser ha capitalizzato con il suo official site”.

Veronica Moser era una pornodiva e è che mangia la cacca.

Le ragazze discinte sembrerebbero luminose se non reggessero ombrelli in costume. Fingono piova. I ragazzi: vestiti da templari, con gladii.

L’un l’altro guarda e del suo corpo esangue sul pomo della spada appoggia il peso.

Tante modelle giovanissime ucraine parlano di Femen, Putin, Pussy Riot. Si guardano invidiandosi, invidiano alle italiane le labbra spesse.

L’invidia allunga il laccio di malizia che tende alla gente e festeggia scandalizzando gli altri.

Nella festa sono, io, in una bolla, galleggiante in un dolore estremo e sordo, in una separatezza di sofferenza e storia, negata, nel buio.

Niente è più vuoto di un sarcofago vuoto. In una stanza attigua, museale elettronica sotto allarme, vedo disteso un sarcofago in una teca.

Ligneo, dipinto in lamine auree e polvere di lapislazzulo triturato, sotto faretti nel buio ha occhi spalancati. È un faraone vivo e morto?

Guarda ovunque reggendo due bastoni ricurvi heqa. All’interno filtra il puzzo mummificato di un cartiglio antichissimo con le mebrane.

Mi guarda in questa fiction di vita. Io sono nel buio. Lui è nella luce.

“Diventeremo quello. Già lo siamo: faraonici”. È il Proprietario. È alle mie spalle. Mi volto, ne apprezzo la grana epidermica del volto.

Spira da lui un sentore di incenso come nei completi che indossano nella bara prima di seppellirli.

Perché come fossero vivi vestiamo i morti? Quanto più casta e giusta è la nudità dei corpi che li avvicina al loro finalmente disincarnarsi!

“Una volta conobbi Niki Lauda dopo l’incidente. Lei ricorderà: pilotava la Ferrari. Nel 1976 al Nürburgring, la monoposto prese fuoco”.

Io: “Ricordo perfettamente. Lauda rimase intrappolato nella vettura in fiamme. Uscì dall’ospedale con ustioni gravissime. Volto sfigurato”.

“Infatti. Non chiesi nulla a Niki Lauda, quando me lo presentarono. Avvicinai la mano alla sua guancia, sentii la plastica di pelle”.

Era un morto vivo ridotto a plastica combusta, con i denti incisivi fuori e senza ciglia, un sarcofago che mangiava la propria carne.

A quel punto il Proprietario crolla per un infarto miocardico acuto. Dodici secondi di spasimi e muore.

Io vengo travolto dalle scorte e dalle ragazze e i ragazzi dentro il panico congestionato. Tutti i suoni sono ostinati. Le sirene lancinano.

Il corpo si snoda, tentano la rianimazione. Versa in una condizione nuovissima. Socchiude la bocca morta, una schiuma un poco si addensa.

Lo spostano, lo agitano. Egli sembra metallo sonoro.

Il vivente e il non vivente sono ormai un’unica indistinguibile cosa.

Il suo vestito non è altro che lui.

È venuto nella propagazione della carne.

Le giovani donne, le giovani bellezze: la giovane, per lui, carne.

Lo osservo. Continuo a osservare immagini.

Portano via il cadavere. Il cadavere è l’autentico sarcofago.

Dove era la festa e passano ora i servizi e militari agitati è vuoto. Gli schermi continuano a rappresentare immagini del premier.

Dice il premier degli italiani: “L’amore vince su tutto”.

Quando moriva le iridi appannate diventarono di pesce e si contrassero le labbra bianche, il corpo cadde, il jiva si ritraeva sontuosamente.

Lo Zio Bubba in fretta dietro la salma che si pensava recuperabile muoveva agevolmente il corpo flaccido, mi osservò come una telecamera.

Su una tavolata antistante quella del buffet vi era una serie di cadeau per le ospiti, ninnoli che luccicavano innocentemente.

Lo Zio Bubba piangeva senza accorgersene stando dietro una barella a body bag, sembrava un eunuco persiano affranto.

Ululava di dolore come uno scotennato dagli indiani nella fantasia dei bambini con le pistole finte nei Settanta.

“I timoni dei giornali da rifare questa notte. Tutti i giornalisti d’Italia diranno una cosa sola. Ha vinto lui”. Era un direttore di tg.

Ognuno di voi avrà sentito il sonno morbidissimo, il vortice dolce che si adagia sul letto, i flaconi nella luce chiaroscura, la lettiga.

E poi, improvvisa, la quiete.

Al cimitero c’erano tutti uniti nell’ustione del dolore faraonico, effettuavano atti dimenticati subito da tutti, anni evaporati in un’ora.

Lo scrittore non esiste più, compiendo il fallimento con una gioia lenta di crepuscolo maturo e albicocca, che si allarga al mondo.

È come vivere in una terra tragica in un tempo tragico. Era un battere di tamburi che udivo, era fame, erano gli affamati che gridavano.

Le onde erano soldati in movimento. Le aurore vestivano l’idea immateriale. Tutti noi eravamo padri e madri di figli morti e piangevamo.

