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Su “Votate Robinson per un mondo migliore” di Antrim

antrim_libro3d-1Un tempo, poco tempo fa, la letteratura esisteva in un certo modo e si poteva scriverne in determinate maniere. Per esempio, stesi una prefazione al formidabile “Votate Robinson per un mondo migliore” di Donald Antrim, che minimum fax pubblicava in edizione economica. Ecco il testo: si va da Pynchon a Eugenides a Lovecraft, ragionando di futuro anteriore: il futuro connette in qualche modo a origini profonde e inindagate, ma perenni, perturbanti e pop, non soltanto in questo caso.

Quando questo classico di fine Novecento (uscì nel 1993) fece la sua comparsa, con la sua massa di immaginario compressa nella misura di un breve e denso romanzo, l’America riconobbe sconcertata l’eccezionalità dell’opera di Donald Antrim, che aveva spiazzato letterariamente chiunque. La reazione spontanea fu che si mobilitò la nobiltà intelligente, per cercare di classificare l’inclassificabile, quella sorta di distopia che è Votate Robinson per un mondo migliore. Una reazione collettiva instradò la lettura di questo piccolo capolavoro di ambiguità e di oceanica profondità in una classificazione che risultasse abbastanza riconoscibile: quella delle distopie, i tremendi futuri in cui l’immaginario fantascientifico relega l’avvenire del lignaggio umano, il terminale poliziesco e sadicamente surreale che sarebbe la logica conseguenza di una prassi che chiamiamo indifferentemente Storia oppure Occidente. Thomas Pynchon in persona si spinse a parlare di “spumeggiante allucinazione”, la quale era una ben strana allucinazione se, a detta dell’autore di V., descriveva con precisione i meccanismi alienati e sanguinari in cui noi stessi ci muoviamo (per Pynchon i protagonisti di Votate Robinson siamo “noi stessi”). Ancora più interessante: il New Yorker elesse Donald Antrim tra i venti scrittori che avrebbero fatto la storia della letteratura del XXI secolo – cioè il secolo in cui celebriamo questo romanzo segnato dall’invenzione paradossale, un composto instabile di schizofrenia e paranoia pronto a una pericolosa deflagrazione. E’ una fiaba divenuta storia con una progressione che potrebbe renderla profezia. In questo stesso 2012, a distanza di un ventennio dalla pubblicazione, un importante prefatore quale Jeffrey Eugenides si trova a celebrare l’opera del suo connazionale esattamente alla maniera di Pynchon: come una favola che appare inquietantemnte realistica. Proprio come Pynchon, l’autore di Middlesex ammette che la fantasia di Antrim si è fatta realtà, descrive uno stato di cose attuale: “Certo oggi, al risveglio dalla tragedia dell’11 settembre (…) questo romanzo sembra addirittura più profetico di quanto apparisse alla sua uscita nel 1993”. Però non è in questa sociologia che Antrim è grande. Secondo Eugenides “il genere della narrativa distopica non descrive la follia e il metodo che si impiegano in questo libro”. L’impresa di Antrim è anzitutto una guerra di immaginario, una battaglia per la lingua.
Lo stesso autore ammette di avere inteso scrivere “una satira”. Ha ragione di affermarlo. C’è un momento memorabile in cui Pocahontas esce dal nostro immaginario Disney, recandosi dalla nonna a insegnarle Virgilio in latino; e un passo immediatamente successivo in cui Antrim realizza il sogno di una generazione intera (la mia), violentando Heidi e la sua amica Clara, finta paralitica psicosomatica. E’ inoltre satira uno storico accademico che realizza, con balsa e polistirolo in scala 1:32, una cella di interrogatorio dell’inquisizione portoghese del ’600, con legacci e batuffoli di cotone modellati come topi albini.
Di quale “satira” o favola dunque si tratta?
Anzitutto disponiamo di un incipit memorabile e bucolico: “Immaginate una città rosa stucco, bianco ventre di pesce, avviluppata da glicini e palme ondeggianti e pervasa dall’odore della frutta marcia che giace spaccata ai piedi degli alberi: manghi, papaye, mandarini squisiti; immaginate questa città ergersi al di sopra di banchi di coralli sbiaditi che si protendono verso l’alto solcando acque limpide e balneabili: il mondo sommerso dei pesci”. E’ una cittadina che appartiene a una Florida della mente: da bambino Antrim visse per un periodo in quello Stato, rimanendo evidentemente impressionato dalla pressione ubiqua dei flutti marini. Questa cittadina – che pare ricordare, quanto agli afrori zuccherini, il quartiere in cui vivono e poi non vivono più le sorelle Lisbon ne Le vergini suicide proprio di Jeffrey Eugenides – è una perfetta parodia di Peyton Place, filtrata dalla fantasia omicida di David Lynch quando è in fase particolarmente maniacale. Non c’è abitazione che non sia protetta da mitragliatrici od ordigni e circondata da fossati ingegnosamente resi letali (abitati da rettili marini oppure occultanti canne di bambù appuntite e rese velenose). E’ una comunità chiusa, come quelle immaginate da Ballard in Condominium o Cocaine Nights o Super-Cannes. E’, insomma, una gated community, fenomeno in divenire soprattutto in Nord e Centro America: aggregazioni isolazioniste e paranoidi, che costituiscono l’evoluzione dell’urbanistica ideata dalla borghesia in stato terminale, tesa a rinchiudersi in borghi ipercontrollati, mentre fuori regna il disastro. Nel caso della graziosa enclave di Antrim, il disastro sarebbe anche interno, sebbene la voce narrante non si scomponga mai, sempre pacata e opportunamente didascalica, addirittura giustificativa mentre descrive con perizia garbata quanto di terribile sta accadendo. Per esempio la punizione estrema inflitta dai residenti al sindaco, il quale ha inopportunamente lanciato missili Stinger nel perimetro cittadino, falciando vittime innocenti e producendo tragici vedovi, scagliati verso una insospettata deriva bukowskiana. La garbata voce narrante è quella di Pete Robinson, ex insegnante ora che la comunità della non ridente cittadina ha tagliato i fondi per la scuola, occupandone l’edificio per trasformarlo in fabbrica di souvenir marini, in linea con il culto new age che sta mietendo anime nell’abitato, che avverte il fascino teologico dell’oceano. Impartisce strane lezioni Mr. Robinson (che davvero poco c’entra con la sua omonima coprotagonista del romanzo di Charles Webb e del film Il laureato, mentre ha più a che fare con il Crusoe di Daniel Defoe). Gli insegnamenti impartiti da Mr. Robinson vertono infatti sull’origine della storia umana, cioè su come sia possibile che l’uomo, animale politico, riesca a costituire comunità attraverso le istituzioni: in pratica, questo compìto borghese è esperto di torture ed efferatezze che hanno permesso all’occidente di elaborare il concetto di “politico”. Ecco una testimonianza diretta delle expertise di Mr. Robinson:

