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The OA

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“The OA” è l’antagonista di “Westworld”. Bisognerà dare un taglio a queste serie, che valgono l’infinitamente piccolo rispetto al cinema che non ho visto e che devo vedere, anche su uno schermo 11 pollici come quello in cui sono digitate queste parole. Vedo un film anche in una pozzanghera, sono una bestia. Però le serie innescano un meccanismo di disimpegno, perché raramente sono arte. A mio avviso, tra tutte le serie, arte è soltanto la prima stagione di “True detective”, sfiora l’arte “The fall” con Gillian Anderson. Il resto è volizione, grandi prodotti, su cui ragionare, per l’immenso lavoro di struttura e destrutturazione narrative. Come “Westworld”, che arriva per nulla arrancando all’ultima puntata e, come prevedibile nel momento in cui bisogna chiudere o spalancare e a farlo sono dei nordamericani, la questione diventa una pappa spugnosa e al massimo muscolare. “The OA” si oppone per la carenza di mezzi e certa improvvisazione che stride contro la bella fattura e lo stilismo di molti prodotti seriali e, dunque, in questa stagione si propone come l’alternativa più efficace a “Westworld”. Se nel soggetto derivato da Chrichton parla un’epica applicata all’industria, è un tentativo apparentemente impressionista che governa la produzione Netflix l’impressionismo e la saturazione cinematografica assai singolare da cui sono fuoriusciti i due creatori, Brit Marling e Zal Batmanglij. Colpirà lo spettatore il genere non ascrivibile a nessuna poetica di genere, o ascrivibile a più generi, commistionati in maniera inventiva e spesso sorprendente, soprattutto per gli accostamenti (una narrazione à la Wachowski accanto a “Elephant” di Gus Van Sant, per esempio). Le interpretazioni sbagliate o sghembe, spesso azzeccate in contesti che consentono scelte che paiono mutuate da un improbabile budget basso, insieme all’imprevedibilità e alle cadute, che sono molteplici, sprigiona un fascino anodino ma penetrante, come se si stesse bevendo un ouzo deluxe, il che in natura non esiste. Questa obliquità scelta da Brit Marling, creatrice e interprete principale, è davvero una nota nuova sullo spartito dei seriali. Non siamo davanti a nessun capolavoro, ma certamente a qualcosa che finora non si è visto, anche laddove ci si prefiggeva di fare qualcosa di mai visto, come, che so?, producendo quell’abominio che è “Black mirror”. L’improbabilità narrativa alla lunga gioca a favore del perturbamento, il che oggi è raro. Nulla a che vedere con il grande cinema, è meglio rivedersi Tarkovskij, il che ho prontamente fatto. Tuttavia è un’esperienza, quella della visione di “The OA”, che mi sento davvero di consigliare, se ne esce conturbati gelidamente dal fascino enigmatico di una narrazione finalmente altra, fuori dai binari dell’esornativo e dell’estetizzazione a cui carrellate di prodotti ipertelevisivi hanno abituato, a partire dalla scelta, subito acclamata come rivoluzionaria, di proporre puntate a lunghezza variabile. Non c’è “starring” e questo è cosa buona e giusta. Sembra una vetta della produzione indipendente e invece è Netflix. Guardarlo male non fa, non fa neanche bene, ma, siccome un minimo non si riconosce la matrice, è anche questa è cosa buona e giusta. Ciao, vado a scrivere.

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