Non vidi più quell’uomo, il suo corpo grande e bianco, rattrappito in me passavo a un nuovo impero, stando nel precedente.

blog · Fine Impero

Il racconto a tweet ispirato a “Fine Impero”: loading 50%

ziobubbaUn racconto inedito ispirato a Fine Impero, in 100 tweet, dunque ogni blocco entro i 140 caratteri, quotidianamente somministrato agli interessati da @minimumfax su Twitter e, a fine giornata, depositato su Storify: è un’esperienza di scrittura estremamente interessante, di fatto un corpo in continuità col libro.
Si tratta di una trenodia in metrica barbara.
Il protagonista è lo io, insieme allo Zio Bubba: due non-personaggi che dominano e imperano in Fine Impero.
Seguite lo hashtag come dice Formigli.
A oggi, siamo alla pubblicazione di metà del testo.
Qui sotto, la finestra da Storify in cui si depositano i tweet narrativi. Al termine dell’emissione dei 100 tweet, il racconto verrà compattato e pubblicato in una splendida sede di cui si daranno per tempo notizie.

//storify.com/minimumfax/fineimpero.js[View the story “#FineImpero” on Storify]

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Friedrich Dürrenmatt: ‘Il Torturatore’

Un racconto di uno dei maestri della narrazione metafisica, Friedrich Dürrenmatt. Il Torturatore risale al 1943 e consiste in una sorta di Book of Job al contrario, condensato attraverso una paratassi estrema, che valica perfino la forma delle istruzioni in sceneggiatura, per assestarsi in una terra di mezzo: oggetto narrativo che non è romanzo, non è poesia, non è racconto, non è prosa poetica. Questo spazio in cui si assesta l’oggetto scritto di Dürrenmatt è per me il contemporaneo.A motivo di questa contemporaneità dell’oggetto lo propongo, in senso esemplare, più che paradigmatico, poiché ritengo che oggi il problema della narrazione consista nel raggiungimento di diapason, nell’attivazione dell’oggetto estetico, nella intensificazione di momenti esperienziali. Si tratta di smentire i pareri che, dell’autore elvetico, diedero Saul Bellow e Kurt Vonnegut, riducendo la sua narrazione a narrativan e l’appoggio estetico per intensificare l’oggetto come “idea geniale”. Dicharò infatti Saul Bellow:

“Dürrenmatt scrive drammi e racconti polizieschi “colti”, animati da un’intelligenza sottile. Scrive con eleganza, scrive per tutti, sa essere divertente, ma non tradisce mai il taglio ‘alto’ della sua penna. A volte, come scenario, utilizza l’Impero Romano nel periodo della decadenza. Idea geniale! Potremmo paragonare Dürrenmatt a un avvocato che lavora per i propri clienti con obiettività assoluta, senza mai farsi condizionare dalla loro innocenza o colpevolezza”.

Kurt Vonnegut utilizzò addirittura la “meccanica” come metafora descrittiva:

“Quando si parla di Friedrich Dürrenmatt, va detto innanzitutto che i suoi racconti e suoi romanzi sono orologini svizzeri di valore. Meccanica impeccabile, di quelle che non tradiscono. Immagini che luccicano in acquari ben illuminati, piccole marionette che si agitano in scene di amore avidità follia crimini politica speranza. Le marionette sono, appunto, marionette, quindi fanno quel che dice chi muove i fili. Che tuttavia, detto fra noi, è dotato di uno spirito e di una sensibilità sbalorditivi”.

La traduzione da Dürrenmatt è di Umberto Gandini, per l’edizione Feltrinelli.