“Appena qualche giorno prima avevo tenuto una conferenza su tutta una serie di strumenti di tortura, in occasione di un pranzo del Rotary. Il mio intento era quello di tracciare un parallelo tra il concetto di punizione e di colpa degli antichi e quello moderno, e di dimostrare alcuni dei modi in cui la società contemporanea ha interiorizzato, se non sottilmente istituzionalizzato, ‘La barbarie del passato’, che era poi il titolo della mia conferenza”.

Una genealogia foucaultiana preme dunque dai fondali di questo libro. La conferenza ispira ai rotariani la sentenza di morte nei confronti del sindaco, assassino missilistico: mutuando dagli insegnamenti di Mr. Robinson, si pratica uno smembramento, ottenuto legando la vittima a quattro divergenti SUV (moderna versione degli originali cavalli tiranti). Robinson, su preghiera del condannato, conserverà di nascosto le disjecta membra, impacchettandone gli organi per stiparli nel congelatore in attesa di inumarli. Il lindo congelatore è locato nella sua dimora, dove vive con la moglie Meredith, con la quale consuma reiterate quanto disanimate sessioni sessuali (il primo episodio di congiunzione carnale offre un dialogo fintamente pornografico a dire poco esilarante). Gli organi dell’ex sindaco dovranno essere sepolti in zone della città, sacralizzate da un rito desunto delle sacre scritture del loro Libro egiziano dei morti.
Mentre Pete Robinson si dedica a pratiche becchine e sacerdotali, sogna di ricostituire la scuola dove “insegn(a) Von Clausewitz a bambini di otto anni” e ancor di più sogna di divenire sindaco. La moglie Meredith affronta invece la trasformazione che conferisce il senso del conflitto profondo, filosofico, narrativo e drammatico, che si consuma nello sviluppo di Votate Robinson.
In un seminario rotariano, infatti, Meredith viene sottoposta da un antropologo a un peculiare esperimento psichico: l’identificazione sciamanica di se stessa con un pesce, il celacantide, creatura ittica preistorica, creduta estinta fino a un recente ritrovamento di un esemplare in Africa. L’esperimento psichico riesce al punto che Meredith diventa effettivamente il pesce. Al termine dello sconvolgente esercizio mentale, Meredith enuncia una verità devastante, raccontando la sua prima esperienza di vita al di fuori del genere umano:

“Stavo imparando a nuotare… L’acqua mi sosteneva. Riuscivo ad accettarmi in quanto pesce, e a provare il dolore dell’esistenza. Non avevo bisogno di sentirmi dire che meritavo di essere amata”.

E poi:

“Come persona, ho sempre avuto bisogno che qualcuno mi sostenesse, ma come pesce sapevo di stare a galla, ero in grado di sostenermi da sola”.

Non c’è più storia. E’ una separazione non coniugale quella tra Meredith e Pete Robinson: è un salto di specie, una divaricazione in universi che non hanno più contatto. Sembrerebbe una descrizione delle crisi matrimoniali e invece siamo all’origine delle origini.
Questa dissociazione psichica di Meredith che diviene pesce risulterà genialmente progressiva e vincente. Dall’altra parte della faglia c’è proprio Mr. Robinson, il quale non desiste dal dare sepoltura sacra alle membra del sindaco ucciso (parodia del fondatore), a cominciare da un arto specifico:

“il Piede possiede un suo peso preistorico. Nella nostra cultura, il piede come Simbolo riveste un valore non indifferente”.

