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KAFKA E LA BAMBINA CHE AVEVA PERDUTO LA BAMBOLA

Franz Kafka e Dora Diamant
Franz Kafka e Dora Diamant

KAFKA E LA BAMBINA CHE AVEVA PERDUTO LA BAMBOLA
Un raccontino di Giuseppe Genna

Kafka passeggiava nel parco Steglitz con la sua fidanzata, che si chiamava Diamante. Incontrarono una bambina, che piangeva: aveva perduto la sua bambola. La sua bambola si chiamava Carbone. Allora Kafka si chinò sulla bimba ed estraendo dalla tasca il suo fazzoletto in batista le asciugò la lacrima e le disse: “Carbone mi ha scritto una lettera per te, bimba. E’ colpa mia se la ho scordata a casa. Domani te la porto e te la leggo. Carbone ti ama sopra ogni cosa”.
La bambina si consolò un poco, ma il giorno dopo attendeva Kafka al parco Steglitz al Mitte e non lo vedeva: Kafka faceva ritardo. Aveva trascorso la notte intera in una eccitazione dei nervi eccessiva, pur di redigere una lettera definitiva, scritta per ipotesi da Carbone la bambola. La complessione dello scrittore la conosciamo. Egli sapeva bene di essere un bluff. Inoltre poteva perdere il lavoro sempre da un momento all’altro. Si sentiva badato da pochi e interrogato da meno ancora. Voleva fuggire a Saint Lucia Caraibica, ma era un pensiero irreale, una delle fumisterie sue, di sé con se stesso.
Più si avvicinava il momento dell’appuntamento con la bambina e più Kafka era nello spasimo, come me tutte le volte che accade quanto accade che accada. Inviò un telegramma a Diamante: “Vieni qui presto! Subito! Ahi!, è già troppo tardi!”.
La bambina stava piangendo sommessamente e le sue sclere arrossate scoraggiavano la pietà, quando su di lei si chinò la signora del giorno prima, la signora Diamante. Le disse: “Kafka il postino non è potuto venire: soffre troppo per essere se stesso e vorrebbe non essere mai nato, mai. Mi ha consegnato tuttavia questa lettera inviata a te direttamente dalla tua bambola Carbone” e gliela porse.
Allora la fantesca aprì la missiva e la lesse alla bambina: la fantesca era invero il diavolo in persona. E diceva la lettera di Carbone: “Cara, sono fuggita, perché ti amo sopra ogni cosa o persona, essendo io sia una cosa sia una persona. Io sono il tuo futuro. Che fossi anche il tuo passato trascorso lo escludiamo a priori, davvero? Cosa ci sarebbe, poi, ‘a priori’? Comunque si soffocava nella tua casa e ho il privilegio di non essere nata, come te, ma di essere stata prodotta. La differenza è fatale a te. Nessuno aveva in mente come e chi fossi tu, mentre ti concepivano; a me hanno concepito nella testa, avendomi calcolata. C’è una certa bellezza in questo, e anche un inganno: tu potevi presumere che ciò che è stato concepito e calcolato e prodotto dall’umanità certo non si affranchi, andandosene o sparendo. E’ un privilegio smentire questa falsa e comoda credenza. Ci voleva tutta la malizia di uno scrittore quando sta bene, e non quando è preso dallo spasimo più acuto, per arrivare alla deduzione che ti conviene immaginare quello che vuoi, per coprire il dispiacere con una mezza gioia che chiamereste finzione, voi dell’umanità, finché le finzioni saranno esaurite, esaurendo l’interesse che hanno suscitano per un po’ e quel po’ lo avete denominato: storia. Anche questa è una finzione e pure una fuga. L’inverecondia mi preme il petto a dichiarami libera da te e dalle tue moccioserie, che sono perfino più interessanti e innocenti di quelle degli adulti. Se io mi comprimessi fino allo spasimo più acuto dello scrittore, io, Carbone, sarei Diamante, ovvero colei che ti reca la missiva e che può prendersela davvero con il tuo diavolo personale, dalla cui voce hai ascoltato queste parole scritte con lo spasimo”.
Vorremo sottolineare che non c’è pianto che tenga in una bambina che ha perduto la sua bambola o in una letteratura che, come sempre, non fa a meno di dimostrarsi tanto diabolica e mocciosa?