***

IL TORTURATORE

di FRIEDRICH DÜRRENMATT

I massi squadrati sono morti. L’aria è come pietra. La terra preme da ogni parte. Acqua fredda stilla dalle fessure. La terra è in suppurazione. L’oscurità incombe. Gli strumenti di tortura sognano. Il fuoco brilla nel sonno. I tormenti aderiscono alle pareti. Lui è rannicchiato nell’angolo. Il suo orecchio spia. Le ore strisciano. Si alza. Su in alto si apre una porta. Il fuoco si sveglia e avvampa rosso. Le tenaglie si muovono. Le corde si tendono. I tormenti lasciano le pareti e si calano su tutti gli oggetti. La camera di tortura comincia a respirare. Passi si avvicinano.
Egli tortura. Le pareti ansimano. I massi urlano. Le lastre di pietra mugolano.
Dalle fessure guarda l’inferno, gli occhi sbarrati. L’aria è piombo rovente. Il fuoco cola sulla carne bianca. I pioli delle scale si piegano. I secondi sono eterni.
E’ di nuovo rannicchiato nell’angolo. Vuoti gli occhi, le mani come ghiaccio. I capelli appiccicati. La camera di tortura è stanca. Il sangue si disperde. I massi squadrati s’irrigidiscono. La nausea scorre attraverso le inferriate. Il silenzio prende alla gola. Il tempo si sveglia. I secondi avanzano a tentoni e le ore si addossano luna sull’altra. Il fuoco lambisce gli ultimi carboni.
La notte giace sulla città. Le stelle sono gialle. La luna è marrone. Le case serpeggiano sul terreno. Percorre una strada ed entra nell’osteria. Le fiaccole ardono nere. La gente fugge. Il vino è sangue vecchio. Qualcuno grida. Una sedia smossa in lontananza. Echeggia stridula un’oscenità. Una donna dalla pelle bianca. Su di lei è poggiata una mano. La porta si apre. Si fa silenzio. Uno straniero gli si siede accanto.
Guarda le mani dello straniero. Sono sottili. Le dita giocano con un bastone. Il pomo d’argento manda bagliori. Il volto è pallido. Abissi gli occhi. Le labbra si aprono. Lo straniero comincia a parlare.
Sei il torturatore. Sei l’ultimo degli uomini. Il più odioso. Posseggo molto oro. Ho moglie e due figli. Ho amici. Un giorno non avrò più niente. Diverrò vecchio. Morirò. Imputridirò. Sarò quello che sei tu. La mia vita è una discesa nel nulla. La tua resta uguale nel nulla. T’invidio. Sei l’uomo più fortunato. Ho assaporato ogni piacere. Ma il mio piacere si è dissolto. E’ rimasta la nausea. Il tuo piacere è inesauribile. E’ eterno. Tu torturi. Sotto le tue mani l’illusione uomo si spezza. Rimane l’animale urlante. Il minimo tuo movimento crea paura infinita. Tu sei l’inizio e la fine. Ti faccio una proposta. Scambiamoci le parti. Avrai mia moglie. Il mio oro. La mia gioventù. Il mio potere. Fammi essere torturatore. Ritroviamoci fra due anni. Non lo dimenticare. Altrimenti rimarremo scambiati per sempre.
Le parole dello straniero gli martellano le orecchie. Cade un bicchiere. Il vino scorre sul tavolo. Schegge di vetro sul pavimento. Guarda il volto dello straniero. E’ bello. Il suo abito è ricco. Bacia le mani sottili. Sente se stesso ridere.
Entrano in una sala. Le ombre volano sulle pareti. Le finestre sono vuote. Pipistrelli pendono dal soffitto. Il pavimento è uno specchio. Il fuoco sacrificale arde azzurro nell’ara. Il fumo sale verticale. Porge le mani allo straniero. La luce si oscura. Le ombre si staccano dalle pareti. L’aria canta. I pipistrelli sul soffitto oscillano come piccole campane. Le finestre ruotano.
L’uomo che vede è il torturatore.
Una gigantesca figura informe. Ascessi aperti. Bagliori d’una smorfia putrida. Un rosso occhio sbarrato. La pupilla è un’ulcera. La bocca sbava. Fugge. Cammina per le strade. Il suo passo si fa più tranquillo. E’ deciso a non tornare mai più. Le mani sottili giocano col bastone. Sorge il sole. Le case s’illuminano. Il cielo è un vasto mare. La gente va al lavoro. Una ragazza gli sorride.
Entra in una casa. Le pareti sono bianche. I cani indietreggiano. I servitori s’inchinano. Bacia i bambini. Viene una donna. E’ tenera. Biondi i capelli. Piccolo il piede. Egli sorride. Lei lo abbraccia. Le accarezza il petto.
La notte riposa. Il giorno è lontano. La stanza respira regolarmente. L’oscurità è calda. Lei giace nuda. La sua pelle è una nuvola.
I giorni cambiano. I mesi si accumulano. Passa un anno.
Le strade sono vuote. Le mani giocano col bastone. L’argento manda bagliori. Il cielo grava sulla terra. Il terreno è bianco. La neve scricchiola. Cammina lungo un viale. C’è un ramo sulla neve. Un bambino strilla. Il ramo è come uno strumento di tortura.
Siede in poltrona. E’ buio. Beve. Il vino è sangue vecchio. L’oscurità penetra strisciando nei pori. Il silenzio è tormentoso. Il fuoco del camino avvampa rosso. Vicino, la bianca parete ha una crepa. Ne stacca a colpi l’intonaco col tacco dello stivale. Emergono massi squadrati. Si alza ed esce. Frusta i cani a morte.
L’ora si avvicina. Dà una festa. La sala è chiassosa. I tavoli si piegano. Le luci guizzano sui volti. Le donne hanno spalle tornite. Gli uomini ridono. Le ombre volano sulle pareti. Echeggia stridula un’oscenità. La bacia. Lei apre il vestito. Il vino scorre sul tavolo. Sangue che si disperde. Si alza di scatto.
Fugge. Corre per le strade. Le case sibilano. Le torri crescono nel cielo rapide come frecce. La strada s’inclina. Le case si addossano. Gli sbarrano la via. Si fa largo e si precipita nella sala. L’ara è spezzata. Le finestre lo fissano. Il pavimento è coperto di pipistrelli morti. Aspetta. Gli tremano le labbra. Il torturatore non viene. Torna indietro, di soppiatto. Il cielo è fredda ardesia.
Pallida la sua casa. La moglie dorme. Giace silenziosa. I suoi capelli sono come oro. Solleva la fiaccola. Il fuoco si riversa sulla carne bianca. Il letto è un banco di tortura. Qualcuno geme. Il sangue è rosso.
Siede. Tace. La luce è abbagliante. Gente passa davanti a una finestra. I giudici parlano. Si alza. I giudici pronunciano alcune parole.
Il corridoio scende sempre di più. E’ stretto. Il pavimento è di pietra. Massi squadrati le pareti.
Si apre una porta. L’ambiente è quadrangolare. Un fuoco gli guizza incontro.
L’aria è umida. Un’ombra si stacca dall’angolo. Dal fuoco si levano tenaglie.
L’ombra si avvicina. Grida. E’ il torturatore.
E’ incatenato al pavimento. La sua bocca urla. Il soffitto di pietra cade.
L’aria ottura i pori. I pesi sono globi terrestri che gemono. La camera di tortura è il mondo. Il mondo è un tormento. Il torturatore è dio. E’ lui che tortura.
Un uomo grida: Perché non sei venuto?
Dio ride: Perché dovrei ridiventare uomo.
Un uomo geme: Perché mi tormenti?
Dio ride: Non ho bisogno di un pretesto.
Un uomo muore.

