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COSE DESIDERATE RICORDARE DI ESSERE STATO IO

Io provengo da un tempo elementare, delle elementari, quando si vedeva l’atomium essere un santo moderno e contemporaneo l’esame statale insieme e i militi iberici e le pastiglie al fosforo rosa a ottemperare l’ostacolo alla carie, molto prima dei diabeti e del vostro mondo secondo. Anime suicide si lasciavano andare rosate in abiti rosa, vestaglie, i presera lungo alberi metropolitani in viale Fulvio Testi e in strade deserte. Erano sulla terra a distanza dalla pozza di coagulo i suoi bigodini rosa ricordo. L’aria era un obbligo militare dei diciotto anni, erano i cugini e prima era sempre un prima, spiegato, diletto: le aule di legno biondastro dei piccoli tavoli a stecca larga orizzontale e nera, accanto al foro, di entrata dei calamai e noi eravamo seduti di fronte a una donna, spesso una madre, magistrale e tratteneva l’alterigia, con alcuni gioielli di poco conto lucidi sopra i vestiti colore ruggine a dire, che la natura è bizzarra e si oppone attrito all’amore che riesce, ci riesce. Di lì potevi infilare tra botri e scansare di balza in balza il baltico in quella pozza, l’angheria potevi infilare, ragazzo, tra carne e spirito e verità, facendo male a un altro e io l’ho fatto madre. Dentro alcuni schermi era una cosa elettrica, una forza, un’elettricità del grigio, senza colore tutto tranne che muta e italiana, sempre, quasi una malattia, una dolcezza di razze disseccate e fossili e, sinuosi, i rilievi e le planimetrie d’Italia dove eravamo noi, universali. Solo un tempo per redimersi era un tempo, mai la stima, la gloria e i tributi al genio tartassato dell’uomo Carmelo Bene. Fili alti di giudizi, ronzii, pali nella nebbia. La nostra campagna ruvida ammette bruttezza. Esonda male il Po. Filamenti e fettuccia di nero corroborano l’ago meccanico Singer, cucire, i grembiali dei bambini alle elementari in questo tempo unito a me amareggiato. Più perfetta della pietà è la mia vera memoria, più affilata, ed esondava, sempre, e bene, verso gole altre di altri: amici vizzi, brizzolati, giovani, che ho visto, giunoni a fumare in un locale francese accanto a mio padre e, desistente, condurlo bambino canuto in morbidezze e tepori là a Saint Michel. Quanto falso Nesquik si dà a noi poveri e quanti Aftereight allora. Quanta chimica stipata nell’ordigno ogni giorno atomico che esplode a scuola sulla lavagna a leccare la polvere di gesso e la grafite amara. A mordere la forchetta fredda con i denti freddi, con fiducia in un dolore stridulo e sentito. E di lì io vado, tempo solo, sono stato questo, alla nebula umana unito, tra parrocchie periferiche e, fuori, il cigaro, la pianta grassa dei fossati che stilla muco, verso la Martesana. Così andavo e riflettevo la luce del presera meno dolce, milanese e amata, fino ai cortili, fino alle muggini e ai fumi di roditori alle popolari in una via degli Etruschi, rientrando, solo: nel gene dell’universo imitato io sono specchio a te, o splendore. Il volto del vero è coperto da uno schermo brillante e dorato; sollevalo, tu che aiuti a crescere, per la legge della verità, per la visione.

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