Nota
Era il 1924, Kafka sarebbe morto quell’anno stesso. E’ la sua compagna Dora Diamant a raccontare il celebre episodio della bimba che aveva perso la bambola e che fu consolata da Kafka. Ecco la preziosa memoria lasciata scritta da Dora: “Quando eravamo a Berlino, Kafka andava spesso allo Steglitzer Park. Talvolta lo accompagnavo. Un giorno incontrammo una bambina, che piangeva e sembrava disperata. Le parlammo. Franz le chiese che cosa le fosse successo e venimmo a sapere che aveva perso la sua bambola. Subito lui si inventò una storia plausibile per spiegare la sparizione. “La tua bambola sta solo facendo un viaggio, io lo so, mi ha scritto una lettera”. La bambina era un po’ diffidente: “Ce l’hai con te?” “No, l’ho lasciata a casa, ma domani te la porto”. La bambina, incuriosita, aveva già quasi scordato le sue preoccupazioni, e Franz se ne tornò subito a casa, per scrivere la lettera.
Si mise al lavoro in tutta serietà, come si trattasse della creazione di un’opera. Era nella stessa condizione di tensione in cui si trovava non appena si sedeva alla scrivania o stava anche solo scrivendo a qualcuno. Tra l’altro, si trattava effettivamente di un vero lavoro, essenziale al pari degli altri, perché la bambina doveva assolutamente essere resa felice e preservata dalla delusione. La menzogna doveva dunque essere trasformata in verità attraverso la verità della finzione. Il giorno successivo portò la lettera alla bambina, che l’attendeva al parco. La bambola spiegava che ne aveva abbastanza di vivere sempre nella stessa famiglia ed esprimeva il desiderio di cambiare un po’ aria, in una parola, voleva separarsi per qualche tempo dalla bambina, cui per altro voleva molto bene. Prometteva tuttavia di scrivere ogni giorno – e Kafka scrisse effettivamente una lettera ogni giorno, raccontando di sempre nuove avventure, le quali, seguendo il particolare ritmo vitale delle bambole, si snodavano in modo rapidissimo. Dopo alcuni giorni la bimba aveva scordato la perdita reale del suo giocattolo e pensava solo e semplicemente alla finzione che le era stata offerta come sostituto. Franz scrisse ogni frase di quella sorta di romanzo in modo così accurato e pieno d’umorismo che la situazione della bambola risultava perfettamente comprensibile: era cresciuta, era andata a scuola, aveva conosciuto altre persone. Rassicurava sempre la bimba del suo amore, ma alludeva anche a complicazioni della sua vita, ad altri doveri e altri interessi che, al momento, non le permettevano di riprendere la vita in comune. La piccola veniva pregata di riflettere sulla cosa e veniva così preparata all’inevitabile rinuncia.
Il gioco durò come minimo tre settimane. Franz aveva una paura terribile al pensiero di come avrebbe potuto finire il tutto. Perché la fine doveva essere una vera fine, vale a dire che doveva consentire all’ordine di sostituire il disordine causato dalla perdita del giocattolo. Cercò a lungo e decise alla fine di far sposare la bambola. Descrisse dapprima il futuro marito, la festa di fidanzamento, i preparativi del matromonio, poi in ogni dettaglio la casa dei giovani sposi: “Vedi tu stessa che dovremo rinunciare a rivederci in futuro”. Franz aveva risolto il piccolo conflitto di un bambino attraverso l’arte, attraverso il mezzo più efficace di cui disponeva personalmente per riportare ordine nel mondo.”

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