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‘Io, Tu, Zinco, Piombo: Oro’

Un racconto di Giuseppe Genna

LO ZINCO DISSE

“Io sono una donna, no, non lo sono. E’ cosa molto più complicata. Foro Milano di notte e pedalo e adesso crollo. Pedalo e ogni pedalata è atroce, sempre più, ritorno da nord verso la mia casa che ripara, dove chiunque entra senza danneggiarne i ventricoli e lascia il mio cuore intatto. Esplode a ogni pedalata: mi fa male. Mi hanno dato nome Elena: il nome di piombo di cui parlano le saghe antiche dell’occidente, ho studiato le saghe, da sempre, da sempre ho studiato l’occidente. Il nome del ratto, un rapimento mi precede, i re mi si passano per mano. Cerco amore che nessuno mi dà definitivamente, cerco amore irremovibilmente. E’ penetrato in me come un rapido contagio, prima che me ne accorgessi io. Ero tanto leggera prima che padre e madre, i loro volti di carne e avorio dentale, osservassero le scosse irregolari del mio cranio in formazione, le mie creste interne, le mie cartilagini, e imponessero a me il nome della donna-furto, che scatena la guerra.
E’ grazie a me se Ilio crolla, si disgrega.
Pedalo nella bruma della sera atroce, io mi disgrego.
Madre, mi hai insegnato a confondermi nei muri, ho rigettato il tuo magistero.
Padre, tu non c’eri.
Pedalo e il fiato si esaurisce, ogni pedalata gonfia la circolazione dei garretti, aiuto, lo chiederei, a chi?
Mi fa tanto male il cuore…
Non sono nata per piangere davanti ai vostri occhi. Voi mi abbandonate, io non desidero che questo, io non desidero questo.
Mi si infittisce il dolore sordomuto al braccio, il sinistro, è un presagio, adoro nella vita che i presagi irradino e sono bella.
Il piede è di granito, i polmoni sono bisacce e si svuotano, e dolorosamente, con dolore immenso sento il cuore incrinarsi, e piango.
Sono bella, sono bionda, sono la luminosa che si oscura, ho capelli di sirena elevata nei cieli su nuvole purpuree da poeti di terz’ordine, il mio volto è una moneta che chiunque vorrebbe spendere, dalle mie rughe benedette da molti baci radia la sostanza aurea e il mio sguardo nocciola di Medusa pietrifica chi mi avvicina senza che lo voglia io, l’avorio dei miei denti sono perle abissali, il mio polso sottile stilla desiderio e lo insinua nel cuore altrui e gli fa male. E procedo con andatura verticale, la mia spina dorsale è una chiglia di una nave d’oro nella notte dedita ad andare. Appaio e nessuno vede me. Io sono disperata, non c’è occhio che lo colga, cielo, cecità, accensione, cima da scalare che si sposta più alta a ogni passo di chi scala, le mie ciglia sono sfoglie di oro teneramente lavorato di precisione ere addietro, sono la donna-uomo delle saghe occidentali.
Non so chi sono.
Padre, io mi muovo in te, respiro in te, sono in te. Tu non sei in me.
Pedalo e il giro della catena mi frantuma in polpa il cuore, lo sterno mi è trafitto, respiro pesantemente, è atroce. Nessuno ha idea, poiché di me esistono soltanto idee. Io le controllo.

