Diario June 28, 2014 at 01:08PM

La sensazione psichica (ritmi, immagini, strutture, ideazioni, indifferenza all’emotivo teatrale, autopercezione del mio corpo) sembra impormi uno stato, una considerazione grave e lenta, che a me pare l’invecchiamento. Non è stanchezza, davvero la parola precisa mi pare: “gravità”. Viene esercitata una forza che schiaccia, una forza di gravità, e il momento è grave, la meditazione è sul peso delle cose. Perché mi rimetto a leggere i classici latini? Perché staziono lungo le strade a osservare imbelle scene e scene e scene di televisione viva? Perché intravvedo strategie fulminee che non realizzo a favorire uno spazio, abitabile, dove tutto è lento, al limite dell’immobilità? Ho lavorato tanto a pulire interiormente e a permettermi una certa solitudine, incontrando persone in cui è depositata una stima profonda per via della loro autenticità – eppure pare, in questo transito, non bastare. Sono soverchiato dalla pressione interna che una folla sterminata di ricordi e tratti di realtà esercita su di me: c’è uno strano 1992 che viene a galla, con richiami fittissimi che mi giungono dal mondo storico. Sono incontri, uno via l’altro, non sporadici, di volti di un tempo che sono maturati, si sono ingrossati, gonfiati, appassiti quanto me. Essi appartengono, e stranamente, tutti al 1992, questo anno del cazzo. Arrivano richieste di contatto o mail di persone che da un ventennio avevo dimenticato, telefonate oblique di bilanci esistenziali per me insospettati, strani aneddoti, strani nomadismi. Al centro di questo movimento di tessere di un mosaico andato distrutto, è un’immagine assoluta, il cui attaccamento a me, e di me a essa, non esiterei a definire quasi perverso (nulla di psicotico, un po’ mi tranquillizzo). Questo volto luminoso che mi acceca, lo stato del tempo immutato che si pone in un altrove stabile, dove le cose sono come furono, questa estasi mancata e fatta di uno spossamento a rivedere certe scene intatte, l’annullamento della poesia di un tempo che invece è pur trascorso, la consistenza cartilaginea dei corpi trasognati, lo sguardo trasparente di un riconoscimento che mi colse così tanti anni addietro, l’esaurimento di qualunque (qualunque) ermeneutica o spiegazione sintomatologica, l’assenza di qualunque (qualunque) trauma o ferita narcisistica: tutto ciò mi lascia allibito, privo di ragione, a contatto con un’esperienza che sembrerebbe davvero assoluta, in quanto priva di referenzialità, una cosa che non significa se non se stessa, l’arrotamento degli spiriti vitali, quasi che attendessi un cenno dalla realtà dura, reale, di veglia – che abbattesse, questa realtà mia di ogni giorno, questo fantasma e questa memoria persistente, i quali non sono più fantasma e memoria, perché una memoria sempre attuale è percezione e non più memoria, e inoltre questo fantasma è vivente, quasi ne avverto il respiro brevemente interrotto nella notte nel sonno e i suoi fremiti nervosi, un inabissamento che non è pacifico, rimanda a segnali che non decifro, non comprendo. E’ come se fossi forzato a non comprendere. Mi sono abituato, in questi decenni, all’apprendimento, che ha condotto al risultato che: io non comprendo, osservo emergere una forma, essa quindi si scioglie, in calma e beanza. E cosa sia questa estrema forma residua, che porta su di sé allocate tracce di ricordo, confusione e marasma, di un tempo che non c’è, non c’è più, così immettendomi in una marea lenta di struggimento e forza mancante all’indagine? Che cos’è questo assieme di flash che mi dicono l’irrequietudine e simulano in me un corpo interno, che nulla ha a che vedere con il mio corpo in carne? Tanta materia, tanto mondo si sono arrestati e poi seppelliti nel terrore di affrontare un giorno dopo l’altro, un anno dopo l’altro… Non posso attendermi da me stesso, dunque, l’abbandono? Evidentemente no. Una tenacia incognita mi tiene attaccato all’evento, inesplicabilmente, alla scena, a quel profilo, a quella luce, che declinava in un crepuscolo milanese in una mia preistoria, una delle ennesime…

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