In quell’abitato di quattro catapecchie prossimo al collegio, proprio lì dove si scaracchiano addosso tutto il male possibile uno sull’altro e la straccivendola detiene una certa influenza sulle custodi e le vinaie, le suore paiono bandite: non esistono suore. Esiste soltanto una suora, ma non è tale: Ella infatti, più che suora, è una santa. Scaracchia dal mattino alla sera nella sputacchiera che le hanno piazzato accanto al letto, dal quale non si muove mai: se ne sta stesa finché il bolo di catarro non le arriva alla laringe. Allora si solleva con la forza che le rimane in quei braccini e espettora con gran rumore e compiacimento delle comari che stanno a venerarla tutto il giorno, lei appoggiata a pena sul guanciale a mo’ di sedile, con la corona di fiori sulla zucca pelata, oramai calva e incrostata dalle macchie della vecchiezza. La santa non si ciba se non di aria e di luce, come sostiene, con la controprova che rifiuta anche la tazza di caffelatte e non può vedere cuccume in giro. Non parla. Ultima ad averne ascoltato un discorso, ispiratissimo e che induceva un’estasi in chiunque, una mammana oramai defunta, lustri e lustri addietro, il cui racconto si tramanda sulle labbra delle prefiche, degne eredi, che sussurrano preci e rosarii tutto il tempo, in quella stanzetta soffoca, imbellettano la santa con dei trucchi come fosse una bambolina: il che in parte è, non si sa se sia viva o sia morta, fatta esclusione per il momento in cui fiata un sospiro che pare provenire dall’oltretomba, un fischio sordo e acuto dovuto all’enfisema, un brivido di suono, il petto le si muove impercettibilmente, le donne riunite a convegno trattengono il loro, di respiro, nel terrore che quello sia l’ultimo esantema in vita della santa. In quella narrazione, a dire il vero un po’ confusa e via via mutata dalla chiacchiera popolare, per cui non si sa più se attinente al vero o in cui si depositano le corbellerie degli ingenui pellegrini, che da ogni nazione pervengono in questa modestissima soffitta a porgere l’omaggio a quella piccola mummia che tutto vede anche quando non sembra e nulla le sfugge (provate a sottrarle un arredo, che so?, il bacile o la bugia dove arde perennemente la candela: vedrete da voi stessi la reazione sorprendente e repentina!), in quel racconto sboccato della mammana si narra, si diceva, che, stanca e tirata per tutti gli affanni che il mondo le rovesciava addosso, la santa decise di rinunciare al costume urbano e di rinchiudersi in questo monolocale buio, soffoco, dove l’aria non giunge e quindi non gira e dove la luce non penetra, con un discorso finale reso famoso dai più anziani, ora del tutto trapassati, che si può riassumere in questo modo: figlioli, figliole, sono stanca per questo e quello, ma il dì della dipartita è assai lontano, bravo chi lo vedrà. E domandò di una salsiccia, che però non la si trovava e allora con uno sbuffo la santa ci rinunciò, facendosi via via sempre più assente. Le sue fioche espirazioni facevano tremolare la fiammella della candela e le nostre ombre si ingrandivano sulle pareti in calce bianca, tutte rugose come il faccino di lei, che aveva perduto i denti e vibrava un poco, in quella penombra malsana e cattiva, con i baffetti e i peli lucidi che le spuntavano dai porri, mentre qualche soprintendenza le sostituiva in quella bella cinta in testa un appassito rododendro con un fresco acanto, mentre qualcuno perfino osava smuzzicare qualche bacca di sorbo o ciucciava un pezzo di zucca per farsi la bocca buona. Pare che una volta abbia fissato lo sguardo su di un bambino che subito è morto. Lo strepito dei marciapiedi non giunge affatto fin quassù. Il marito intrecciava i vimini e non si sa che fine abbia fatto, dev’essere un cornaiolo, se n’è scappato con qualche suffragetta o giù di lì.
Io vengo nascosto a vedere se prendo un po’ di luce di quella santità e porto l’incenso, attizzo il bastoncino, la brace si accende, il puntino riarde e manda un filo di fumo orientaleggiante; allora mi pare che la santa guardi me, proprio me!, e mi sembra di morire, all’istante, che il grande romanzo si esaurisca qui tutto di un colpo, non con una sofferenza, non per una pestilenza o un cancro, ma con questo svenimento dei sensi, questo mancamento che mi scolora le gote, e sono tanto felice che le veneratrici si occupino di me, lasciando stare per un attimo la santa, la quale – lo vedo – la prende male e vorrebbe darmi le bussole, ma non può, anzitutto perché i secoli non glielo consentono, e poi perché è santa e non si è mai sentito di un santo che guerreggia con un poveraccio come me, che non valgo niente e dall’inizio sono vuoto, un buono a nulla, sempre in attesa che qualcosa lo rapisca, qualcosa di profano e di nascosto, di informe e umido, sudaticcio come le palme delle mani che ora aderiscono tra loro mentre le porto al mio petto e formulo la preghierina alla santa, in ginocchio, auscultandole il cuoricino ed è viva, non ci son dubbi, mentre il Padreterno fora questo universo mondo sempre più di buchi neri e vortici spaziotempo, che danno le vertigini a pensarci e allora ci ritraiamo davanti al nume come scimmioni nella grotta, spaventatissimi, ci è ignoto il fulmine e sembriamo tante falene impazzite davanti al fuoco, e via daccapo, questo cinema non ha da finire mai.
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