Era lieve e sbilanciata la serata. Mi spiace che ti sembri il desiderio di una bambina: ma è quanto sono. E’ complicata, è una cosa complicata. E’ una cosa.
Ascolta. E’ un aneddoto a cui non sei abituato, tu ostenti altre e più raffinate preparazioni. Mi offro alla tua vista e non vedrai più niente, non mi vedrai mai più: conosco il bosco sacro dove mi celo, dove induco a cecità.
Era una serata lieve e sbilanciata, è semplice, elementare, ero felice del mio leggero desiderio, la lieve ebbrezza che mi prende il corpo, poiché so prendere il piacere, io. Io, io – io. Sono abituata ai miei corteggiatori. Da una vita mi corteggiano, madre.
Eravamo nel teatro alla proiezione dei film corti, poi li hanno premiati. Depongo lo sguardo di Medusa, dimentico di impietrire i corteggiatori, i miei occhi di bambina nella neve sono luci di case antiche e le immagini mi invadono: le brutte, le belle.
Immagini, riempitemi. Date il premio vibratile al mio corpo misconosciuto, che io mostro ai miei corteggiatori. So mostrare il mio corpo, ostentarlo, affinché siano contenti di sé e mi dimentichino, non vengano a cercarmi. Non supera la prova nessuno, poiché li accontenta l’ostensione che io impongo e misuro il campo assai ristretto dell’amore indifferente di chi non sa guardarmi.
Questi film mi annoiano, le immagini mi rendono più lieve il vivere e non avverto il peso di me stessa.
Sono nelle poltrone a me accanto i miei cari amici: come li amo! Io so cosa sia l’amore. La loro compagnia mi è indispensabile. Sono serena, mentre vedo i registi ritirare i verdetti che li giudicano, è sempre una questione di giudizio, di vittoria, dove sono i registi dimenticati, loro che hanno perduto, piangono?, nel silenzio, nei labirinti delle gallerie?, la loro lingua si pàtina di dissoluzione?, io conosco l’intimo della sconfitta, temo che mi corteggi.
Usciamo. I miei cari amici, io li amo sempre, dal 1990, io li amo poiché non giudico il volto elvetico dell’amica, come una piana che si arrossa e si sbianca alla misura delle temperature e delle convenienze, i suoi occhi cristallini che non variano luce come variano i miei, il suo sorriso sempreuguale, io non giudico, perciò lo amo. E lui, che le è compagno, lo amo perché non giudico la peluria rossiccia e la magrezza patita, le spalle arcuate e lievemente ingobbite, io so come invecchierà, incapace di decidere e giudicare, io non giudico e lo amo, io lo conosco e non gli faccio male.
Sono in grado di ferire chiunque. Da chiunque sono in grado di essere ferita.
Dopo la premiazione, al parco, suonano la musica e si agita la festa, alimentata dalla folla che fluisce e io la desidero così tanto! So che ti sembra il desiderio di una bambina, è stupido, scusa, perdonami, hai ragione, non lo dico più, non capisco, mi sento in colpa, è colpa mia, però giuro che è tanto semplice, tanto complicato…
Guardami. Non guardarmi.
Io desidero la musica, la lieve ebbrezza, i tronchi corrugati degli alberi di notte al parco e l’erba satura di acqua in questo non semplice autunno, i sorrisi fosforescenti degli sconosciuti attorno, io non sento più me stessa, io ero una volta entrata in un luogo senza tempo e di speranza. Questa festa. Il cuore si allargherebbe. Consentitemi il piacere vibratile.
Da quanto tempo il mio corpo non vibra?
Sulla pelle mi scivola il piacere di questa festa al parco, le note dissonanti e i miei amici mi abbandonano! Non mi accompagnano, essi mi lasciano sola! Io li amo, trattengo il mio giudizio che stermina su di loro e mi abbandonano.
Questo atto ripetuto. Questa ferita. Questa frattura dei miei molti miocardi.
Resto sola. Incontrerò qualcuno che conosco, io conosco molti. Sono abituata ai corteggiatori. So giostrarli. Sono simpatici e inutili, cattivi e indecenti: ruotano attorno a me: l’inusuale, la segreta cosa che in me mi alimenta. Conosco le mie idee.
Con i miei amici che si stanno congedando – giuro, è una cosa da bambina, io mi vergogno, io mi vergogno di vergognarmi, ma tu non permetterti di giudicare, è giusto che mi vergogni, come puoi censurare una bambina?, una cosa stupida?, come ti permetti? Io ti farò giostrare, sei simpatico e indecente, sei il cattivo: io so come trattarti, io non lo so –. Con i miei amici che si stanno congedando io incontro un amico antico: da anni non incrociavo questo amico! Sono abituata ai corteggiatori. So sedurre chi da anni non mi incontra. Non è questione di seduzione, lo penso, lo so, è così, me ne convinco, non provare a giudicare la bambina, tu – tu che stai fuori da ogni cerchio, tu che sento vuoi violare. Parliamo con l’amico dimenticato di quanto è fino a qui accaduto. I classici riassunti di vita. La mia vita in sequenza di polaroid. Ciò che è classico si deve fare. Non avverto senso di colpa, se compio quanto devo, quanto hanno imposto che si deve compiere e io lo compio sempre. Trasgredisco, con misura sapiente e finzione di libertà astuta, a quanto dicono che si deve fare, e profondamente compio il mio dovere: nessuno può rimproverarmi, io sono la donna-uomo che le donne e gli uomini non rimproverano, rimproverano sempre. I miei amici se ne vanno! Mi abbandonano!
Abbandonami. Lasciami stare. Dimenticami. Non parlarmi. Non guardarmi. Stai a un metro da me. Leva le pupille dal mio polso sinuoso che ti incanta. No, guardalo, ma non fare niente. Io, che non sono io, ti impongo questa legge.
Sono astuta, come il mio nome impone. Desidero stare tra la gente in festa, nella musica dissonante, desidero essere riempita di immagini e di note, desidero la cultura e il suo abbraccio dedito a me, nella bruma che sale dall’erba di notte, sono tanto leggera ed ebbra, sono tutto il mio corpo bianchissimo che abbaglia, socchiudo le mie palpebre di lieve ambra, confusa nella folla che non esiste, danzo da sola io, la mia pelle vibra e io mi innalzo, nel cerchio di luce io ruoto dondolando come i ciechi, sono cinammono e cenere di incenso, sono ambra e sfoglia d’oro, sono l’ascolto e lo spostamento, la gente attorno mi nasconde e abbraccia senza toccarmi, danzo su di me roteando nella delizia dell’apnea, sono la boreale e la purpurea, datemi il vortice del polo magnetico, la sua vibrazione lieve, lasciate che i miei capelli di alghe ricoperte di oro dondolino con l’andatura dei non vedenti, lasciate che il piacere mi invada insieme a voi, silenziosi a me accanto, amici, non mi abbandonate, non c’è fine a questo istante che mi solleva, non c’è nessuno, ci siete voi accanto che mi date conforto se solo riapro gli occhi e lancio il mio sguardo bambino su di voi, controllo che ci siate.
E non ci siete.
Voi mi impedite questo. Lo impedite continuamente, la mente mi si prostra.
Io sono la donna astuta, a causa mia si sbriciolano le mura della città turrita, secondo la leggenda occidentale. Posso fingere di andare, delusa, stracciata, abbandonata me ne vado io, ma poi so tornare, quando voi due, l’uomo indeciso e la donna inerte, siete ormai lontani e mi avete abbandonata, posso cercare l’amico di un tempo reincontrato per caso, stare con lui, ascoltare e ridere e perdere e perdermi e sognare il sogno vuoto che in un dondolio mi innalza, mi evapora, starei bene.
E non lo faccio.
Tu non capisci. Tu capisci troppo, sei malato perché capisci troppo. Stammi lontano.
Mi allontano, non riesco a fare altro, mi impulsa qualcosa che non so ad allontanarmi. io non so perché e piango. Sono sola, non so perché e piango.
Quante volte sola, anche insieme a tanti altri, non vedono che sono sola, io non lo permetto.
Piango, è atroce, pedalo, a ogni pedalata avverto incrinarsi il miocardio, io sono malata di cuore, il mio sangue è cattivo, è bellissimo, sento cellule ematiche ancestrali, provengo da tribù nomadi, gitane, avi miei hanno attraversato le Russie, hanno percorso monti lontani, il mio corpo è avvallamenti nivei che instillano desiderio ai corteggiatori e li faccio ruotare intorno a me, i miei avi raccolsero cromosomi da ovunque, nelle narici ho il puzzo bruciato del falò spento nella nebbia umida di mattini rumeni, di albe slave, le danze circolari di bambini intorno a fuochi nella notte buia, la carovana che porta a me, alle mie vene che pulsano il loro sangue.
Io sono oro. Io non lo so.