Meredith avverte il dolore dell’esistenza senza la necessità del sostegno amoroso, suo marito opera con i simboli, armamentario con cui si costruisce la storia umana.
Mr. Robinson devia e svaria, sbanda e si intrude per conflitti e visioni che fanno effettivamente di questo libro una favola distopica, satira di un mondo parallelo sulla degenerazione della civiltà borghese del XX secolo. Il fatto è che ora siamo appunto alla degenerazione di quella civiltà e non avvertiamo zaffate dolciastre di papaya sparsa su asfalti intatti o prati rasati all’inglese. Nella storia occidentale che stiamo vivendo a vent’anni dalla scrittura di questo formidabile romanzo, noi ci troviamo carichi della disperazione di un amore non corrisposto, con la necessità di essere sostenuti e con il diniego della realtà a sostenerci. L’intero occidente si è trasformato in una parodia degenerata di gated community, dove spunta la possibilità che la regressione a prima della storia costituisca l’orizzonte di salvezza.
Il protagonista della “satira” di Antrim, pur privo di empatia con i suoi concittadini (e, tragicamente, soprattutto coi loro figli) in quanto ultimo rappresentante di un occidente marcio come una papaya sfattasi al suolo, sostiene coerentemente che

“mentre mi accingevo a portare a compimento la promessa frettolosamente fatta al condannato a morte, scoprii nel mio cuore la radiosa sensazione di essere intimamente connesso a ogni cosa: a tutti i miei antenati, fino a coloro che per primi si inoltrarono nei meandri della psiche: i culti della fertilità risalenti all’epoca pre-cristiana del Nilo, del bacino del Danubio, dell’Asia, dell’Africa”.

E’ l’intera vicenda del fenomeno umano, è la creazione della “storia della specie”, il collante che rende possibile ogni politica, ogni istituzione, ogni potere. L’opposto di quanto è il fenomeno ittico, che pure è una fase della storia della specie umana quando ancora non si era eretta – quel fenomeno ittico che dilaga a partire dalla trasformazione di Meredith Robinson.
Nella sua prefazione a Votate Robinson per un mondo migliore, Eugenides rievoca la celebre sentenza di Marx nel 18 Brumaio di Luigi Bonaparte, e cioè che la storia si presenta due volte, la prima come tragedia e la seconda come farsa. Non in Antrim, secondo Eugenides: qui prima viene la farsa e poi la tragedia. E’ vero il contrario: la storia si presenta in Antrim anzitutto come tragedia e poi si traveste farsescamente. Sebbene Eugenides abbia del tutto ragione nell’asserire l’impossibilità di fornire un’unica interpretazione esaustiva a questa novella che inquieta, tuttavia va detto che essa inizia secondo i canoni più classici del mito che origina la tragedia, e cioè lo smembramento del fondatore Dioniso. Il sacro che pone le fondamenta della società si dà con questo atto di apertura, che è l’atto di apertura del romanzo di Antrim. Dioniso poi traveste se stesso e i fatti in maniera farsesca: e così fa Antrim, che come il dio tragico è folle nella sua seriale immaginazione di comici sadismi estremi.
Per quanto però tutto spinga alla risata, essa risulta sempre inquieta. Ci si trova sempre al limite dell’emersione del perturbante e della furia da cui origina ogni storia, la quale è una furia acquatica, oceanica, atlantidea. Basterà avvicinare la tagliente cittadina killer di Robinson a un’altra cittadina, appartenente a una diversa distopia, anch’essa americana: la Innsmouth di Lovecraft. Al posto del Rotary, opera qui una setta che richiama dal mare “la razza fondatrice”, i mostruosi e ittici “abitatori del profondo”. Essi pretendono sacrifici viventi dagli umani, fino a contagiarli e a dare vita a ibridi mostruosi. Non è scandaloso immaginare che La maschera di Innsmouth, prodigioso racconto di Lovecraft, vada dunque a completare la componente tragica della farsa di Antrim: gli abitanti, ibridi ittici, identificati con le potenze abitatrici del profondo, assumono una forma spaventosa ma adatta alla vita acquatica e si trasferiscono per sempre nell’oceano, per vivere con i loro avi. Meredith Robinson, del resto, di ritorno da uno dei suoi viaggi di identificazione marina, svela al marito

“che per quel che ne sapeva quasi tutte le persone che frequentavamo erano creature acquatiche che abitavano la piattaforma continentale”.

Votate Robinson per un mondo migliore è un classico che costeggia l’angoscia della fine di una storia. A vent’anni dalla sua comparsa, questa fiaba nerissima e grottesca ci appare come uno sguardo nella faglia della nostra fine – sguardo accompagnato da un ineffabile, ininterpretabile sorriso.

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