Un incipit per un Libro Atro – un inedito

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Quando arrivai dormivano tutti, tutti.
Presi possesso del mio letto nella grande camerata buia, a stento illuminata dalla luce lunare che penetrava attraverso finestroni alti, le cui cornici erano consunte e sistemate con lo stucco. La coperta è immaginabile: marrone indefinito, due strisce chiare, colore panna, longitudinali, quel certo gusto militare che va avanti negli anni.
“Sarà questo il mio posto, dunque” mi dissi. Quasi attesi che qualcuno si svegliasse, al suono di vibrafono del mio pensiero.
La fanciullezza è sempre estenuante, perdura infinitamente. Si desidera che l’autunno venga.
“Lo studierò attraverso questi vetri” che mi parevano tanti schermi ondulati e irregolari, un po’ assiri, nella camerata coperta dal sonno. Anche io ero stanco. Le foglie di un tiglio pallido tichettavano contro uno di quei vetri, era un osservatorio naturale per l’autunno.
“Poserò le mie cose qui” e il buio si fece gigantesco, quasi fossimo un glutine digerito dalla pancia di Behemot, il famoso mostro biblico. Ero infatti stanco, per il viaggio e anche per il silenzio del mio padre, che avevo fronteggiato a ogni tornante del colle Tenda, tra i dirupi marziani e il torrente rumoroso e nero, fino al Collegio.
Eravamo infatti giunti, stremati alquanto, a tarda sera.
Il torrente Tenda spruzzava le sponde erose di ciottolato bianco, la fonte si trovava in qualche tabernacolo sulla vetta di quel monte arcigno, una escrescenza mostruosa, sembrava un cretese cresciuto sotto l’ascella di un colosso appestato.
Il Collegio era costituito da un edificio centrale dalla architettura considerevole a cuspide nella facciata, privo di ornamento e particolari a cui la visione potesse appendersi, a parte il graticcio di travi portanti a vista, di un legno forse mineralizzatosi. Il frastuono sotterraneo del torrente richiedeva qualche minuto ad abituarsi, poi pareva tutto silenzio, impropriamente.
Voltandosi, con le spalle volte alla facciata del Collegio, la valle crepitava di cicale ritardatarie verso la sera, era una feritoia chiusa e asserrata, una gola in roccia grigioscura e vegetazione impetuosa e disordinata, cupa di un lucore che disorienta chiunque. Quella facciata era fatta di una texture di pietra scura, lavica se non mi sbaglio.
Due parole su Behemot. Il Behemot è il più grande animale che vive sulla terraferma. Il “Libro di Giobbe” ricorda che si nutre di erba come un bue. Ha ossa tubi di bronzo, arti verghe di ferro; ogni giorno si nutre del foraggio di mille montagne enormi. Non abbandona mai le mille montagne e quell’erba che ha consumato di giorno risputa stupidamente di notte. A causa del suo appetito ne fu creato un esemplare unico, impedendo in questo modo che si moltiplicasse. Il suo mugghio è udito da tutti gli animali del mondo, per il terrore si fanno meno feroci e evitano così di assaltare i cuccioli per un anno intero.
Gli è stato vietato di vivere negli abissi. Ha la forza bruta. Dorme molto: per molti secoli. La sua pelle è fatta di graniti scuri. Non sogna. Suo nemico sarebbe il Leviatano.
All’incirca due ore ci vollero perché il Rettore accogliesse mio padre, calorosamente con una stretta di mano, affabile come lo spettro di una rivoluzione americana.
“Ha la divisa, il ragazzo?” chiese, ero incantato dalla sua marsina. Era lisa sotto le ascelle. Chissà quale tuba indossava quando usciva. Non seppi sul momento dire se l’uomo se ne andasse di notte ad abitare da qualche parte oppure dormisse lì, sospeso tra lavoro e lavoro. Quei baffi bianchi e biondi alla Thomas Jefferson non mi facevano simpatia.
Rimasi in attesa fuori dell’ufficio, contavo le brecce nella vernice vecchia, verde sanatorio. Dietro la porta col vetro smerigliato e lo stucco erano confuse le loro chiacchiere. Pareva un controcanto al ruscellare di quell’acqua, sfrenatamente la natura lancia i suoi elementi dentro il vuoto, io pensavo.
Ne vennero a una e fui chiamato nell’ufficio rettorale. Mi impressionò questo mobile forse Luigi Filippo, comunque fine Ottocento, che veniva usato a mo’ di scrivania. Dentro i cassetti laterali venivano conservati gli incartamenti forse. La grana della carta, a quei tempi, era porosa e restia all’acqua, gli inchiostri ne venivano dilavati, lasciando traccia di certe lacrime e immagini tristi quasi mariane.
“E’ questo il ragazzo!” disse l’uomo.
“Possiamo applicare qui la nozione di privatezza assoluta?” domandò il padre.
“Certamente!”
“Quindi posso dimostrare la sanità della sua costituzione. E’ integrale!” affermò il padre. Carezzò la mia nuca, i miei capelli ispidi parevano una ciotola all’incontrario. Con l’indice mi sfiorò il labbro superiore, saggiandone la tenerezza, poi mise il dito a gancio e sollevò il labbro, spostandosi a contatto delle gengive e dei miei denti, in orizzontale, poi aprendomi il labbro inferiore verso la gengiva, come un cavallo.
“Che denti!”
“Infatti. E’ stata dura conculcare nel ragazzo” e mi diede uno scappellotto “l’abitudine a spazzolarli bene”, appariva soddisfatto.
“Ok, è venduto!” disse quindi il padre. “Il ragazzo è vostro. Fatemi firmare il contratto”.
Sistemarono le incombenze dell’affare.
“La divisa” chiese quel rettore.
“E’ nella borsa”. Quella borsa era un rotolo di pelle consumata, due fibbie in cuoio la chiudevano sommariamente, una borsa da sella praticamente. I miei effetti giacevano lì dentro tutti compressi. “Va bene così” mi dissi.
Quindi venni affidato a un bidello in un certo senso imponente e matronale, alto e vestito con un grembiule bianco tazza un poco ingiallito. Senza parlare mi portò nelle cucine dietro il salone dove pranzavano e mi diede una tazza di latte caldo, senza parlare. Poi lo seguii verso la camerata.
Incontrammo casualmente il mio padre, il rettore lo stava accompagnando fuori, verso l’automobile. Mi strinse, forse eccessivamente, forse invece a segnalare che il momento era importante: “Non comportarti come sai e andrà tutto bene” mi sussurrò autoritario.
Provai a baciarlo sulla guancia e non vi riuscii, annusando soltanto un poco della sua pelle secca, che il mattino aveva asperso di un’acqua profumata, un elisir dopobarba.
Quando mi infilai sotto la coperta scolastica, militare, allora mi levigò l’amido eccessivo del lenzuolo di telaccia.
“Sì! Studierò di qui i segnali dell’autunno imminente” feci in tempo a pensare, ascoltando il crepitio lieve dei respiri assopiti di quei ragazzi e non mi chiesi altro.

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