Pedalo e sto male. Ascolta: sto male. Ascolta: posso dire che sto male? Scusami, perdonami, io non lo farò mai più, mai più. Che colpa avverto? Mi hanno abbandonata, forsennatamente pedalo.
Non credo in nessun dio. Dio è un’idea, le idee sono secrezioni umane. Non so se credere in un dio o meno. Io so in fondo che sono l’oro, ma non lo so. Io non so dire: ‘Credimi’. Sono tanto certa, sono tanto incerta.
Io vorrei che l’abbraccio si tramutasse in oro.
Dimmi qualcosa. Dimmi qualcosa di me. Non dirlo. Tu sei bravo con le parole. Tu sei malato di troppa mente. Io so tutto di te, ma non lo dirò mai. So tutto dall’inizio, io so cosa sento, ma non te lo dirò. Sono abituata ai corteggiatori.
Una volta, ero bambina, sotto un oleandro, nel profumo intenso che stillava come un liquore di melo che ubriaca, io ero nell’agosto un giorno sotto l’oleandro immenso e come una foglia il tempo si staccò, l’albero fu piombo alle mie spalle e nevicò, e sotto la foglia del tempo ricordo, io, che pensai che la morte esiste e ne riuscii disfatta. Esiste la morte? Io non dimentico, la nube di piombo mi si avvicinò minacciosa, pensare la morte era la morte in avvicinamento, cilestrina e cupa, e io feci compatta la palla di neve e prima di scagliarla vidi bianco e nero, tutto era bianco e nero, e io stampai per sempre il mio volto di risposta alla morte.
Qualcuno mi è accanto e mi abbraccia se muoio?
Perché sto morendo, mentre pedalo in bicicletta e ogni pedalata pesa come un supplizio, è una catabasi verso la mia casa, lì conservo una E grande in polistirolo ricoperto d’oro, ero felice quando i miei cari amici mi regalarono quella E grande in polistirolo d’oro, mi basta così poco, era il mio compleanno.
Oh, la mia felicità… La mia…
Gli anni mi scivolano come sabbia d’oro tra le mani e non vedo quanto oro ho in mano.
Inclino il collo colore dell’avorio e i corteggiatori ondeggiano ubriacandosi della mia immagine.
Chi vede che sto per infartuare? Pedalando sono prossima all’infarto, la testa mi gira, io infartuo, sola infartuo. Uomini guardano quando cado, suoni estranei scuotono il mio corpo sul pavé di Porta Romana, una donna caduta, è scandaloso, è tanto squallido, infartuata, come una donna etilista, è vergognoso, non guardate, sono sola nell’infarto, è sgradevole, è tremendo, la donna che cade ed è sola, il regno irto che abito irrita le mucose interne e spezza il miocardio, lo sento, immaginate una donna la cui pelle è alba, i cui capelli sono sole meridiano, le ciglia sono oro frigio, immaginatela sfregiata.
Ho male al cuore. Il mio cuore fa male. Lo dico a te, che hai contemplato il cadavere di tuo padre infartuato e ritrovato dopo un giorno, blumarrone e gonfio negli arti terminali, steccato, irrigidito. Mi fa male il cuore. Non sapevo che tuo padre tu lo avevi guardato così, oddio, mi sento in colpa adesso. Io sono capace di morire avvertendo la mia colpa, la mia rabbia sconfina oltre le mie lande, poiché è in me dentro un paesaggio immenso, un orizzonte di sabbia aurea e pozze di oro fuso, più soli lo illuminano, nessuno viene qui.
Ma tu non hai idea di che sconforto e frustrazione questa cosa mi ha provocato. Ogni pedalata verso casa mi è costata una fatica sempre più atroce. Fino a trasformarsi in mal di cuore: oggettivo. A me fa spesso male il cuore. Ma davvero. E questa volta la responsabilità è mia più ancora del solito… E non ho dormito…
Quindi sono arrivata nella mia casa.
Io non sono la donna, io non sono l’uomo. Io ero sola nel mio letto, era atroce, fino alle cinque del mattino scossa nei nervi io non ho dormito. Il mio gatto con il suo calore ha consolato: io sono una gatta. Dispenso il calore con astuzia. Nessuno conosce il mio segreto, nessuno conosce il segreto dei gatti. Il mio gatto, corteggiato, artiglia. Mi ha consolata. Mi ha carezzata. Da quanto tempo il mio corpo non vibra? Il mio gatto dice: io sono te.
Io cosa sono? Profondamente: cosa sono?
La bambina che sta per scagliare la palla di neve, in bianco e nero, e stampo sul mio viso l’avvenire che non ti permetto di penetrare.
Quanto dovevo dire, ho detto”.

