L’arte della mia degenerazione

A uno, davvero, della degenerazione dell’arte non frega nulla. Se è moralista o nazista (due insiemi che si sovrappongono, sempre pericolosamente), può magari fregare della decadenza eventuale e varia. A me: no. Sto dalla parte di Burroughs: saccheggiate il Louvre, sempre! E’ l’unico modo per vedere il Louvre. Essendo distante dalle ubbie dei reazionari, tuttavia pensavo oggi a quanto mi fosse crollata la soglia di attenzione, quando si tratta di una produzione culturale contemporanea. Devo ammettere che leggo molto meno di un tempo. Deve essere l’età e anche una vaga sensazione epigastrica, tra la nausea e un’emorragia tanto incipiente quanto imminente. Se leggo ascolto e assisto meno di prima, però, è anche per la difficoltà nel reperire universalità nelle opere contemporanee. Avverto un non tanto improvviso calo del quoziente di ambizione, non posso dire soltanto formale o soltanto tematica, nella produzione contemporanea. Prendiamo i libri. E’ certo questione di poetiche, quindi di idiosincrasie mie personali, e tuttavia mi chiedo come sia possibile trovare su pagina quel gradiente di ambizione e di colloquio con gli universali soltanto nell’ultima prosa di DeLillo. Non che non abbia dato uno sguardo che a quella. Ho tentato, mi sono inerpicato, sono scivolato, ho abbandonato – potrebbe trattarsi soltanto della mia debolezza, della saturazione dovuta a sovraesposizione alla materia o al tempo, della paura, di altri generi di logoramento. Ciò che mi pare evidente, sempre in una prospettiva del tutto personale, è che o abbasso l’asticella o davvero non riesco a trovare soddisfacimento: a cosa? A un’ansia veritativa. Spero sempre di trovare sconvolgimenti enormi o microscopici, incanti e spostamenti, nella parola o nell’immagine. Forse cerco troppo poco, forse mi sono disabituato. Ho provato con alcuni classici: reggono gli universalisti, presso di me, non altri. Prendiamo certi classici letterari. Ho provato domenica con Stendhal e Balzac. C’è dell’universale lì, lo sanno tutti. Invece mi parlavano poco. Mi pare che le loro letterature di colpo siano invecchiate. Anche prima avevo l’impressione che la loro sentenza o la loro orchestrazione fosse meno gnomica o violenta o giocosa (nel senso più profondo dell’aggettivo) di quanto accade in chi, magari, ha quasi inventato la sentenza e pure l’orchestra, come Eschilo. Leopardi sì, Parise no. Mi pare quasi di essere giunto al muro del tempo, dove ogni parola si compie nel suo essere decisiva, nel suo rastremarsi. Non sto enunciando giudizi di valore, sia chiaro; discetto soltanto di mie sensazioni e di mie necessità. E oggi? Ecco, mi sembra che nulla ambisca a una simile tensione. La prosa letteraria, perlomeno, mi pare subire una flessione del quoziente di ambizione allo spostamento. Mi pare di entrare al massimo in fiumi lutulenti, in labirinti larghi e assolati, mai nella tenebra, mai nella scintilla. La poesia, in ciò, dimostra una potenza che per me è ancora irraggiungibile o irraggiunta, se non dalla tragedia. Dove un testo, anche al di là di quello scritto, è vivescente? Che cosa vogliono i miei contemporanei? Al Turner Prize è finalista l’opera nella foto; si intitola “Lichen! Libido! (London!) Chastity!” e ne è autrice Anthea Hamilton. Cosa desidera Anthea? Dove mi porta? E’ facile sollevare come Spock il sopracciglio e lasciarsi andare a considerazioni, le più umoristiche o depravate: sì?, davvero oggi possiamo essere depravati? E potevamo esserlo ieri? Ieri quando, precisamente? Saccheggiate il Louvre: tuttavia io osserverò se, da tale furia, saprete trarre e vedere e parlare e creare qualcosa che sia degno di un Louvre ulteriore. La mia posizione, rispetto ai tempi che sto vivendo, è, a scanso di equivoci, a scanso di equivoci: nitidamente ritengo che questo tempo non sia tremendo o finale, il che sento pronunciare con un fervore sospetto da chi mi sta attorno, però è veramente un tempo di rara bêtise, a principiare dal fatto che molti intorno a me mi sembrano borghesi fuori tempo massimo e, quindi, imbecilli a priori e rimbecilliti a posteriori. E’ un tempo che, appunto, per cadere nel tranello che ho appena messo in evidenza, può belissimo infilarsi nella scultura di cui sopra.

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