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March 26, 2015 at 12:03AM

Non so niente di musica, sono un profano, da decenni scruto incantato chi ne sa. Mi sento come certi lettori di poesia, a cui si dice che non importa sapere e non importano i tecnicismi, ma non è vero, importano eccome, però è vero anche che non importano. Mi sento naif, improprio, scemo. Tuttavia desidero scrivere qualcosa su questa canzone, che tutto mi pare fuorché una canzone, de I Camillas, un pezzo che ho ascoltato allibendo e tremando, nel loro concerto milanese l’altra sera. Non è che io abbia molte occasioni di tremare davvero e questo per via del fatto che mi fa tremare soltanto il tragico, che è fonte di empatia e tremore, traduzioni non tanto improprie degli effetti che Aristotele impota all’esperienza del tragico, cioè la tragedia, quando scrive di “pietà” e “timore”, che sono appunto empatia e tremore. Se vado alle mostre non ritrovo il tragico spesso, così pure al cinema. E’ l’esperienza frontale, e cioè spettacolare, che fatico a compiere come incursione tragica. La musica, essendo di necessità più interiore e meno frontale, mi espone più facilmente a questa potenza inqualificata, a questo andare a zero dell’umano e di ogni configurazione formale. Così, l’altra sera, non mi attendevo questa scossa continua, questo sisma del sistema nervoso centrale e periferico, questa improvvisa svestizione delle sfoglie psicologiche ed emotive, questa scossa al corpo fatto di cibo in cui sono interpenetrato, quando assistevo al concerto di Mirko e Topazio. Al secondo brano, invece mi sono trovato a compiere un doppio salto in lungo, due stacchi per tre esperienze coniugate chimicamente come le nozze alchemiche. Il pezzo si intitola “Il codice” e non lo conoscevo. Conosco bene, mai perfettamente, certo, e però bene il repertorio dei Camillas. Ne penso quel che ne penso. Li stimo talmente profondamente che ne sono diventato editor, poiché considero la loro arte anche letteratura, e cioè suono scatenato, vibrazione e immagine e azzeramento dell’immagine, lingua, scrittura, struttura, modi, ritmi, riverberazioni e quant’altro. “Il codice”, però, è un brano che non avevo mai ascoltato o, meglio, non lo avevo mai ascoltato bene. Io lo linko, ma non è sufficiente. L’esecuzione, in questo caso, è stata tutta l’esperienza. Il pezzo è composto da tre segmenti. Testualmente è questo: un momento iniziale dove si gonfia e si fa esplodere certa retorica cantautoriale, con le parole e anche con l’armonia e con gli accenti parossitoni e sdruccioli delle finte rime, mentre qualcosa inizia a dissonare, al di là della scansione di questa voce potente, particolarissima, musaica quasi, di Mirko Bertuccioli, che per me sta a livello di Giovanni Lindo Ferretti e di Emidio Clementi (ecco un’ulteriore angolatura letteraria…); poi interviene un momento scansionato ancor più in sillabe, che parrebbe addirittura ironico nei confronti di certa autorialità romantica, mentre le corde dissonano sempre più, quasi avvicinandosi a certi andamenti da “raga”, non so se della sera o meno, che coincidono con certo punk tutt’altro che casuale; e poi accade il tragico. Il terzo segmento è infatti l’ossessiva e progrediente enunciazione fonica e ritmica e sonora di un mantra o un japa, e cioè “Ci gonfieremo davvero diventeremo palloni: palloni, blu”, mentre sale il ritmo e sale il volume, inerendo al volume massimo che mai si potrà udire, ma si potrà sempre sentire benissimo, e infatti si sente, la voce, a cui si aggiunge la voce di Vittorio Ondedei, mentre aumenta la violenza a passo d’oca con cui la mano stupra la chitarra per farsene stuprare, mentre i livelli si alzano e diventano ultrasonici e tutto, tutto è all’improvviso un gigantesco dramma, impressionante, impallidivo, la mandibola caduta, ero pallido mentre impallidivano i suoni, l’urlo del primate si alzava, corale, mi pareva una sinfonia, il wagnerismo ucciso dal contrario del wagnerismo, il minimalismo è tutt’altro che il minimo, il minimo è comunque il tutto, e progrediva, l’infinità che non è cattiva e però non è buona, poteva crescere all’infinito, poteva sgonfiarsi ma mai esplodere e di colpo la fine è una casualità, un’interruzzione che è un’intermittenza e dunque, letteralmente: non c’è fine e quindi non c’è paura.
Dura di meno, in questa versione al link qui sotto, il terzo segmento che stressava le pareti del locale e dell’osso cranico. E’ meno impressionante, qui: ma si capisce e cioè: si sente. Non so niente di musica, sono un profano, etimologicamente sono di fronte al tempio, sono frontale: assisto con le mie forze, rimanendo fuori dal tempio. Solo, io sentivo così. Ascoltate, andate ad ascoltarli: non sarà urgente ma è necessario, come certe leggi della fisica in questo angolo di universo.

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