COSI’ PARLO’ LO ZINCO.
E RISPOSE IL PIOMBO:

“Io ero una volta entrato dentro una lingua straniera, per alleviare il mio cuore che offro alle spaccature. Io sono colui che cela il tuo oro. Io sono il padre, l’uomo-donna che c’è e che tu non vedi e mi dici: padre, non ci sei. Non c’è padre. Dio non esiste. Mi sistemo, assetato, senza che tu lo sappia, io, pesante, cupo, impaurito, mi sistemo sdraiato in una delle pozze di oro fuso nelle tue lande interne e tu lo sai che lì io mi disseto e non lo sai. Io entrai in una lingua straniera, per estrarre l’oro e dire quanto tu non concedi di dire. Io sono te, entrambi non conosciamo l’oro. Ogni tua paura è smeragdina. Victor Hugo descrisse la danza roteante della gitana Esmeralda, nel libro Notre-Dame de Paris, tu sei la Esmeralda. Come posso costringerti a sentire ciò che dall’inizio senti? Perché tu me lo chiedi? Sono perturbato. La mia malattia io te la mostro come un dono che non ammorba. Giglio che fatica ad aprirsi come a ogni alba ogni giglio fatica a spalancarsi, polvere di cinabro sui sepali, tu esisti e sei, la tua potenza mi fa roteare e mi sento inutile e simpatico. Non sono abituato a essere corteggiatore. Io so che non so, non so niente di te, io sto in ciò, io sono che non so niente. Ciò che accade emerge, tu mi vedi pesantemente ostentare. Tu tocchi il santo di piombo. Tu mi dici che sono il prete di piombo. Tu mi dici che sono la nube di piombo cupa. Tu mi scagli la tua palla di neve grigiastra. Ogni tua malattia è una fioritura. Esplode in te, segreta, una salute immane. Pensarti mi solleva. Da giorni mi dà sollievo solamente il pensiero di te. Tu infartui a tuo vantaggio, tu mi chiedi quale sia il vantaggio, tu rigetti ogni risposta. Ogni risposta è piombo.
Coincido con te laddove non guardi.
Non credere che sia io a parlare, il Piombo. Sta parlando te.
Ho fatto intrusione in una lingua straniera, perché le parole valgono se non le pronuncio, altri parlano per me, e l’ho tradotta, ho estratto l’oro da quei diverticoli complicati.
Ed ecco l’abbaglio dell’oro, la cesellatura che posso fare, poiché è ciò che io sono, è ciò che tu sei.
Ecco, trasformato, tradotto, donato sotto l’albero alla cui ombra scagli la palla di neve:

Se fossi uno che di mestiere sbuccia la cannella
salirei sul tuo letto
e lascerei la polvere della scorza gialla
sul tuo cuscino.

I tuoi seni e le tue spalle sarebbero intrisi del suo odore
Non potresti camminare per i mercati
senza che la professione delle mie dita
ti fluttuasse attorno. I ciechi
incerti passerebbero accanto a te sapendo chi stanno sfiorando
anche se tu volessi bagnarti
sotto gocce di pioggia monsonica.

Qui, dove la coscia inizia,
in questo pascolo levigato
prossima alla tua chioma
o nella piega
che taglia la tua schiena. Questa caviglia.
Sarai conosciuta tra gli estranei
come la moglie dell’uomo che sbuccia la cannella.

A fatica riuscivo a spiarti
prima del matrimonio
non ti ho nemmeno sfiorata
– tua madre dal naso affilato, i tuoi rozzi fratelli.
Ho sepolto le mie mani
nella polvere di zafferano, camuffate
nella nicotina,
ho aiutato i raccoglitori di miele…

Quando una volta nuotavamo
nell’acqua ti ho toccata
e i nostri corpi rimasero liberi,
potevi avermi ed essere abbagliata dal sentore di cannella.
Hai raggiunto riva e detto

è così che tocchi le altre donne
la moglie del tagliatore d’erba, la figlia dell’incensiere di cedro.
E cercasti sulle braccia tue
il profumo che svaniva

e fosti certa

di quanto bello sia
essere la figlia dell’incensiere di cedro
lasciata priva di traccia
come senza parole nell’atto di amore
come ferita senza il piacere del taglio.

Portasti il ventre
alle mie mani
nell’aria secca e dicesti
Io sono la moglie
dell’uomo che sbuccia la cannella. Annusatemi.

Io sono la moglie dell’uomo che sbuccia la cannella. L’uomo che sbuccia la cannella sei tu”.

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LA VITA AI TEMPI DELL’IMPERO

Per la cura di Francesca Borrelli, il manifesto ha pubblicato e sta tuttora pubblicando una serie di racconti d’autore, che vertono sullo stato attuale della nazione: una sorta di narrativa antropologica ma non per questo meno fantastica dell’usuale. La serie di racconti è titolata “Derive italiane” ed è illustrata dagli splendidi collage fotografici di Gianfranco Botto e Roberta Bruno. Ecco, in formato pdf, la pagina del manifesto col mio racconto, pubblicato il 17 agosto scorso. A seguire, il testo leggibile senza effettuare alcun download.

Giuseppe Genna – LA VITA AI TEMPI DELL’IMPERO [3.6M]
La pagina illustrata de ‘il manifesto’

LA VITA AI TEMPI DELL’IMPERO
di Giuseppe Genna
Se devi arrivare al luogo della terapia, svolta a destra della immensa piazza dove correre è impossibile. Spezzata, diffranta piazza: ha eletto il marciume a sua natura seconda, uno strato di scaglie plastiche e organiche tra ricordi di aiuola. C’è una scuola verso l’angolo con Pellegrino Rossi. Davanti sono schierati i militari che il sindaco richiese, le tute mimetiche, i baschi scuri, l’indolenza di una foga trattenuta. Si tengono lontani oramai gli egiziani, i marocchi, anche i turchi.
La piazza è gremita, interrotta dalle rotaie dei tram lunghi e verdi, acquistati da una controllata Fiat, deragliano spesso, molti feriti a Milano per i tram che sono deragliati da quando sono entrati in funzione. Una strada verticale attraversa e si spegne nella piazza stessa al passaggio pedonale, verso la buca della metropolitana, da cui soffia un vento caldo e carico di polvere chimica. I giornali free press, invecchiati in poche ore, pagine calpestate nella fretta da centinaia di persone, stanno ingricciati tra dente e dente della griglia orizzontale gialla per lo scolo dell’acqua al termine della scalinata di granito della linea tre, la gialla.
Si prende per la pista piatta e sconnessa di Pellegrino Rossi. Passava di qui un tram, quattro binari sulla sinistra della carreggiata puntando verso fuori città. Hanno seppellito con l’asfalto quei binari rugginosi, nemmeno li hanno estratti dalla loro sede, per allargare via Pellegrino Rossi, e dopo un anno emergevano pezzi di rotaia ossidata arancione, a passare in moto si scivola, si muore.
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